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    Predefinito Ugo La Malfa dal 1925 al 1953




    di Leo Valiani - «Introduzione» a Ugo La Malfa, “Scritti 1925-1953”, Mondadori, Milano 1988, pp. XI-XLVI.


    Nell’avvento della repubblica italiana, al posto della monarchia, profondamente compromessasi con la ventennale dittatura del fascismo e con le sue sciagure e guerre, Ugo La Malfa ebbe parte eminente. L’ebbe egualmente nella difesa, nel consolidamento e nei progressi della democrazia, lungo i decenni successivi e, in particolare, nella rapida ricostruzione e nella rigogliosa espansione dell’economia italiana. Vide, altresì, lucidamente, i motivi di fondo della sua fragilità ed ai primi sintomi della crisi, sopraggiunta anche per cause internazionali, rammentò che la crisi stessa in Italia – dato il carattere dualistico dell’economia italiana – era strutturale e non soltanto congiunturale e non poteva essere risolta senza sacrifici da parte di tutti. Fu chiamato Cassandra, ma le sue previsioni sono state confermate dallo svolgimento effettivo. Indicò, tempestivamente, venti e dieci anni fa, i rimedi che solo oggi si cominciano ad applicare, e solo in parte, ma speriamo con successo, nonostante il grave ritardo, dovuto a quanti non avevano voluto ascoltarlo.
    Non è dunque soltanto per rendere omaggio all’indimenticabile personaggio al quale s’intitola, che l’Istituto Ugo La Malfa inizia con questo primo volume la pubblicazione dei suoi scritti. Il lettore s’avvedrà come essi siano di eccezionale interesse per l’esatta conoscenza d’un lungo periodo storico e di viva attualità per la chiarificazione degli stessi problemi in corso e per gli orientamenti che dovrebbero scaturirne. Dai suoi scritti, così come da tutta la sua vita ardentemente vissuta, Ugo La Malfa emerge come un grande combattente per la libertà, come un politico di alta statura, come un autentico statista e come una personalità di profonda e moderna cultura, di straordinario fascino e di raro, severo rigore morale.
    Ugo La Malfa nacque a Palermo nel 1903, in una famiglia di gente che non conosceva gli agi e poteva contare solo sull’onestà e sulla volontà di lavorare che le erano congeniali. Suo padre era un modesto servitore dello Stato. A stento, con l’aiuto di parenti, e con la ferrea volontà di studiare che aveva, il giovane La Malfa poté accedere all’università e laurearsi nel prestigioso ateneo veneziano di Ca’ Foscari. Al momento della Marcia su Roma era già, per intuito infallibile e per inclinazione intellettuale, risolutamente antifascista, oppositore, malgrado i rischi fisici che ciò comportava, dello squadrismo imperversante. Fra i professori che ebbero maggiore influenza su di lui, Silvio Trentin, studioso di filosofia del diritto e dei problemi dello Stato, e Gino Luzzatto, uno dei decani della storiografia economica italiana, erano antifascisti. Luzzatto, socialista salveminiano, indirizzò gli interessi di La Malfa verso le concrete questioni di politica economica e anche verso il meridionalismo che già portava nel cuore. Trentin, ex deputato repubblicano, lo portò nella politica attiva, nell’Unione democratica nazionale di Giovanni Amendola, nella quale egli stesso militava.
    Il debutto politico di La Malfa data dal congresso che l’Unione nazionale tenne nel 1925. La battaglia per costringere Mussolini, direttamente o indirettamente corresponsabile dell’assassinio del segretario generale del Partito socialista unitario, il deputato Giacomo Matteotti, e di innumerevoli altre aggressioni squadristiche (che costeranno poi la vita anche ad Amendola), a dimettersi da capo del governo, era già stata perduta. Alla sconfitta della democrazia avevano concorso gli errori delle opposizioni medesime, la fiducia che il re continuava a riporre in Mussolini, anche dopo le documentate rivelazioni sulle sue colpe, la decisione del fascismo di difendersi con la violenza, facendo ricorso alla propria milizia armata e la paura, nutrita da larghi strati di borghesia, alta, media e minuta, che la vittoria dell’antifascismo potesse significare il ritorno alle minacce rivoluzionarie «rosse» del 1919-20. Di quell’esperienza, sulla quale meditò a lungo, La Malfa tenne conto in tutta la sua lunga attività politica. Nel 1925 si professava tuttavia ottimista, seppure a non breve scadenza. Amendola aveva ragione nell’aver aperto, nei confronti del fascismo che si faceva dittatoriale, una «questione morale». La libertà poteva essere conculcata, ma non per l’eternità: sarebbe risorta, purché avesse trovato sostenitori tenaci ed intransigenti. L’entusiasmo, l’intelligenza ed il desiderio di lotta del ventiduenne La Malfa impressionarono molto favorevolmente Amendola, che lo incluse nella ristretta direzione nazionale (di sole 5 persone) del suo movimento.
    «Giovanni Amendola – ha scritto La Malfa in un conciso “ricordo” del novembre 1945 – fu in certo senso l’ultimo dei grandi uomini di Stato dell’Ottocento italiano. Egli discende direttamente da quella razza di uomini che… diede una particolare impronta al Risorgimento italiano… Ma… fu anche un anticipatore. La sua conoscenza dello Stato democratico moderno, questo suo vedere le grandi masse umane entrare in un quadro strutturale statale diverso dal tradizionale lo proiettano nel futuro… La lotta di Giovanni Amendola ebbe carattere tragico… Giovanni Amendola fallì. Ma appunto perché fallì, appunto perché non poté contrapporre che una enorme forza morale ad avvenimenti terribili, noi non dobbiamo fallire. La lotta è sempre quella… Lo Stato della democrazia che Amendola, uomo di Stato dell’Ottocento, sognò per il ventesimo secolo è ancora da creare. Se tenacia, passione morale contenuta e nascosta (dopo di lui è impossibile dare personificazione a una passione morale), se abilità politiche e accorgimenti, se intuiti rapidi e immediati sono necessari bisogna usarne.»[1]
    Rievocando così la grande figura di Giovanni Amendola, La Malfa caratterizzava anche se stesso. Amendola era stato sconfitto, quasi fatalmente, ma non era fatale che i suoi continuatori lo fossero, in tempi più propizi alla battaglia democratica. Per affrettarne la venuta, dopo la soppressione dei partiti diversi da quello fascista e d’ogni residua stampa libera, nel novembre 1926, non si poteva fare molto. Si poteva e si doveva opporre la propaganda in esilio o la cospirazione in patria alla dittatura totalitaria, ma sarebbe stata una lotta a lungo impari. Si poteva studiare, meditare, prepararsi per un domani vicino o lontano, come Benedetto Croce esortava a fare. La Malfa studiava, ma partecipò anche alla cospirazione, sin dal suo arresto (per fortuna di breve durata) del 1928, tendendosi vicino a «Giustizia e Libertà». Egli stesso ha narrato come fosse importante per lui la riflessione sulle lettere che Riccardo Bauer inviava, dai penitenziari, alla famiglia, che le faceva leggere a qualche amico fidato. La terribile delusione che il re, rifiutando di difendere lo Stato liberale al quale sarebbe dovuto restare fedele, ed avallando l’azione liberticida del fascismo, aveva inflitto ad Amendola, monarchico da sempre, e la presa di conoscenza della pregiudiziale repubblicana di «Giustizia e Libertà» fecero di La Malfa un repubblicano convinto ed intransigente. Negli anni Trenta non militò, tuttavia, in «Giustizia e Libertà», non tanto per l’adozione, da parte di questa, all’estero, di un programma più marcatamente socialista di quelle che erano state le idee iniziali dei suoi fondatori (di quest’evoluzione, confessò poi nel 1943, sapeva poco) quanto perché non credeva che si potesse tentare, prima di una sconvolgente crisi internazionale, l’insurrezione in Italia, che i capi giellisti propagandavano invece, con la loro stampa clandestina e anche con fatti tanto audaci, quanto disperati, prima che ne fossero maturate le condizioni.
    L’originalità di La Malfa consisteva nell’attenzione che dedicava alla realtà italiana, non meno che alle prospettive internazionali. Quelle gli ispiravano cautela. In questa, accanto a ragioni di pessimismo, scorgeva anche ragioni di speranze. Nel suo articolo, significativamente intitolato «Internazionalismo borghese», che pubblicò il 29 giugno 1926, dunque dopo la morte di Amendola, nel quotidiano «Il Mondo» da questi fondato, La Malfa negava che la sconfitta della democrazia liberale in Italia fosse, come molti affermavano o temevano, il preludio del suo tramonto in tutta l’Europa.[2] Ammetteva che l’Europa era preda di nazionalismi e, di fronte all’avanzata degli Stati Uniti e del Giappone, dava prova di arretramenti politici ed economici, dovuti agli errori dei suoi ceti dirigenti, dalla guerra e dal trattato di pace di Versailles in avanti. «I ceti borghesi agricoli e industriali meno intelligenti… sperano, attraverso la politica nazionalistica, di comprimere le masse e di allettarle con la speranza di possibilità espansionistiche… Ma quali sono mai le colonie in cui è possibile esercitare una servitù politica o un intenso sfruttamento economico? I popolo coloniali si svegliano contro gli antichi padroni… Sui campi di battaglia di Europa non si potrebbero decidere le sorti di una nazione se non a prezzo di una crisi sempre più grave d’impoverimento e di decadenza». Le dittature, il dumping, il protezionismo, «la riduzione dei salari e la limitazione dei consumi non costituiscono soluzione della crisi, ma aggravamento di essa». Esistono invece alcune «correnti della borghesia industriale che comprendono come la funzione delle classi capitalistiche presupponga un regime di libertà… L’industria europea necessita di una sistemazione europea nell’ambito degli Stati Uniti d’Europa, e tutto ciò non può essere che opera della borghesia… I partiti socialdemocratici, d’altra parte, indicano alla borghesia la nuova via da battere; la loro adesione alla Società delle Nazioni ha un indubbio significato. In questo senso la democrazia non è morta, come non è morto il socialismo».

    (...)


    [1] «Ricordo», in «Il Mondo» 22 novembre 1945. Cfr. in questo volume a p. 328.

    [2] «Internazionalismo borghese», in «Il Mondo», 29 giugno 1926. Cfr. in questo volume a p. 9.
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Ugo La Malfa dal 1925 al 1953

    Non stupisce che, all’età di 23 anni, La Malfa sperasse nella Società delle Nazioni, che proprio in quel periodo sembrava rinvigorita dagli sforzi di riconciliazione franco-tedesca e da un certo impegno inglese. Politici ed intellettuali ben più anziani ed esperti di lui vi speravano. Sulle colonne del «Mondo» medesimo o altrove, scrivevano in un senso non molto diverso Amendola, Carlo Sforza, Luigi Salvatorelli, Guglielmo Ferrero, Guido De Ruggiero. La Società delle Nazioni fece più tardi, davanti al riarmo della Germania, diventata hitleriana, e davanti alla conquista fascista dell’Etiopia, una fine ingloriosa. Ma fallì dopo che in Inghilterra una parte della classe dirigente e la quasi totalità del movimento operaio si erano convertite agli ideai societari della democrazia internazionale. Questa conversione, che aveva dato origine alle sanzioni contro l’impresa etiopica di Mussolini, non si dileguò col loro fallimento: si trasformò invece, dopo il mortificante e vano tentativo di Chamberlain di sacrificare una frazione della Cecoslovacchia per salvare il resto, nella determinazione inglese di resistere, con le armi, ad una nuova aggressione nazista o fascista. Così si giunse, ai primi di settembre del 1939, su pressione di un’opinione pubblica democratica, borghese ed operaia, alla dichiarazione di guerra inglese alla Germania di Hitler e, dopo anni di guerra, alla vittoria sul fascismo e sul nazismo.
    Che le cose sarebbero andate così, pochi potevano prevederlo nel 1926, quando il Partito nazionalsocialista contava pochissimo nella Germania di Weimar, e Mussolini era considerato un amico degno di rispetto dai conservatori al governo in Gran Bretagna. Colpisce, però, che questa previsione, nella sua parte relativa alla collaborazione democratica fra borghesia industriale e classe operaia, diventasse norma di condotta, per tutta la vita, di un giovanissimo militante antifascista. In Piero Gobetti, che La Malfa aveva letto, si trovava bensì l’apprezzamento positivo della funzione propulsiva della borghesia industriale (l’aveva esaltata, a suo tempo, ben prima del fascismo, da marxista e tutt’insieme da evoluzionista, Filippo Turati, che Gobetti non amava), sol che egli scriveva di Giovanni Agnelli come di un «eroe solitario» e puntava non sulla collaborazione, ma sulla lotta intransigente fra classe capitalistica e classe operaia. Carlo Rosselli cominciava già a scrivere di «socialismo liberale» e non avrebbe tardato ad auspicare gli Stati Uniti d’Europa, in opposizione al fascismo e al nazismo. Ma quest’opposizione, che Rosselli condusse eroicamente, con impareggiabile energia, profondendovi il suo patrimonio familiare e sacrificando nella lotta la vita, lo portava su posizioni di sinistra rivoluzionaria e portava a sinistra, spesso ancor più estrema, la maggior parte della gioventù antifascista. La Malfa rimase, invece, coerente nelle prospettive del suo punto di partenza, ben oltre il crollo del fascismo, si può dire fino alla sua scomparsa nel 1979, pur cambiando anch’egli, necessariamente, quando lo reputava opportuno od indispensabile, tattica, rivendicazioni, programmi d’azione immediata.
    Fra il 1926 e il 1942 gli oppositori del fascismo, rimasti in Italia, potevano soltanto cospirare e studiare. Abbiamo già detto e diremo di più, fra poco, dei contatti di La Malfa coi cospiratori. Finché la situazione era immobile, egli diede la precedenza allo studio. Lavorò, a Roma, all’Enciclopedia Italiana, che accoglieva, accanto a studiosi fascisti, che vi avevano parte preminente, parecchi studiosi antifascisti, ai quali Giovanni Gentile, fascista, ma autentico grande intellettuale, non intendeva dare ostracismo. Della collaborazione di La Malfa all’Enciclopedia Italiana abbiamo le tracce. Abbiamo, poi, i suoi articoli su riviste di economia e di problemi sociali. Essi ce lo confermano nel solco della scienza economica che può esser detta liberale nel senso che, come La Malfa sottolineava, questa scienza ha ragione di esistere solo se i soggetti dell’azione economica sono liberi di scegliere secondo le loro convenienze. Se sono costretti a comportarsi secondo i dettami di un’autorità superiore, la loro azione non può più essere oggetto di studio scientifico. Il corporativismo fascista ed il socialismo dittatoriale, quello dell’URSS insomma, sono respinti da La Malfa, che mostra, però, di conoscere bene il Marx economista.
    Nel 1934 La Malfa fu assunto all’Ufficio studi della Banca commerciale italiana, e si trasferì a Milano. A Roma aveva un fraterno amico nella persona di Sergio Fenoaltea, suo giovanissimo compagno di lotta al fianco di Amendola. Insieme continuarono a frequentare Meuccio Ruini ed altri del movimento amendoliano. A Milano trovò un altro carissimo amico, nella persona di Adolfo Tino. Questi, al pari del suo fratello maggiore, Sinibaldo, era stato giornalista di professione, finché la dittatura, dopo le leggi eccezionali del ’26, non li aveva fatti radiare dall’albo. Sinibaldo ed Adolfo Tino erano stati anch’essi vicini ad Amendola, ma Adolfo, dotato di intelligenza davvero eccezionale (e non solo in politica, come dimostrò da avvocato e poi da presidente di «Mediobanca» nel dopoguerra) lo era su posizioni critiche: la secessione aventiniana gli era sembrata, non a torto, erronea e l’aveva scritto su «Rinascita liberale», la rivista che aveva diretto nel 1925 con un amico. Trasferitosi a Milano, esercitò l’avvocatura e diventò intimo di Raffaele Mattioli, direttore centrale e poi amministratore delegato della Banca commerciale italiana. Li univano la comunanza di cultura e, non è esagerato dirlo, di genialità, nonché l’amicizia di cui Benedetto Croce li onorava. Tino attrasse su La Malfa l’attenzione di Mattioli che alla prima occasione gli affidò la direzione dell’Ufficio studi, rimasta vacante perché il suo titolare, Antonello Gerbi, anch’egli grande intellettuale, aveva dovuto lasciarla a seguito delle leggi razziali (Mattioli, protettore degli ebrei e degli antifascisti, lo sistemò nel Perù).

