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    Predefinito La democrazia repubblicana e Roma (1970)

    di Luigi Lotti – In G. Spadolini (a cura di), “Il venti settembre nella storia d’Italia”, «Nuova Antologia», fasc. 2038, ottobre, 1970, Roma, pp. 173-185.


    «È la seconda volta che dalle colonne di questo giornale diamo il buon capo d’anno agli amici; - scrisse «Il Dovere» di Genova il 1° gennaio 1870 – meglio un giorno da leone che vent’anni da pecora!, gridavamo aggiungendo: e l’anno testé spento fra quali debb’egli essere annoverato?» Il giornale non aveva dubbi: «fra quelli codardamente vissuti da pecora». Ma anche il ’69 aveva deluso le speranze: «La Repubblica non aveva ancora piantato sulle piazze l’albero della libertà». Tuttavia «fra popolo e governo si è spalancato un precipizio che forza umana più non varrà a colmare. Il diritto e l’ingiustizia, la libertà e la schiavitù si sono accampati di fronte […] E non è già questo un gran passo sulla via del progresso? L’equivoco è scomparso, le illusioni sfumarono al pari dell’anno caduto, ed una risoluzione ormai è presa».
    Non erano vuote parole propagandistiche; rispondevano invece alla convinzione profonda dei mazziniani più accesi di essere alla vigilia di uno scontro frontale e decisivo, alla vigilia di una svolta cruciale. Rispondevano soprattutto alla determinazione di Mazzini stesso, che proprio in quei primi giorni di gennaio del ’70 andò clandestinamente a Genova per guidare personalmente gli eventi, per dirigere la progettata insurrezione. «Se fu mai tempo nel quale i buoni davvero debbano stringersi assieme ad apostolato e ad opere generose, è questo – aveva scritto Mazzini un mese prima alla Società Democratica di Città di Castello che l’aveva nominato presidente onorario -. Sotto l’azione dissolvitrice di un sistematico immorale sgoverno, l’Italia, fraintesa nelle sue aspirazioni, avvilita dal disonore d’immeritate disfatte, guasta dagli esempi di venalità che scendono dall’alto, senza espressione della propria fede nazionale in un patto, senza una rappresentanza di popoli, che ne invigili l’esecuzione e ne svolta le logiche conseguenze, senza le proprie giuste frontiere, senza Roma, minaccia di perire al suo nascere, travolta nello scredito generale all’estero da una crescente rovina finanziaria, nello scetticismo di tutto e di tutti, generato da una serie di delusioni attribuite, per mala interpretazione delle moltitudini, alla nuova unità. È necessario porre rapidamente fine a condizione siffatta di cose, o rinnegare nome, gloria, avvenire d’Italia; e il popolo solo lo può. […] In nome di Dio, ponga fine la nazione ridesta al lungo martirologio e compia, da Roma a Trento e Trieste, l’impresa unificatrice, per poi dettare il patto della propria libertà e della propria missione».
    Erano due anni che Mazzini era tornato ai piani insurrezionali; era dalla tragedia di Mentana che egli aveva rovesciato le sue più immediate prospettive. Se prima aveva puntato su un moto romano che abbattesse il potere pontificio e trattasse poi con il Regno d’Italia per una unificazione sulla base di una Costituente eletta a suffragio universale (e per questo aveva polemizzato aspramente con Garibaldi sull’impresa finita a Mentana, divenendo impossibile un’iniziativa in Roma dopo il nuovo intervento francese), dopo ritenne che il solo mezzo per concludere l’unità in Roma erano ormai l’insurrezione e l’instaurazione della Repubblica nel nuovo Stato unitario. In un’Europa imperniata sulla Francia imperiale di Napoleone III, che pareva saldissima e che garantiva Roma al Pontefice, a Mazzini non restava che l’insurrezione nel Regno d’Italia anziché nella capitale predestinata.
