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    Dos Passos, questo sconosciuto



    Lost generation. La “generazione perduta”, per chi non lo sapesse, è un gruppo di scrittori americani giunti in Europa nella prima parte del Novecento e del quale fanno parte Ernest Hemingway, Ezra Pound e Francis Scott Fitzgerald; tre riferimenti essenziali per i contestatori non solo stelle-e-strisce che verranno dopo, compresa l’arcinota Beat generation di Allen Ginsberg e Jack Kerouac. Entrambe le “generazioni” rappresentano quell’America che ci piace, capace di rappresentare con sincerità fatti e personaggi, di autorappresentarsi (contemporaneamente) con afflitta “gagliardia” o affilata confidenza; ma senza trascurare sogni e aspirazioni seppur camuffati da rigide e fredde disillusioni… un atteggiamento pienamente anticonformista, (chi più di loro?), riconoscibile a fatica (con una prosa particolarmente schietta, curata o meno), che affascinerà intellettuali e narratori italiani fino ai nostri giorni. Due nomi su tutti: Italo Calvino e Cesare Pavese.
    Del gruppo di contestatori d’inizio Novecento, fra i primi peraltro a toccare con mano le degenerazioni della società del nuovo secolo (guerra compresa, ovviamente), è parte integrante anche John Dos Passos del quale vogliamo ricordare in queste pagine i quarant’anni dalla morte (28 settembre 1970). Come definirlo innanzitutto? Come definire quell’intellettuale e scrittore che nei primi anni Sessanta venne in Italia invitato da Giano Accame per partecipare agli “Incontri romani della cultura” grazie anche all’organizzazione del “Centro di vita italiano” di Ernesto De Marzio, e insieme a lui Gabriele Marcel, Michel Déon, Odysseus Elytis (futuro premio Nobel) e James Burnham? Anarchico sicuramente, anarchico nella misura in cui Dos Passos, da un punto di vista politico, fu definitivamente poco etichettabile. Di “destra” nel secondo dopoguerra (anche con posizioni maccartiste), e di “sinistra” filocomunista negli anni precedenti, i Venti e i Trenta (ricordiamo l’impegno civile, il rifiuto dell’evento bellico e la collaborazione alla rivista “New Masses”), anni nei quali si registra – dicono i critici – un apparentamento quasi “perfetto” fra impegno politico, temi e forme sperimentali dell’attività dell’ex studente di Harvard. In anni diciamo così “intermedi” (quasi simbolicamente, fra le due posizioni) il nostro venne anche catturato dalle prospettive del “New Deal” americano. Dos Passos può essere considerato allora un anticipatore ideale e pratico (fece volontariato, fra le altre istituzioni, presso la Croce Rossa), dell’intellettuale mai fermo su posizioni rigide, capace di “riposizionarsi”, e pronto a sfidare le (immancabili) vestali dell’ortodossia politica. Sovente le “peregrinazioni” politiche coincideranno con le fortune o le sfortune del romanziere, abilmente decretate dalla critica internazionale.
    Dos Passos, e questo lo rese diverso da buona parte degli scrittori della sua generazione, amava anche “volare basso”, fondendo i grandi ideali (chi mai non ne ebbe?) a pagine di critica ordinaria e di schietto giornalismo; scrisse pagine seducenti sui grandi miti del cinema (miti pop, ma allora quasi nessuno lo sapeva), James Dean e Rodolfo Valentino che vide morire l’uno dopo l’altro, confermandosi in questo settore uno scrittore senza molte “regole”, se non la propria volontà e il proprio gusto. Ma anarchico o difensore degli anarchici il nostro lo fu soprattutto in relazione alle vicende legate ai due anarchici italiani in terra americana, vale a dire Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, sfortunati protagonisti di una storia mai dimenticata. Nel 1926, un anno prima della loro condanna a morte (erano anarchici ma non comunisti), l’uno operaio l’altro pescivendolo, Dos Passos dava alle stampe e per conto di un “Comitato di difesa” per i due italiani detenuti dal 1921 Facing the Chair, un libro nel quale da perfetto libertario biasimava il comportamento dei giudici americani vittime, a suo dire, di pregiudizi politici. In quel periodo, con largo anticipo rispetto alla “caccia alle streghe” del prossimo dopoguerra, in America si viveva infatti un clima repressivo rivolto alla cosiddetta sovversione politica. A farne le spese, fra gli altri, i due anarchici italiani emigrati nel 1908 e accusati di rapina e duplice omicidio benché già scagionati da un testimone. Con Dos Passos altri intellettuali illuminati si schiereranno dalla parte degli italiani “Nick” e “Bart”: da Bertrand Russel a Dorothy Parker, da G. B. Shaw a H. G. Wells. Tutto inutile, naturalmente. Fra le proteste generali i due verranno uccisi tramite sedia elettrica nell’agosto del 1927. Successivamente riabilitati (cinquant’anni dopo!) ma penosamente sacrificati sull’“altare della fermezza” di un’America oppressiva e giustizialista, un’America violenta che a, questo punto, non poteva essere per lo scrittore libertario nato a Chicago nel 1896.
    Malgrado la ricca biografia, e malgrado il sentimento di apertura verso un mondo che dal secondo decennio del Novecento offriva più canali di comunicazione (soprattutto: il cinema di Eisenstein, la radio e il teatro sperimentale), Dos Passos è un autore oggi poco conosciuto ad eccezione - forse - di due volumi Manhattan Transfer del 1925 e Il 42° parallelo del 1930. In molti, da tempo, hanno dimenticato gli attestati di stima ricevuti (da J. Paul Sartre nel 1947, per esempio: «considero Dos Passos il più grande degli scrittori del nostro tempo»), ma hanno dimenticato, soprattutto, i suoi libri della fase giovanile e quelli dell’ultimo periodo. I primi sono tout court lo specchio di un’epoca il cui “superamento” condurrà l’autore ad abbracciare quelle posizioni radicali che i più conoscono; le posizioni che negli anni hanno affascinato la critica di sinistra, per intenderci... Come per esempio il “libro di guerra” One Man’s Initiation, interessante in proiezione di una crescita “ideale” di Dos Passos (con timbri espressionisti alla maniera di Ernst Jünger, ma assai diverso per ragioni e architetture), e non del tutto differente dalla copiosa narrativa di guerra che conquisterà i mercati occidentali dagli anni Venti in poi, o come Three Soldiers (1921), che si può considerare un romanzo di “tradizione” decadentista, pessimista, diretto a rivelare i tremendi meccanismi di una società moderna attraverso l’esperienza della guerra.
    Ma le capacità di narratore-plurale di Dos Passos (qui sì, anticipatore di quella postmodernità che ama rilegare in capitoli unici le fonti che giungono dagli angoli diversi dello scibile), emergono all’interno del romanzo-denuncia sulla condizione del mondo investito dal progresso tecnologico (Manhattan Transfer). Accanto alla denuncia di un’epoca ove hanno preso il sopravvento le divinità malvagie del macchinismo («le turbine, i motori a scoppio e la dinamite … sono le nostre divinità crudeli e vendicative…»), in questo periodo, in Dos Passos, è possibile reperire una quantità importante di citazioni capaci di posizionare l’autore al crocevia di due percorsi essenziali della letteratura mondiale: fra i più classici come Mark Twain alle avanguardie europee e prim’ancora a Walt Whitman inteso alla maniera radicale. Qui la “sociologia” di Dos Passos ci mostra con linguaggio contemporaneo quel grigio mondo, ancora una volta: a lui contemporaneo, che autori anche molto diversi (si pensi a Chaplin o a Garcia Lorca) ci hanno rivelano nelle pieghe più comiche o sentimentali. Norman Mailer e William Burroughs terranno conto, e tanto, delle sue lezione narrative.
    Dos Passos possiede la “fortuna” di trovarsi a raccontare un periodo storico che rappresenta l’alfa della nostra epoca, credendo inoltre di scorgerne, da “buon radicale” militante, “sperimentatore” e “proletario d’elezione” (ma borghese d’estrazione) anche l’inevitabile omega. È questo che affascina i militanti d’ogni “estrazione”. I suoi lavori degli anni Trenta (la ben nota trilogia U.S.A formata dal 42° parallelo, 1919 e Un mucchio di quattrini), rappresentano il punto di massimo impegno “guerrigliero”, si tratta di affreschi complessi di vita americana (con apoteosi del collettivismo), composti con tecniche sperimentali di “finto” realismo. Ma è in codesti stessi capitoli che si consuma anche politicamente il ribellismo anticapitalistico “a sinistra” di Dos Passos. Resosi finalmente conto dell’incolmabile iato esistente fra idea e prassi comunista, già a metà degli anni Trenta lo scrittore cercherà di indirizzare le sue attitudini libertarie verso sponde liberali di “destra”. Era ora… È questo il periodo (c’era da aspettarselo dopotutto), nel quale tutti parleranno di “crisi”, “declino”, eccetera. È questo il periodo (mancheranno ancora più di trent’anni dalla morte!) nel quale Dos Passos comincia a essere un grande dimenticato (“perduto” di nome e adesso anche di fatto). Eppure l’autore di saggi e testi teatrali e di oltre quaranta romanzi (alcuni dei quali, i più famosi e già citati, tradotti da Pavese), continuerà il proprio lavoro fino alla morte, pubblicando fra gli altri un’altra trilogia di vita americana, District of Columbia, una storia degli avi portoghesi, saggi su Jefferson, diari ed epistolari. A nulla servirà la sua indignazione (a parte la dimensione collettiva e militante, resta il tema del pericolo corso dall’individuo nel mondo contemporaneo). A nulla serviranno (anzi!) gli attestati di stima degli intellettuali anticonformisti di “destra”. A quarant’anni dalla morte cos’altro possiamo aggiungere allora, rispetto alla circostanza che Dos Passos sia ancora un autore quasi tutto da scoprire?



    Dos Passos, questo sconosciuto, Marco Iacona
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    Gli umori corrodono il marmo

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    Predefinito Rif: Dos Passos, questo sconosciuto







    John Dos Passos

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    Nato a Chicago nel 1896 (morto a Baltimora nel 1970) studiò ad Harvard dove si laureò nel 1916. Recatosi in Spagna a studiare architettura, vi fu sorpreso dalla guerra. Prestò servizio prima nell'ambulanza francese e poi nel corpo sanitario americano. Le reazioni alla guerra di tre americani tipici furono da lui analizzati in Tre soldati (Three soldiers, 1921). Nelle opere successive Dos Passos si convince che l'artista deve assumere un preciso impegno politico, e nello stesso tempo si dedica alla ricerca di adeguati strumenti espressivi.
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    In Manhattan transfer (1925) volle rendere la simultanea molteplicità delle varie esistenze vissute nella metropoli: ne deriva l'immagine di una città brulicante, corrotta e corruttrice.
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    Tra i romanzi e le commedie successive in cui Dos Passos si propose di attirare l'attenzione sulla dura esistenza dei diseredati e sugli abusi del sistema economico, solo la trilogia USA rappresenta un risultato convincente. Essa è formata da Il 42esimo parallelo (The 42nd parallel, 1930), 1919 (1932) e Un mucchio di quattrini (The big money, 1936). Vi si abbraccia i primi trent'anni del XX secolo. Tema di fondo è la degenerazione del "sogno americano" in sistema capitalistico fondato sull'ingiustizia e sullo sfruttamento. Dos Passos evita di scadere nei toni della propaganda politica grazie agli originali espedienti narrativi sperimentati: il "newsreel" (cine giornale), citazione letterale, di effetto potentemente evocati vo, dei più disparati giornali del periodo, montaggio di notizie di cronaca di slogan e canzonette; la "biografia", conciso e vi vido resoconto della vita di contemporanei illustri, posto soven te a ironico contrasto con il destino dei personaggi; il "camera eye" (occhio fotografico), impersonale commento sul ritmo del 'flusso di coscienza' e affidato a una voce che coincide forse con quella dello stesso autore, dà alla storia l'elemento individuale.
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    In "Il 42esimo parallelo" tra i tanti personaggi è quello di J.V. Moorehouse, Mac il rivoluzionario, il marinaio Williams che muore in una rissa il giorno dell'armistizio, Dick Savage lo sfortunato intellettuale, Eleanor gelida esteta, Evelyn insaziabilmente curiosa di uomini, Margo scopertamente mercenaria. Tra i personaggi non ci sono protagonisti, ma un certo rilievo ha Moorehouse, l'americano in ascesa che da una modestissima posizione raggiunge una condizione molto elevata grazie ai suoi modi accattivanti, alla conoscenza dei meccanismi psichici altrui e al matrimonio con la figlia di un milionario.
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    La trilogia ebbe vasta influenza sulla narrativa americana (N. Mailer, W. Burroughs) e su scrittori europei (J.P. Sartre). Nel 1969 Dos Passos ormai lontano dalla realtà americana, assorto nella meditazione sul passato, ha narrato tre secoli di storia del paese dei suoi avi in Storia del Portogallo (The Portugal story).

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    Antenati: John Dos Passos
    “Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS

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    Predefinito Rif: Dos Passos, questo sconosciuto








    Collana:I saggi
    John Dos Passos
    Davanti alla sedia elettrica
    Come Sacco e Vanzetti furono americanizzati
    a cura di Piero Colacicchi; introduzione di Francesco Durante; traduzione di Filippo Benfante e Piero Colacicchi
    Pagine:197
    ISBN:978-88-87583-73-1
    Prezzo:13,00 €

    Va bene avete vinto voi, siamo due nazioni

    «Gli stanno scavando la fossa giorno dopo giorno: l’odio cieco di migliaia di cittadini benpensanti e il meccanismo sovrumano, tortuoso, subdolo, senz’anima della legge li spingono inesorabilmente verso la sedia elettrica».

    La penna di un grande narratore prestata alla causa di Sacco e Vanzetti, l’accorato appello per salvarli dalla sedia elettrica, la puntigliosa ricostruzione della contestata vicenda processuale, il racconto toccante dell’incontro in carcere con i due anarchici, l’accusa ai giudici di essersi mossi in un clima di furore ideologico e la richiesta di revisione del processo: nel 1926, John Dos Passos, allora trentenne ma già noto scrittore, raccolse alcuni suoi scritti – tra cui diversi articoli apparsi sulla rivista New Masses – nel pamphlet Facing the Chair, tradotto per la prima volta in italiano solo ottant’anni dopo. Dos Passos prendeva posizione in favore dei due italiani, aderendo al vasto movimento di opinione pubblica che, in tutto il mondo, poté contare sull’appoggio di intellettuali famosi come Thomas Mann, Albert Einstein, Upton Sinclair, H.G. Wells.

    John Dos Passos (1896-1970) è uno dei più noti scrittori statunitensi del Novecento. Dopo essersi laureato ad Harvard, fu volontario come guidatore di ambulanze sui fronti francese e italiano durante la prima guerra mondiale. Ai primi romanzi, racconti e poesie, seguirono le sue opere più celebri: Manhattan Transfer (1925), e i lavori che formano la trilogia U.S.A. (The 42nd Parallel, 1930; 1919, 1932; The Big Money, 1936), in cui confluirono sue esperienze autobiografiche, compresa la militanza politica e il coinvolgimento nella campagna per Sacco e Vanzetti.

    Piero Colacicchi, dell’Associazione per la difesa dei diritti delle minoranze di Firenze, ha insegnato negli Stati Uniti e all’Accademia delle Belle Arti di Firenze. Artista, è anche autore di numerosi saggi sui diritti civili e collabora a varie riviste, tra cui Roma Rights Quarterly Journal.

    Francesco Durante, giornalista e scrittore, è autore dei due volumi di Italoamericana. Storia e letteratura degli italiani negli Stati Uniti (Mondadori, Milano 2001 e 2005). Ha curato i «Meridiani» delle opere di John Fante e Domenico Rea. È presidente della Fondazione Museo dell’emigrazione di Napoli.



    reviews

    • «Uno dei casi giudiziari più controversi, dovuti alla paura dell’“altro”, del “rosso”, dell’anarchico, di chi è di razza diversa» (Nico Orengo, La Stampa-Tuttolibri)
    “Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS

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