«Chiamo classico il sano e romantico il malato»
Goethe
Qui ci basta affermare in maniera netta e categorica che la società in cui viviamo non può considerarsi normale. Il danaro ha scacciato il sangue e l’onore, il ceto borghese si è sostituito ad un clero e a una nobiltà vacillanti ma il bisogno di vero ordine, di una autentica gerarchia dei valori spirituali non può morire. Dall’epoca in cui il mondo borghese ha disteso la sua cappa di piombo sull’Europa le élites spirituali sono allo sbaraglio. La loro rivolta si chiama romanticismo. Agli albori del secolo XIX, nella Germania del Sacro Impero in cui ancora permanevano le pie vestigia del passato feudale un gruppo di scrittori sentì, confusamente, un desiderio di restaurazione medioevale contro un mondo minacciato dal mercantilismo e dall’egualitarismo plebeo. Alcuni di loro scesero sul terreno politico e collaborarono da vicino alla creazione della Santa Alleanza. Caduta la prospettiva di una restaurazione il romanticismo crebbe in tumulto e disordinata rivolta contro la bétise bourgeoise. Nella sua furia di vendetta contro un mondo decaduto dimenticò le sue origini di destra e vagheggiò rivolte d’ogni specie. Naufragò nell’alcool, nel sogno, nella morte.
Ma, nel 1914, le fiamme della Grande Guerra, che Nietzsche, profeticamente, aveva veduto salire da lontano, bruciarono l’involucro dell’Europa borghese e positivista, dell’Europa ottocentesca. Da queste fiamme uscì la forma politica del romanticismo, quello che noi tutti chiamiamo fascismo, le fascisme immense et rouge che affascinava Brasillach con le sue maree di bandiere, di torce, di canzoni. Goebbels lo definì «romanticismo di acciaio».
Questa grande rivolta romantica è, secondo le parole di Goethe citate all’inizio, una malattia. Ma la malattia, come la morte, non contiene in sé alcun particolare valore negativo. Essa si limita a manifestare l’insufficienza dell’organismo in cui fa la sua comparsa. I borghesi possono ben chiamare i romantici e i fascisti «malati» ma essi rimangono i testimoni ingombranti del fallimento di un mondo che si crede completo senza esserlo.
L'idea scintillante di un ordine spirituale | Adriano Romualdi




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