    Era un disegno temerario, ma che nasceva in Mazzini dalla mancanza di alternative, nel suo fine supremo di giungere in ogni modo a Roma, e cementarvi l’unità morale del popolo italiano con quel «Patto nazionale», che avrebbe dovuto anche segnare nel mondo l’avvento della democrazia e fare di Roma, della terza Roma – predestinata come quella «romana» e quella «cattolica» a una missione universale – il centro e il simbolo della nuova èra democratica.
    Se dunque l’insurrezione era la sola via possibile, bisognava giungervi senza incertezze, usufruendo di tutte le possibilità offerte dalla situazione. E non v’è dubbio che lo sforzo di Mazzini sia stato indefesso, le sue incitazioni pressanti; ma non v’è neppur dubbio che la necessità di puntare tutto sull’insurrezione gli alterasse il senso del reale. Le sue premesse erano sostanzialmente esatte in quegli anni 1868 e 1869, certo fra i più difficili del nuovo Regno: un malessere popolare, che con l’introduzione della tassa sul macinato era esploso in vere e proprie rivolte, un discredito crescente sulle nuove istituzioni specialmente dopo lo scandalo inaudito della Regia cointeressata, un senso generale di frustrazione dopo le sconfitte del ’66 e l’umiliazione di Mentana, che aveva aperto al proselitismo repubblicano persino l’esercito. Ma erano premesse dalle quali Mazzini era portato a conclusioni deformanti la realtà. Perché l’opposizione popolare, pur vera e reale, ben difficilmente avrebbe potuto configurarsi in un preciso programma politico, e meno ancora in un programma repubblicano e mazziniano estraneo alle propensioni conservatrici e cattoliche delle campagne italiane dell’epoca. Perché infine l’isolamento delle istituzioni – le istituzioni nelle quali si era identificato il moto risorgimentale – era più apparente che effettivo; e persino i deputati di Sinistra respingevano e talora deridevano gli appelli di Mazzini di una dimissione in massa.
    Come se tutto questo non bastasse, nelle stesse fila della sinistra estrema, del partito d’azione, le lacerazioni erano profonde. Il contrasto fra Mazzini e Garibaldi dopo Mentana si rivelava insanabile, né le diverse finalità dei due uomini – l’uno proteso al conseguimento dell’unità repubblicana in Roma, l’altro furente d’invettive e di slogans contro il pericolo del «prete» ma non contro la monarchia – contribuirono ad attenuare la rottura. E fra gli stessi uomini che pure avevano aderito all’idea insurrezionale, non tutti erano propensi a seguire senza discutere le idee di Mazzini, specialmente i gruppi dei reduci, e non erano affatto disposti a muoversi a freddo o dietro un’«opportunità» appositamente provocata, come sosteneva Mazzini, ma solo quando se ne fosse offerta un’occasione vera; e infine i singoli comitati delle varie città scaricavano l’uno sull’altro il compito di iniziare il moto dichiarandosi pronti solo a seguire.
    Il ’69 era stato così un anno di delusioni profonde: al Nord l’organizzazione insurrezionale era stata creata quasi solo in Lombardia e in Liguria (le Romagne avrebbero seguito, ma erano momentaneamente divise da Mazzini per la prevalente fedeltà a Garibaldi); al Centro solo in alcune città della costa toscana o nell’anconetano esistevano nuclei pronti all’azione; il Sud era totalmente assente, tranne la Sicilia ove c’era una salda organizzazione, ma ove il moto non poteva essere fatto iniziare senza correre il rischio di snaturarlo dopo l’esperienza dell’insurrezione palermitana del ’66 nella quale erano confluite istanze innovatrici e istanze clericali e borboniche. In concreto, quando a Milano nell’aprile si erano avuti i primi intempestivi conati insurrezionali, una immediata serie di arresti aveva disarticolato il movimento e portato a una totale paralisi.
    Eppure all’inizio del ’70 Mazzini ritenne che le possibilità d’azione e di successo si fossero accentuate: come scrisse il «Dovere» di Genova la situazione generale pareva essersi ulteriormente deteriorata. Mazzini non immaginava certo, andando clandestinamente a Genova a dirigere il moto, che nove mesi più tardi il suo duplice sogno si sarebbe dissolto nel nulla.

