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Discussione: Il mito di Venere nella storia dell'arte

  1. #1
    Color d'oriental zaffiro
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    Predefinito Il mito di Venere nella storia dell'arte

    La nascita di Venere




    Sandro Botticelli, Nascita di Venere, c. 1485
    Firenze, Uffizi


    Il tema della nascita di Venere è presente in Omero ("Inno V") e Ovidio ("Metamorfosi"); viene poi ripreso da Poliziano nelle "Stanze per la Giostra" di Giuliano de' Medici...

    Una donzella non con uman volto
    Da' zefiri lascivi spinta a proda
    Gir sopra un nicchio; e par che 'l ciel ne goda.
    Vera la schiuma e vero il mar diresti,
    E vero il nicchio e ver soffiar di venti:
    La dea negli occhi folgorar vedresti,
    E 'l ciel ridergli a torno e gli elementi:
    L'Ore premer l'arena in bianche vesti,
    L'aura incresparle e’ crin distesi e lenti:
    Non una, non diversa esser lor faccia,
    Come par che a sorelle ben confaccia.
    Giurar potresti che dell'onde uscisse
    La dea premendo con la destra il crino,
    Con l'altra il dolce pomo ricoprisse;
    E, stampata dal piè sacro e divino,
    D'erbe e di fior la rena sì vestisse;
    Poi con sembiante lieto e peregrino
    Dalle tre ninfe in grembo fusse accolta,
    E di stellato vestimento involta.


    - Poliziano, "Stanze" -



    Il quadro di Botticelli sembra quasi voler emulare l'opera letteraria, che, a sua volta, emula un'opera classica: l'Inno a Venere attribuito ad Omero.

    Esistono due versioni della nascita di Venere: nella prima (narrata da Esiodo nella sua "Teogonia"), la dea era nata prima delle altre divinità dell'Olimpo. Quando il titano Crono recise i genitali del padre di Venere (Urano) e li gettò in fondo al mare, il sangue ed il seme in essi contenuti si addensarono in forma di schiuma e da questa emerse Afrodite (da cui l'origine del suo nome: la parola aphros significa 'schiuma'), che fu sospinta dagli Zefiri fino all'isola di Cipro; secondo altre fonti, approdò prima a Citera o a Pafo. Sulla riva, comunque, fu accolta dalle Ore (le Stagioni) che la vestirono, la agghindarono e la condussero presso gli immortali. Dunque, Afrodite non aveva avuto né infanzia, né fanciullezza: era venuta al mondo come una donna giovane e completamente formata (si veda anche l'affresco pompeiano della "Venere in Conchiglia").

    Nella rappresentazione di Botticelli, Venere, nata dalle onde, è in piedi su una conchiglia (simbolo di fertilità) e viene sospinta dagli dei del vento verso la riva; qui Flora, dea dei fiori, l'attende per avvolgerla in un rosso mantello. In origine, infatti, Venere era la dea dei giardini e degli orti e solo in seguito venne identificata con Afrodite, dea dell'amore e della bellezza.

    La seconda versione della leggenda della nascita di Venere, nota come "Versione dei Cherubini" è narrata da Omero nell'Iliade. Secondo Omero, Venere era figlia di Zeus e della ninfa degli oceani, Dione. Andò poi in sposa ad Efesto (Vulcano) e diede alla luce dei figli. Tuttavia, trascurava i propri doveri domestici e coniugali poiché dedicava molto tempo ai propri amori con altri dei e uomini mortali. Tra i suoi numerosi amanti, le sono attribuiti Ares, dio della guerra, col quale ebbe la relazione più duratura, e con il bell'Adone. Era inoltre la madre di Eros (Cupido), Deimos (Terrore) Phobos (Paura) ed Armonia. Uno dei suoi figli mortali era Enea, avuto dal suo amante Anchise, Re di Dardania. Anchise venne reso storpio da una saetta di Zeus quando gli rivelò di aver amato la dea.
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  2. #2
    Color d'oriental zaffiro
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    Predefinito Re: Il mito di Venere nella storia dell'arte

    L'iconografia di Venere




    Francesco Hayez, Venere che scherza con due colombe, 1830
    Rovereto, MART


    Secondo la tradizione, Venere aveva come ancelle le Grazie. I suoi animali preferiti erano le colombe (che trascinavano il suo carro), i cigni, le lepri, i serpenti, le tartarughe, i delfini e le conchiglie marine. In quanto protettrice dei giardini le erano consacrati il mirto, la rosa, il melo cotogno e il papavero. Altri suoi attributi convenzionali erano la cintola magica (che rendeva seducente chi la indossava), la torcia che suscita amore, il cuore fiammeggiante, lo specchio.
    MMolto vasta era la sua sfera di potenza; fra i tanti titoli che le erano attribuiti c’erano quelli di Pandemia (amore terreno), Urania, Anselmia, Scodia. Inoltre, date le sue origini marine, era protettrice di marinai e naviganti.