    (...)
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa dal 1925 al 1953

    L’osservatorio costituito dall’Ufficio studi della più grande banca italiana, che riceveva molti periodici e riviste di paesi liberi, anche sotto il fascismo, fu una grande scuola per La Malfa che, noto come non fascista, non poteva avere il passaporto per l’estero. Egli leggeva, anche se non parlava, il tedesco, il francese e l’inglese. Poté tenersi così al corrente sia degli svolgimenti politici internazionali, ben al di là di quel che ne diceva la stampa fascista, sia delle nuove tendenze della teoria e della politica economica, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti.
    «Giustizia e Libertà» a Milano, dopo gli arresti di Riccardo Bauer, Ernesto Rossi, Umberto Ceva e dei loro più stretti compagni, sopravviveva grazie ad uomini che erano pure stati in carcere per antifascismo, ma avevano potuto riprendere, successivamente, la loro attività professionale: Ferruccio Parri, Vittorio Albasini Scrosati, Riccardo Lombardi, Mario Andreis, Mario ed Alberto Damiani, o che, come Antonio Zanotti, furono identificati solo più tardi dalla polizia.[1] Vicino ad essi erano Mario Paggi ed Emilio Zazo, ex confinati, Mario e Aldo Boneschi, Leopoldo Gasparotto ed altri professionisti, il cui orientamento era quello amendoliano. La Malfa e Tino diventarono loro interlocutori naturali. In breve, fu evidente che come capi si qualificavano La Malfa e Parri, capo politico il primo, capo morale il secondo, il che non toglie che pure Lombardi avesse tempra di capo politico. I contatti col nucleo torinese (Giorgio Agosti, Livio Bianco, Sandro Galante Garrone e altri, mentre Leone Ginzburg e Vittorio Foa erano ancora in prigione o al confino) li teneva il piemontese Andreis. Con la maggior parte degli altri nuclei di antifascismo democratico li teneva La Malfa stesso, che ricordava sempre la sua collaborazione con Tancredi Galimberti, che veniva a trovarlo da Cuneo, con Massenzio Masia, che veniva da Bologna, con Leopoldo Ramanzini, che veniva da Treviso. L’infaticabile agente di collegamento di La Malfa era il giovanissimo Bruno Quarti (allievo di Ada Rossi, la compagna del carcerato Ernesto Rossi) coadiuvato con coraggio da sua sorella Cornelia, appena adolescente. Il nucleo romano faceva capo a Stefano Siglienti, già del Partito sardo d’azione, a Giuseppe Bruno, Federico Comandini ed Oronzo Reale, già repubblicani. I collegamenti con loro li tenevano, per La Malfa, Sergio Fenoaltea, Bruno Visentini, Tom Carini, Raimondo Craveri. La forza di La Malfa era incrementata dal prestigio che aveva fra gli intellettuali antifascisti, i più dei quali (Luigi Salvatorelli, Mario Vinciguerra, a lungo carcerato, Piero Calamandrei e altri) erano stati con Amendola oppure erano particolarmente vicini a Croce (Adolfo Omodeo, Guido De Ruggiero e Federico Chabod) e conoscevano La Malfa sin dall’Enciclopedia Italiana. Importante fu la forza pratica che La Malfa aveva saputo crearsi alla Banca commerciale italiana. Due condirettori centrali, Enrico Cuccia e Corrado Franzi, diventarono suoi intimi amici. Numerosi altri, fra dirigenti, funzionari e impiegati della Comit diventarono suoi compagni di lotta. Contrariamente alla leggenda, la Comit non diede mai soldi al Partito d’azione. Gli diede, grazie a La Malfa, degli uomini che parteciparono validamente alla Resistenza.
    Una delle componenti del Partito d’azione si forgiò attorno al gruppo milanese di La Malfa e Parri. (Questi lavorava nell’ufficio studi dell’Edison ed anch’egli riceveva molte visite e teneva molti contati). Altre componenti si forgiarono in altri modi. Carlo Lodovico Ragghianti, antifascista da sempre, molto stimato da Croce, e che aveva preso contatto, essendo riuscito a recarsi a Parigi, con la direzione fuoruscita di «Giustizia e Libertà», fu al centro del maggior numero di iniziative organizzative.[2] Il regime fascista, dopo la conquista dell’Abissinia, la vittoria in Spagna, la capitolazione delle democrazie a Monaco, pareva al culmine della sua potenza. Cominciava, in realtà, la sua decadenza. Già l’intervento in Spagna non era popolare e rivelò altresì, ai lettori degli stessi giornali fascisti, che i socialisti, comunisti, anarchici, repubblicani, dati per morti da 10 o 12 anni, esistevano ancora e combattevano in terra spagnola. Delle conquiste sociali del Fronte popolare francese, di cui beneficiavano anche gli emigrati italiani, qualche eco giunse in Italia. L’Asse, le leggi razziali, l’alleanza militare con la Germania nazista, brutalmente aggressiva, dispiacquero a molti che ricordavano la ben diversa tradizione risorgimentale. La guerra mondiale e la disfatta fecero il resto.
    Si formò, nelle università, quasi spontaneamente, anche se aveva degli iniziatori nelle persone di Aldo Capitini e Guido Calogero, un nuovo movimento: il liberalsocialismo. Ne facevano parte numerosi docenti e molti studenti. Ne abbiamo parlato altrove; non possiamo dilungarci qui su di esso, anche se ne varrebbe la pena.[3] Era il primo movimento postfascista dell’antifascismo. L’idea d’una sintesi superiore di liberalismo e socialismo era nell’aria dal debutto del corporativismo di sinistra e La Malfa l’aveva notato in un suo articolo del 1934.[4] Ma i corporativisti cercavano tale sintesi nel fascismo. I liberalsocialisti – cito a memoria da una lettera di Norberto Bobbio, che non riesco a ritrovare – vedevano che il fascismo non era stato in grado di realizzare la sintesi e pensavano che essa sarebbe scaturita dalla riconciliazione del liberalismo e del socialismo che, divisi, erano stati sconfitti nel primo dopoguerra. Era un punto di partenza idealmente analogo a quello di Rosselli, i cui scritti i liberalsocialisti (tolto Enzo Enriques Agnoletti che aveva soggiornato in Svizzera e ne aveva messo al corrente il suo amico Tristano Codignola, che del movimento fu il grande organizzatore a Firenze) non conoscevano ancora. La Malfa aveva incontrato Calogero all’Enciclopedia Italiana. Gli altri liberalsocialisti, così Bobbio, li conobbe agli esordi della loro attività cospirativa.
    Il liberalsocialismo, inizialmente, voleva essere un movimento, non un partito. Anche «Giustizia e Libertà» era un movimento, più che un partito. Ragghianti lavorava per unificare i vari gruppi di tutta la sinistra non comunista, nel «Movimento per il rinnovamento politico e sociale». La Malfa, sostenuto da Tino, volle il partito e riuscì a convincere gli interessati ad organizzarsi come partito. Le riunioni costitutive ebbero luogo a Milano e a Roma a metà del 1942. Vincenzo Cicognani di Lugo, che operava a Bologna, possiede ancora il documento di fondazione. Il nome adottato, su proposta di Vinciguerra, fu quello di Partito d’azione. La Malfa aveva proposto di chiamarlo Partito democratico italiano. Andreis, e Albasini Scrosati, Partito del lavoro. Era il primo partito politico che si ricostituiva clandestinamente in Italia, dopo quello comunista, che non aveva mai cessato di agire come tale e dopo che gli organizzatori del Centro interno del Partito socialista erano finiti, nel 1935, nelle carceri del tribunale speciale. Per poterlo costituire come un partito vero e proprio, con un suo programma impegnativo per tutti, furono necessarie delle separazioni, così a destra da Leone Cattani, amico personale di La Malfa e Tino, che non accettava la pregiudiziale repubblicana del Partito d’azione, e a sinistra da Capitini, che voleva il movimento e non il partito, e da altri che aderirono al Partito socialista, poco dopo ricostituitosi, o al Partito comunista.

    (...)


    [1] Non posso fare qui che pochi nomi. Altri ne ho fatti nel mio scritto «Il partito d’azione nella Resistenza», nel volume di Gianfranco Bianchi, Ernesto Ragionieri, Leo Valiani, Azionisti, cattolici e comunisti nella Resistenza, Milano, 1971. Chiedo venia per le involontarie omissioni.

    [2] Cfr. il volume di Carlo Lodovico Ragghianti, Disegno della Liberazione italiana, Pisa, Nistri Lischi, 1954. Nuova edizione 1962.

    [3] Cfr. il mio scritto Il partito d’azione, cit.

    [4] «Evoluzioni dottrinarie», in Nuovi Studi di Diritto, Economia e Politica, vol. VII, 1934. Cfr. in questo volume a p. 37.
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa dal 1925 al 1953

