User Tag List

Risultati da 1 a 3 di 3
  1. #1
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma
    Messaggi
    12,959
     Likes dati
    309
     Like avuti
    924
    Mentioned
    39 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito Ugo La Malfa dal 1925 al 1953




    di Leo Valiani - «Introduzione» a Ugo La Malfa, “Scritti 1925-1953”, Mondadori, Milano 1988, pp. XI-XLVI.


    Nell’avvento della repubblica italiana, al posto della monarchia, profondamente compromessasi con la ventennale dittatura del fascismo e con le sue sciagure e guerre, Ugo La Malfa ebbe parte eminente. L’ebbe egualmente nella difesa, nel consolidamento e nei progressi della democrazia, lungo i decenni successivi e, in particolare, nella rapida ricostruzione e nella rigogliosa espansione dell’economia italiana. Vide, altresì, lucidamente, i motivi di fondo della sua fragilità ed ai primi sintomi della crisi, sopraggiunta anche per cause internazionali, rammentò che la crisi stessa in Italia – dato il carattere dualistico dell’economia italiana – era strutturale e non soltanto congiunturale e non poteva essere risolta senza sacrifici da parte di tutti. Fu chiamato Cassandra, ma le sue previsioni sono state confermate dallo svolgimento effettivo. Indicò, tempestivamente, venti e dieci anni fa, i rimedi che solo oggi si cominciano ad applicare, e solo in parte, ma speriamo con successo, nonostante il grave ritardo, dovuto a quanti non avevano voluto ascoltarlo.
    Non è dunque soltanto per rendere omaggio all’indimenticabile personaggio al quale s’intitola, che l’Istituto Ugo La Malfa inizia con questo primo volume la pubblicazione dei suoi scritti. Il lettore s’avvedrà come essi siano di eccezionale interesse per l’esatta conoscenza d’un lungo periodo storico e di viva attualità per la chiarificazione degli stessi problemi in corso e per gli orientamenti che dovrebbero scaturirne. Dai suoi scritti, così come da tutta la sua vita ardentemente vissuta, Ugo La Malfa emerge come un grande combattente per la libertà, come un politico di alta statura, come un autentico statista e come una personalità di profonda e moderna cultura, di straordinario fascino e di raro, severo rigore morale.
    Ugo La Malfa nacque a Palermo nel 1903, in una famiglia di gente che non conosceva gli agi e poteva contare solo sull’onestà e sulla volontà di lavorare che le erano congeniali. Suo padre era un modesto servitore dello Stato. A stento, con l’aiuto di parenti, e con la ferrea volontà di studiare che aveva, il giovane La Malfa poté accedere all’università e laurearsi nel prestigioso ateneo veneziano di Ca’ Foscari. Al momento della Marcia su Roma era già, per intuito infallibile e per inclinazione intellettuale, risolutamente antifascista, oppositore, malgrado i rischi fisici che ciò comportava, dello squadrismo imperversante. Fra i professori che ebbero maggiore influenza su di lui, Silvio Trentin, studioso di filosofia del diritto e dei problemi dello Stato, e Gino Luzzatto, uno dei decani della storiografia economica italiana, erano antifascisti. Luzzatto, socialista salveminiano, indirizzò gli interessi di La Malfa verso le concrete questioni di politica economica e anche verso il meridionalismo che già portava nel cuore. Trentin, ex deputato repubblicano, lo portò nella politica attiva, nell’Unione democratica nazionale di Giovanni Amendola, nella quale egli stesso militava.
    Il debutto politico di La Malfa data dal congresso che l’Unione nazionale tenne nel 1925. La battaglia per costringere Mussolini, direttamente o indirettamente corresponsabile dell’assassinio del segretario generale del Partito socialista unitario, il deputato Giacomo Matteotti, e di innumerevoli altre aggressioni squadristiche (che costeranno poi la vita anche ad Amendola), a dimettersi da capo del governo, era già stata perduta. Alla sconfitta della democrazia avevano concorso gli errori delle opposizioni medesime, la fiducia che il re continuava a riporre in Mussolini, anche dopo le documentate rivelazioni sulle sue colpe, la decisione del fascismo di difendersi con la violenza, facendo ricorso alla propria milizia armata e la paura, nutrita da larghi strati di borghesia, alta, media e minuta, che la vittoria dell’antifascismo potesse significare il ritorno alle minacce rivoluzionarie «rosse» del 1919-20. Di quell’esperienza, sulla quale meditò a lungo, La Malfa tenne conto in tutta la sua lunga attività politica. Nel 1925 si professava tuttavia ottimista, seppure a non breve scadenza. Amendola aveva ragione nell’aver aperto, nei confronti del fascismo che si faceva dittatoriale, una «questione morale». La libertà poteva essere conculcata, ma non per l’eternità: sarebbe risorta, purché avesse trovato sostenitori tenaci ed intransigenti. L’entusiasmo, l’intelligenza ed il desiderio di lotta del ventiduenne La Malfa impressionarono molto favorevolmente Amendola, che lo incluse nella ristretta direzione nazionale (di sole 5 persone) del suo movimento.