    Personificazione eterna dell'amore, il mito di Venere è raffigurato in un'ampia varietà di immagini e pose, a volte come simbolo di purezza, altre come espressione di sensualità. Dal punto di vista iconografico, Venere può essere rappresentata come sorgente dalle acque, mentre giunge alla riva di Cipro; oppure giacente o dormiente; infine, in trionfo o oppure associata ad altri soggetti mitologici. Dal Rinascimento in poi, questa divinità è stata la figura mitologica femminile più rappresentata nella storia dell'arte occidentale. Il suo ruolo di dea dell'amore giustificò il fatto che venisse dipinta senza veli e il suo nome era talvolta solo un pretesto per poter commissionare un nudo femminile.

    Per i neoplatonici fiorentini del Quattrocento – come, per esempio, Lorenzo di Pier Francesco de' Medici, mecenate di Botticelli - c'erano due Veneri, immagini rispettivamente della natura spirituale e di quella fisica dell'amore. Secondo questa teoria, formulata per la prima volta da Platone, la Venere celestiale personificava l'amore nato dalla contemplazione del divino, mentre la Venere terrena attendeva di trasformarsi in quella celestiale. Nei dipinti la prima era raffigurata nuda, in quanto simbolo di purezza, mentre la Venere terrestre era vestita elegantemente e ricoperta di gioielli.




    Sandro Botticelli, Venere e Marte, 1483
    Londra, National Gallery
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  3. #3
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    Predefinito Re: Il mito di Venere nella storia dell'arte

    Citazione Originariamente Scritto da Blue Visualizza Messaggio
    La nascita di Venere




    Sandro Botticelli, Nascita di Venere, c. 1485
    Firenze, Uffizi


    Il tema della nascita di Venere è presente in Omero ("Inno V") e Ovidio ("Metamorfosi"); viene poi ripreso da Poliziano nelle "Stanze per la Giostra" di Giuliano de' Medici...

    Una donzella non con uman volto
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    Vera la schiuma e vero il mar diresti,
    E vero il nicchio e ver soffiar di venti:
    La dea negli occhi folgorar vedresti,
    E 'l ciel ridergli a torno e gli elementi:
    L'Ore premer l'arena in bianche vesti,
    L'aura incresparle e’ crin distesi e lenti:
    Non una, non diversa esser lor faccia,
    Come par che a sorelle ben confaccia.
    Giurar potresti che dell'onde uscisse
    La dea premendo con la destra il crino,
    Con l'altra il dolce pomo ricoprisse;
    E, stampata dal piè sacro e divino,
    D'erbe e di fior la rena sì vestisse;
    Poi con sembiante lieto e peregrino
    Dalle tre ninfe in grembo fusse accolta,
    E di stellato vestimento involta.


    - Poliziano, "Stanze" -



    Il quadro di Botticelli sembra quasi voler emulare l'opera letteraria, che, a sua volta, emula un'opera classica: l'Inno a Venere attribuito ad Omero.

    Esistono due versioni della nascita di Venere: nella prima (narrata da Esiodo nella sua "Teogonia"), la dea era nata prima delle altre divinità dell'Olimpo. Quando il titano Crono recise i genitali del padre di Venere (Urano) e li gettò in fondo al mare, il sangue ed il seme in essi contenuti si addensarono in forma di schiuma e da questa emerse Afrodite (da cui l'origine del suo nome: la parola aphros significa 'schiuma'), che fu sospinta dagli Zefiri fino all'isola di Cipro; secondo altre fonti, approdò prima a Citera o a Pafo. Sulla riva, comunque, fu accolta dalle Ore (le Stagioni) che la vestirono, la agghindarono e la condussero presso gli immortali. Dunque, Afrodite non aveva avuto né infanzia, né fanciullezza: era venuta al mondo come una donna giovane e completamente formata (si veda anche l'affresco pompeiano della "Venere in Conchiglia").