    Il programma del Partito d’azione era un programma di sinistra, non soltanto per la sua pregiudiziale repubblicana, che gli guadagnò immediatamente l’adesione di molti dello storico partito repubblicano, non ancora ricostituitosi (Oronzo Reale fu anzi uno dei fondatori del nuovo partito) ma egualmente per il suo contenuto economico-sociale. Mi sembrava di ricordare che i 7 punti del programma li avesse scritti La Malfa, il quale rivendicava sempre il primo punto, con la richiesta di un esecutivo autorevole e stabile, ma Ragghianti ha precisato, recentemente, di averli scritti lui, con la collaborazione di La Malfa. Questi punti programmatici sono comunque riaffermati nell’articolo, sicuramente di La Malfa e di Adolfo Tino, dal titolo «Chi siamo», apparso nel primo numero dell’«Italia Libera», il giornale ancora clandestino del Partito d’azione che La Malfa e Tino (grazie all’apporto finanziario di quest’ultimo) riuscirono a stampare a Milano nel gennaio del 1943 e che ebbe notevole diffusione.
    In quest’articolo Ugo La Malfa riepiloga, nitidamente e concisamente, il processo storico dal quale, attraverso il movimento di Amendola e di Gobetti, «Giustizia e Libertà» e il liberalsocialismo, il Partito d’azione è nato.
    Tutto il primo numero dell’«Italia Libera», così come saranno i numerosi successivi, è un invito alla lotta al fascismo, colpevole d’aver tolto al popolo italiano le libertà politiche e civili e di averlo precipitato in una guerra contraria ai suoi interessi nazionali e condotta contro la civiltà liberale e democratica alla quale l’Italia risorgimentale si era ispirata.
    Il Partito d’azione – scrive La Malfa - «facendo sua l’istanza posta dalla grande corrente repubblicana del Risorgimento» e ripresa da «Giustizia e Libertà», «afferma che presupposto di ogni sicuro ordinamento liberale è la soluzione radicale del problema istituzionale».
    Il perché della pregiudiziale repubblicana La Malfa l’aveva spiegato ampiamente in un messaggio a Carlo Sforza, esule a New York, che aveva redatto assieme ad Adolfo Tino nella primavera del 1942, poco prima della costituzione del Partito d’azione, e che Enrico Cuccia, dovendosi recare, per incarico della Comit, a Lisbona, aveva consegnato ivi a George Kennan, il futuro autorevole consigliere del Dipartimento di Stato, che si trovava, allora, alla legazione americana in Portogallo. Nel messaggio, che Sforza fece pubblicare in traduzione inglese nel «New York Times» del 28 giugno 1942 e che apparve nel testo italiano originario il 9 luglio, nelle «Nazioni Unite» - il settimanale della «Mazzini Society», il raggruppamento dei fuorusciti democratici negli Stati Uniti, che Alberto Tarchiani dirigeva – si faceva un’acuta e puntuale analisi della situazione italiana[1]. Si constatava che il regime fascista non godeva più la fiducia delle forze che per un ventennio l’avevano appoggiato: né dell’esercito «già mal disposto nei riguardi di questa guerra, umiliato dalla condotta della guerra e dalla impreparazione colla quale è stato trascinato nel conflitto», né della «borghesia intellettuale» che il regime si era proposto di conquistare e in buona parte era riuscito a conquistare; né del «resto della borghesia adescata dapprima da un finto patriottismo e da promesse di ordine sociale e politico» e «poi lusingata dai miraggi imperialistici»; né dalla «gioventù di origine borghese, un tempo allettata dalla retorica fascista» che «già aspira nei suoi elementi migliori, sensibili alla storia e alla cultura» a «una decisa esigenza di rinnovamento… e manifesta volontà di aperta ribellione». Quanto alle «masse operaie, anch’esse in larga parte accaparrate con una propaganda di copiose promesse, seguita da speciali beneficienze, sono assillate dalle aumentate difficoltà di vita, mentre gli strati più diseredati si orientano verso il bolscevismo». Persino «l’alta borghesia industriale e commerciale in parte generata in parte accresciuta dal parassitario privilegio autarchico, già solidale con gli appetiti imperialistici della guerra dell’Asse, denuncia sintomi di dubbiezza e preoccupazioni, anche se sente le sue attuali posizioni non separabili da quelle del regime».
    In questa fotografia, a grandi tratti esatta, dello stato delle cose, solo il primo capoverso non corrispondeva alla reale situazione del momento: «La monarchia… appare del tutto esautorata, scaduta di prestigio e incapace di iniziative». Non vi corrispondeva, come si sarebbe visto il 25 luglio dell’anno seguente, e nei 45 giorni del governo Badoglio, fino alla rivelazione della sua incapacità di fronteggiare la crisi esplosa con l’armistizio dell’8 settembre; ma con questa affermazione La Malfa e Tino intendevano dare a Sforza un argomento per indurre gli americani, come nel seguito del messaggio dichiaravano apertamente, a non puntare su un compromesso con la monarchia sabauda. Realisticamente, La Malfa e Tino prevedevano, con un anno di anticipo: «È certo che il momento in cui risulterà inevitabile la fine del fascismo, potrà essere proposta e tentata attraverso un colpo di mano della monarchia, una soluzione di compromesso che facendo perno sulla monarchia medesima e poi anche sull’appoggio interno e internazionale dell’organizzazione vaticana, riunisca con qualche parte dell’esercito, i ceti industriali dell’affarismo autarchico, i circoli clericali reazionari e i cosiddetti moderati fascisti… Va escluso che questa possa essere la soluzione della crisi interna italiana e corrisponda alle esigenze del futuro ordine internazionale… Questo tentativo, per il quale sono in corso confabulazioni e maneggi, che spererebbero con lo spauracchio del comunismo di trovare grazia anche presso certi ambienti angloamericani… anche se all’inizio potesse aver fortuna attraverso qualche abile colpo di mano… non potrebbe avere nessuna seria possibilità di durata e di svolgimento, di fronte allo schieramento che un tale colpo di mano provocherebbe di tutte le vere forze dell’antifascismo, cioè dei partiti che sotto l’insegna dell’antifascismo si sono riuniti e hanno combattuto da venti anni la dittatura monarchico-fascista».
    La Malfa e Tino ricordavano indi d’aver inviato in precedenza un altro messaggio a Sforza e plaudivano alla posizione, favorevole alla libera scelta fra monarchia e repubblica, che egli aveva preso, dopo averlo ricevuto, nel gennaio 1942. «In effetti a nostro avviso tale posizione non è solo essenziale per ragioni di principio derivanti dalla schiacciante corresponsabilità assunta dalla monarchia nei confronti del fascismo ma è indispensabile all’avvenire delle forze politiche italiane perché essa è la sola idonea ad attuare la loro unione su un piano comune e nuovo di azione politica, capace di svolgimenti durabili e benefici e nell’ordine interno e nell’ordine internazionale. Perciò invitiamo a ribadire fermamente e con sempre maggiore fermezza questo punto: e in tal senso qui si continua ad indirizzare l’azione, anche nei confronti delle forze socialiste e di democrazia cattolica».
    Ci siamo dilungati a citare tanti brani del messaggio del maggio o giugno 1942 perché esso contiene in nuce e spiega tutta la politica che La Malfa condurrà fino all’avvento della repubblica nel giugno 1946. La lotta per l’abbattimento del fascismo, alla quale partecipava, con tutto il Partito d’azione, dando prova di grande coraggio fisico e morale, già prima della Resistenza e tanto più durante la Resistenza, per La Malfa doveva sboccare nell’eliminazione della monarchia. Senza di ciò, si legge nel messaggio suo e di Tino, l’Italia sarà preda, e fomentatrice in Europa, di «nuovi disordini o sotto la bandiera del bolscevismo o sotto quella» di una «nuova incarnazione nazionalista». Soltanto la repubblica avrebbe potuto garantire la convivenza democratica in Italia. L’azione da svolgere per la conquista della repubblica stessa avrebbe reso indispensabile l’unione democratica di tutti i partiti antifascisti disposti a coalizzarsi a tal fine. Sarà questa la politica che La Malfa porterà avanti nel Comitato centrale di liberazione nazionale dal ’43 al ’45 e nei confronti dei governi di quel periodo.
    Nel momento di procedere, con tanti suoi compagni, alla formazione del Partito d’azione, La Malfa dava per scontata la prossima ricostituzione dei partiti tradizionali (pur criticandone duramente, nell’articolo «Chi siamo», gli errori passati, che avevano favorito il fascismo) e s’impegnava nello sforzo di tenerli uniti nella lotta, oltre che contro il fascismo, contro la monarchia, per la creazione di un’autentica democrazia repubblicana. A metà del 1942 quest’obiettivo, e la strategia coerente col suo raggiungimento, reputato prioritario, non erano così chiaramente e fermamente delineati da nessun altro politico italiano. In tal senso La Malfa può essere davvero considerato come il primo degli artefici dell’effettiva, concreta lotta per l’avvento della repubblica italiana, col che non si nega certo l’apporto, altrettanto o (per il loro molto maggior seguito di massa) ancor più determinante, che altri capi di quella lotta daranno successivamente al suo esito vittorioso.
    A metà del 1942 a molti ciò appariva musica del futuro. Bisognava giungere prima al rovesciamento di Mussolini e all’uscita dell’Italia dalla guerra, eventualità, questa, alla quale La Malfa e Tino, nel messaggio citato, erano sicuri che il nazismo avrebbe opposto la «sua forza militare». Bisognava che i partiti antifascisti medesimi, che La Malfa e Tino intendevano unire su una piattaforma di opposizione alla monarchia, si riorganizzassero ancora nella clandestinità, e si rafforzassero nel paese.
    Per il Partito d’azione, definita e resa nota la sua intransigenza repubblicana, sulla quale fu sempre unanime, il rafforzamento nel paese era particolarmente urgente, poiché esso, data la sua assoluta novità, non poteva contare né sulle strutture preesistenti, né sul seguito tradizionale degli altri partiti che si erano già fatti conoscere, pubblicamente, prima e taluni molto prima della dittatura fascista. Il Partito d’azione ebbe rapido successo in un’élite intellettuale, antifascista da sempre o composta da persone che fra il ’42 e il ’43 abbracciarono l’antifascismo repubblicano. Esso non era, però, omogeneo e il suo seguito popolare doveva conquistarselo per la prima volta. Nell’articolo «Chi siamo» La Malfa concludeva: «Gli italiani ricordino che in un grave momento del nostro Risorgimento, nacque il Partito d’azione in cui si ritrovarono liberali progressisti e democratici garibaldini…». Egli non ignorava che molti liberali progressisti erano andati poi con Cavour, mentre i garibaldini si dividevano fra sinistra parlamentare, mazziniani intransigenti e socialisti. Sperava, tuttavia, che il nuovo partito d’azione, con l’auspicato sbocco repubblicano, sarebbe rimasto unito. Così, all’indomani degli scioperi del marzo 1943, che l’«Italia Libera» sostenne appassionatamente, La Malfa invocava «una democrazia nuova, ardita, fatta matura dalle esperienze e dagli errori del passato, senza pregiudizi di classe e di casta, senza timidezze e tentennamenti… che affronti audacemente i problemi sociali… che conosca i problemi dello Stato moderno… che dia valore all’iniziativa privata, ma sappia quali importanti compiti la più recente teoria economico-sociale assegni all’iniziativa pubblica. Una democrazia che faccia dei problemi della massa il suo principale problema… come arricchimento storico, come franco rispetto del passato in quanto rappresenta ancora un valore di civiltà e come superamento del passato, in quanto pigra sopravvivenza di cose morte… La crisi europea, grave sì ma non mortale, è frutto di arretratezza, senilità o incapacità di classi dirigenti, di squilibri sociali, di problemi interni che non sono stati risolti in tempo. Il destino della Francia democratica, dell’Italia fascista, della Germania nazista, della Polonia militarista, della Spagna clericale e reazionaria, è stato perfettamente identico da questo punto di vista». È chiaro che «problemi delicati di riordinamento politico, di creazione di nuove strutture sociali, di sostituzioni di classi dirigenti (quante e quali non sono state le colpe dei ceti reazionari e conservatori di Francia, Italia e Germania in questi ultimi tempi!) vanno affrontati e risolti da tutti i paesi europei».[2] Vanno risolti, concludeva La Malfa, riprendendo un auspicio che aveva espresso sin dal 1926 e che ora veniva precisato nel Manifesto di Ventotene per la Federazione europea (che egli sicuramente conosceva), con una volontà unitaria europeista, già viva in «minoranze energiche». Infatti, i 7 punti del Partito d’azione reclamavano gli Stati Uniti d’Europa, così come li reclamavano alcuni movimenti di resistenza in vari paesi, fra i quali, val la pena di ricordarlo, quello di «Libérer et fédérer», fondato in Francia dal vecchio maestro di La Malfa, Silvio Trentin.

    (...)



    [1] Cfr. in questo volume a p. 91.
    [2] Articolo senza titolo, anteriore alla caduta del fascismo. Cfr. in questo volume a p. 113.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Ugo La Malfa dal 1925 al 1953

