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Discussione: Raccontini senza impegno

  1. #91
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    Predefinito Re: Raccontini senza impegno

    Citazione Originariamente Scritto da standing bull Visualizza Messaggio

    però, se mi permetti, ci sarebbe un'incongruenza temporale su Barbara ...

    (PID: Paul Is Dead). Opinione di molte persone convinte che il vero Paul sia morto in un incidente d'auto nel 1967
    La "De Lorean" non l'ho introdotta io, eh...

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  2. #92
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    Predefinito Re: Raccontini senza impegno

    Citazione Originariamente Scritto da trash Visualizza Messaggio
    La "De Lorean" non l'ho introdotta io, eh...
    Ma non si poteva utilizzare prima del novembre 85 ��
    Si fa per scherzare, dai
    il mio caimano nero piangendo mi confidò
    che non approvava il progetto del metrò

  3. #93
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    Predefinito Re: Raccontini senza impegno

    Incongruenze temporali

    Ringo: vabbè, allora come cazzo pensate che faccio, a 80 anni, a essere più giovane di mio figlio a 50 anni?


    Zak Starkey e suo padre Ringo Starr
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  4. #94
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    Predefinito Re: Raccontini senza impegno

    Il rondone


    Era sabato tredici luglio e faceva un gran caldo. Ricordo esattamente la data perché il giorno seguente era il mio compleanno. Ero andata a fare la spesa al supermercato vicino casa dato che, per la mia festa, avevamo organizzato un party all'aperto a casa di amici, in campagna. Saremmo partiti l'indomani mattina presto, in modo da organizzare tutto per tempo.

    Uscii carica di borse e le stavo sistemando sulla bici quando mi sentii chiamare. Era una signora anziana che, poco distante, stava inginocchiata per terra e guardava con insistenza sotto un grosso cespuglio lì accanto. Disse: "Magari, lei è più agile di me e ci riesce... lì sotto c'è una rondine e dev'essere ferita. Ce la fa ad allungare una mano e ad acchiapparla?"
    Lasciai le borse sulla bici e andai a vedere. Effettivamente, chinandomi, vidi una grossa rondine dall'aria abbacchiata che se ne stava quieta sotto il grosso cespuglio. Pian piano, allungai la mano per non spaventarla e delicatamente la presi. La signora sorrideva soddisfatta e mi domandò se potevo occuparmi del povero uccello malandato perché lei abitava lontano da lì. Le risposi che proprio sotto casa mia c'era un negozio di animali e avrei potuto portare lì la rondine per farla vedere, ma non sapevo come fare... e le indicai la bici stracolma di borse della spesa. Mentre lo dicevo, però, mi era già venuta un'idea.
    Rientrai nel supermercato semivuoto e chiesi del direttore, che arrivò subito. Gli spiegai l'emergenza della rondine e gli domandai se avesse a disposizione qualcuno disposto ad accompagnarmi a casa (abitavo poco distante) portando la bici a mano, dato che io dovevo occuparmi della bestiola. Sorrise e acconsentì senza esitare. Chiamò un ragazzo, gli spiegò brevemente la faccenda e partimmo.

    La rondine, intanto, se ne stava tranquilla nel palmo della mia mano aperta e non sembrava avere alcun timore, né la minima intenzione di scappare. Continuava ad essere abbacchiata, ma non pareva ferita. Aveva, anzi, un bel manto di piume lucide, doveva essere giovane. Giunti a casa ringraziai il ragazzo, mollai la spesa e mi precipitai nel negozio di animali sotto casa.