    «Giovanni Amendola – ha scritto La Malfa in un conciso “ricordo” del novembre 1945 – fu in certo senso l’ultimo dei grandi uomini di Stato dell’Ottocento italiano. Egli discende direttamente da quella razza di uomini che… diede una particolare impronta al Risorgimento italiano… Ma… fu anche un anticipatore. La sua conoscenza dello Stato democratico moderno, questo suo vedere le grandi masse umane entrare in un quadro strutturale statale diverso dal tradizionale lo proiettano nel futuro… La lotta di Giovanni Amendola ebbe carattere tragico… Giovanni Amendola fallì. Ma appunto perché fallì, appunto perché non poté contrapporre che una enorme forza morale ad avvenimenti terribili, noi non dobbiamo fallire. La lotta è sempre quella… Lo Stato della democrazia che Amendola, uomo di Stato dell’Ottocento, sognò per il ventesimo secolo è ancora da creare. Se tenacia, passione morale contenuta e nascosta (dopo di lui è impossibile dare personificazione a una passione morale), se abilità politiche e accorgimenti, se intuiti rapidi e immediati sono necessari bisogna usarne.»[1]
    Rievocando così la grande figura di Giovanni Amendola, La Malfa caratterizzava anche se stesso. Amendola era stato sconfitto, quasi fatalmente, ma non era fatale che i suoi continuatori lo fossero, in tempi più propizi alla battaglia democratica. Per affrettarne la venuta, dopo la soppressione dei partiti diversi da quello fascista e d’ogni residua stampa libera, nel novembre 1926, non si poteva fare molto. Si poteva e si doveva opporre la propaganda in esilio o la cospirazione in patria alla dittatura totalitaria, ma sarebbe stata una lotta a lungo impari. Si poteva studiare, meditare, prepararsi per un domani vicino o lontano, come Benedetto Croce esortava a fare. La Malfa studiava, ma partecipò anche alla cospirazione, sin dal suo arresto (per fortuna di breve durata) del 1928, tendendosi vicino a «Giustizia e Libertà». Egli stesso ha narrato come fosse importante per lui la riflessione sulle lettere che Riccardo Bauer inviava, dai penitenziari, alla famiglia, che le faceva leggere a qualche amico fidato. La terribile delusione che il re, rifiutando di difendere lo Stato liberale al quale sarebbe dovuto restare fedele, ed avallando l’azione liberticida del fascismo, aveva inflitto ad Amendola, monarchico da sempre, e la presa di conoscenza della pregiudiziale repubblicana di «Giustizia e Libertà» fecero di La Malfa un repubblicano convinto ed intransigente. Negli anni Trenta non militò, tuttavia, in «Giustizia e Libertà», non tanto per l’adozione, da parte di questa, all’estero, di un programma più marcatamente socialista di quelle che erano state le idee iniziali dei suoi fondatori (di quest’evoluzione, confessò poi nel 1943, sapeva poco) quanto perché non credeva che si potesse tentare, prima di una sconvolgente crisi internazionale, l’insurrezione in Italia, che i capi giellisti propagandavano invece, con la loro stampa clandestina e anche con fatti tanto audaci, quanto disperati, prima che ne fossero maturate le condizioni.
    L’originalità di La Malfa consisteva nell’attenzione che dedicava alla realtà italiana, non meno che alle prospettive internazionali. Quelle gli ispiravano cautela. In questa, accanto a ragioni di pessimismo, scorgeva anche ragioni di speranze. Nel suo articolo, significativamente intitolato «Internazionalismo borghese», che pubblicò il 29 giugno 1926, dunque dopo la morte di Amendola, nel quotidiano «Il Mondo» da questi fondato, La Malfa negava che la sconfitta della democrazia liberale in Italia fosse, come molti affermavano o temevano, il preludio del suo tramonto in tutta l’Europa.[2] Ammetteva che l’Europa era preda di nazionalismi e, di fronte all’avanzata degli Stati Uniti e del Giappone, dava prova di arretramenti politici ed economici, dovuti agli errori dei suoi ceti dirigenti, dalla guerra e dal trattato di pace di Versailles in avanti. «I ceti borghesi agricoli e industriali meno intelligenti… sperano, attraverso la politica nazionalistica, di comprimere le masse e di allettarle con la speranza di possibilità espansionistiche… Ma quali sono mai le colonie in cui è possibile esercitare una servitù politica o un intenso sfruttamento economico? I popolo coloniali si svegliano contro gli antichi padroni… Sui campi di battaglia di Europa non si potrebbero decidere le sorti di una nazione se non a prezzo di una crisi sempre più grave d’impoverimento e di decadenza». Le dittature, il dumping, il protezionismo, «la riduzione dei salari e la limitazione dei consumi non costituiscono soluzione della crisi, ma aggravamento di essa». Esistono invece alcune «correnti della borghesia industriale che comprendono come la funzione delle classi capitalistiche presupponga un regime di libertà… L’industria europea necessita di una sistemazione europea nell’ambito degli Stati Uniti d’Europa, e tutto ciò non può essere che opera della borghesia… I partiti socialdemocratici, d’altra parte, indicano alla borghesia la nuova via da battere; la loro adesione alla Società delle Nazioni ha un indubbio significato. In questo senso la democrazia non è morta, come non è morto il socialismo».