    La Malfa non lo sapeva ancora, ma Trentin in esilio era diventato accesamente socialista per convincimento ideologico, a lungo maturato, per sfiducia nei ceti borghesi, e anche perché le masse cui intendeva rivolgersi erano socialiste o comuniste. Al suo ritorno in Italia, nel settembre 1943, Trentin sarà uno dei primi organizzatori della Resistenza unitaria nel Veneto ma, come capo del Partito d’azione in quella regione, si convertirà ad un socialismo federalista affine a quello di Emilio Lussu.
    Del problema delle masse, come risulta dal suo scritto testé citato, anche La Malfa si preoccupava. Gli fu spesso rimproverato di aver voluto un partito pilota, anziché un partito di massa. In realtà, avendo vissuto la tragedia di Giovanni Amendola, non poteva ignorare che senza masse le battaglie politiche non si vincono né nell’opposizione a una dittatura, né in regime di democrazia fondata sul suffragio universale. Semplicemente, come appare, a chi lo legga attentamente, già dal messaggio a Sforza, La Malfa e Tino reputavano molto probabile che le masse operaie (e quelle contadine, delle quali però non parlavano, data la loro immobilità di quel momento) sarebbero andate coi comunisti, coi socialisti e col partito della democrazia cattolica. Il Partito d’azione avrebbe dovuto sforzarsi di penetrare nella borghesia, minuta e media, intellettuale e non, a esclusione solo degli strati dominanti del capitalismo autarchico, che sarebbe rimasto filofascista e monarchico.
    Di per sé, questa indicazione, anche se contraddiceva l’evoluzione operaistica di Rosselli, Trentin e Lussu, che aveva le sue ramificazioni in Italia, per esempio fra i giellisti della Torino di Gobetti, e fra i liberalsocialisti della Firenze del «Non mollare», era conforme alle possibilità reali del Partito d’azione. A sua volta, essa era contraddetta, però, da quel paragrafo dei 7 punti programmatici del Partito d’azione che rivendicava la nazionalizzazione dei grandi complessi industriali e finanziari. Quel paragrafo deve averlo proposto Ragghianti, che socialista non era e non diventò mai, ma durante un suo soggiorno inglese (nel 1938 o ’39) aveva preso nota, con grande interesse, del socialismo costruttivo di Harold Laski e G. D. H. Cole, che cercavano di superare sia il comunismo, sia il riformismo spicciolo della socialdemocrazia tradizionale, anche laburista, screditata dalla sua impotenza di fronte alla crisi economica del 1929-33. Sicuramente Ragghianti teneva poi conto delle obiezioni dei liberalsocialisti come Calogero e Codignola, ai quali una prima versione dei 7 punti e lo stesso scritto di La Malfa e Tino su «Chi siamo» erano parsi troppo moderati. La Malfa stesso difese, peraltro, fino al ’45, la rivendicazione della nazionalizzazione della grande industria monopolistica e dell’alta finanza. Ovviamente, sapeva che buona parte d’essa era già passata, nel 1933, con l’IRI, nelle mani dello Stato. Proprio il fatto che questo passaggio dal privato al pubblico non avesse suscitato alcun malcontento nelle file della borghesia italiana poteva far credere a La Malfa che neppure altre misure di nazionalizzazione, purché tecnicamente così ben impostate e gestite come l’IRI (che egli conosceva da alto funzionario della Comit) era stato impostato e veniva gestito, avrebbero suscitato grosse opposizioni fra la borghesia media e minuta. Le irizzazioni del 1933 avevano salvato, però, i patrimoni privati di capitalisti in stato di bancarotta, che altrimenti avrebbero dovuto portare i libri contabili in Tribunale. Ulteriori nazionalizzazioni, quale che ne fosse stata la forma, di irizzazione oppure di statizzazione, avrebbero incontrato l’accanita opposizione degli interessi lesi, che in una democrazia non sarebbero stati tenuti, come sotto il fascismo, ad obbedire al governo.
    Tale opposizione La Malfa non poteva non prevederla. Ma, come risulta dai suoi scritti, la vedeva come l’opposizione degli stessi ceti dominanti che si sarebbero opposti egualmente all’eliminazione della monarchia e alla defascistizzazione democratica dello Stato, sicché era comunque inevitabile averli come avversari. Dal punto di vista economico-sociale egli guardava – lo ripeterà spesso – non tanto ai laburisti inglesi, che pure preparavano nazionalizzazioni simili a quelle propugnate dal Partito d’azione, quanto al «new deal» di Roosevelt, che aveva avuto anch’esso ostilissimi i gruppi dominanti dell’alto capitalismo americano, senza per questo dover uscire dalla libera economia di mercato cara ai ceti borghesi minuti e medi, più che alle oligarchie monopolistiche, fortemente esistenti pure negli Stati Uniti e in Italia profittatrici dell’autarchia fascista. Roosevelt, tuttavia, aveva il consenso diretto delle masse agricole, indebitate e rovinate dalla caduta dei prezzi prima della sua elezione nel 1932, e delle masse operaie, i cui sindacati invitavano a votare per lui e per il suo partito. In un’Italia democratica, a meno che essa non avesse introdotto la repubblica presidenziale sul modello americano (cosa che il Partito d’azione propose, invano, nel 1946, quando La Malfa ne era già uscito) i sindacati operai e gli organismi dei contadini sarebbero stati diretti, politicamente, da comunisti, socialisti e democristiani. La piccola e media borghesia urbana avrebbe votato per un partito che non aveva una forza sindacale e reclamava, invece, importanti nazionalizzazioni, certo solo di grandi aziende, ma che comunque rischiavano di costituire un primo passo verso le ben più estese nazionalizzazioni che figuravano, da sempre, nei programmi dei comunisti e dei socialisti? Non sarebbe stato più probabile che, se mai, sostanziose aliquote dei ceti medi, se si fossero indirizzate a sinistra, avrebbero votato per i socialisti, i quali potevano ravvisare una cospicua forza sindacale?
    Dall’indomani stesso della liberazione di Roma (e poi di Firenze e del Nord) prima ancora che il dissidio Lussu-La Malfa fosse noto, nella sua gravità, all’infuori della cerchia degli iniziati, il Partito d’azione, che tanto prestigio aveva conquistato nella lotta a Badoglio e nella Resistenza, fu disertato dalle masse non solo delle classi operaie e contadine, ma dalle masse degli stessi ceti medi. La prevalenza delle posizioni socialistiche di Lussu su quelle molto più realistiche di La Malfa e la conseguente scissione, sopravvenendo dopo l’insuccesso del governo Parri, diedero il colpo di grazia al Partito d’azione, ma glielo diedero anche perché dal primo giorno di libertà i ceti medi non affluivano ad esso così come affluivano, invece, alla Democrazia cristiana, al Partito socialista medesimo, un po’ ai liberali, di più ai qualunquisti. Il Partito d’azione era troppo a sinistra rispetto alla massa dei ceti medi, per la sua richiesta di nazionalizzazioni e altrettanto, se non ancor molto di più, per la sua intransigenza antifascista, laica (cosa che dai 7 punti appariva egualmente) e repubblicana. I socialisti erano, verbalmente, ancora più a sinistra, ma con una forza sindacale che li rendeva desiderabili, come contrappeso alla minaccia comunista e godevano del ricordo di una tradizione riformistica di cauto gradualismo nelle questioni spinose. L’alternativa vincente al Partito d’azione, fra i ceti medi, sarebbe stata in ogni modo la Democrazia cristiana, forte sindacalmente, specie nelle campagne, ma anche nelle città, ovviamente non sospetta di anticlericalismo (fra gli anticlericali al Partito d’azione facevano concorrenza i comunisti, i socialisti e il Partito repubblicano storico, non ancora risorto nel 1942-1943, ma che risorgerà nel ’44) e molto meno intransigentemente repubblicana e antifascista.
    Ricordiamo tutto ciò non per deplorare la richiesta di nazionalizzazioni del Partito d’azione, che quasi tutti accettavano allora (solo Fenoaltea e Mario Paggi la criticarono nel 1942-1943) e che anzi la maggior parte dei militanti del partito stesso – me compreso – desiderava fossero ancora più rapide. Lo ricordiamo per spiegare sia il pensiero di La Malfa che, allora, non potendo beneficiare del senno del poi, pensava che le nazionalizzazioni dei grandi complessi monopolistici fossero indispensabili al debellamento della disoccupazione, attuato dallo Stato con risorse a sua piena disposizione, in primo luogo a favore del Meridione, nel quale da amendoliano (e altresì da salveminiano, in tale questione) scorgeva il punto debole dell’economia italiana, sia il destino che egli ebbe alla testa del Partito d’azione. Diversamente dai tempi di Amendola e di Salvemini, e di nuovo dai giorni d’oggi, le teorie più moderne sul pieno impiego, allora, anche negli Stati Uniti, postulavano delle nazionalizzazioni. Nel 1963, quando non vorrà più altre nazionalizzazioni, La Malfa accetterà ancora quella dell’industria elettrica, nell’interesse della programmazione in pro del Meridione. Le conseguenze deludenti di tale operazione – deludenti sul piano economico e altresì sul piano politico – gli faranno rifiutare ogni ulteriore nazionalizzazione.
    Nel 1942-1943 nessuno poteva prevedere tutto ciò. Forse si sarebbe potuto prevedere che la richiesta di nazionalizzazioni avrebbe ostacolato il futuro afflusso di ceti medi al Partito d’azione, nel quale, di conseguenza, si sarebbero trovati in maggioranza degli intellettuali radicalizzati dalla stessa loro ardente partecipazione alla lotta contro il fascismo e la monarchia, nonché dai pericoli che l’espansione della Democrazia cristiana avrebbe fatto correre alla laicità dello Stato. Ma per prevederlo davvero, si sarebbe dovuto prevedere egualmente che l’Italia, come tutta l’Europa liberata dagli anglo-americani, si sarebbe trovata soggetta ad una zona d’influenza americana aspramente contrapposta alla zona d’influenza del totalitarismo sovietico. Pio XII questo lo prevedeva e lo sperava. Il Partito d’azione non lo desiderava. Lo stesso La Malfa, nell’articolo del marzo ’43 che abbiamo già citato, polemizzava con quanti (qui egli menzionava i fascisti, ma nel messaggio a Sforza aveva menzionato anche il Vaticano) affermavano che, dopo la vittoria sul nazismo, l’Europa sarebbe stata divisa «in due zone d’influenza, sotto il controllo anglosassone l’una, e sovietica l’altra. In nessuna manifestazione alleata, è cenno anche indiretto d’una politica del genere».
    In effetti, finché Roosevelt visse, la politica degli Stati Uniti non mirava alla spartizione dell’Europa in due opposte zone d’influenza, quantunque si possa sostenere che, con le concessioni a Stalin, la rendeva inevitabile in un prossimo futuro. Quando ciò avverrà, La Malfa non esiterà a schierarsi con gli americani, pur auspicando sempre, anche dopo la conclusione del Patto atlantico e l’adesione ad esso (da lui approvata dal primo istante) dell’Italia, la distensione (senza capitolazioni) con l’Unione Sovietica. Dal 1942 al 1946 La Malfa, del resto, come tutti gli antifascisti repubblicani, aveva assoluto bisogno di poter contare sul concorso dei comunisti nelle battaglie prioritarie contro il fascismo e la monarchia. Rimane che della spartizione dell’Europa fra i due blocchi opposti ed antagonisti, in Italia (e per qualche tempo anche in Francia, e più a lungo in Germania) avrebbe profittato, a spese dei partiti di democrazia laica, la Democrazia cristiana, che poteva offrire un’alternativa di massa, e non soltanto di vertici politici ed intellettuali, alla forza di massa del Partito comunista.
    All’inizio del 1943 la battaglia antifascista era al suo culmine. La dittatura riusciva ancora a mettere in prigione gli oppositori, che si facevano sempre più numerosi. La Malfa stesso fu oggetto di mandato di cattura e solo un tempestivo e fortunato avvertimento gli consentì di riparare, nel maggio, in Svizzera. Tornò a Milano il 26 luglio e si trasferì subito a Roma, prevedendo, con la chiaroveggenza che ormai gli riconoscevano tutti, che la questione istituzionale si sarebbe decisa nella capitale.
    Il punto di vista di La Malfa, che il Partito d’azione fu unanime nell’approvare, era reciso: nessuna collaborazione col governo Badoglio. La collaborazione dei partiti antifascisti con esso avrebbe salvato la monarchia. Badoglio, nella ricerca dell’armistizio con gli angloamericani, agiva con una lentezza colpevole, con la conseguenza che nuove truppe tedesche entravano in Italia e che gli angloamericani continuavano a bombardare le città italiane, ma alla fine si sarebbe trovato al fianco di costoro ed in guerra con la Germania.[1] Dopo di che avrebbe potuto «dire alle opposizioni di seguirlo nella guerra contro i tedeschi»… «La destra» (La Malfa si riferiva qui alla monarchia e alle forze sociali che, dopo la caduta del fascismo, guardavano ad essa) «ha una struttura più forte e nell’unione con essa non la si assorbe ma si è assorbiti». Ciò si verificherà «se le sinistre non si accorgono che saremo in una situazione rivoluzionaria». La lotta partigiana era auspicata da La Malfa: «Insomma noi vogliamo una guerra ai tedeschi, ma non nella presente struttura monarchica». Perciò il Partito d’azione propose agli altri due partiti di sinistra un accordo da costoro accettato: quello di agire insieme nel comitato delle opposizioni: «Essi tendono a far spostare il centro di gravità del comitato da destra verso sinistra, senza rompere con le destre (del comitato stesso) per non far trovare agli anglosassoni un’Italia antifascista non compatta. A meno che non sia la destra ad assumersi la responsabilità di questa rottura». Qualora i partiti di destra del comitato delle opposizioni – ossia il Partito liberale, la Democrazia cristiana e la Democrazia del lavoro di Ruini, alla quale Bonomi era vicino – andassero al governo con Badoglio e i tre partiti di sinistra non li seguissero, «qualsiasi situazione si determini essa non sarà normale». La permanenza delle sinistre all’opposizione contro Badoglio darà loro la vittoria. Gli angloamericani dovranno prenderne atto «come di manifestazione della volontà popolare».
    Ci sarebbe voluta a tal fine la mobilitazione delle masse che si era già manifestata spontaneamente contro la guerra ed il fascismo, all’indomani del 25 luglio, ma che il governo Badoglio, fra la passività del comitato delle opposizioni, che non aveva saputo «agire immediatamente ed energicamente, nonostante l’invito del Partito d’azione ad affrettarsi, era riuscito a spegnere». I tre partiti di massa del comitato delle opposizioni, il socialista, il comunista e il democratico cristiano accettarono indi l’offerta fatta da Badoglio di ricostruire, con uomini da essi scelti, i nuovi sindacati dei lavoratori al posto di quelli fascisti. Invece di protestare per la sua esclusione, il Partito d’azione propose – ma invano – ai partiti di massa di far dimettere i loro esponenti per rendere indipendenti i sindacati stessi da Badoglio.[2]
    Anche quest’analisi della situazione, che La Malfa deve aver redatto in vista del primo convegno nazionale del Partito d’azione (tenutosi a Firenze ai primi di settembre del ’43) colpiva nel segno. Era implicito, però, in essa che il Partito d’azione non era in grado, da solo, di mobilitare delle masse. Alla vigilia del 25 luglio, esso deve aver avuto, secondo una tradizione orale, quasi 3000 aderenti, il che era molto per le condizioni di clandestinità esistenti, ma poco nelle condizioni di semilegalità dei 45 giorni di Badoglio. Con la sua presa di posizione contro l’accettazione di cariche sindacali distribuite dal governo, esso si inibiva la possibilità di reclutare un seguito organizzato nelle categorie sindacali che altrimenti forse gli sarebbero state accessibili: quelle degli impiegati (Guido De Ruggiero accettò, a titolo personale, contro il parere di La Malfa, la carica di commissario alla Confederazione delle professioni artistiche ed intellettuali, ma, da puro studioso, egli era la persona meno adatta per servirsene a fini di reclutamento politico).
    Le conseguenze dell’armistizio dell’8 settembre, con la fuga di Badoglio e del re da Roma, e l’occupazione hitleriana di gran parte dell’Italia, valorizzavano le previsioni del Partito d’azione che – tanto per fare, a titolo di esempio alcuni nomi fra i moltissimi che andrebbero fatti – con Riccardo Bauer, Pilo Albertelli e Lussu (tornato dall’esilio), a Porta San Paolo (ove cadde Raffaele Persichetti, aderente al Partito d’azione), con Parri, Leopoldo Gasparotto e Riccardo Lombardi a Milano, con Livio Bianco e Tancredi Galimberti a Cuneo, con Giorgio Agosti, Paolo Braccini, Mario Andreis e Franco Venturi a Torino, con Ragghianti, Enzo Enriques Agnoletti e Tristano Codignola a Firenze, con Massenzio Masia, Mario Jacchia ed il veneto Antonio Giuriolo in Emilia, con Silvio Trentin, Fermo Solari, Leopoldo Ramanzini ed Egidio Meneghetti nel Veneto, con Pasquale Schiano a Napoli, e con tanti e tanti altri in tutta l’Italia occupata, si gettò immediatamente, coi suoi dirigenti e militanti, nella lotta partigiana, di città e di montagna. La Malfa stesso si prodigò in questa, incurante dei rischi. Mi si consenta una testimonianza personale. Tornato dall’America con Alberto Tarchiani, Alberto Cianca, Aldo Garosci e Renato Pierleoni, io giunsi a Roma, a piedi, da Salerno, attraverso le linee del fronte, ai primi di ottobre del 1943. Portavo la promessa degli inglesi ottenuta da Max Salvadori, ufficiale nel loro esercito, di effettuare un primo aviolancio ai partigiani romani, nei pressi del lago di Martignano. Chi capeggiò la spedizione, recandosi in bicicletta a raccogliere il lancio di esplosivi, fu La Malfa in persona, che avevo conosciuto il giorno stesso del mio arrivo, in casa di Stefano ed Ines Siglienti, rifugio da sempre degli antifascisti di «Giustizia e Libertà». La Malfa s’incaricò anche della distribuzione dell’esplosivo fra le prime bande, alla testa delle quali c’era uno degli operai repubblicani del Partito d’azione, l’ex ardito del popolo, poi a lungo carcerato, Vincenzo Baldazzi. Certo, il compito principale di La Malfa era politico. Gli eventi gli avevano dato ragione. Il comitato delle opposizioni, trasformatosi in Comitato centrale di liberazione nazionale, dichiarò, su richiesta dei tre partiti di sinistra, che avrebbe rifiutato ogni collaborazione col governo di Badoglio, rifugiatosi in territorio già liberato dagli angloamericani. La Malfa, affiancato da Sergio Fenoaltea, avrebbe voluto che si dichiarasse decaduto Badoglio e sospesi i poteri del re. Il 16 ottobre 1943 ci si mise d’accordo nella richiesta dell’attribuzione del governo – dopo la liberazione di Roma – al CLN centrale, con poteri straordinari, che implicavano la pratica sospensione delle prerogative regie e con l’impegno di convocazione, a guerra finita, di un’assemblea costituente, per la scelta fra monarchia e repubblica.

    (...)