    Nella rappresentazione di Botticelli, Venere, nata dalle onde, è in piedi su una conchiglia (simbolo di fertilità) e viene sospinta dagli dei del vento verso la riva; qui Flora, dea dei fiori, l'attende per avvolgerla in un rosso mantello. In origine, infatti, Venere era la dea dei giardini e degli orti e solo in seguito venne identificata con Afrodite, dea dell'amore e della bellezza.

    La seconda versione della leggenda della nascita di Venere, nota come "Versione dei Cherubini" è narrata da Omero nell'Iliade. Secondo Omero, Venere era figlia di Zeus e della ninfa degli oceani, Dione. Andò poi in sposa ad Efesto (Vulcano) e diede alla luce dei figli. Tuttavia, trascurava i propri doveri domestici e coniugali poiché dedicava molto tempo ai propri amori con altri dei e uomini mortali. Tra i suoi numerosi amanti, le sono attribuiti Ares, dio della guerra, col quale ebbe la relazione più duratura, e con il bell'Adone. Era inoltre la madre di Eros (Cupido), Deimos (Terrore) Phobos (Paura) ed Armonia. Uno dei suoi figli mortali era Enea, avuto dal suo amante Anchise, Re di Dardania. Anchise venne reso storpio da una saetta di Zeus quando gli rivelò di aver amato la dea.
    non so quale delle due versioni mi piace di più... forse quella di Omero dal momento che ho un "debole" per lui.
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    Se non hai il coraggio di mordere, non ringhiare.

  4. #4
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    Predefinito Re: Il mito di Venere nella storia dell'arte

    Venere nella Preistoria




    Venere di Willendorf (h. cm. 11), c. 23.000-19.000 a.C.
    Roccia calcarea. Vienna, Museo di Storia Naturale

    Le prime rappresentazioni artistiche di Venere, intese come celebrazione del corpo e della bellezza femminile, risalgono all'età paleolitica. Si tratta di statuette raffiguranti donne con attributi sessuali molto pronunciati e ritratti con certo realismo. Queste sculture, anche note coi nomi di veneri steatopigie ("dalle grosse natiche") o veneri callipigie ("dalle belle natiche"), sono realizzate in pietra tenera (come calcare e steatite) oppure in osso o avorio, lavorate a tutto tondo. Molte di queste sono stare ritrovate in Europa, dalle coste atlantiche fino alla Siberia e in Italia, nel modenese, come la Venere di Savignano. Ma tante sono state anche rinvenute un po' ovunque nel mondo, dal Messico all'Australia, dal Brasile al Marocco.

    Le veneri preistoriche hanno una molteplice varietà di forme, il che testimonia i gusti e gli stili delle diverse popolazioni,oltre a dimensioni ridotte, che variano dai 2-3 cm. fino ai 14,4 cm. di questa bella Venere francese, rinvenuta nel 1922 nella Grotta des Rideaux, ai piedi dei Pirenei; è scolpita in avorio e fu parsialmente danneggiata all'epoca dello scavo:




    Venere di Lespugue, c. 25.000 a. C.
    Parigi, Musée de l'Homme

    Ma, al di là delle forme diverse, queste piccole statue hanno in comune le piccole dimensioni, il fatto che la testa è appena abbozzata o mancante, mentre sono molto accentuate le forme femminili (seno, addome, fianchi, natiche), il che fa pensare che si tratti di piccoli idoli della fecondità, legati a qualche rituale propiziatorio o a qualche particolare culto. Inoltre, le estremità delle statuette (mani e piedi) sono poco accennate o addirittura assenti, trasformate in protuberanze allungate, come se fossero fatte per essere conficcate nella terra o nella roccia delle caverne.

    Alcune scoperte risalenti al secolo scorso hanno portato al rinvenimento di questi reperti anche all'interno di luoghi sacri, con funzioni di tempio o santuario; alcuni studiosi hanno quindi pensato che fossero legate al culto della fecondità e della famiglia. Nella regione francese della Dordogna, per esempio, nel 1911 sono state ritrovate diverse statuette di veneri nello stesso sito preistorico, dove sorgeva un antico insediamento paleolitico. Tra queste, c'era la famosa Venere di Laussel, realizzata a bassolilievo su un frammento roccioso.