    (...)
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: La democrazia repubblicana e Roma (1970)

    In realtà i primi sei mesi del ’70 gli avevano apportato ancora una volta solo nuove delusioni. Per la fine di marzo era stato predisposto lo scoppio dell’insurrezione a Piacenza. All’alba del 24 un centinaio di insorti assalì la caserma di Sant’Anna con la complicità di alcuni militari, fra i quali il caporale Barsanti, che pagherà con la fucilazione l’atto di rivolta, ma contemporaneamente un inconsulto e non preordinato tentativo di assalire la caserma di San Francesco a Pavia aveva gettato l’allarme contribuendo, sostennero i mazziniani, al fallimento generale. Mazzini avrebbe voluto un’immediata ripresa del tentativo, ma Milano e Genova si palleggiarono il compito di iniziare, finché l’effervescenza troppo a lungo trattenuta nei nuclei più accesi condusse nella primavera a disarticolare (e subito represse) iniziative di bande sull’Appennino reggiano, sui monti di Carrara e in Lucchesia, e a Civitavecchia e in Calabria e vicino al confine elvetico, creando un tale allarme nelle autorità da rendere impossibile ogni ulteriore tentativo. Alle soglie dell’estate tutto pareva compromesso: «Sono scorato, sconfortato all’estremo – scrisse Mazzini in quegli stessi giorni -. Non mi occupo più che del sud […]: Sicilia insieme a Calabria. In quella zona ho ancora un po’ di fiducia. Se anche quella mi sfuma, mi ritrarrò dal lavoro. Non posso preparare, dire, proporre più che non ho fatto». E invano il «Dovere» ai primi di luglio incitava a «far tesoro delle esperienze nostre; ed anco dalle recenti popolari sommosse potremmo trarre forze novelle»; invano richiamava le «urgenze del momento: coordinare le potenze e le facoltà, rassicurare gli animi sul risultato finale affermando la sicurezza del successo, dar luogo a tutti gli elementi progressisti per agire»; invano affermava che «la nostra nobile patria è chiamata a grandi cose, e se lo vogliamo davvero, essa può iniziare in Europa un’èra novella di libertà e di progresso».
    Invece a metà luglio, quasi improvvisamente, Mazzini sentì riaccendersi le speranze, sentì tornargli l’antico fervore. Ma con un assillo nuovo, sino allora estraneo alle sue lotte: l’assillo angoscioso di poter disporre di un tempo ristrettissimo, non più di poche settimane per vincere o per veder sfumare definitivamente le sue aspirazioni; e in un’atmosfera convulsa e drammatica, che solo in apparenza e nei primi giorni agevolava i suoi piani, mentre nella realtà scopriva le sue intransigenze ideologiche e lo isolava nel già ristretto settore della sinistra azionista.