    [1] Relazione senza titolo, forse per il convegno che il Partito d’azione tenne a Firenze ai primi di settembre 1943. Cfr. in questo volume a p. 117.
    [2] Ibidem.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

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    Predefinito Re: Ugo La Malfa dal 1925 al 1953

    A Roma questa presa di posizione fu raggiunta all’unanimità. Tutti i CLN dell’Italia occupata dall’esercito tedesco la fecero propria. Nel Meridione gli angloamericani riconoscevano, però, come solo governo legittimo quello di Badoglio, nominato e riconfermato dal re, sia perché con esso avevano firmato l’armistizio, sia perché Churchill temeva che ogni altra soluzione avrebbe fatto il giuoco dei comunisti. Seguì un lungo braccio di ferro fra i partiti antifascisti del Sud, che su proposta di Benedetto Croce ripiegarono su una formula più moderata, consistente nella richiesta dell’abdicazione di Vittorio Emanuele III e della formazione di un consiglio di reggenza scevro di personalità dinastiche, e il re che non intendeva abdicare. Lo stallo fu rotto dal rientro in Italia, alle fine di marzo del ’44, di Palmiro Togliatti, il capo indiscusso, dall’arresto di Gramsci nel ’26, del Partito comunista italiano. Appena giunto a Napoli, dall’Unione Sovietica, Togliatti si dichiarò disposto ad entrare nel governo Badoglio ed invitò tutti i partiti antifascisti a fare altrettanto. Egli non sapeva che Croce e l’ultimo presidente della camera dei deputati prefascista, Enrico De Nicola, avevano già concordato, segretamente, con gli americani, i quali a loro volta l’avrebbero fatto accettare ai riluttanti inglesi, il ritiro di Vittorio Emanuele III a vita privata, in favore d’una luogotenenza assegnata a suo figlio Umberto, e il diritto dell’Italia di scegliere, a guerra finita, le istituzioni del nuovo Stato. Non appena al corrente di ciò, Togliatti fece proprio questo compromesso. Tutti i partiti antifascisti entrarono, su tali basi, nel nuovo governo Badoglio, formato a Salerno. Il Partito d’azione a Napoli voleva dapprima restare all’opposizione, ma, vistosi isolato, e con scarse forze di massa, si rassegnò, anch’esso, con un voto di maggioranza, al compromesso.
    Non così a Roma. Per quanto decimato dalla lotta antifascista (esso contava il più alto numero di fucilati alle Fosse Ardeatine, e già prima Leone Ginzburg, il direttore del suo giornale, «L’Italia Libera», era stato ucciso dai nazifascisti) il Partito d’azione nella capitale fu unanime nel respingere il compromesso di Salerno. La Malfa, che lo qualificava da «esordio falso e pericoloso», dichiarò di rifiutarlo, nel CLN centrale, inducendo il capo del Partito socialista, Pietro Nenni, a fare altrettanto. I comunisti approvarono, invece, anche a Roma, l’iniziativa di Togliatti.
    Il blocco dei tre partiti di sinistra nel CLN centrale era finito. L’intransigenza del Partito d’azione non poteva lasciare indifferente il Partito socialista, nel quale sia Nenni che Saragat a Roma, sia Pertini al Nord, erano impegnati in una accesa propaganda repubblicana. Al pari di Lussu e La Malfa, i socialisti, essendone stati, a suo tempo, le principali vittime, ricordavano bene le corresponsabilità del re, e delle forze retrive che la monarchia rappresentava, nella vittoria del fascismo e temevano ch’essa si opponesse di nuovo ad una democrazia avanzata.
    Alla vigilia della liberazione di Roma, La Malfa preannunciò, al CLN centrale, che nel futuro governo, che si sarebbe dovuto costituire nella capitale, il Partito d’azione sarebbe entrato solo a condizione che esso non fosse presieduto da Badoglio, che dipendesse dal CLN medesimo, che disponesse dei pieni poteri legislativi, che i ministri non giurassero fedeltà al luogotenente ma agli interessi supremi della nazione (il ritiro del re a vita privata essendo stato ormai acquisito con gli accordi di Salerno) e che l’impegno a convocare a guerra finita un’assemblea costituente, per la scelta fra monarchia e repubblica, fosse tradotto in una precisa disposizione legislativa. Nenni appoggiò le tesi di La Malfa che furono accolte da tutto il CLN centrale. Il presidente del medesimo, l’ex presidente del consiglio prefascista Ivanoe Bonomi, democratico laico ma possibilista nei confronti della questione istituzionale, si rese conto che col no a Badoglio sarebbe toccato a lui l’incarico di capo del nuovo governo.
    Così avvenne nel giugno 1944, dopo la liberazione di Roma. Churchill montò sulle furie, Stalin gli scrisse d’esser pronto ad appoggiarlo, ma la previsione di La Malfa che gli americani avrebbero accettato il fatto compiuto, qualora il CLN fosse rimasto unito, trovò piena conferma. L’Italia, ne concluse La Malfa, approvato da un giurista dell’elevata dottrina di Piero Calamandrei, usciva dalla legalità statuaria monarchica, per entrare in una nuova legalità precostituente. La prima delle battaglie che La Malfa aveva condotto, alla testa del Partito d’azione, fu vinta. Rimanevano gli altri problemi.

    (...)
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa dal 1925 al 1953

    La parte dell’Italia che era già libera (libera relativamente, poiché era sottoposta all’amministrazione militare angloamericana) versava in condizioni spaventose di miseria, a seguito delle devastazioni belliche. Si soffriva la fame, mancavano i trasporti, il carbone e tutte le altre risorse. La Malfa non aveva dubbi. Il 28 giugno 1944, sull’«Italia Libera» di Roma, ormai quotidiano legale, ammoniva che «già un problema gigantesco domina la scena e condiziona l’esistenza stessa della democrazia, ed è quello della occupazione integrale delle forze di lavoro disponibili». L’assorbimento dei disoccupati in lavori utili avrebbe dovuto avere precedenza assoluta. «L’Italia può impiegare le sue forze di lavoro… in un piano coordinato di ricostruzione, in cui la necessità di materie prime estere, di carbone, di oli minerali, di metalli, siano ridotte al minimo», puntandosi sulla riparazione delle strade e dei ponti, sulla produzione di mezzi di trasporto e così via. Bisognava ricostruire parallelamente – proseguiva il 30 giugno – l’amministrazione pubblica.
    Il punto dolente era proprio questo. Prima ancora che lo chiedessero i partiti antifascisti, nell’Italia meridionale gli angloamericani avevano promulgato dei decreti di epurazione del personale politico e burocratico fascista. Ciò rientrava nell’impegno di defascistizzazione e denazificazione dell’Europa liberata, che avevano preso dopo il fallimento della cooperazione, nell’Africa settentrionale francese, con gli ex collaboratori dei tedeschi, del tipo di Darlan, l’ammiraglio luogotenente di Pétain, giustiziato da un seguace di De Gaulle. Gli antifascisti, al Sud come a Roma, accolsero con entusiasmo l’epurazione, ma essa incontrò ben presto due tremendi ostacoli. I fascisti che si sarebbero dovuti sostituire, nelle amministrazioni e negli enti, erano troppi: decine e poi centinaia di migliaia di persone. All’epurazione dei vertici militari si opponevano gli angloamericani medesimi, che ritenevano di non poter punire Badoglio, col quale avevano stretto l’armistizio, e di aver bisogno degli altri generali per quel tanto di ricostruzione delle forze armate italiane che intendevano consentire, sia per la pur molto limitata partecipazione dell’Italia alla guerra contro la Germania (dichiarata da Badoglio, che aveva superato l’ostinata riluttanza del re, il 13 ottobre 1943) sia come eventuale barriera al temuto pericolo di una rivoluzione comunista, che neanche il grande possibilismo dimostrato da Togliatti a Napoli faceva loro escludere.
    Non appena liberata Roma, i partiti del CLN, e in specie i tre partiti di sinistra, che su questo punto ritrovavano spontaneamente la loro unità di fronte, reclamarono l’intensificazione dell’epurazione, con severa punizione dei colpevoli dei delitti del fascismo, troppo timidamente iniziata dall’ultimo governo di Salerno. Gli epurandi a Roma costituivano, peraltro, la grande maggioranza del personale dello Stato, dalle alte cariche nei ministeri e nell’apparato giudiziario fino a moltissimi dell’enorme massa dei piccoli impiegati pubblici. L’operazione era materialmente difficilissima, oltre che giuridicamente contestabile. La Malfa fu l’unico a proporre, nell’«Italia Libera» del 30 giugno 1944, una soluzione che forse, invero molto forse, sarebbe stata realizzabile: «Il personale … si deve considerare, dal punto di vista giuridico, in istato di sospensione. Esso avrà diritto ad assegni, ma non a considerarsi nel precedente rapporto di lavoro». Tutti dovevano continuare a ricevere lo stipendio, o la liquidazione o la pensione, ma «lo Stato avrà diritto di prova, di sostituzione, di licenziamento, per il tempo necessario a fissare nuove esperienze, a stabilire nuove condizioni di lavoro». Il governo avrebbe dovuto valersi del suo diritto di licenziare e sostituire, per cominciare, i gradi superiori della pubblica amministrazione.
    Il carattere ideologico, antifascista, dell’epurazione era, tuttavia, nelle cose. Se si voleva mandare a spasso persino il sovrano, costituzionalmente non responsabile dei suoi atti, come si potevano non epurare i fascisti che tutti conoscevano per le loro «benemerenze» squadristiche e per la loro conseguente priorità negli impieghi? Il suggerimento di La Malfa non venne preso in considerazione. Proprio il Partito d’azione, siccome il più repubblicano di tutti, insisteva maggiormente, coi suoi intellettuali e coi suoi militanti di base, per una radicale epurazione.
    Di masse, il Partito d’azione non ne aveva, e la sua intransigenza epurativa gli impediva di far breccia anche fra quelle degli impiegati. Emilio Lussu, socialista rivoluzionario (benché non ancora marxista) dagli anni dell’esilio, chiedeva che il partito si rivolgesse alle masse dei lavoratori della terra, e anche delle officine che, seppure scarsamente, pure esistevano nell’Italia centromeridionale. Le masse popolari del Sud non erano tradizionalmente inquadrate nei partiti marxisti. A suo tempo, aveva fatto breccia fra di esse il sindacalismo rivoluzionario. Il Partito d’azione avrebbe dovuto proclamarsi risolutamente socialista e federalista. Il partito originario di Lussu, il Partito sardo d’azione, aveva già reclutato, sotto la sua stessa guida, delle masse di contadini poveri e di minatori, dal 1919 al 1924. In verità, li aveva reclutati come partito degli ex combattenti, sotto la bandiera dell’autonomia dell’isola, e non come partito socialista, ma Lussu voleva fare di tutto il Partito d’azione il portavoce del nuovo federalismo socialista.
    La Malfa, da democratico non socialista, vi si opponeva. Fare concorrenza socialista ai partiti operai gli sembrava, per un partito composto prevalentemente da intellettuali di estrazione borghese, uno sforzo vano, una perdita di tempo e di energie, che avrebbe avuto la disastrosa conseguenza di respingere i ceti borghesi, anche di piccola e ancor più di media borghesia, che al Partito d’azione avrebbero potuto aderire o per esso avrebbero perlomeno potuto votare.
    Il dibattito fra Lussu e La Malfa era cominciato, alla fine del ’43, ancora nella clandestinità.
    Se Lussu condivideva la lotta contro la monarchia, corresponsabile del fascismo, così come era stata impostata da La Malfa, anche La Malfa condivideva, e lo scrisse nel primo dei 10 punti nei quali, in risposta alle tesi di Lussu, sintetizzò il suo pensiero, la consapevolezza, che «Giustizia e Libertà» aveva sempre affermato, «dei problemi insoluti della società italiana, i problemi per cui l’Italia non è mai stata una vera e reale democrazia». Il Partito d’azione, sottolineava La Malfa, «lotta perché la struttura reazionaria che ha dominato la vita italiana prima e durante il fascismo … la monarchia … le alte caste militari burocratiche, le alte classi economiche, monopolistiche e imperialistiche, i ceti parassitari, cadano al cadere dello Stato fascista, non si ricostituiscano all’ombra di una democrazia falsa e apparente. Esso lotta perché milioni di operai e di contadini, [e di] appartenenti ai ceti di piccola e media borghesia socialmente produttiva … assumano controllo diretto dell’attività statale, creino nuove condizioni di lavoro e di progresso sociale …». Ma, continuava La Malfa (nel 2° punto), il Partito d’azione «considera che la dissoluzione della struttura burocratica e militarista dello Stato possa avvenire rispettando i diritti acquisiti e quelle serie competenze tecniche e professionali che si sono formate e che i criteri di organizzazione internazionale del dopoguerra consentiranno di utilizzare». Nel suo terzo punto La Malfa rivendicava «la riforma, su basi democratiche, di tutti gli organi istituzionali, amministrativi, giudiziari, burocratici dello Stato», ribadendo la necessità «che il governo abbia stabilità e forza esecutiva» pur nella garanzia dell’autonomia delle regioni, delle province e dei comuni. Egli esprimeva la speranza «che la fusione delle correnti politiche in pochi grandi partiti, un controllo sui mezzi finanziari della stampa … una diffusa moralizzazione della vita pubblica, allontanino i pericoli di elettoralismo, di parlamentarismo, di corruttela e di malcostume connessi a un superficiale ritorno alla democrazia». Nel quarto punto dava per necessaria la nazionalizzazione «dei grandi complessi industriali, finanziari, commerciali ed assicurativi» e ne proponeva la trasformazione, con «l’educazione degli operai, degli impiegati e dei tecnici alla gestione diretta dell’impresa, sotto il controllo dello Stato», in «vere e proprie imprese di interesse pubblico, i cui servizi vanno, al più basso prezzo possibile, a favore della collettività». Il quinto punto rivendicava che «accanto alle grandi imprese nazionalizzate possano esistere e operare medie e piccole imprese ad iniziativa, responsabilità e direzione privata». Il sesto punto auspicava la riforma agraria. Il settimo affermava «che, senza giungere ad una completa pianificazione dell’economia, lo Stato democratico debba studiare ed attuare il piano di ricostruzione economica e di occupazione integrale della mano d’opera disponibile. Cioè debba coordinare la politica economica dei due settori, socializzato e libero, la politica finanziaria e del credito, la politica edilizia e dei lavori pubblici». Sarà decisivo «il coordinamento del piano di ricostruzione nazionale ad un piano di ricostruzione internazionale, in cui le capacità produttive e le forze di lavoro di ogni paese trovino utile e razionale impiego». Nell’ottavo punto La Malfa reclamava imposte audacemente progressive, la severa tassazione dei profitti di autarchia e di guerra, nella salvaguardia, però, dei «modesti possessi patrimoniali». I «patrimoni medi che hanno diretto investimento produttivo saranno trattati in maniera da non diminuire la produttività dell’azienda in cui sono investiti» ma «i redditi di consumo da essa ricavati saranno soggetti a imposta fortemente progressiva». Il nono punto segnalava che «i problemi dell’educazione ed istruzione, dell’igiene e dello sport, del turismo e degli spettacoli, della vita culturale in genere dovranno essere risolti in armonia» alle grandi riforme democratiche auspicate e «secondo le esigenze di elevamento morale e spirituale delle classi lavoratrici». Nel decimo punto La Malfa invocava l’unificazione europea.
    Lussu diede atto a La Malfa della modernità dei suoi dieci punti, ma osservò che essi riflettevano la concezione di una democrazia avanzata come quella di Roosevelt, sol che pur sempre borghese e non socialista. In verità, con le nazionalizzazioni che propugnava, La Malfa si poneva, in quel momento, caratterizzato dal collasso dell’economia e dello Stato in Italia, più a sinistra di Roosevelt. Il suo programma corrispondeva, se mai, a quello col quale il Partito laburista inglese – che conservava, tuttavia, il suo finalismo socialista, sol che l’accantonava – vincerà le elezioni del luglio 1945, sorpassandolo, però, di molto, in apertura europeistica. L’auspicio lamalfiano di un piano internazionale di coordinamento precorreva le vedute dei più progressisti fra gli ispiratori del Piano Marshall, ma nessuno poteva prevedere allora come si sarebbe giunti ad esso, all’inizio della futura «guerra fredda».
    Che Lussu non accettasse questi 10 punti non può stupire oggi, quando conosciamo il suo approdo, vent’anni dopo quel dibattito, a sinistra del Partito socialista di Nenni e dello stesso Partito comunista. Rimane da spiegare perché non li accettò la maggioranza del Partito d’azione, nel quale sarebbe stato logico che taluni li trovassero troppo a sinistra e non che fossero considerati non abbastanza a sinistra. Invece, nel convegno del Partito d’azione dell’Italia già liberata (sezioni del Centro, ad esclusione della Toscana, che insorgeva in quel momento contro i nazisti, e del Meridione e delle isole) tenutosi a Cosenza nell’agosto 1944, prevalse un ordine del giorno nettamente socialista, di Lussu, e dei liberalsocialisti, contro le tesi di La Malfa e di altri tre dei cinque membri dell’esecutivo nazionale del partito. La Malfa, Riccardo Bauer e Manlio Rossi Doria si dimisero perciò dall’esecutivo stesso, nel quale rimasero Oronzo Reale, che simpatizzava, però, con le idee di La Malfa, e Francesco Fancello, che simpatizzava invece con quelle di Lussu. Noi che eravamo nel Nord ancora occupato dai tedeschi, e che, in linea di massima, ci trovavamo a metà strada fra le esigenze di Lussu e quelle di La Malfa venuti a conoscenza dei risultati di Cosenza, su mia proposta (io ero il segretario del Partito d’azione per l’Italia settentrionale) li respingemmo a grande maggioranza, invitando i dimissionari a riprendere il loro posto, il che, dopo qualche esitazione, finirono col fare.
    La spiegazione del voto l’abbiamo già anticipata. La borghesia, anche media e minuta, salvo pochi generosi e chiaroveggenti, giudicava troppo a sinistra il Partito d’azione, per le stesse rivendicazioni di nazionalizzazioni di La Malfa, tanto più per il programma socialista di Lussu, e anche per l’intransigenza repubblicana ed antifascista di tutto il partito, principalmente poi per la sua adesione alla richiesta di vaste epurazioni, dalla vita pubblica ed amministrativa, di quanti erano stati fascisti colpevoli di faziosità. La borghesia, alta, media e minuta era stata quasi tutta monarchica e fascista. Anche fra gli operai ed i contadini, già nel Meridione, i monarchici e i fascisti erano stati moltissimi, ma essi non erano minacciati di epurazione e comunque non guardavano al Partito d’azione. In esso militavano degli intellettuali radicalizzati, d’estrazione borghese o semiproletaria, particolarmente numerosi nel Sud, ai quali la promessa d’un socialismo nuovo era fatta per dare speranze di rivoluzione. La maggioranza enucleatasi a Cosenza era formata dalle sezioni meridionali e vi aderì persino un critico del socialismo palingenetico come Guido Dorso, che in tal modo pensava si dovesse cogliere l’occasione storica della rivoluzione antitrasformistica. Salvemini, dall’America, reputava, invece, che il Partito d’azione, essendo composto da socialisti e da repubblicani non socialisti, era frutto d’un equivoco e doveva sciogliersi, rientrando gli uni nel Partito socialista, gli altri nel Partito repubblicano.
    Così accadde, di fatto, nel 1946-1947. Nel 1944-1945 il Partito d’azione, però, era ancora al centro sia della resistenza armata, da Firenze in su, sia della lotta per una democrazia repubblicana avanzata.
    I fautori della monarchia naturalmente non si rassegnavano all’eventualità della vittoria della repubblica. Si riorganizzavano, premevano sui partiti moderati del governo Bonomi e sullo stesso presidente del consiglio. Prese di nuovo posizione, in favore della monarchia italiana, lo stesso Churchill, al quale La Malfa rispose con deferenza, ma altresì con grande fermezza. Gli interessi lesi dall’epurazione, che non riusciva ad andare avanti contro gli alti dignitari dell’esercito e dell’apparato giudiziario, protetti dagli angloamericani, ma procedeva contro i fascisti veri e propri, e anche contro la massa di piccoli fascisti, si mobilitavano. Sempre sensibile agli stati d’animo del paese, ancorché non altrettanto lucido, allora, nelle scelte politiche, Pietro Nenni, nell’«Avanti!» che godeva (solo, con «l’Unità», fra i giornali di partito) di una larga diffusione, cercò di allargare il fronte delle sinistre, al quale, dopo la svolta togliattiana di Salerno, il Partito d’azione a Roma non aderiva più. Dovevano avere priorità, scriveva Nenni nell’ottobre 1944, la repubblica, la riforma agraria, la socializzazione della sola industria monopolistica. In un articolo significativamente intitolato «Uno spiraglio», La Malfa si disse «perfettamente d’accordo». Ma, aggiungeva, le grandi riforme «non si possono attuare su di un piano tattico e incerto … ma come opere di un grande raggruppamento politico che, su fondamento democratico, vi lavori tenacemente, al governo e fuori dal governo, durante una generazione o due». In altre parole, La Malfa invitava Nenni ad accantonare, per poter conseguire le riforme alle quali voleva accordare priorità, il socialismo marxista, classista e finalista, in nome del quale il Partito socialista, per voler suo, era stretto alleato del Partito comunista.