    Venere di Laussel (h. cm. 46), c. 23.000 a. C.
    Bordeaux, Museo d'Aquitania
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  5. #5
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    Predefinito Re: Il mito di Venere nella storia dell'arte

    Ishtar




    Rilievo Burney (forse raffigurante la dea Ishtar)
    Altorilievo in terracotta, II millennio a. C.
    Londra, British Museum

    Il famoso rilievo Burney sopra raffigurato, che prende il nome dal suo scopritore, è un rilievo in terracotta alto circa 50 cm. e raffigurante una divinità alata, con zampe e artigli di aquila e al suo fianco due gufi e due leoni sotto le sue zampe. La figura rappresentata è stata identificata con la sumera Kisikil-lilla-ke dell'epopea di Gilgamesh, oppure con la dea sumera Ishtar: la raffigurazione di alcuni simboli relativi all'oltretomba sembrerebbero richiamare al mito del suo viaggio nell'Oltretomba. Per alcuni studiosi, invece, potrebbe trattarsi della sorella maggiore di Ishtar, Ereshkigal, regina infernale.

    Ishtar (Ištar) era la divinità femminile più importante nel nutrito pantheon assiro-babilonese. La dea racchiudeva in sé una moltitudine di funzioni e poteri: era la stella del mattino, la protettrice della natura, dell'agricoltura, della guerra e della pace, dea dell'amore e della fertilità. Sorella gemella del Sole (Samash) e figlia della Luna (Sin), nel culto astrale si identificava con Venere. I sumeri la assimilarono con Inanna, dea della madre terra e della fecondità, e il culto di Ishtar - nome generico che si identificava con una moltitudine di divinità - si diffuse anche fuori dalla Mesopotamia, presso i popoli vicini: in tutta l'Asia occidentale Ishtar divenne la personificazione della fertilità e della maternità. Fu venerata da Semiti, Hittiti, Fenici e Siriani; penetrò anche nel mondo greco-romano col nome di Astarte. Fu protagonista di numerosi poemi epico-mitologici, fra cui quello della sua discesa agli Inferi e quello dell'epopea di Gilgamesh.

    Un mito molto antico narra che Ishtar si fosse perdutamente innamorata del dio Tammuz, il quale fu un giorno ucciso da un cinghiale. Ishar, inconsolabile per la prematura perdita del suo giovane amante, discese nel regno dell'oltretomba per cercare di sottrarre il suo amato alla morte. Attraversò sette porte, obbedendo alle dure regole del Regno dei Morti che imponeva come condizione quella di lasciare un ornamento e un indumento in ciascuna di queste, fino a giungere completamente nuda al cospetto di Ereshkigal, sua sorella e Regina degli Inferi, che la imprigionò e scatenò su di lei le sette piaghe. La scomparsa di Ishtar aveva come implicazione la condanna del mondo alla sterilità: gli uomini e gli animali cessarono di generare fino al ritorno della dea. Il consiglio degli dei le inviò allora un provvidenziale messaggero, che dopo averla aspersa dell'acqua della vita la riportò sulla terra. Nel cammino di ritorno, riattraversando ciascuna delle sette porte, Ishtar ritrovò i suoi ornamenti e riuscì fortunosamente a strappare alle potenze infernali il suo adorato Tammuz, che fece ritorno dalle tenebre alla luce. Il senso allegorico di questa leggenda, è evidente: la terra si unisce, all'arrivo della bella stagione, col giovane sole primaverile (Tammuz) ricoprendosi di verde sotto la sua mite carezza; sopraggiunge l'estate e il suo sole ardente (il cinghiale) uccide quello dei mesi primaverili; ma al ritorno di questi la terra, prima aridda e sterile, rinvigorisce e ricomincia un nuovo ciclo di fecondità.


    Il matrimonio di Ishtar e Tammuz
    Bassorilievo sumero, II millennio a. C.
    Parigi, Collezione privata

  6. #6
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    Predefinito Re: Il mito di Venere nella storia dell'arte