    Il veterinario dichiarò che non si trattava di una rondine, bensì di un rondone, solo apparentemente somigliante al suo simile, ma in effetti assai diverso. I rondoni – spiegò – trascorrono praticamente tutta la vita in volo: si cibano in volo (ecco perché hanno il becco a rombo) e si accoppiano persino in volo. Si posano solo sui nidi – situati in alto, in zone inaccessibili – perché, per spiccare il volo, hanno bisogno di avere uno spazio sottostante. Sulla terra non scendono mai: hanno le zampe quasi atrofizzate e non saprebbero risollevarsi. Quindi, non temono l’uomo dato che non lo conoscono.
    Cominciavo a capire perché l'uccelletto era stato così tranquillo nelle mie mani per tutto il tempo. Le zampe – continuò il veterinario – servono loro per aggrapparsi quando sono in posizione di riposo. E così dicendo, allungò il dito indice e lo avvicinò al rondone che subito vi si aggrappò, tutto contento, come ad un trespolo.
    Poi lo visitò sommariamente e confermò che non aveva ferite né fratture. Ipotizzò che fosse stato investito dalla folata d'aria di un grosso autoveicolo o che fosse caduto sulla terra perché sfinito dal gran caldo e dalla sete. Quando gli chiesi di cosa si cibasse, rispose che i rondoni sono insettivori e si cibano di vermetti e di insetti. Lo guardai con aria desolata e lui sorridendo disse che, se volevo, potevo comprare da loro una scatola di queste delizie: ne avevano una buona scorta. Purtroppo, avevano finito le confezioni piccole e avevano solo quelle da un chilo; ovviamente la presi, pagai e tornai a casa col rondone aggrappato al mio dito indice.

    Anzitutto presi una ciotola, la riempii d'acqua fresca e posai delicatamente il rondone sul bordo. Ci si tuffò dentro, rotolandosi beato nell'acqua: beveva e pareva quasi sorridere… benché, con quel becco a rombo, non era facilissimo capirlo. Rimasi a guardarlo, incantata, per un po' di tempo. Poi, quando capii che voleva uscire, lo tirai fuori da lì e lo misi sul terrazzo, con le zampe aggrappate al ramo di un rododendro, come mi aveva mostrato il veterinario. Intanto, andai a preparare la pappa. Presi uno stuzzicadenti e, vincendo la repulsione, aprii la scatola di leccornie (insetti e vermi secchi), ne misi un po' in una ciotolina e tornai dal rondone, che non si era mosso da dove l'avevo lasciato e che pareva star meglio perché aveva l'aria meno abbacchiata.

    Lo presi e cercai di fargli aprire il becco... più facile a dirlo che a farlo! Non era abituato a ricevere cibo da mani umane, quindi non voleva saperne. Provai a fargli il solletico sotto le ali, tentai di infilargli un'unghia tra il becco. Nulla da fare. Alla fine, dopo numerosi tentativi, riuscii a fargli ingoiare giusto un paio di mosche e tre vermetti, ma non pareva avere molto appetito. Più che altro sembrava avere sonno, quindi lo riportai sul ramo di rododendro e lo lasciai lì.
    Dopo cena, uscii con alcuni amici ma non mi divertii granché: pensavo al rondone e per tutto il tempo sperai che non fosse caduto dal ramo, non fosse morto, non fosse volato via, non...
    Appena tornai a casa corsi sul terrazzo per vedere se c'era ancora: era ancora lì, immobile come una stella fissa. Andai a riprendere la ciotolina con insetti e vermetti e ripetei l'operazione di nutrizione forzata, alla quale il rondone oppose meno resistenza. Ma era assonnato, esausto; così, poco dopo lo riportai sul ramo a dormire.

    La mattina seguente dovevamo partire per la festa in campagna e non sapevo come fare. Lasciarlo da solo per tutto il giorno mi dispiaceva, ma costringerlo a due ore di auto per portarlo con noi era impensabile. Tornai, anzitutto, sul terrazzo a controllare se c'era. Era vivo e vegeto, ma non dove lo avevo lasciato: era per terra e faceva piccoli, faticosi zampettii tutt'intorno. Pensando che fosse caduto dal ramo, lo presi e lo rimisi al suo posto, ma lui saltò giù quasi subito. Allora capii...

    Lo presi in mano, gli feci una carezza sulla testolina e, chiudendolo delicatamente nel mio pugno, lo lanciai in alto. Una volta nell'aria, il rondone si abbassò leggermente e poi riprese quota. Fece un ampio giro e tornò indietro, a volare sopra la mia testa con giri circolari per due o tre volte. Infine, deciso, si diresse verso gli alberi di un parco che si vedeva in lontananza.
    Ultima modifica di Blue; 22-10-20 alle 22:06
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  5. #95
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    Predefinito Re: Raccontini senza impegno

    Citazione Originariamente Scritto da Blue Visualizza Messaggio
    Il rondone


    Era sabato tredici luglio e faceva un gran caldo. Ricordo esattamente la data perché il giorno seguente era il mio compleanno. Ero andata a fare la spesa al supermercato vicino casa dato che, per la mia festa, avevamo organizzato un party all'aperto a casa di amici, in campagna. Saremmo partiti l'indomani mattina presto, in modo da organizzare tutto per tempo.