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    Predefinito Re: Ugo La Malfa dal 1925 al 1953

    Nenni, viceversa, non l’intendeva così e non l’intendevano così i comunisti, più moderati dello stesso La Malfa nel presente, ma decisi a non legarsi le mani per l’avvenire. Bonomi, che aveva nel suo passato una espulsione dal Partito socialista per essersi congratulato (nel 1912) col re, scampato ad un attentato, si rese conto di come stessero le cose. Premuto da un lato dalle proteste socialiste per la sua incapacità o scarsa volontà di epurare gli alti dignitari dal passato fascista, dall’altro dalle forze monarchiche, Bonomi, nel novembre 1944, ritenne di dover placare anzitutto queste, presentando le sue dimissioni non al CLN centrale, dal quale aveva ricevuto l’investitura, bensì al luogotenente. I partiti del CLN ebbero un sussulto di vitalità e designarono come candidato alla presidenza del consiglio e al ministero degli Esteri – cariche che Bonomi aveva cumulato – Carlo Sforza, che del governo aveva fatto parte già a Salerno come indipendente e aveva tenuto il difficile e contrastato incarico di Alto commissario all’epurazione. Il governo inglese, per voce del ministro degli esteri Eden, mise pubblicamente il veto a Sforza, che Churchill detestava per il tendenziale repubblicanesimo di costui. La Malfa rispose ad Eden con dignitosa durezza ed il Partito d’azione decisa di non entrare in un nuovo governo Bonomi. Uscendo dal governo, il Partito d’azione perse, così, il ministero della pubblica istruzione che gli era stato affidato a Salerno e poi a Roma … Su insistenza di Pertini, tornato a Roma, per poco tempo, dal Nord, ove era alla guida, con Parri e Longo, della lotta partigiana, e di Saragat, Nenni annunciò un analogo passaggio all’opposizione nei confronti di Bonomi. Togliatti prese, invece, una decisione del tutto diversa. Entrò, come vicepresidente del consiglio, nel governo che Bonomi ricostituì senza l’adesione del Partito socialista e del Partito d’azione. De Gasperi diventò ministro degli esteri. Togliatti giustificò il suo atteggiamento con l’opportunità di un’intesa col partito democristiano, che raggruppava le grandi masse cattoliche. Dai documenti diplomatici occidentali sappiamo oggi che l’ambasciatore inglese a Roma, malgrado l’anticomunismo di Churchill, che il mese dopo reprimerà nel sangue il tentativo di presa del potere dei comunisti greci, invitò personalmente Togliatti a non restare fuori del governo.
    L’antifascismo uscì indebolito dalla crisi. Il vecchio Partito repubblicano, che a Roma e nell’Italia centrale si ricostituiva con successo, a spese dello stesso Partito d’azione, anche perché, non facendo parte del CLN, poteva denunciarne liberamente le contraddizioni, le esitazioni e le insufficienze, non mancò di mettere il dito sulla piaga.
    Per il Partito d’azione l’avere al suo fianco il Partito socialista era, tuttavia, o sembrava, un’uscita dall’isolamento in cui rischiava di trovarsi. La Malfa propose, al Partito socialista e al Partito repubblicano, di formare col Partito d’azione una concentrazione democratica repubblicana. Ancora anni dopo La Malfa pensava che se quella sua proposta fosse stata accolta, il che avrebbe implicato la tempestiva e non tardiva fine del patto d’unità d’azione fra socialisti e comunisti, senza una caduta nell’anticomunismo pregiudiziale, che egli non faceva proprio, l’egemonia democristiana avrebbe potuto essere evitata e alcune grandi riforme si sarebbero potute varare. Nenni, comunque, respinse la proposta di La Malfa e ribadì la validità del patto d’unità d’azione, malgrado la diversa collocazione dei socialisti e dei comunisti rispetto al secondo governo Bonomi, destinato in ogni modo a finire con la liberazione di tutto il paese.
    La Malfa avvertì Nenni, in una serie di articoli, di straordinaria lungimiranza, che l’alleanza dei socialisti, dei repubblicani e del Partito d’azione avrebbe potuto imporre alla Democrazia cristiana una svolta di sinistra democratica, mentre l’alleanza fra comunisti e socialisti avrebbe finito col rigettarla a destra. E gli ripeteva di non essere antisovietico, di desiderare un’Europa forte fra gli Stati Uniti e l’URSS, pur nell’ambito dell’appartenenza dell’Europa stessa all’Occidente democratico, e di esser invece convinto che la prevalenza comunista nelle sinistre avrebbe condannato queste, in Italia, all’impotenza. Nenni respinse la terza via e invocò, per la vittoria delle sinistre, il «vento del Nord». Invano La Malfa notava che intanto, a Roma e nel Sud, l’opinione pubblica si staccava dai partiti antifascisti, accusati di non curare i bisogni quotidiani della gente per inseguire disegni ideologici troppo arditi. Di ciò invero si preoccupava il Partito comunista e La Malfa gliene diede atto sull’«Italia Libera».
    Il «vento del Nord» giunse, con l’insurrezione del 25 aprile e con la fucilazione di Mussolini e di parecchi gerarchi fascisti. Un nuovo governo, nel quale fossero tornati il Partito d’azione ed il Partito socialista, s’imponeva. La situazione dipendeva, però, dai socialisti, alleati dei comunisti, e dalla Democrazia cristiana, partiti di grandi masse, anche nel Nord apparsi in forze sulla scena sin dai primi giorni di libertà, molto più che non dal Partito d’azione, che aveva avuto parte determinante nella guerra partigiana (le formazioni di «Giustizia e Libertà», che avevano in Ferruccio Parri il loro capo, erano seconde per numero solo alle «Garibaldi», dirette dai comunisti) e nell’insurrezione, ma di masse non ne disponeva, nonostante gli sforzi fatti per penetrare fra di esse. Il massimo che il Partito d’azione poteva ottenere era la designazione d’un presidente del consiglio di sua fiducia. Anche questo non poteva ottenerlo subito, poiché, non facendo più parte del governo Bonomi, da solo non era in grado di costringerlo a dimettersi.
    C’era stato un momento in cui nel Nord ci eravamo illusi. A Milano, ove l’insediamento di Riccardo Lombardi a prefetto della liberazione richiamava l’attenzione sul Partito d’azione, nei primi giorni dopo il 25 aprile ben 52 mila persone fecero la coda davanti alle sezioni che in fretta e furia esso aveva aperto, per prenderne la tessera. Poi si seppe che folle non meno numerose, forse composte dalle stesse persone che volevano garantirsi con una tessera antifascista dai rischi dell’epurazione o acquistare delle benemerenze, si erano iscritte agli altri partiti del CLN. L’edizione milanese dell’«Italia Libera» tirava 300 mila copie, che si vendevano in Lombardia, nel Veneto e in parte in Emilia, poiché a Genova e a Torino il Partito d’azione aveva i suoi quotidiani locali. Non appena, a fine maggio, il «Corriere della Sera» tornò in circolazione, la diffusione dell’«Italia Libera» scese, però, fatalmente.
    La rivoluzione democratica, che il Partito d’azione, compreso La Malfa, aveva auspicato, era in atto nel Nord. Gli angloamericani avevano bensì assunto i poteri che ai sensi dell’armistizio spettavano loro, ma tutti gli uffici pubblici (da quelli di prefetto, sindaco, questore in giù) furono affidati ad esponenti dei CLN, e la direzione di tutte le grandi imprese venne affidata – con l’estromissione dei proprietari – a commissari dei CLN, affiancati dai rispettivi CLN di base. C’era anzi la possibilità che si andasse, su spinta dal basso, che si manifestava, oltre che in selve di bandiere rosse, in vendette, esplosioni di odio di classe, più in là della rivoluzione democratica, fino ad una rivoluzione proletaria che o sarebbe stata repressa nel sangue dall’esercito angloamericano (come alla fine del ’44 era avvenuto in Grecia) oppure sarebbe sboccata in una dittatura comunista sul modello della vicina Jugoslavia. In quest’ipotesi speravano molti comunisti che, in parte su direttive dei capi che avevano nel Nord, in parte di loro propria iniziativa, nascosero buona parte delle armi che avrebbero dovuto consegnare agli angloamericani, così come fecero, viceversa, i partigiani di tutte le altre formazioni, a cominciare da quelli delle «Giustizia e Libertà». Il modello jugoslavo non era, tuttavia, realmente praticabile, per l’opposizione degli angloamericani, che fecero sloggiare le forze armate di Tito da Trieste, e anche per l’opposizione che suscitava in tutti gli italiani, fuorché nei comunisti di stretta osservanza, man mano che si veniva a conoscenza degli eccidi che i titoisti avevano compiuto fra gli italiani della Venezia Giulia, e non solo fra i fascisti, ma anche fra gli antifascisti democratici e gli apolitici, colpevoli solo di non volere l’annessione di quella terra alla Jugoslavia.
    Si sapeva, da Salerno in poi, che Togliatti per primo, con ogni probabilità d’accordo con Stalin, non riteneva possibile una rivoluzione comunista in Italia. I capi comunisti parlavano anch’essi di rivoluzione democratica. Non potevano tuttavia rassicurare abbastanza né gli angloamericani, né gli italiani non comunisti, per esser accettati come la forza dirigente della nuova democrazia. Il Partito d’azione non aveva una base di massa sufficiente per potersi imporre in tale compito storico. Aveva forse le idee, ma non il seguito popolare occorrente. Tale seguito il Partito socialista lo aveva, in una misura nell’insieme non inferiore a quella dei comunisti. Perciò la designazione di Rodolfo Morandi, uno dei più noti dirigenti socialisti della lunga lotta clandestina, che Pertini aveva proposto alla presidenza del CLN Alta Italia, fu accettata da tutti i partiti di quel consesso, alla vigilia dell’insurrezione.
    Morandi aveva fama di socialista autonomista. Prima di andare in carcere aveva criticato lo stalinismo. Dal giorno stesso della liberazione optò, invece, per la stretta osservanza del patto d’unità d’azione col Partito comunista. Inoltre, aveva molto più il temperamento dello studioso di storia economica, qual era, che non quello del capo politico. Recandosi a Roma, il 5 maggio 1945, il CLNAI avrebbe dovuto portare con sé una proposta unitaria per la successione a Bonomi. Solo i rappresentanti del Partito d’azione e del Partito liberale erano, invece, pronti a fare dei nomi. I socialisti, i comunisti ed i democristiani (la Democrazia del lavoro nel Nord non esisteva) si rimettevano ai segretari nazionali dei loro rispettivi partiti: dunque a Nenni, a Togliatti e a De Gasperi.
    Nenni non esitò ad annunciare la propria candidatura. Forse, benché non si possa provarlo, qualora avesse accettato, nel gennaio precedente, l’offerta di La Malfa di allearsi col Partito d’azione, anziché col Partito comunista, Nenni sarebbe stato accettabile alla maggioranza del CLN centrale, riunitosi col CLNAI. Gli americani non l’avrebbero gradito, ma se si fosse protratto il braccio di ferro fino alle elezioni inglesi del luglio, la vittoria laburista l’avrebbe favorito. Avendo ribadito il suo legame privilegiato coi comunisti, Nenni non era accettabile neppure per La Malfa, anche se la maggioranza del Partito d’azione – e la sinistra del Partito liberale – erano disposte ad accettarlo egualmente. De Gasperi motivò il rifiuto che il suo partito opponeva a Nenni e, a sorpresa generale, chiese per sé la presidenza del consiglio. Essa incontrò, fuor che fra i democristiani, il favore del solo La Malfa, convinto che De Gasperi, data l’irrecuperabilità di Nenni, avrebbe potuto garantire meglio di chiunque il cammino che si doveva percorrere fino alla vittoria alle urne della repubblica.