    Afrodite




    Alexandre Cabanel, The Birth of Venus, 1863
    Parigi, Musée d'Orsay


    Venne il grande Urano e portò la notte, intorno a Gaia
    bramoso d’amore s’avvolse e si stese da ogni parte.
    Kronos dalla tana allungò la mano sinistra,
    con la destra impugnò la falce mostruosa dai denti aguzzi
    e con un sol colpo recise il fallo di suo padre
    e lo scagliò lontano, gettandoselo alle spalle.
    Ma quello non gli cadde di mano senza frutto:
    infatti, quante gocce di sangue ne sprizzarono,
    tutte le raccolse Gaia: col passare degli anni,
    ne generò le Erinni forti e i grandi Giganti,
    fulgidi nelle loro armature e impugnanti lunghe lance,
    e le Ninfe che sulla terra sconfinata chiamano Meliadi.
    I genitali che prima aveva reciso con l’acciaio,
    li scagliò dalla terraferma nelle onde del mare,
    e per molto tempo andarono per mare e intorno
    spuntava una schiuma bianca dalla pelle immortale,
    e dentro la schiuma una fanciulla fu nutrita.
    Dapprima veleggiò alla volta dei santi Citeresi,
    di qui poi giunse a Cipro cinta dalle acque.
    Ne uscì la bella vereconda dea: Afrodite,
    la dea donata dalla schiuma, l’incoronata Citerea,
    la chiamano gli dèi e gli uomini, poiché nella schiuma
    fu nutrita, e Citerea perché giunse ai Citeresi,
    Cipriota perché nacque a Cipro dalle molte onde,
    amante del fallo perché dal fallo era apparsa.
    A lei si accompagnò Eros e il bel Desiderio la seguì,
    lei che era nata per prima e che aprì la stirpe degli dèi.
    Questo privilegio fin dal principio le spetta,
    ed è il destino che tra uomini e dèi ha avuto in sorte:
    melodie di fanciulla, sorrisi e inganni,
    dolce piacere e amore a base di miele.


    (Esiodo, Teogonia, 176-206)



    A differenza di Omero, secondo cui Afrodite era figlia di Zeus e di Dione, Esiodo nella sua "Teogonia" racconta che Urano, mentre era in amplesso amoroso con Gea, fu scoperto dal figlio Crono che lo mutilò e gettò i genitali del padre in mare. Questi produssero una schiuma bianca dalla quale nacque Afrodite (Venere), figlia del cielo e del mare. Quando la dea raggiunse la riva, presso l'isola di Cipro o di Citera, trovò ad accoglierla Eros (Cupido). Le Ore la vestirono e la adornarono di rose, mirto e gioielli, accompagnandola poi a Citera su una conchiglia e qui le fu innalzato un santuario. Per questa ragione, la dea era anche chiamata Ciprigna o Citerèa, dal nome delle due isole che la videro nascere. Al passaggio di Venere, dal suolo spuntavano fiori. L'immagine della sua nascita in un ambiente primaverile, dove la natura sboccia e tutto fiorisce e rinasce al suo arrivo, suggerisce che la dea fosse portatrice di fertilità. Inoltre, essendo nata dal mare, fu venerata come protettrice dei naviganti.

    Afrodite (Aφροδίτη in greco) era, nella religione e nella mitologia greca, dea della bellezza e della fertilità, dell'amore e della procreazione. Divinità tra le più importanti e venerate nel pantheon greco, le furono dedicati moltissimi templi, culti e celebrazioni religiose. Nei poemi e nelle diverse versioni dei miti, viene presentata spesso come una dea gelosa, passionale, consapevole della propria bellezza, sensuale e facile all'ira ed alla vendetta, soprattutto nei confronti di chi osava sfidarla o rivaleggiare con lei.



    Venere Callipigia, I-II sec.
    Napoli, Museo Archeologico



    Essendo bellissima, Afrodite ebbe numerosi amanti, sia fra gli dei che fra i comuni mortali, e di conseguenza ebbe molti figli. Fra questi, particolarmente celebre fu Enea, che fondò poi Roma; per questa ragione nell'antichità si riteneva che Venere fosse una divinità di origine romana. Generalmente cionsiderata capricciosa e volitiva, Zeus - secondo il mito - temendo che Afrodite avrebbe potuto causare furiosi litigi fra gli dei per la sua straordinaria bellezza, la diede in sposa al dio più brutto dell'Olimpo: Efesto (Vulcano), il fabbro degli dei e dio del fuoco. Ma la dea, per nulla soddisfatta del matrimonio, si sfogò con uno stuolo di amanti.