    (...)


    [1] «Ricordo», in «Il Mondo» 22 novembre 1945. Cfr. in questo volume a p. 328.

    [2] «Internazionalismo borghese», in «Il Mondo», 29 giugno 1926. Cfr. in questo volume a p. 9.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  2. #2
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma
    Messaggi
    12,959
     Likes dati
    309
     Like avuti
    924
    Mentioned
    39 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito Re: Ugo La Malfa dal 1925 al 1953

    Non stupisce che, all’età di 23 anni, La Malfa sperasse nella Società delle Nazioni, che proprio in quel periodo sembrava rinvigorita dagli sforzi di riconciliazione franco-tedesca e da un certo impegno inglese. Politici ed intellettuali ben più anziani ed esperti di lui vi speravano. Sulle colonne del «Mondo» medesimo o altrove, scrivevano in un senso non molto diverso Amendola, Carlo Sforza, Luigi Salvatorelli, Guglielmo Ferrero, Guido De Ruggiero. La Società delle Nazioni fece più tardi, davanti al riarmo della Germania, diventata hitleriana, e davanti alla conquista fascista dell’Etiopia, una fine ingloriosa. Ma fallì dopo che in Inghilterra una parte della classe dirigente e la quasi totalità del movimento operaio si erano convertite agli ideai societari della democrazia internazionale. Questa conversione, che aveva dato origine alle sanzioni contro l’impresa etiopica di Mussolini, non si dileguò col loro fallimento: si trasformò invece, dopo il mortificante e vano tentativo di Chamberlain di sacrificare una frazione della Cecoslovacchia per salvare il resto, nella determinazione inglese di resistere, con le armi, ad una nuova aggressione nazista o fascista. Così si giunse, ai primi di settembre del 1939, su pressione di un’opinione pubblica democratica, borghese ed operaia, alla dichiarazione di guerra inglese alla Germania di Hitler e, dopo anni di guerra, alla vittoria sul fascismo e sul nazismo.
    Che le cose sarebbero andate così, pochi potevano prevederlo nel 1926, quando il Partito nazionalsocialista contava pochissimo nella Germania di Weimar, e Mussolini era considerato un amico degno di rispetto dai conservatori al governo in Gran Bretagna. Colpisce, però, che questa previsione, nella sua parte relativa alla collaborazione democratica fra borghesia industriale e classe operaia, diventasse norma di condotta, per tutta la vita, di un giovanissimo militante antifascista. In Piero Gobetti, che La Malfa aveva letto, si trovava bensì l’apprezzamento positivo della funzione propulsiva della borghesia industriale (l’aveva esaltata, a suo tempo, ben prima del fascismo, da marxista e tutt’insieme da evoluzionista, Filippo Turati, che Gobetti non amava), sol che egli scriveva di Giovanni Agnelli come di un «eroe solitario» e puntava non sulla collaborazione, ma sulla lotta intransigente fra classe capitalistica e classe operaia. Carlo Rosselli cominciava già a scrivere di «socialismo liberale» e non avrebbe tardato ad auspicare gli Stati Uniti d’Europa, in opposizione al fascismo e al nazismo. Ma quest’opposizione, che Rosselli condusse eroicamente, con impareggiabile energia, profondendovi il suo patrimonio familiare e sacrificando nella lotta la vita, lo portava su posizioni di sinistra rivoluzionaria e portava a sinistra, spesso ancor più estrema, la maggior parte della gioventù antifascista. La Malfa rimase, invece, coerente nelle prospettive del suo punto di partenza, ben oltre il crollo del fascismo, si può dire fino alla sua scomparsa nel 1979, pur cambiando anch’egli, necessariamente, quando lo reputava opportuno od indispensabile, tattica, rivendicazioni, programmi d’azione immediata.