    A metà luglio la Francia napoleonica aveva dichiarato la guerra alla Prussia; e per Mazzini e per tutta la sinistra si pose immediatamente il problema delle prospettive che il conflitto apriva all’Italia, e le conseguenze per Roma. Nel brevissimo volgere di pochi giorni se ne susseguirono due: l’intervento italiano a fianco della Francia, ma pagato da Napoleone III – secondo Mazzini – con l’abbandono della salvaguardia di Roma pontificia, e la neutralità italiana ma con un’autonoma iniziativa del governo per l’acquisizione di Roma. In un caso e nell’altro il sogno mazziniano su Roma svaniva. Mazzini colse subito l’estrema minaccia incombente, e ingaggiò una frenetica corsa con il tempo. Occorreva provocare l’insurrezione repubblicana subito: «Il giorno in cui il re – scrisse – dirà con un manifesto l’alleanza con la Francia, dirà pure che il compenso sarà Roma e l’appoggio francese per una rettificazione verso il Trentino. Lo farà parchè sa che senza quello avrebbe contro il paese. Ma quando lo dirà perderemo la metà della forza». Era necessario muoversi immediatamente facendo leva sull’odio di tutta la sinistra contro Napoleone III. «Noi dobbiamo vivere guardinghi e ove il governo del re imponesse il benché minimo sacrificio, di qualunque sorta esso sia, a favore della Francia, sorgiamo vivamente a protestare – scrisse il “Dovere” il 18 luglio, alle prime notizie della guerra -, perocché, amici del popolo francese, dobbiamo essere nemici accaniti della bandiera che fu vista sventolare a Mentana coll’arme imperiale dei Bonaparte». Ma già il giorno prima l’«Unità italiana» di Milano si era chiesta cosa avrebbe fatto «l’Italia del popolo, l’Italia della gioventù fremente azione, anelante a vendicare le immeritate vergogne inflitte dal sistema al paese, questa vera Italia, questa Italia dell’avvenire. […] Che farà non sappiamo, ma ciò che far dovrebbe – l’opportunità da molti aspettata non manca più – è indicato da lungo tempo, e somma a questo ammonimento di Giuseppe Mazzini: Roma si libera in Milano, Genova, Bologna, Torino, Palermo, Napoli e Firenze. Possa la nostra gioventù ascoltare il consiglio! Possa essa chiudere l’orecchio alla tentazione, che non mancherà di visitarla, di correre la funesta via dei passati equivoci! Il momento può essere supremo, e mortali, per lunghi anni, alla patria le conseguenze di un suo nuovo errore».
    Due giorni dopo il «Dovere» di Genova riproduceva l’articolo, togliendovi solo il nome di Mazzini per allargarne il richiamo a tutte le correnti della Sinistra azionista. E in effetti mai come in quel momento parve possibile riannodare le fila disperse della sinistra più estrema, e riavvicinarsi alla stessa sinistra parlamentare nell’opposizione strenua a ogni impresa militare a fianco di Napoleone. «In guardia! – incitò il “Dovere” il 23 luglio – all’erta! Si prevengano i rovinosi disegni che l’alleanza franco-sabauda sta covando! E per prevenirli bisogna mettersi in posizione […] con quei mezzi che non solo annunciano un’idea, un sentimento, ma concretano in pratica l’idea e convertono il sentimento in reale trionfo». «La rivoluzione non è l’ignoto – aggiunse il giorno successivo con un articolo chiaramente volto ad attenuare i timori che la parola “repubblica” solleva negli ambienti moderati -; la democrazia può essere oggi in Italia un partito di governo […]; siamo giunti a tale che i più domandansi quale sia lo scopo vero e positivo del governo del re. E lo presentano sinistro perché vedono le proprietà mal sicure, la libertà individuale sempre minacciata, i commerci arenati, le industrie paralitiche, i tribunali, costosi e lunghi, gli uffici in confusione, il disordine dappertutto, e la guerra imminente. Di fronte a questo disordine regnante, cresce sempre più la convinzione che la democrazia in Italia può essere un governo, un regime, un sistema, e – diciamolo pure – un elemento d’ordine. Sì, un elemento d’ordine, imperocché il concetto dell’ordine in un governo di consorteria è la quiete cadaverica, in un governo di democrazia è l’armonia sociale».
    In quello stesso 24 luglio Milano avrebbe dovuto insorgere. Era stato convocato un meeting di tutte le frazioni della sinistra azionista contro l’eventuale guerra a fianco della Francia; era stato fatto convocare da uomini dei meno accesi per attrarre una più larga e unitaria partecipazione, ma al suo termine i mazziniani intransigenti avrebbero dovuto iniziare il moto insurrezionale. Senonché il giorno prima il governo italiano aveva dichiarato la neutralità e gli organizzatori del meeting, che si erano intanto accorti di essere gli ignari strumenti dello scoppio dell’insurrezione, disdissero immediatamente la riunione. Vi furono lo stesso turbolenze, ma si risolsero nell’arresto dei principali dirigenti.