    La candidatura di De Gasperi era prematura. Proprio per smorzare l’atmosfera incandescente che dominava le regioni del Nord, nelle quali la guerra partigiana era stata condotta ad oltranza, ci voleva qualcuno che riscuotesse la fiducia dei partigiani. Nessuno si prestava all’uopo meglio di Parri, che della guerra partigiana era stato il comandante più rispettato. Dopo settimane di tira e molla, Morandi e il suo vice, il democristiano Brusasca, sostenuto da tutti i CLN regionali del Nord, fecero il nome di Parri, a metà giugno. La richiesta fu rapidamente accolta.
    La Malfa aveva i suoi dubbi sulla convenienza, per il Partito d’azione, di assumersi – senza aver potuto assicurarsi un sostegno di massa – il gravissimo onere della presidenza del consiglio, in circostanze di estreme difficoltà materiali e psicologiche. La rivoluzione democratica poteva essere matura nel Nord, ma era lungi dall’esserlo a Roma e nel Sud, ove anzi l’antifascismo aveva già perso terreno per l’inconcludenza dei governi Bonomi, per la mancanza di generi alimentari e per le delusioni e le minacce dell’epurazione. La Malfa, che aveva lavorato per lunghi anni con Parri a Milano, ne conosceva i limiti. Anche Parri era molto più uomo di studi che non capo politico. Era stato alla testa della guerra partigiana perché aveva doti di strategia militare (dimostrate già nello stato maggiore dell’esercito, nel 1918), coraggio eccezionale, moralità superiore e un passato antifascista di eroismo e coerenza a tutta prova. Le attitudini del politico di razza, a giudizio di La Malfa, gli facevano difetto. Tuttavia, quando a Parri fu conferito, con la presidenza del consiglio, anche il ministero dell’interno, La Malfa mi scrisse: «Che vittoria! Adesso sei mesi di saggezza…». Nel governo Parri, La Malfa, che non aveva voluto entrare l’anno prima nel governo Bonomi, accettò il ministero dei trasporti. Lussu andò all’assistenza postbellica.
    Parri aveva un passato politico molto più moderato, se così si può dire, dello stesso La Malfa. Da giovane era stato amico di Prezzolini. Antifascista da sempre, fu redattore del «Corriere della Sera» e ne uscì, con Luigi ed Alberto Albertini e con Alberto Tarchiani, su posizioni di liberalismo intransigente. Amico di Carlo Rosselli, collaboratore suo, e di Pertini, nella fuga di Turati, non diventò socialista, né allora, in carcere e al confino, né poi, nella cospirazione. In «Giustizia e Libertà» era considerato come un’alta figura morale, ma il meno a sinistra del movimento. La resistenza, di cui fu uno dei massimi iniziatori e comandante nel Nord, dopo un periodo di aspre polemiche coi comunisti, lo spostò a sinistra, fino a fargli accettare l’idea della rivoluzione democratica. Finì con l’intendersi molto bene con Longo, il capo dei partigiani comunisti. Era ben visto dagli americani, che gli avevano salvato la vita, facendolo liberare, al principio del ’45, dal carcere nazista. La sua nomina a capo del governo italiano fu accettata, senza obiezioni, dai governi di Washington e di Londra.
    Tutti credevano che, al governo, Parri si sarebbe fatto consigliare da La Malfa, del quale era vecchio amico e le cui idee politiche sembrava condividere in pieno. Accadde diversamente. Da ministro dei trasporti, La Malfa operò efficacemente per la ricostruzione della rete ferroviaria in gran parte distrutta dalla guerra. Sulle questioni politiche Parri non lo consultava. In una delle prime riunioni del nuovo consiglio dei ministri, De Gasperi, che rimaneva agli esteri, propose di celebrare la liberazione, e la pace, con una solenne messa, in presenza del capo del governo e di tutti i ministri. Parri e Lussu rifiutarono. La cosa fu risaputa da Pio XII, che già non era ben disposto né verso l’antifascismo militante né verso il laicismo. Gli Stati Uniti insistevano per la rapida tenuta – in Italia – di elezioni amministrative, col rinvio di quelle politiche alla primavera del ’46. La guerra fredda, dopo la conferenza di Postdam, stava per aprirsi, gradatamente, e gli americani volevano saggiare l’elettorato italiano in elezioni politicamente non impegnative, per sapere se c’era il pericolo di una maggioranza socialcomunista. De Gasperi fece proprio il suggerimento americano. La Malfa reputava inevitabile il rinvio al ’46 delle elezioni politiche, ma voleva dar loro la precedenza su quelle amministrative. Egli non ignorava che il Partito d’azione avrebbe avuto più voti se le elezioni politiche si fossero svolte sotto il governo Parri, ma riteneva che fosse impossibile tenerle nel ’45, data l’opposizione della Democrazia cristiana, oltre che degli americani, a questa eventualità. A suo avviso, con i socialisti legati ai comunisti, era obbligatorio, per giungere alla repubblica, tenere unite la sinistra e la destra del CLN. La spaccatura fra un blocco di sinistra dominato dai comunisti, ed un blocco di destra, avrebbe fatto vincere quest’ultimo, poiché la situazione internazionale non avrebbe consentito una vittoria comunista. I socialisti ed i comunisti chiesero le elezioni in autunno. Il Partito d’azione, tolto La Malfa, vedendo che la sua popolarità si sarebbe ridotta e ben poco con l’allontanarsi della Resistenza, si pronunciò egualmente per le elezioni del ’45. Parri stesso prese posizione, dapprima, in tal senso, ma dovette poi convenire che ciò non era possibile, dando così prova d’incertezza politica.

    (...)
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa dal 1925 al 1953

    Non per questo egli fu, tuttavia, rovesciato, ma per la scottante questione dell’epurazione. Nel nuovo governo, alto commissario per l’epurazione era Nenni. Le misure da lui annunciate erano contraddittorie: allargavano la sfera degli epurandi nelle attività economiche, la riducevano nel pubblico impiego, ma non abbastanza e ammettevano i ricorsi, nel merito, alle sedi giurisdizionali non epurate a loro volta. Nel paese, gli epurati ed epurandi ed i loro familiari ed amici si mobilitavano, in ispecie dietro al movimento di destra «apolitica» dell’«Uomo qualunque». Quando Parri accettò le proposte epurative di Nenni, traducendole in un decreto, il Partito liberale fece dimettere i suoi ministri. Esso reclamava un governo che non fosse più esclusivamente di CLN, ma allargato verso posizioni più moderate. Parri voleva resistere, ma le dimissioni di De Gasperi e dei ministri democristiani lo fecero cadere. Né Nenni, né Togliatti, ministro della giustizia, lo sostennero. Si erano anzi accordati con la Democrazia cristiana per un governo dominato dai tre partiti di massa, con De Gasperi alla presidenza del consiglio e un socialista (Romita) agli interni. Nenni restava vicepresidente del consiglio e ministro per la costituente, Togliatti rimaneva alla giustizia. L’alto commissariato per l’epurazione fu assunto da De Gasperi e poi abolito. L’epurazione stessa sarebbe stata revocata in breve. Al Partito d’azione furono offerti un ministero senza portafogli, che fu assunto da Lussu, quello dei trasporti, conferito a Riccardo Lombardi, e un altro dicastero economico (che risultò alla fine quello del commercio estero) che toccò a La Malfa. Era una visibile diminuzione di peso per il partito che aveva avuto la presidenza del consiglio e gli interni. Parri non volle entrare in questo governo, ma accettò che altri del Partito d’azione vi facessero parte.
    Lussu e La Malfa si trovarono d’accordo, per una volta, nel difendere la partecipazione al governo, dal momento che la richiesta liberale di sganciarlo dal CLN era stata respinta. La vittoria repubblicana alle urne rimaneva possibile. In realtà, restava tale perché l’insurrezione del 25 aprile e la fucilazione di Mussolini e dei gerarchi, legalizzata dal governo Parri, facevano capire che la monarchia non avrebbe potuto vincere senza affrontare una nuova guerra civile. Questo solo fra gli obiettivi della rivoluzione democratica restava indiscutibile. Per il resto, essa sarebbe stata smobilitata col consenso forzato degli stessi partiti di massa delle sinistre.
    Il Partito d’azione si vedeva ridotto al lumicino. Lo sconfitto era lui. Altrettanto accadeva ai movimenti di resistenza della sinistra democratica in Francia, in Belgio, in Olanda. In Italia, nel Partito d’azione molti addebitavano la gravità della sconfitta alla mancanza, nella sua direzione, di una linea ideologicamente ben definita; altri al mancato passaggio del partito all’opposizione, dopo la fine del governo Parri. Il dissenso fra Lussu e La Malfa si riapriva. Per il congresso nazionale del partito, indetto per il febbraio 1946, nella segreteria uscente, riformata, dopo la liberazione del Nord, con Oronzo Reale, Vittorio Foa ed Altiero Spinelli, si fece strada l’idea che Lussu e La Malfa si dedicassero solo ai compiti di governo, mentre la presidenza del partito sarebbe andata a Parri e la segretaria generale a Riccardo Lombardi. Il disegno, troppo ingenuo, fu rovesciato al congresso da Lussu che, in un discorso scintillante, durato molte ore, chiese di nuovo, come a Cosenza, che il partito si proclamasse socialista. La Malfa gli rispose con un discorso profondamente meditato, nel quale assegnava al Partito d’azione il compito di indicare le vie della modernizzazione del paese. Fece anche l’ipotesi di una scissione, sperando, però, ancora, che Lussu sarebbe rimasto in minoranza. («È un discorso da Camera dei Comuni» commentò Togliatti, che assisteva al congresso, seduto accanto ad Adolfo Tino. L’indomani pubblicò, nell’«Unità», un articolo firmato, nel quale dava ragione a La Malfa). Lombardi fece un discorso egualmente applauditissimo, nel quale si poneva a metà strada fra i due. Le sorti del congresso erano nelle mani di Parri, per il suo prestigio personale, e di Tristano Codignola che, solo fra gli esponenti del partito, aveva pensato ad organizzare una vera e propria corrente, nei congressi provinciali e al congresso nazionale medesimo, su una piattaforma liberalsocialista. Lussu, essendo stato capopartito e deputato già prima del fascismo, e avendo anche l’esperienza di un lungo esilio in un paese democratico, capì subito che in alleanza con Codignola poteva vincere il congresso. Lo vinse, dopo che Parri, privo di tale esperienza (ne erano privi anche La Malfa e Lombardi) ritirò la mozione, invero molto vaga, che aveva improvvisato. Lombardi ne improvvisò un’altra, che fu battuta da quella unificata di Lussu, De Martino e Codignola. Per questa votarono in maggioranza, malgrado la loro devozione a Parri, anche i partigiani del Veneto, del Piemonte e della Toscana, e gli stessi operai repubblicani romani.
    Ci sarebbe stata ancora una via d’uscita. In precedenza, il congresso aveva approvato, senza opposizioni, un ordine del giorno che auspicava la fusione del Partito d’azione medesimo col Partito repubblicano.[1] Su questa piattaforma l’unità si sarebbe potuta mantenere, naturalmente con l’uscita dal governo, poiché il Partito repubblicano non intendeva far parte di alcun governo, prima del mutamento istituzionale.
    La Malfa questa volta non volle, però, transigere. Dimessosi da ministro subito dopo la prevalenza della mozione Lussu-De Martino-Codignola, uscì dal partito di cui era stato il principale costruttore ed il vero capo politico. Parri lo seguì, con molti altri fra i nomi di spicco intellettuale del partito. Insieme, Parri e La Malfa, furono eletti all’assemblea costituente, il 2 giugno 1946, su una lista di «democrazia repubblicana», che ebbe in loro i suoi due soli deputati. (Il residuo del Partito d’azione ne ebbe sette, più Lussu, eletto in Sardegna con un altro del Partito sardo d’azione). Insieme, entrarono, poco dopo, nel Partito repubblicano. Parri per qualche anno, La Malfa per tutta la vita. Nel ’48 su eletto deputato come repubblicano e venne rieletto in tutte le successive legislature.