    Fra il 1926 e il 1942 gli oppositori del fascismo, rimasti in Italia, potevano soltanto cospirare e studiare. Abbiamo già detto e diremo di più, fra poco, dei contatti di La Malfa coi cospiratori. Finché la situazione era immobile, egli diede la precedenza allo studio. Lavorò, a Roma, all’Enciclopedia Italiana, che accoglieva, accanto a studiosi fascisti, che vi avevano parte preminente, parecchi studiosi antifascisti, ai quali Giovanni Gentile, fascista, ma autentico grande intellettuale, non intendeva dare ostracismo. Della collaborazione di La Malfa all’Enciclopedia Italiana abbiamo le tracce. Abbiamo, poi, i suoi articoli su riviste di economia e di problemi sociali. Essi ce lo confermano nel solco della scienza economica che può esser detta liberale nel senso che, come La Malfa sottolineava, questa scienza ha ragione di esistere solo se i soggetti dell’azione economica sono liberi di scegliere secondo le loro convenienze. Se sono costretti a comportarsi secondo i dettami di un’autorità superiore, la loro azione non può più essere oggetto di studio scientifico. Il corporativismo fascista ed il socialismo dittatoriale, quello dell’URSS insomma, sono respinti da La Malfa, che mostra, però, di conoscere bene il Marx economista.
    Nel 1934 La Malfa fu assunto all’Ufficio studi della Banca commerciale italiana, e si trasferì a Milano. A Roma aveva un fraterno amico nella persona di Sergio Fenoaltea, suo giovanissimo compagno di lotta al fianco di Amendola. Insieme continuarono a frequentare Meuccio Ruini ed altri del movimento amendoliano. A Milano trovò un altro carissimo amico, nella persona di Adolfo Tino. Questi, al pari del suo fratello maggiore, Sinibaldo, era stato giornalista di professione, finché la dittatura, dopo le leggi eccezionali del ’26, non li aveva fatti radiare dall’albo. Sinibaldo ed Adolfo Tino erano stati anch’essi vicini ad Amendola, ma Adolfo, dotato di intelligenza davvero eccezionale (e non solo in politica, come dimostrò da avvocato e poi da presidente di «Mediobanca» nel dopoguerra) lo era su posizioni critiche: la secessione aventiniana gli era sembrata, non a torto, erronea e l’aveva scritto su «Rinascita liberale», la rivista che aveva diretto nel 1925 con un amico. Trasferitosi a Milano, esercitò l’avvocatura e diventò intimo di Raffaele Mattioli, direttore centrale e poi amministratore delegato della Banca commerciale italiana. Li univano la comunanza di cultura e, non è esagerato dirlo, di genialità, nonché l’amicizia di cui Benedetto Croce li onorava. Tino attrasse su La Malfa l’attenzione di Mattioli che alla prima occasione gli affidò la direzione dell’Ufficio studi, rimasta vacante perché il suo titolare, Antonello Gerbi, anch’egli grande intellettuale, aveva dovuto lasciarla a seguito delle leggi razziali (Mattioli, protettore degli ebrei e degli antifascisti, lo sistemò nel Perù).