    A questo punto l’isolamento di Mazzini divenne completo. Invano il «Dovere» e l’«Unità italiana» parlarono di «neutralità smentita dall’alleanza», di «parteggiare dissimulato»: l’effimero e contingente avvicinamento con i garibaldini si era immediatamente dissolto mentre di giorno in giorno si profilava la possibilità di un’azione del governo italiano su Roma. «La questione romana può essere fatta balenare anche dal governo del re e dai nuclei parlamentari, ma sarà da essi sfruttata, strozzata, mai sciolta in senso veramente liberale e nazionale – scrisse il “Dovere” il 7 agosto -. Essi tutt’al più ci possono dare un’occupazione militare alla francese; ma l’unità nazionale e la libertà di Roma. Si otterrebbe infine una novella sanzione del sistema che da dieci anni ci inganna, ci impoverisce, ci maltratta» «La bandiera dei nostri tre colori non trionferà mai in Civitavecchia e in Roma se prima non trionfa libera e pura d’ogni macchia in tutte le città d’Italia», insisté il 10; e l’11 ribadì – e fu probabilmente l’ultima volta nella stampa mazziniana – l’iniziativa popolare italiana come avvio alla libertà europea. In quei giorni Mazzini – che il 3 agosto aveva assistito angosciato al rapido estinguersi del moto che avrebbe dovuto scoppiare a Genova alla sentenza (peraltro mitissima) nel processo per le bande della primavera precedente – stava avviandosi verso la Sicilia, la sua ultima speranza. Ma fu arrestato sulla nave che da Napoli lo conduceva a Palermo e rinchiuso nella fortezza di Gaeta.
    «È troppo svergognata cosa il governo dei consorti perché avesse potuto lasciarsi sfuggire la svergognatezza di portar la mano – anzi le manette – là dove il governo di Luigi Filippo, degli Asburgo, di Ferdinando II, di Leopoldo II di Toscana, di Maria Isabella hanno ritirato la loro – scrisse aspramente la “Soluzione” di Napoli -. […] Nessuno ha osato mai d’arrestarlo, tutti hanno chiuso un occhio, tutti si sono limitati a vigilarlo, a spiare i suoi passi e pregare Iddio dalle viscere profonde perché gl’ispirasse il pensiero della partenza. La gloria di catturarlo era riserbata all’Italia, all’onesto Lanza, al patriota Medici». Il coro di proteste fu clamoroso. Ma il «Secolo» di Milano ebbe parole critiche per i mazziniani e implicitamente per Mazzini stesso scrivendo che «nessun regalo maggiore potevasi fare alla monarchia che dargli il suo più temuto avversario nelle mani. Nel momento in cui una rivoluzione in Parigi potrebbe far sentire il suo contraccolpo in Italia, è senza dubbio una fortuna, per chi vuol mantenere l’ordine attuale, rendere inoffensivo chi si adopererebbe con maggior ardore per la sua rovina». Ma erano parole che prescindevano dall’intento di Mazzini di avviare il moto in Italia per iniziare da Roma l’èra della democrazia; un punto fermo che lo stava isolando dalle prospettive della sinistra rivoluzionaria europea.

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    Predefinito Re: La democrazia repubblicana e Roma (1970)

    Dopo quella prima furente vampata polemica, il vigore dei giornali mazziniani parve attutirsi di colpo. L’incalzare delle notizie dalla Francia, il crollo napoleonico, l’avvento della Repubblica a Parigi suscitarono certo soddisfazione, ma amara, al confronto con le spente prospettive rivoluzionarie in Italia. E l’ormai sicura e prossima iniziativa del governo italiano in Roma segnava veramente la disfatta ultima e definitiva. Un tono greve e penoso domina i fogli mazziniani più intransigenti della fine di agosto e del settembre 1870: un tono che suona anacronistico nell’aspra tensione e poi nel generale tripudio dell’Italia di quelle settimane. L’acquisizione di Roma e con essa il compimento del moto risorgimentale sollevano un tale entusiasmo da far precipitare nell’indifferenza le remore mazziniane; anche la sinistra più avanzata non riusciva a convincersi che l’andata a Roma dell’Italia monarchica e plebiscitaria fosse una sconfitta della democrazia e non invece un punto fermo, una premessa necessaria per procedere poi allo sviluppo democratico italiano. Non riusciva a capire come fosse possibile estraniarsi a tal punto dalla realtà per chiudersi nell’irrealizzabilità di un sogno lontano. Parte della stessa stampa repubblicana fu avvinta dall’atmosfera euforica di quei giorni: lo stesso «Popolo d’Italia» di Napoli, uno dei maggiori periodici repubblicani dopo il «Dovere» e l’«Unità italiana»[1], scrisse che «Roma, comunque s’abbia, è un pericolo per la monarchia, una speranza pe’ repubblicani», e chiedeva che «la monarchia andasse a Roma e comunque».
    Così quasi solo il «Dovere» e l’«Unità italiana» si mantennero fedeli all’intransigenza. Eppure anch’essi, non potendo ovviamente sostenere che la sopravvivenza del potere temporale e la presenza delle truppe napoleoniche a Roma fossero da preferirsi all’annessione plebiscitaria all’Italia, non poterono che abbandonarsi a polemiche capziose sul fatto che nulla sarebbe sostanzialmente mutato. All’annuncio dell’ingresso delle truppe italiane nel territorio pontificio, l’«Unità italiana scrisse riluttante, il 13 settembre, che «entrare nel territorio non è entrare a Roma, […] entrare non è procedere oltre»; e se anche le truppe fossero giunte a Roma «entrare non è rimanere»; e se anche fossero rimaste, «occupare il territorio pontificio, occupare Roma, non significa sciogliere la questione romana». Ma era necessario arrendersi all’evidenza (anche se le truppe, scrisse la «Gazzetta di Milano», «vanno verso Roma senza il menomo entusiasmo; pare proprio che entrino in sagrestia»): «è l’eterno sistema monarchico, annessione di provincie, non unità nazionale – scrisse il 16 settembre l’ “Unità Italiana” -: conservazione della sovranità papale nel cuore d’Italia; che sia poi sopra un palmo di terreno o sopra una vasta superficie, il principio della solidarietà fra le due monarchie è salvato». «Dopo l’impero, il governo del re or tradisce la Rivoluzione – scrisse il “Dovere” il 22 settembre, con l’evidente rammarico di non veder coinvolta l’Italia monarchica nell’imprevisto crollo napoleonico (ed era forse anche il rammarico di aver operato per impedire l’intervento italiano) -. […] Il papato è moralmente caduto, ed il governo italiano si limita a sfondare una porta aperta, per offrire ed imporre anzi amicizia alla Santa Sede, destinando i nostri prodi soldati a far la guardia al papa in Roma». «Quest’ultimo corre manifesto pericolo d’essere cacciato dai romani - scrisse l’ “Unità italiana” nello stesso giorno con ottimismo artificioso o illusorio -. Ecco la ragione per cui l’esercito regio viene a salvarlo. È vero che, avendo dovuto associare il consenso degli uomini al diritto divino, il soldato regio deve far sembiante di osteggiarlo; ma se bene osservate: non è ostilità, è un contegno tutto fittizio, è una farsa […]: Questa campagna, per la quale si mettono fuori bandiere e lumi, non ha distrutto il diritto divino rappresentato dal prete; gli ha soltanto cambiato la guardia, e la guardia nuova è più numerosa della vecchia. Il diritto divino non può essere vinto che dal diritto umano, il cui rappresentante è il popolo. Quando ciò si verificherà, sarà una vera vittoria; ed anche noi metteremo fuori bandiere e lumi; ma non prima».