    (...)



    [1] Cfr. il testo della mozione che auspica la fusione col Partito repubblicano, nel vol. I congressi del Partito d’azione, a cura di Giancarlo Tartaglia, Roma, 1984, a p. 389.
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa dal 1925 al 1953

    Al primo congresso del Partito repubblicano italiano al quale partecipò, nel gennaio del 1947, La Malfa parlò soprattutto di problemi economici. Al liberismo di sinistra tradizionale di Giovanni Conti, oppose l’intervento dello Stato nell’economia, alla maniera di Roosevelt, al fine di dare un indirizzo allo sviluppo, pur nel rispetto dell’iniziativa privata. Le nazionalizzazioni non le escludeva, ma confermava di averle concepite solo come mezzo di assicurare il pieno impiego. Si stava facendo più urgente il compito di fermare l’inflazione, che cresceva pericolosamente.
    Nella polemica che già nel ’46 aveva avuto col ministro del Tesoro, Corbino, La Malfa aveva sostenuto, inizialmente d’accordo con Riccardo Lombardi, una politica antiinflazionistica fondata non esclusivamente, come quella di Corbino, sulla fiducia nel risparmio privato, sulla moderazione dei salari, sulla limitazione delle spese pubbliche, ma, altresì, sul cambio della moneta, sul controllo del credito e sull’imposizione patrimoniale straordinaria. Il cambio della moneta era avversato anche da Luigi Einaudi, governatore della Banca d’Italia, che, quando, nell’estate ’47, diventò vice presidente del consiglio e ministro del bilancio, attuò invece, con successo strepitoso, il controllo del credito (tecnicamente assai ben congegnato da Menichella, suo successore all’Istituto di emissione) e accettò l’imposta patrimoniale straordinaria, che ebbe La Malfa come suo relatore all’assemblea costituente. La costituente ne ridusse, tuttavia, la portata, con numerose esenzioni, avversate da La Malfa, in favore di enti collettivi, ecclesiastici o cooperativi.
    Il successo della politica di Einaudi era dovuto non solo alla sua validità intrinseca, ma alle mutate circostanze internazionali ed interne. Gli Stati Uniti avevano deciso di concedere vastissimi aiuti economici all’Europa che era sull’orlo della bancarotta, e, dopo il rifiuto sovietico, alla sola Europa occidentale. De Gasperi formò un nuovo governo, di centro, con l’estromissione dei comunisti, coi quali si autoescluse il Partito socialista di Nenni, dal quale Saragat ed i suoi seguaci erano già usciti. La formazione di un governo senza i comunisti ispirò immediata fiducia ai capitalisti e anche ai minuti risparmiatori.
    Le previsioni di fondo, che La Malfa aveva formulato ancora quando dirigeva il Partito d’azione, si avveravano. L’unità del CLN aveva portato l’Italia alla repubblica. La sua rottura, dovuta anche a spinte conservatrici, ma egualmente al legame fra socialisti e comunisti e fra comunisti italiani e Unione Sovietica, portava l’Italia a destra. Il risanamento economico avrebbe tuttavia consolidato la repubblica. L’ingresso nel governo, a direzione democratico-cristiana, del Partito repubblicano, e del Partito socialdemocratico, vi avrebbe contribuito, pur facendo perdere dei voti a questi due partiti laici e anche ai liberali nelle elezioni dell’aprile 1948, che diedero la maggioranza assoluta alla Democrazia cristiana. De Gasperi avrebbe potuto fare a meno dei partiti laici, ma non volle privarsi della loro utilissima collaborazione. Nenni, e lo stesso Togliatti, avrebbero concorso, nei momenti risolutivi, alla salvaguardia della democrazia. Determinanti furono, comunque, anche nei confronti di Pio XII, il senso dello Stato e la fedeltà al sistema democratico di De Gasperi, in cui La Malfa aveva sempre avuto fiducia.
    Abbiamo parlato diffusamente di La Malfa nell’antifascismo repubblicano e segnatamente nel Partito d’azione, perché questo capitolo della sua vita, svoltosi in gran parte nella clandestinità, è il meno conosciuto. Saremo brevi su quanto è accaduto dopo.
    Per l’adesione dell’Italia al Patto atlantico, si erano impegnati, fra i primi, Alberto Tarchiani, già di «Giustizia e Libertà» e del Partito d’azione, dal ’45 ambasciatore a Washington; il conte Sforza, eletto dai repubblicani alla costituente, ministro degli esteri con De Gasperi, e Randolfo Pacciardi, comandante dei volontari antifascisti in Spagna e capo del Partito repubblicano, divento ministro della difesa. La Malfa nel ’48 era stato per alcuni mesi a Mosca, come capo della delegazione incaricata di negoziare un accordo sulle riparazioni che il trattato di pace imponeva all’Italia di pagare all’Unione Sovietica. L’accordo fu concluso. La Malfa rammentò più volte di aver avuto a Mosca, ove aveva trattato con Mikoyan, l’impressione che fra i capi sovietici non tutti fossero partigiani d’una linea di intransigente durezza verso l’Occidente. Si poteva dunque sperare nell’avvenire di una coesistenza pacifica, ma nel presente le democrazie non potevano fare a meno di allearsi e di riarmarsi, proprio per evitare che l’URSS si illudesse di poterle avere alla sua mercè.
    Riarmarsi, peraltro, non bastava. Era ancora molto più importante profittare degli aiuti americani del Piano Marshall per risanare le economie europee ed unirle in un mercato comune. Di ciò l’Italia, e soprattutto il Meridione, al cui risollevamento La Malfa dava la precedenza, reclamandone l’industrializzazione, oltre che l’ammodernamento agricolo, aveva grande bisogno. La comunità europea andava costruita con quanti erano disposti a costruirla; dunque, per il momento, coi soli paesi democratici e andava fatta anche sul solo terreno economico, in attesa che i paesi disponibili a ciò si risolvessero a farla sul terreno dell’unificazione politica.
    Nel ’49 si fecero insistenti le critiche americane alla persistenza in Italia, con Pella al tesoro, di una politica deflazionistica, che impediva un maggior assorbimento italiano degli aiuti del Piano Marshall, in pro di investimenti nelle industrie produttrici di beni strumentali e nelle infrastrutture del nostro paese. La Malfa condivideva quelle critiche. Il pericolo non era più l’inflazione, ma la deflazione. Ci volevano, e grazie al Piano Marshall sarebbero stati possibili, più vasti investimenti produttivi. Avrebbero dovuto esser promossi, però, secondo La Malfa, anzitutto gli investimenti pubblici nel Sud, nel mentre le aziende decotte, più numerose allora nel Nord, non sempre valeva la pena di salvarle. Al loro posto sarebbero sorte nuove imprese.
    In quest’ottica La Malfa fu fautore dell’istituzione della Cassa del Mezzogiorno. A suo avviso era altrettanto importante, per il Sud, la riforma agraria. Il Partito liberale vi si opponeva. Per incarico del Partito repubblicano, La Malfa andò da De Gasperi per chiedergli di scegliere. Temeva che De Gasperi, dato il peso, nella stessa Democrazia cristiana, degli avversari conservatori della riforma agraria, avrebbe optato per la tesi liberale. Invece, il capo del governo optò per i repubblicani. Ebbe così inizio il riformismo governativo che ha cambiato il volto dell’Italia, non sempre così come sarebbe stato desiderabile ma, nell’insieme, in un senso progressista.
    La Malfa ebbe l’incarico di studiare il problema della riorganizzazione delle partecipazioni economiche, che s’ingrossavano, dello Stato. La relazione, ben documentata, che stese nel ’51 sull’argomento, si legge ancora oggi con profitto. È opportunamente ristampata in questo volume.
    Nello stesso ’51 La Malfa, tornato nel governo come ministro del commercio estero, prese un’arditissima iniziativa: la liberalizzazione degli scambi dell’Italia su scala internazionale. Pareva un’eresia! La Confindustria e la Confederazione generale del lavoro, che si combattevano aspramente per il rimanente, furono concordi nel paventare che l’industria italiana, sviluppatasi da sempre sotto l’ombrello d’una forte protezione doganale, sarebbe crollata se i prodotti industriali dei paesi tecnologicamente più avanzati avessero potuto farle concorrenza, liberamente, sul nostro mercato interno. Ma La Malfa, pur desideroso di giovare al Meridione, tradizionalmente liberista, non era mosso da una cieca fede nel liberismo. Egli constatava che nella bilancia dei pagamenti coi paesi europei aderenti al Piano Marshall, l’Italia aveva acquistato un significativo saldo attivo. L’occasione era propizia per aprire maggiormente le frontiere italiane alle merci estere, nella speranza che l’estero facesse altrettanto verso le merci italiane. L’iniziativa incontrò un anno difficile nella depressione mondiale del 1952, ma dal ’53 ebbe un successo senza precedenti ed un successo durevole, non effimero. L’economia italiana acquistava potenza industriale. Non c’era più bisogno, scriveva La Malfa nel 1952, di nazionalizzazioni, fuor che forse in qualche settore, ma di programmare ed amministrare bene il sempre più necessario intervento dello Stato. I salari erano ancora bassi, la disoccupazione era ancora molto preoccupante. Dopo la loro sconfitta del ’48, i comunisti ed i socialisti ad essi legati crescevano di nuovo e crescevano ancor più, a Roma e nel Sud, le destre, monarchiche e neofasciste. Le elezioni amministrative ne facevano pericolosamente prova.
    In vista delle elezioni politiche generali del ’53, anche La Malfa fu favorevole alla legge elettorale maggioritaria. La proporzionale – criticata a suo tempo da Amendola e non solo da Giolitti – rischiava di produrre un parlamento ingovernabile come quelli del 1919 e del ’21. La legge maggioritaria avrebbe rinsaldato la collaborazione dei partiti laici con la Democrazia cristiana. A questa collaborazione, a parere di La Malfa, non esisteva un’alternativa democratica, finché il Partito socialista di Nenni preferiva restare al fianco del Partito comunista. Nenni, dopo la morte di Stalin, si pronunciava per la neutralità dell’Italia, ma finché, prima dell’adesione al Patto atlantico, quest’ipotesi era stata possibile, aveva sempre parteggiato per l’URSS contro gli Stati Uniti. La distensione adesso supponeva il rafforzamento dell’Europa (La Malfa approvava il disegno di una comunità europea di difesa) ed un eventuale mutamento di rotta dei successori di Stalin. De Gasperi, ripeteva La Malfa, aveva ragione di volere l’unità europea. Ci voleva uno sforzo congiunto dei partiti democratici italiani per superare lo storico dualismo dell’economia e della società, fra Nord e Sud, nell’Italia appartenente alla democrazia occidentale. Il marxismo, che dominava le menti della sinistra italiana, era superato dai progressi del pensiero scientifico e dalle realizzazioni economiche e sociali dell’Occidente. La diffusione del marxismo politico in Italia, ammetteva La Malfa, era incentivata dal rifiuto di gran parte dei ceti abbienti di pagare le imposte progressive che gli analoghi ceti inglesi accettavano, viceversa, di pagare. I socialisti italiani avrebbero dovuto orientarsi sui laburisti inglesi, che leggevano Keynes e non Marx.
    Il Partito repubblicano italiano – citiamo da uno dei discorsi di La Malfa a chiusura della campagna elettorale del 1953 – non si è mai ispirato a Marx. I suoi grandi nomi sono sempre stati Mazzini e Cattaneo. Esso rappresenta la coscienza popolare risorgimentale, che ha egualmente vivo il senso della giustizia sociale, della solidarietà con gli umili, senza ignorare, come fanno i marxisti-leninisti, «il libero progresso del pensiero umano».[1]
    Le elezioni del giugno 1953, svoltesi in un clima di accese passioni, bocciarono, con uno scarto minimo di voti, la legge elettorale maggioritaria. Essa aveva delle giustificazioni, ma anche dei difetti. Era stata presentata tardi, verso la fine della legislatura che dovette approvarla frettolosamente; privilegiava troppo i partiti di governo, che potevano apparentarsi fra di loro per beneficiare del previsto premio di maggioranza, mentre le opposizioni di fatto non potevano apparentarsi, né, ovviamente, fra destre e sinistre e neppure fra comunisti e socialisti, poiché il Partito socialista italiano, venendo incontro alle censure mossegli, aveva già deciso di non ripetere l’infelice esperimento del fronte popolare; e, infine, se il premio di maggioranza fosse scattato, avrebbe restituito alla Democrazia cristiana quella maggioranza assoluta in parlamento che, sotto l’impressione della minaccia comunista, aveva avuto nel ’48, ma che nel quinquennio successivo aveva visibilmente perduto nel paese.
    Per il Partito repubblicano italiano lo scacco elettorale fu serio. La Malfa comprese che una svolta di centro-sinistra sarebbe stata necessaria. Non appena il distacco di Nenni dal patto di unità d’azione l’avesse reso possibile, La Malfa avrebbe lavorato, tenacemente, in tal senso. Le vicende di questo travaglio il lettore le troverà nel volume successivo.
    Sempre La Malfa ebbe come suo faro il profondo amore che sentiva per l’Italia civile, democratica, in cui il suo natio Meridione doveva elevarsi al livello economico del Settentrione, per raggiungere tutt’insieme il livello generale dei paesi più progrediti. Il giornale che nella lotta clandestina sotto il fascismo, per un avvenire democratico e repubblicano, fondò 42 anni fa, si chiamava «L’Italia Libera». Così si era già chiamato uno dei movimenti antifascisti che avevano preceduto quello di «Giustizia e Libertà». Per merito anche di La Malfa, e naturalmente di tanti altri, non pochi dei quali suoi compagni, l’Italia è diventata ed è rimasta libera. La riflessione sui suoi scritti indica che cosa l’Italia deve fare ancora per consolidare le libertà ed accompagnarle a realizzazioni di giustizia.


    Leo Valiani


    https://musicaestoria.wordpress.com/...-1925-al-1953/



    [1] «L’opera, le speranze e le idee del Partito repubblicano», in questo volume a p. 887.
    Ultima modifica di Frescobaldi; 02-01-22 alle 04:23
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