    (...)
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  3. #3
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma
    Messaggi
    12,959
     Likes dati
    309
     Like avuti
    924
    Mentioned
    39 Post(s)
    Tagged
    8 Thread(s)

    Predefinito Re: Ugo La Malfa dal 1925 al 1953

    L’osservatorio costituito dall’Ufficio studi della più grande banca italiana, che riceveva molti periodici e riviste di paesi liberi, anche sotto il fascismo, fu una grande scuola per La Malfa che, noto come non fascista, non poteva avere il passaporto per l’estero. Egli leggeva, anche se non parlava, il tedesco, il francese e l’inglese. Poté tenersi così al corrente sia degli svolgimenti politici internazionali, ben al di là di quel che ne diceva la stampa fascista, sia delle nuove tendenze della teoria e della politica economica, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti.
    «Giustizia e Libertà» a Milano, dopo gli arresti di Riccardo Bauer, Ernesto Rossi, Umberto Ceva e dei loro più stretti compagni, sopravviveva grazie ad uomini che erano pure stati in carcere per antifascismo, ma avevano potuto riprendere, successivamente, la loro attività professionale: Ferruccio Parri, Vittorio Albasini Scrosati, Riccardo Lombardi, Mario Andreis, Mario ed Alberto Damiani, o che, come Antonio Zanotti, furono identificati solo più tardi dalla polizia.[1] Vicino ad essi erano Mario Paggi ed Emilio Zazo, ex confinati, Mario e Aldo Boneschi, Leopoldo Gasparotto ed altri professionisti, il cui orientamento era quello amendoliano. La Malfa e Tino diventarono loro interlocutori naturali. In breve, fu evidente che come capi si qualificavano La Malfa e Parri, capo politico il primo, capo morale il secondo, il che non toglie che pure Lombardi avesse tempra di capo politico. I contatti col nucleo torinese (Giorgio Agosti, Livio Bianco, Sandro Galante Garrone e altri, mentre Leone Ginzburg e Vittorio Foa erano ancora in prigione o al confino) li teneva il piemontese Andreis. Con la maggior parte degli altri nuclei di antifascismo democratico li teneva La Malfa stesso, che ricordava sempre la sua collaborazione con Tancredi Galimberti, che veniva a trovarlo da Cuneo, con Massenzio Masia, che veniva da Bologna, con Leopoldo Ramanzini, che veniva da Treviso. L’infaticabile agente di collegamento di La Malfa era il giovanissimo Bruno Quarti (allievo di Ada Rossi, la compagna del carcerato Ernesto Rossi) coadiuvato con coraggio da sua sorella Cornelia, appena adolescente. Il nucleo romano faceva capo a Stefano Siglienti, già del Partito sardo d’azione, a Giuseppe Bruno, Federico Comandini ed Oronzo Reale, già repubblicani. I collegamenti con loro li tenevano, per La Malfa, Sergio Fenoaltea, Bruno Visentini, Tom Carini, Raimondo Craveri. La forza di La Malfa era incrementata dal prestigio che aveva fra gli intellettuali antifascisti, i più dei quali (Luigi Salvatorelli, Mario Vinciguerra, a lungo carcerato, Piero Calamandrei e altri) erano stati con Amendola oppure erano particolarmente vicini a Croce (Adolfo Omodeo, Guido De Ruggiero e Federico Chabod) e conoscevano La Malfa sin dall’Enciclopedia Italiana. Importante fu la forza pratica che La Malfa aveva saputo crearsi alla Banca commerciale italiana. Due condirettori centrali, Enrico Cuccia e Corrado Franzi, diventarono suoi intimi amici. Numerosi altri, fra dirigenti, funzionari e impiegati della Comit diventarono suoi compagni di lotta. Contrariamente alla leggenda, la Comit non diede mai soldi al Partito d’azione. Gli diede, grazie a La Malfa, degli uomini che parteciparono validamente alla Resistenza.