    Uscii carica di borse e le stavo sistemando sulla bici quando mi sentii chiamare. Era una signora anziana che, poco distante, stava inginocchiata per terra e guardava con insistenza sotto un grosso cespuglio lì accanto. Disse: "Magari, lei è più agile di me e ci riesce... lì sotto c'è una rondine e dev'essere ferita. Ce la fa ad allungare una mano e ad acchiapparla?"
    Lasciai le borse sulla bici e andai a vedere. Effettivamente, chinandomi, vidi una grossa rondine dall'aria abbacchiata che se ne stava quieta sotto il grosso cespuglio. Pian piano, allungai la mano per non spaventarla e delicatamente la presi. La signora sorrideva soddisfatta e mi domandò se potevo occuparmi del povero uccello malandato perché lei abitava lontano da lì. Le risposi che proprio sotto casa mia c'era un negozio di animali e avrei potuto portare lì la rondine per farla vedere, ma non sapevo come fare... e le indicai la bici stracolma di borse della spesa. Mentre lo dicevo, però, mi era già venuta un'idea.
    Rientrai nel supermercato semivuoto e chiesi del direttore, che arrivò subito. Gli spiegai l'emergenza della rondine e gli domandai se avesse a disposizione qualcuno disposto ad accompagnarmi a casa (abitavo poco distante) portando la bici a mano, dato che io dovevo occuparmi della bestiola. Sorrise e acconsentì senza esitare. Chiamò un ragazzo, gli spiegò brevemente la faccenda e partimmo.

    La rondine, intanto, se ne stava tranquilla nel palmo della mia mano aperta e non sembrava avere alcun timore, né la minima intenzione di scappare. Continuava ad essere abbacchiata, ma non pareva ferita. Aveva, anzi, un bel manto di piume lucide, doveva essere giovane. Giunti a casa ringraziai il ragazzo, mollai la spesa e mi precipitai nel negozio di animali sotto casa.

    Il veterinario dichiarò che non si trattava di una rondine, bensì di un rondone, solo apparentemente somigliante al suo simile, ma in effetti assai diverso. I rondoni – spiegò – trascorrono praticamente tutta la vita in volo: si cibano in volo (ecco perché hanno il becco a rombo) e si accoppiano persino in volo. Si posano solo sui nidi – situati in alto, in zone inaccessibili – perché, per spiccare il volo, hanno bisogno di avere uno spazio sottostante. Sulla terra non scendono mai: hanno le zampe quasi atrofizzate e non saprebbero risollevarsi. Quindi, non temono l’uomo dato che non lo conoscono.
    Cominciavo a capire perché l'uccelletto era stato così tranquillo nelle mie mani per tutto il tempo. Le zampe – continuò il veterinario – servono loro per aggrapparsi quando sono in posizione di riposo. E così dicendo, allungò il dito indice e lo avvicinò al rondone che subito vi si aggrappò, tutto contento, come ad un trespolo.
    Poi lo visitò sommariamente e confermò che non aveva ferite né fratture. Ipotizzò che fosse stato investito dalla folata d'aria di un grosso autoveicolo o che fosse caduto sulla terra perché sfinito dal gran caldo e dalla sete. Quando gli chiesi di cosa si cibasse, rispose che i rondoni sono insettivori e si cibano di vermetti e di insetti. Lo guardai con aria desolata e lui sorridendo disse che, se volevo, potevo comprare da loro una scatola di queste delizie: ne avevano una buona scorta. Purtroppo, avevano finito le confezioni piccole e avevano solo quelle da un chilo; ovviamente la presi, pagai e tornai a casa col rondone aggrappato al mio dito indice.