    In realtà tutta l’Italia era un tripudio entusiastico di bandiere e di lumi, e quelle parole cadevano nel vuoto, anacronistiche e irreali nell’intransigenza e nel rigido schematismo ideale che raffiguravano. «Il plebiscito romano sarà splendido» - riconobbe a malincuore l’«Unità italiana» il 30 settembre -. Il popolo romano darà ancora una volta ragione alla massima «Ei prodest qui fecit»: avendo in questi anni abdicato la propria volontà, non avendo mai voluto profittare delle tante occasioni per conquistare la propria libertà, e avendo sempre aspettato che altri gliela recasse, e d’altra parte non avendo la Nazione fatto nulla per emanciparla, ne viene di conseguenza che il plebiscito presente non gioverà né all’Italia né a Roma, e sarà favorevole alla monarchia». Amare espressioni, che si persero anch’esse nel generale disinteresse. Il paese esultava, non solo la destra al potere, ma anche la sinistra parlamentare e la stessa sinistra garibaldina; e persino i repubblicani si apprestavano ad accogliere Mazzini, liberato dalla fortezza di Gaeta, con grandi festeggiamenti, come il primo fautore della conquistata unità, senza rendersi conto di quanto quei propositi lo offendessero nel mostrargli l’incomprensione dei seguaci verso i suoi principii. «Io porto con me oltre l’Alpi un doppio dolore – scrisse Mazzini ai genovesi il 24 ottobre sottraendosi a quelle manifestazioni -. L’iniziativa repubblicana, che doveva ribattezzare l’Italia alla sua terza missione, è sorta – per durarvi o no – dalla Francia. E Roma, patria dell’anima, è profanata da una monarchia che non rappresenta la coscienza della Nazione. Io non ho saputo trovare in me accenti efficaci a persuadere gli Italiani perché urtassero questa doppia vergogna. Non merito applausi da voi».

    Luigi Lotti


    [1] L’«Unità italiana» (n. 104, 16 aprile) riportava dalla «Valtellina» di Sondrio questo elenco dei giornali repubblicani della penisola: «L’Unità italiana» («il Nestore della stampa repubblicana»), «Il Gazzettino rosa» e «La Fausta» di Milano, «La Gazzetta di Milano» («nelle riviste politiche del Pinchetti, e in qualche articolo dell’incomprensibile Cavallotti»), «Il 27 maggio» di Como, «La Libertà» («sospeso»), «Il Ticino» di Pavia, «La Favilla» di Mantova, «La Plebe» di Lodi, «L’Eco del popolo» di Cremona, «Il Democratico» di Bergamo, «La Fenice» di Legnano, «La cronaca turchina» di Venezia, «Il Dovere» di Genova, «Il Ficcanaso» di Torino, «L’Osservatore alessandrino», «Il Biricchino alessandrino», «L’Astese», «Il Genova», «Il Serchio» di Lucca, «Il Presente» di Parma, «L’Agitatore» di Piacenza («strozzato pochi giorni fa dal fisco»), «L’Amico del popolo» di Bologna, «Il Menotti» di Modena, «Il Romagnolo» di Ravenna, «Il Democratico» di Forlì, «Il Lucifero» di Ancona, «La Tribuna» di Ancona, «L’Invariabile» di Grosseto, «L’Aquila nera» di Chieti, «Il Popolo d’Italia» di Napoli, «La soluzione» di Napoli, «La Marsigliese» di Napoli, «L’Eco d’Aspromonte», «Il Crati» di Cosenza, «La Voce del popolo» di Reggio Calabria, «La luce calabra» di Catanzaro, «Il Gazzettino» di Bari, «La nuova vita» di Salerno, «Il Propugnatore» di Lecce, «Il Fascio lucano» di Potenza, «L’Amico del popolo» di Palermo, «Fede e Avvenire» di Messina, «La Pietra» di Girgenti, «L’Apostolato» di Catania.
    «Non possiamo dire che il nostro elenco sia completo, imperocché qualcuno ci può essere sfuggito – scrisse l’ “Unità italiana” -: preghiamo quindi quei commilitoni nostri che non vedessero figurarvi il loro periodico a perdonare l’involontaria omissione. […] Tutte le parti d’Italia vi sono rappresentate; la Toscana è nella sfera del minimum, effetto della capitale; la Lombardia in quella del maximum, effetto di che? […] Se non fossimo lombardi, volentieri diremmo del buon senso».
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