    Una delle componenti del Partito d’azione si forgiò attorno al gruppo milanese di La Malfa e Parri. (Questi lavorava nell’ufficio studi dell’Edison ed anch’egli riceveva molte visite e teneva molti contati). Altre componenti si forgiarono in altri modi. Carlo Lodovico Ragghianti, antifascista da sempre, molto stimato da Croce, e che aveva preso contatto, essendo riuscito a recarsi a Parigi, con la direzione fuoruscita di «Giustizia e Libertà», fu al centro del maggior numero di iniziative organizzative.[2] Il regime fascista, dopo la conquista dell’Abissinia, la vittoria in Spagna, la capitolazione delle democrazie a Monaco, pareva al culmine della sua potenza. Cominciava, in realtà, la sua decadenza. Già l’intervento in Spagna non era popolare e rivelò altresì, ai lettori degli stessi giornali fascisti, che i socialisti, comunisti, anarchici, repubblicani, dati per morti da 10 o 12 anni, esistevano ancora e combattevano in terra spagnola. Delle conquiste sociali del Fronte popolare francese, di cui beneficiavano anche gli emigrati italiani, qualche eco giunse in Italia. L’Asse, le leggi razziali, l’alleanza militare con la Germania nazista, brutalmente aggressiva, dispiacquero a molti che ricordavano la ben diversa tradizione risorgimentale. La guerra mondiale e la disfatta fecero il resto.
    Si formò, nelle università, quasi spontaneamente, anche se aveva degli iniziatori nelle persone di Aldo Capitini e Guido Calogero, un nuovo movimento: il liberalsocialismo. Ne facevano parte numerosi docenti e molti studenti. Ne abbiamo parlato altrove; non possiamo dilungarci qui su di esso, anche se ne varrebbe la pena.[3] Era il primo movimento postfascista dell’antifascismo. L’idea d’una sintesi superiore di liberalismo e socialismo era nell’aria dal debutto del corporativismo di sinistra e La Malfa l’aveva notato in un suo articolo del 1934.[4] Ma i corporativisti cercavano tale sintesi nel fascismo. I liberalsocialisti – cito a memoria da una lettera di Norberto Bobbio, che non riesco a ritrovare – vedevano che il fascismo non era stato in grado di realizzare la sintesi e pensavano che essa sarebbe scaturita dalla riconciliazione del liberalismo e del socialismo che, divisi, erano stati sconfitti nel primo dopoguerra. Era un punto di partenza idealmente analogo a quello di Rosselli, i cui scritti i liberalsocialisti (tolto Enzo Enriques Agnoletti che aveva soggiornato in Svizzera e ne aveva messo al corrente il suo amico Tristano Codignola, che del movimento fu il grande organizzatore a Firenze) non conoscevano ancora. La Malfa aveva incontrato Calogero all’Enciclopedia Italiana. Gli altri liberalsocialisti, così Bobbio, li conobbe agli esordi della loro attività cospirativa.
    Il liberalsocialismo, inizialmente, voleva essere un movimento, non un partito. Anche «Giustizia e Libertà» era un movimento, più che un partito. Ragghianti lavorava per unificare i vari gruppi di tutta la sinistra non comunista, nel «Movimento per il rinnovamento politico e sociale». La Malfa, sostenuto da Tino, volle il partito e riuscì a convincere gli interessati ad organizzarsi come partito. Le riunioni costitutive ebbero luogo a Milano e a Roma a metà del 1942. Vincenzo Cicognani di Lugo, che operava a Bologna, possiede ancora il documento di fondazione. Il nome adottato, su proposta di Vinciguerra, fu quello di Partito d’azione. La Malfa aveva proposto di chiamarlo Partito democratico italiano. Andreis, e Albasini Scrosati, Partito del lavoro. Era il primo partito politico che si ricostituiva clandestinamente in Italia, dopo quello comunista, che non aveva mai cessato di agire come tale e dopo che gli organizzatori del Centro interno del Partito socialista erano finiti, nel 1935, nelle carceri del tribunale speciale. Per poterlo costituire come un partito vero e proprio, con un suo programma impegnativo per tutti, furono necessarie delle separazioni, così a destra da Leone Cattani, amico personale di La Malfa e Tino, che non accettava la pregiudiziale repubblicana del Partito d’azione, e a sinistra da Capitini, che voleva il movimento e non il partito, e da altri che aderirono al Partito socialista, poco dopo ricostituitosi, o al Partito comunista.