    Anzitutto presi una ciotola, la riempii d'acqua fresca e posai delicatamente il rondone sul bordo. Ci si tuffò dentro, rotolandosi beato nell'acqua: beveva e pareva quasi sorridere… benché, con quel becco a rombo, non era facilissimo capirlo. Rimasi a guardarlo, incantata, per un po' di tempo. Poi, quando capii che voleva uscire, lo tirai fuori da lì e lo misi sul terrazzo, con le zampe aggrappate al ramo di un rododendro, come mi aveva mostrato il veterinario. Intanto, andai a preparare la pappa. Presi uno stuzzicadenti e, vincendo la repulsione, aprii la scatola di leccornie (insetti e vermi secchi), ne misi un po' in una ciotolina e tornai dal rondone, che non si era mosso da dove l'avevo lasciato e che pareva star meglio perché aveva l'aria meno abbacchiata.

    Lo presi e cercai di fargli aprire il becco... più facile a dirlo che a farlo! Non era abituato a ricevere cibo da mani umane, quindi non voleva saperne. Provai a fargli il solletico sotto le ali, tentai di infilargli un'unghia tra il becco. Nulla da fare. Alla fine, dopo numerosi tentativi, riuscii a fargli ingoiare giusto un paio di mosche e tre vermetti, ma non pareva avere molto appetito. Più che altro sembrava avere sonno, quindi lo riportai sul ramo di rododendro e lo lasciai lì.
    Dopo cena, uscii con alcuni amici ma non mi divertii granché: pensavo al rondone e per tutto il tempo sperai che non fosse caduto dal ramo, non fosse morto, non fosse volato via, non...
    Appena tornai a casa corsi sul terrazzo per vedere se c'era ancora: era ancora lì, immobile come una stella fissa. Andai a riprendere la ciotolina con insetti e vermetti e ripetei l'operazione di nutrizione forzata, alla quale il rondone oppose meno resistenza. Ma era assonnato, esausto; così, poco dopo lo riportai sul ramo a dormire.

    La mattina seguente dovevamo partire per la festa in campagna e non sapevo come fare. Lasciarlo da solo per tutto il giorno mi dispiaceva, ma costringerlo a due ore di auto per portarlo con noi era impensabile. Tornai, anzitutto, sul terrazzo a controllare se c'era. Era vivo e vegeto, ma non dove lo avevo lasciato: era per terra e faceva piccoli, faticosi zampettii tutt'intorno. Pensando che fosse caduto dal ramo, lo presi e lo rimisi al suo posto, ma lui saltò giù quasi subito. Allora capii...

    Lo presi in mano, gli feci una carezza sulla testolina e, chiudendolo delicatamente nel mio pungo, lo lanciai in alto. Una volta nell'aria, il rondone si abbassò leggermente e poi riprese quota. Fece un ampio giro e tornò indietro, a volare sopra la mia testa con giri circolari per due o tre volte. Infine, deciso, si diresse verso gli alberi di un parco che si vedeva in lontananza.
    Amare significa perdere.
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    Crisi è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere.

    (Antonio Gramsci)

  6. #96
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    Predefinito Re: Raccontini senza impegno

    Un rumore metallico la fece svegliare di soprassalto: era l’autista del pullman che batteva le chiavi contro il telaio del sedile, “Signora! Signora! Si svegli: siamo al capolinea!” e dentro di sé si augurava che la tizia facesse in fretta: non vedeva l’ora di andare in bagno e poi di bersi un sacrosanto caffè, ma non poteva mica lasciare quella paesana di mezza età da sola sul pullman chiuso, metti che poi si sveglia e inizia a urlare e a battere sui finestrini: arriva la folla, poi i vigili, i carabinieri e tra tutti mettono su un casino che non finisce più.
    Ma per fortuna Margherita si sveglia quasi subito, con un singhiozzo e un urlo a stento trattenuto: i miei capelli! Ma no, Margherita, i tuoi capelli sono ancora lì come quando sei partita dal paese: è stato un sogno, dal parrucchiere ci devi ancora andare, ti sei addormentata sul pullman e hai avuto un incubo. Adesso è passato, calmati: il sogno, quello vero, deve ancora incominciare, adesso rimettiti a posto, chiedi scusa all’autista e scendi dal pullman, che sono già le … ossignùr, sarò mica in ritardo?
    Margherita percorre correndo il tragitto che la porta alla metropolitana, scende di corsa i gradini della scala mobile rischiando di travolgere una dozzina di impiegati diretti al lavoro, e finalmente entra nella carrozza verde della linea 2 domandandosi se non potrebbe spingere un po’ per arrivare prima. Sto proprio diventando una milanese, pensa tra sé, con un sorriso.
    E finalmente entra dal parrucchiere, un po’ affannata ma felice, un po’ perché ha finalmente raggiunto il suo sogno e molto perché l’incubo è volato via con le chiavi dell’autista. Ma alla reception, vedendo quella ragazza bionda uguale a quella del sogno, Margherita inizia a sentire le gambe che tremano, e poi lo spogliatoio, uguale a quell’altro, solo con una ventina di camici arancioni, uguali a quello del sogno, appesi alla parete. Antine e cassetti chiusi, ma i camici erano venti, accidenti, non poteva mica essere così sfortunata da prendere un’altra volta lo spolverino di una vecchia bisbetica! E poi sorride tra sé, era un sogno, un incubo, però accidenti se era simile alla realtà. E con indosso il suo spolverino, chiedo scusa: il camice arancione, ecco Margherita di nuovo affidata alle cure della ragazza bionda. E poi il lavaggio, stranamente simile a quello del sogno, e l’asciugamano. Blu. Margerita inizia a preoccuparsi, si guarda le unghie ansiosa, ma poi si dice che non può mica mettersi a mangiarsi le unghie proprio lì, e quella ragazza che la sta accompagnando sembra proprio, cosa ti preoccupi, Margherita, non lo sai che le ragazze dei parrucchieri sono tutte uguali. Ma impallidisce vistosamente quando entra nella sala piena di specchi e di luci, e arriva il parrucchiere. E certo che è uguale a quello del sogno, è lo stesso che hai visto sui rotocalchi e in tivù. Volevi mica che fosse cambiato. Poi la discussione sul taglio, beh quella aveva iniziato a prepararsela sei mesi prima, non è che potesse cambiare di molto, adesso Margherita si accomoda sulla poltrona, comoda quasi come quella del dentista. E meno male che è seduta, perché le arriva distintamente la voce astiosa e antipatica di una vecchia carampana con la erre moscia, che grida: “il mio spolverino!”
    Il parrucchiere alza gli occhi al cielo e non ha nemmeno bisogno di rivolgere un richiamo silenzioso, che arriva la ragazza della reception a prendere in consegna Margherita, sorreggendola anche un po’ perché le gambe stanno cedendo, e a riportarla nello spogliatoio, dicendole di non preoccuparsi, che quella signora è una vecchia cliente che ormai non c’è più tanto con la testa, ma che viene sempre accolta in negozio un po’ per affetto, un po’ perché il figlio, il conte R… è molto generoso con le mance.
    Ma che è successo, e perché proprio a me? Domanda Margherita con un filo di voce, aggrappata al braccio della receptionist come al bagnino di Pietra Ligure.
    il mio caimano nero piangendo mi confidò
    che non approvava il progetto del metrò

  7. #97
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    Predefinito Re: Raccontini senza impegno

    Citazione Originariamente Scritto da Bandierarossa Visualizza Messaggio
    Amare significa perdere.
    Amare significa anche non perdere (la pazienza).
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  8. #98
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    Predefinito Re: Raccontini senza impegno

    ...

    Mentre andava verso lo spogliatoio, Margherita pensava che no, questo incubo non doveva ripetersi: doveva farsi venire un'idea, subito. La prima cosa che le venne in mente fu di fingere un malore (si sentiva le gambe molli e un malessere poteva essere credibile); per questo, rallentò il passo e finse di sbandare.
    La ragazza che la accompagnava si fermò all'istante e la guardò:
    – Signora, si sente bene? E' così pallida...
    Margherita non si fece sfuggire l'occasione e, abbozzando un sorriso mesto da attrice consumata, esalò:
    – Non è niente… vorrei solo sedermi un momento, se è possibile; mi gira la testa.
    La ragazza cambiò direzione, dirottandola verso un salottino dalle luci soffuse e la fece accomodare su una comoda poltrona di pelle.
    – Vuole un bicchier d'acqua?
    – Grazie, sto bene così - rispose Margherita. – Credo, però, che sarebbe meglio rimandare il taglio ad un'altra occasione... oggi non mi sembra il momento adatto.
    – Ma certo!, fu la pronta risposta. E a Margherita parve che in quell’esclamazione ci fosse, oltre alla sollecitudine, anche una nota di sollievo.
    – Vuole che le chiami un taxi?
    Si vede subito che questa tizia ha a che fare con i ricchi, rifletté Margherita, un taxi mi costerebbe come minimo due settimane di rinunce.
    – Grazie, no… preferisco fare due passi a piedi. Un po’ d’aria mi farà bene.
    Doveva uscire subito da quel posto, ma solo l’idea di essere nuovamente trafitta dallo sguardo indignato di quelle riccastre da quattro soldi, mentre attraversava il salone per andare a riprendersi il soprabito, le dava le vertigini per davvero. Inoltre, non poteva rischiare qualche altra figuraccia: non ce l’avrebbe fatta a sopportarla.
    – Le spiacerebbe portarmi il soprabito che ho lasciato nello spogliatoio?
    – Vado a prenderlo subito - rispose la ragazza. E tornò alla velocità della luce col consunto indumento di Margherita appeso al braccio.
    Lei lo indossò, afferrò la borsetta e si diresse a passo deciso verso la porta, dimenticandosi del malore.

  9. #99
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    Predefinito Re: Raccontini senza impegno

    Quando il parrucchiere vede Margherita uscire a capo chino non riesce a nascondere un moto di rabbia nei confronti della sua assistente. Ma dove l’ho presa quella cretina? Deborah, vieni qua e spiegami bene quello che è successo. Come mai quella signora se ne è andata? Le hai fatto le scuse? Le hai spiegato che quella … signora è una vecchia rincogl…?
    Davvero? E allora come mai se ne è andata, così, tutta triste? Ma non me ne frega niente se diceva, tu le dovevi offrire qualcosa, al limite chiamare me, ma io non posso perdere le mie clienti per colpa delle fissazioni di una vecchia! Adesso tu esci, le corri dietro e la convinci a tornare qui, altrimenti da domani mattina puoi iniziare a cercarti un posto da shampista da un cinese!
    E mentre la povera Deborah (con la h finale, mi raccomando) esce trafelata senza soprabito alla ricerca della triste Margherita, il parrucchiere di moda ripensa alla storia della vecchia rinc…, ma no della signora contessa R. eh, sì, una bella donna ai suoi tempi, anzi: una gran donna, tanto che era ancora ospite gradita nel suo negozio, nonostante. E le mance di suo figlio non c’entravano proprio niente.
    E poi la storia dello spolverino. Gliela aveva raccontata suo zio, quello che aveva tirato su la bottega e la aveva fatta diventare quello che era, con sangue sudore e lacrime. e lui non voleva certo fare di meno, e una cliente è una cliente, anche se si vede benissimo che quella ha mangiato pane e cipolle per un anno per potersi permettere un taglio fatto da Lui, sì, con la l maiuscola.
    Quarant’anni fa, o forse erano cinquanta, ormai chi si ricorda.
    La Liliana di Porta Cicca, una ragazza di vent’anni, o forse ventiquattro, impiegata da un commercialista, carina nonostante un naso un po’ importante, ma con un personalino – come si diceva allora – che faceva dimenticare tutto il resto, naso compreso. Tra i clienti del principale c’era anche il Signor Conte, che l’aveva notata al di là del naso e del vestitino dell’Onestà e l’aveva invitata, ma sì, una roba così alla sanfassò, a prendere un aperitivo, magari al Gin Rosa, conosceva? Così mi parla un po’ di quello che vorrebbe fare da grande, aveva detto. E lei aveva rotto il salvadanaio, estinto il libretto della Cariplo, ed era andata da Fiorucci per comprarsi un qualcosa di adatto all’occasione, e aveva visto quello spolverino arancione. Non poteva resistere. E poi i capelli. Aveva sentito alla televisione che con il taglio giusto il naso poteva scomparire, non lo notavi più, e allora perché non provare. E c’era quel nuovo parrucchiere verso Porta Vittoria, chissà se … e poi il padrone era uno che abitava vicino a lei, magari le faceva lo sconto.
    E allora eccola là, davanti al negozio, con il suo spolverino arancione di Fiorucci, che cerca dentro di sé il coraggio per entrare e chiedere: “Me lo fa un taglio come la Caselli?”
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  10. #100
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    Predefinito Re: Raccontini senza impegno



    Margherita camminava svelta verso la fermata del pullman pensando che, anche se a quelle scemenze dei sogni premonitori non credeva granché, era meglio non rischiare. E se il parrucchiere le avesse davvero rovinato i capelli… facendole spendere, per giunta, un sacco di soldi? E poi, quel tizio le era sembrato subito antipatico con tutte le arie che si dava e i modi affettati con cui trattava le clienti, senza contare quell’orribile ciuffo laccato che aveva in testa e che gli dava un’aria un po’ idiota. Respirò di sollievo e proprio in quel momento si sentì toccare un braccio.

    – Signora, signora, sono Deborah, la receptionist del parrucchiere… - disse la ragazza, con voce trafelata. Aveva corso per raggiungerla e, in un nanosecondo, aveva deciso che doveva riuscire a tutti i costi a riportarla in negozio. Di tornare a fare la commessa dal parrucchiere cinese di Quarto Oggiaro non aveva proprio nessuna voglia.
    – Sì? - rispose Margherita voltandosi, e subito pensò che forse aveva dimenticato qualcosa in negozio.
    – Le volevo dire, signora… ehm… che, forse, sarebbe meglio fare il taglio oggi. Sa, il parrucchiere è pieno di appuntamenti ed è difficile trovare un posto nei prossimi giorni.
    – Oh, non importa cara, grazie… non c’è nessuna fretta. Aspetterò.
    Testarda la vecchia, eh!?
    – Ma, signora… così darà un dispiacere al parrucchiere! Sa come sono volubili questi parrucchieri di grido: se la prendono per un niente.
    – Ma no… in fondo, ha così tante clienti ricche e famose che tra mezz’ora si sarà già dimenticato di me.
    Deborah era disperata e decise di giocare l’asso di cuori: scoppiare a piangere.
    – Signora! Se proprio vuole saperlo, il parrucchiere mi ha sgridato e ha minacciato di licenziarmi se lei non torna in negozio a farsi fare il taglio (pianto con singhiozzo)… e io non posso perdere questo posto perché ho due bambini e mio marito è disoccupatohohoho…

    Oggesù, - rifletté Margherita - ma perché capitano tutte a me? E adesso come esco da questo pasticcio?
    Ma il suo animo buono prevalse: i bambini, il marito senza lavoro… lo conosceva bene, lei, l’aspro sapore delle ristrettezze e non voleva essere l’indiretta responsabile del licenziamento della ragazza, ma neppure intendeva farsi rovinare i capelli da quella specie di tacchino imbalsamato del parrucchiere. Così, le venne un’idea che le avrebbe concesso un po’ di tempo per pensare a come cavarsi da quell'impiccio.
    Sorrise alla ragazza e le disse: – Torniamo dal parrucchiere, ci parlo io.
    – Signora, la prego, non mi rovini! - pregò Deborah con gli occhi ancora umidi.
    – Tranquilla, tranquilla… - le fece un pat pat sulla mano e sorrise - terrò la bocca cucita sul nostro piccolo segreto.
    Anche Deborah abbozzò un sorriso e, insieme, fecero dietrofront e si diressero verso il negozio.

    Il parrucchiere era sulla porta che salutava una cliente con modi untuosi, stucchevoli. Appena vide Deborah insieme alla vecchia, si illuminò.
    – Cara signora! Sono contento che sia tornata. Venga, venga dentro… si sente meglio?
    Margherita aveva la nausea, ma si contenne.
    – Sì, meglio, grazie - rispose, asciutta. Ora, il Grande Parrucchiere non le faceva più così tanto effetto. Quindi, attaccò decisa:
    – Senta, ho un impegno tra poco e quindi dobbiamo sbrigarci. Per il taglio preferisco rimandare… sono affezionata ai miei capelli lunghi e vorrei pensarci ancora un po'. Ma vorrei un appuntamento per la prossima settimana per fare una piega e schiarire un po’ i capelli.
    Il parrucchiere abbozzò: con il taglio le avrebbe spillato un bel po’ di quattrini; ma, dopotutto, anche con la piega e la tinta sarebbe andato quasi in pari.
    – Le andrebbe bene martedì prossimo verso le 15.30?
    Fra quattro giorni… – rifletté Margherita – troppo pochi.
    – Facciamo giovedì, che sono più libera.
    E dopo averlo salutato piuttosto freddamente ed aver indirizzato un mezzo sorriso a Deborah, infilò la porta e uscì.

 

 
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