    Del figlio Enea, nato dall'amore con l'eroe troiano Anchise, abbiamo già accennato. Tra i tanti amanti ci fu Ares (Marte), dal quale ebbe tre figli: Deimos, Phobos e Armonia. La relazione adulterina ebbe bruscamente termine quando i due amanti furono scoperti da Elios, che spifferò tutto ad Efesto. La vendetta fu terribile: il fabbro costruì una rete di bronzo molto resistente e con le maglie tanto strette da risultare invisibile. La mise sul letto e, dicendo alla consorte che partiva per un viaggio, attese l'incontro tra i due amanti... che puntualmente avvenne. Quando li colse in flagrante, Afrodite e Ares cercarono di fuggire; ma, imprigionati nella rete, venneno bloccati e messi alla gogna davanti a tutto il parentado convocato da Efesto, che alla fine liberò gli adulteri... i quali, umiliati, se la diedero a gambe.

    Ma il grande amore di Afroodite fu Adone. Come racconta Ovidio nelle "Metamorfosi" Adone era un giovane bellissimo, del quale la dea si innamorò perdutamente. La passione di Adone per la caccia preoccupava Afrodite, che temeva l’incontro del suo amato con qualche bestia feroce. Infatti, un giorno, mentre era a caccia, Adone fu ferito mortalmente da un cinghiale. Udendo i suoi lamenti, la dea accorse per curare il corpo dell'amato dilaniato dalle ferite, ma lui le morì fra le braccia. Dopo la morte, dalla terra imbevuta del sangue di Adone spuntarono anemoni e dalle lacrime versate da Afrodite sbocciarono rose.



    Antonio Canova, Venere e Adone, 1789-1794
    Ginevra, Musée d'Art et d'Histoire

  7. #7
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    Predefinito Re: Il mito di Venere nella storia dell'arte

    L'Afrodite di Milo




    Alessandro di Antiochia, Venere di Milo, 130 a.C.
    Parigi, Louvre


    Ecco la meraviglia delle meraviglie!
    Un ritmo squisito simile a quello delle statue che abbiamo appena ammirato;
    ma, in più, qualcosa di meditativo: perché qui non troviamo più la forma convessa,
    al contrario, il busto in questa dea si curva un po' in avanti come nella statuaria cristiana.
    E, tuttavia, niente di inquieto né tormentato.
    Quest'opera è uno dei più alti momenti dell'ispirazione antica:
    è la voluttà regolata dalla misura, è la gioia di vivere cadenzata, moderata dalla ragione.


    (Auguste Rodin in "L'arte. Conversazioni raccolte da Paul Gsell")



    Meglio conosciuta come "Venere", l'Afrodite di Milo fu scoperta casualmente da un contadino sull'isola greca di Milos (Cicladi), nella primavera del 1820. La statua era spezzata in due parti e priva delle braccia. Sul basamento, oggi andato perduto, era inciso il nome dello scultore, Alessandro di Antiochia (attivo nel II secolo a.C.): ciò permise di datare l'opera intorno al 130-100 a.C. La statua, alta due metri e realizzata in marmo pario (varietà di pregiato marmo bianco a grana fine, proveniente dalle cave dell'isola di Paros), fu inizialmente sequestrata da alcuni ufficiali turchi e, in seguito, acquistata dal vice console francese Louis Brest per conto del marchese de Rivière, ambasciatore francese in terra ottomana. L'opera fun quindi portata in Francia e, dopo un accurato restauro, mostrata al re Luigi XVIII per essere infine esposta al Louvre, dove si trova tuttora. Per maggiori dettagli sul ritrovamento della statua, si veda "Il ritrovamento della Venere di Milo, 200 anni fa".

    Questa eccezionale acquisizione da parte del museo parigino compensava in parte la perdita, risalente a qualche anno prima, dell'Afrodite de' Medici, un altro raro originale greco, che nel 1815 il Louvre aveva dovuto restituire all'Italia perché arbitrariamente requisito da Napoleone durante la Campagna in Italia. La Venere de' Medici era stata così riportata nella sua collocazione originaria, alla Galleria degli Uffizi, dove ancora oggi si trova.
    Con l'arrivo della Venere di Milo al Louvre, la stampa francese inaugurò un vero e proprio processo di sponsorizzazione, non solo per la bellezza intrinseca della statua, ma anche per celebrarne il valore simbolico, atto a compensare la perdita del capolavoro mediceo. La nuova acquisizione da parte del Louvre ebbe a lungo una grande risonanza internazionale, al punto che l'architetto statunitense Frank Lloyd Wright arrivò ad affermare che «l'Afrodite di Milo è più bella senza le braccia».


    Venere di Milo (particolare)

 

 

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