    (...)


    [1] Non posso fare qui che pochi nomi. Altri ne ho fatti nel mio scritto «Il partito d’azione nella Resistenza», nel volume di Gianfranco Bianchi, Ernesto Ragionieri, Leo Valiani, Azionisti, cattolici e comunisti nella Resistenza, Milano, 1971. Chiedo venia per le involontarie omissioni.

    [2] Cfr. il volume di Carlo Lodovico Ragghianti, Disegno della Liberazione italiana, Pisa, Nistri Lischi, 1954. Nuova edizione 1962.

    [3] Cfr. il mio scritto Il partito d’azione, cit.

    [4] «Evoluzioni dottrinarie», in Nuovi Studi di Diritto, Economia e Politica, vol. VII, 1934. Cfr. in questo volume a p. 37.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 

Discussioni Simili

  1. Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)
    Di DrugoLebowsky nel forum Repubblicani
    Risposte: 244
    Ultimo Messaggio: 12-05-21, 12:09
  2. Elezioni nel 1925
    Di Von Righelli nel forum FantaTermometro
    Risposte: 23
    Ultimo Messaggio: 06-12-10, 16:05
  3. Elezioni Italiane 1925
    Di Tipo Destro nel forum FantaTermometro
    Risposte: 21
    Ultimo Messaggio: 29-08-08, 08:55
  4. Il partito Pan-Russo Fascista (1925-1945)
    Di Lombardoveneto nel forum Destra Radicale
    Risposte: 7
    Ultimo Messaggio: 02-11-06, 01:49
  5. Mein Kampf / 18. luglio 1925- 2003
    Di cariddeo nel forum Destra Radicale
    Risposte: 28
    Ultimo Messaggio: 22-07-03, 19:03

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •