Il libro di cui vorrei parlare oggi è - in un certo senso - unico, anche se racconta una storia abbastanza ordinaria dove c'entrano la pasta al forno, il poeta Michele Mari, Instagram, un romanzo primo in classifica, un oroscopo sui capricci dei segni zodiacali e molte pecore nere. Il libro l'ha scritto Camilla Boniardi, in arte Camihawke, e si intitola "Per tutto il resto dei miei sbagli" (edizioni Mondadori). E' il suo romanzo d'esordio, la cui trama è piuttosto lineare...

Marta, la protagonista, vive ogni giorno in preda ad uno strano e costante senso di inadeguatezza; anche le scelte più semplici e le decisioni più ovvie le appaiono sempre al di là dei propri sforzi. Non sfugge a questa sua condizione neppure l'amore, che sembra volersi arrendere all'inquietudine della protagonista. Qualsiasi uomo incontri, Marta non si sente mai abbastanza affascinante, mai sufficientemente intelligente, mai all'altezza di soddisfare le aspettative dei partner.
Fin qui, tutto normale... se non fosse che il libro, uscito nelle librerie il 20 aprile, ha bruciato ogni record: dopo 48 ore era esaurito ovunque ed è stata necessaria una seconda ristampa. Ad oggi, a tre settimane dall'uscita, ha già venduto 36.000 copie: un record che merita di essere analizzato.

Anzitutto, Camilla Boniardi, col nick di Camihawke, da cinque anni è una presenza assidua sui social, soprattutto Youtube, Facebook e Instagram (dove conta 1,2 milioni di followers) e questo certamente aiuta, ma non basta. Camilla è una ragazza che si racconta con semplicità, trasparenza e ironia, senza sovrastrutture. Il suo talento sta proprio nella capacità di rendere interessanti e divertenti i momenti irrilevanti della vita, spesso utilizzati per riflettere su se stessa e sul proprio modo di essere. Così è nato il suo libro, il cui successo è stato sostenuto anzitutto da chi l'ha seguita per anni sui social. Su Repubblica.it ho trovato una lunga intervista all'autrice, che in parte riporto sotto.





Marta ha 25 anni e un costante senso di inadeguatezza, non si lagna, ci scherza, ma i suoi desideri, dall'università all'amore, sono sempre un po' avviliti. Camilla Boniardi, lei è Marta?
Il mio carattere ha 'invaso' Marta, soprattutto rispetto nei primi anni della mia vita sentimentale e negli studi. In realtà non ho avuto anni infelici, ma appunto quel senso di insicurezza. Rispetto all'università, mi sentivo meno brillante e intelligente, avevo lasciato Biologia e dopo aver finito Legge a Milano pensavo che sarei rimasta, al massimo, a contare i codici tributari.

Marta ha problemi di autostima, un contagio generazionale.
In un mondo dove tutti crescono sui social e con i social, cambiano tante cose e soprattutto si riduce la distanza. Di più: i social ti fanno pensare che le distanze si azzerino. Ti passano davanti tante possibilità che tu non hai colto e sei in contatto costante, senza mediazioni, con il successo e l'immagine del successo degli altri.

Perché le nostre madri e le nostre zie, che vedevano la sconsiderata bellezza degli attori al cinema o la popolarità dei personaggi televisivi, non avevano tutte queste fragilità oltre l'adolescenza... o, quanto meno, non ne facevano un tema esistenziale pubblico?
Una volta le star erano le star: mettevi un poster, ritagliavi una foto, sospiravi ma non pensavi di poter mai diventare come loro. Non ti dicevi: "Voglio essere come loro", al massimo sognavi di incontrarle. Io ho 30 anni e sono cresciuta prima dell'arrivo dei social, seguivo le Spice Girls ma non mi paragonavo a loro. Oggi invece ti sembra di sentirli quotidiamente vicini, così le asticelle si alzano in continuazione e questo genera un'insicurezza costante, perché il flusso continuo in cui sei immerso crea, incosciamente, delle pressioni e delle aspettative.

Marta alcune certezze le ha. "Io detesto il Piccolo Principe", dice.
Che noia vederlo riproposto ovunque. Ci sono anche frasi su cui puoi essere d'accordo, ma se le usi per tutto non valgono più. E comunque, anche quando l'ho letto non è che ci ho trovato chissà quale poesia. Per questo Marta diffida di chi lo cita tra i suoi preferiti.

Sul tema dell'autostima, da tre anni, state facendo un progetto sui social con Katia Follesa e altre ragazze e che coinvolge anche Stefania Andreoli, psicoterapeuta. Ascoltate e condividete.
La condivisione è sempre importante, ti fa sentire parte di un tutto: 'normalizzare' la comunicazione può aiutare chi non ha amici. Anch'io ho avuto l'acne e mi sentivo brutta: all'epoca condividere il mio senso di smarrimento mi avrebbe aiutato.

Dite "siamo tutte pecore nere". E' davvero una consolazione se viene da chi sta dall'altra parte dello schermo?
E' una frase che cerca di riscattare un modo di sentire diffuso: l'esagerazione rispetto ai propri errori che porta a diventare inclementi con se stessi. Io per prima l'ho fatto. Invece di minimizzare li esageriamo, fino a trasformarli in fallimenti. Poi, le insicurezze più diffuse riguardano l'aspetto estetico: vedi altre bellissime e tu davanti allo specchio, che non è editabile, non puoi rispondere a quei canoni e vai in crisi. Gli altri spesso non notano i difetti che ci fanno impazzire. C'è chi dice: "Purtroppo ho le ginocchia storte, ho una spalla asimmetrica, vedi?" E tu pensi: "Ma cosa sta dicendo?" Però se ti percepisci così, ti senti così.

Anche nelle storie d'amore.
Succede quando dalla conferma dell'altro fai dipendere la conferma - e dunque la stima - di te stessa. Farti accettare dall'altro diventa una malattia, ma l'altro non può compensare tutto e tu resti sempre in difetto.

Perché scrivere un libro avendo già i social, ma anche la radio e la tv, per esprimersi?
Perché sono ritmi diversi, oltre che modalità diverse. Instagram ha velocità, rapidità, ma anche una scadenza, le storie scadono. Volevo raccontare una storia che non poteva durare 15 secondi in un video, mi serviva calma e lentezza. Ci ho messo due anni. Peraltro, io ho cominciato a scrivere su Tumblr, il primo social che ho usato: scrivevo lunghi diari che leggevano in quattro, tra cui mia madre.

Del suo libro cosa le hanno detto fin qui?
Molte si sono identificate con Marta, soprattutto per la sua 'sindrome dell'impostore' . Marta non ha consapevolezza delle sue doti, se ce l'ha fatta non è merito suo ma dell'allineamento astrale. Se c'è un lieto fine è quello di capire che le insicurezze non spariscono ma puoi imparare a conviverci: smetti di lottare contro questa ossessione e le porti con te. Vale anche per me.

Da dove viene "Camihawke"?
Dal libro di Michele Mari, "Cento poesie d'amore a Lady Hawke". Mi disse di leggerlo, alle superiori, una delle mie più care amiche. Resta il mio libro di poesie preferito.