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    Predefinito Re: Emanuele Macaluso (Caltanissetta, 1924 - Roma, 2021)

    Il ritorno in Sicilia (1977)

    di Emanuele Macaluso - «Rinascita», a. XXXIV, n. 16, 22 aprile 1977, pp. 4-5.

    La morte di Girolamo Li Causi

    Il 10 agosto 1944 Girolamo Li Causi arriva in Sicilia. L’isola è stata liberata da un anno, nel corso del quale l’amministrazione alleata ha esercitato i suoi poteri direttamente (Amgot) e attraverso un alto commissario civile insediato a Palermo. I sindaci sono di loro nomina, il personale politico accetta i loro progetti. Quali sono questi progetti? Qual è il destino della Sicilia? Non tutti gli alleati sono concordi, ma è certo che gli anglo-americani vogliono creare nell’isola le condizioni politiche che possano contrapporla al Nord presumibilmente «rosso». I comunisti sono esclusi dalla vita politica e perseguitati, alcuni dirigenti sono incarcerati e inviati nei campi di concentramento, in Africa settentrionale. Umberto Fiore, che riorganizza il movimento sindacale, deve rifugiarsi in Calabria. Cesare Sessa (aveva fatto parte, nel 1921, del primo Cc del partito), che è alla testa della Camera del lavoro di Palermo, è arrestato e rinchiuso all’Ucciardone. Il movimento separatista è apertamente appoggiato dagli alleati. Attorno a questo movimento sono raccolti il nucleo più combattivo e reazionario degli agrari, una parte del vecchio personale politico liberaldemocratico (Finocchiaro Aprile era stato con Nitti), strati di piccola e media borghesia e del popolo minuto e disgregato dei quartieri popolari.
    La situazione economica è disastrosa: le città bombardate (Messina rasa al suolo), le miniere di zolfo allagate, le poche industrie ferme, i trasporti paralizzati. Il grano, l’olio, il bestiame sono i beni che hanno un valore nuovo e chi li detiene è ricco e potente. Gli agrari e i gabelloti mafiosi hanno quindi un enorme potere economico e politico e riaffermano la loro volontà di riorganizzare e ribadire il loro dominio. Il mercato nero agevola anche i piccoli proprietari contadini, per quel poco che possono commerciare, e si accentua la divisione fra questi e gli strati medi e poveri della città, affamati. Nei borghi rurali i contadini assaltano i municipi e le case baronali. Manca una direzione politica forte, autorevole e unitaria. Si va quindi determinando una disgregazione economico-sociale e una «rottura» politica col Nord dove si viene costruendo l’unità delle forze democratiche e nazionali che chiamano il popolo alla lotta contro il nazifascismo.
    I comunisti in Sicilia aprono, con difficoltà, le sezioni e aggregano gruppi dirigenti, formati da vecchi compagni che non avevano seguito le evoluzioni del partito, dai pochi compagni che avevano svolto attività nel periodo clandestino, e da giovani che aderiscono al partito della rivoluzione. La loro politica di unità a sinistra si esprime con la costituzione del «Fronte del lavoro» a cui aderiscono comunisti e socialisti. Nell’aprile del 1944 si svolge, a Messina, il primo convegno dei comunisti siciliani, con la partecipazione di Spano e Gullo che rappresentano la Direzione. Qui si tenta una prima analisi della situazione regionale e si ricerca una piattaforma comune. Il risultato non fu positivo, almeno ai fini di una definizione di una linea politica regionale capace di trovare un collegamento con le masse, sul terreno delle rivendicazioni immediate, dell’avvio della riforma agraria, dell’autonomia e dell’unità democratica, e di saldare politicamente la Sicilia con le forze che lottavano per liberare il paese dal nazifascismo.
    La svolta di Salerno non incide in Sicilia. Anzi, si accentua la campagna separatista contro l’arruolamento nell’esercito di liberazione, che trova una eco nelle masse disorientate e sbandate dei giovani. Togliatti intuisce che la Sicilia è un punto nevralgico nella complessa e drammatica situazione italiana, e interviene politicamente indicando con grande lucidità quali sono i nodi che bisogna cominciare a sciogliere per affrontare la situazione siciliana: la riforma agraria e l’autonomia politica. Ma Togliatti non si ferma a queste indicazioni, esposte in una risoluzione della Direzione; ma pone il problema del partito, del suo orientamento e della sua direzione. Da qui la decisione di «richiamare» Li Causi, uno del carcere, che si era affermato come dirigente del partito e di massa nell’organizzazione degli scioperi del ’43 e come dirigente della guerra di liberazione nei Cln.
    Li Causi è siciliano e in Sicilia ha maturato la sua ribellione all’ordine costituito. Politicamente, però, è cresciuto al Nord, a Venezia, dove ha studiato e diretto la Camera del lavoro. La sua formazione prosegue, poi, nel fuoco delle lotte politiche degli anni venti: dalla scissione di Livorno all’avvento del fascismo, dall’unificazione tra i comunisti e la frazione terzinternazionalista (della quale, con Serrati, fa parte) alla fondazione dell’Unità (di cui fu redattore, dopo avere lavorato all’Avanti! e a Pagine rosse), dalla repressione fascista al congresso di Lione e alla riorganizzazione del Centro interno del partito, nei primi tempi dell’illegalità, sino alla lunga carcerazione vissuta con grande forza, fierezza e coraggio.
    Li Causi è, nel 1943, uno dei compagni del gruppo dirigente del carcere e membro della Direzione. Ma manca dalla Sicilia da trent’anni. Siciliani ne ha incontrati nelle traduzioni da un penitenziario all’altro e in carcere: poliziotti, secondini, detenuti comuni e anche qualche detenuto politico come Fanalis di Caltagirone. Il 10 agosto del 1944 rimette piede in una Sicilia che egli ha vivissima nella sua straordinaria memoria, ma che trova densa di problemi vecchi e nuovi, al centro di aspre lotte e di intrighi internazionali. Il suo primo rapporto con la sua terra è estremamente significativo. Nelle stesse ore in cui Li Causi sbarca nell’isola, i contadini di Mazzarino attaccano e incendiamo tutti i centri del potere della famiglia dei feudatari Bartoli: il comune, l’esattoria, l’amministrazione del barone, la casa baronale. Li Causi non ha neppure il tempo di abbracciare la madre. Va a Mazzarino, nel cuore della Sicilia feudale. Qui parla per la prima volta ai contadini insorti. E parla come se fosse cresciuto e vissuto sempre con loro, parla come uno di loro spiegando i meccanismi di sfruttamento «locale» e la loro complementarietà con quelli nazionali; parla della classe operaia che lotta con le armi contro il nazismo e delle necessità di un’alleanza che deve esprimersi, in Sicilia, con un profondo rinnovamento delle strutture economiche e politiche.
    È il discorso che, appena un mese dopo, proseguirà a Villalba, dove egli corre a sfidare «don Calò» Vizzini e indica nel gabelloto mafioso la cerniera del sistema che per prima deve essere fatta saltare. Ma questa lotta – e in questa lotta, l’unità reale tra classe operaia e contadina – sarà possibile soltanto se ci sarà anche in Sicilia l’organizzazione, l’unità popolare, la lotta disciplinata e consapevole. Quindi: la lega, la cooperativa, il partito.
    Ebbe così inizio l’opera di Li Causi dirigente politico. Egli divenne, subito dopo Villalba, il capo delle grandi masse contadine, una guida, un compagno, un esempio, un simbolo della Sicilia nuova. Un simbolo di quella Sicilia senza nome e senza voce che le classi dirigenti avevano tenuto sepolta con l’oppressione, l’omertà, l’ipocrisia, la violenza praticata con brutalità e raffinatezza: col volto dello Stato e con quello della mafia, col fucile del campiere e con quello del carabiniere, col codice del giudice e la toga dell’avvocato. Li Causi diede voce, nome e volto a questa Sicilia, contribuendo in maniera decisiva a costruire il partito comunista, lavorando con tenacia per l’unità delle forze democratiche e autonomistiche, animando le lotte dei contadini e del popolo con la sua attività di dirigente di partito e di massa, di giornalista e di parlamentare eminente.
    È questo il primo fecondo periodo della lunga stagione politica siciliana di Li Causi. Anzitutto l’organizzazione del partito. Questa comincia con l’aiuto preziosissimo di Edoardo D’Onofrio, che viene in Sicilia per alcuni mesi, di Marino Mazzetti, un operaio bolognese garibaldino di Spagna, di altri compagni. Li Causi fonda e dirige un quotidiano, La Voce della Sicilia, che diventa uno strumento essenziale di collegamento e orientamento. Si aggrega un gruppo dirigente regionale. L’opera di orientamento per far prevalere la politica di unità delle forze autonomistiche e democratiche è tenacissima. Li Causi tesse una fitta trama di rapporti politici con i dirigenti dei partiti democratici e delle forze della borghesia produttiva, prima nei comitati di liberazione e poi alla Consulta regionale che doveva elaborare lo statuto di autonomia.
    I risultati elettorali del 1946 sono deludenti. Il Pci raccoglie meno del 9% dei voti, tutti concentrati nei vecchi centri «rossi» e nelle campagne. Le grandi città votano per la monarchia e per i partiti conservatori. Ma il seme, tuttavia, comincia a germogliare. Dopo il 1946, Li Causi stimola la ripresa delle lotte agrarie; alla Consulta regionale diventa un protagonista della battaglia autonomista. La sua intelligenza vivissima, la sua vasta cultura, la sua straordinaria esperienza, il suo rigore morale gli consentono di esercitare una reale opera di direzione nell’ambito delle forze democratiche e autonomiste.
    Egli intuisce il ruolo nuovo che comincia ad esercitare la Democrazia cristiana, col suo retroterra sturziano e cattolico, e, nonostante le esitazioni del Psi nei confronti di un ordinamento regionale dotato di ampi poteri, trova modo di fare prevalere una posizione che consente una conclusione positiva e unitaria della Consulta con l’approvazione dello Statuto. È questo il periodo in cui la spinta contadina si salda con i nuclei operai e con strati di piccola e media borghesia che si riconoscono nella piattaforma autonomista del nostro partito. Matura così il risultato positivo conseguito dal Blocco del popolo nelle elezioni per la prima Assemblea regionale (aprile 1947) e la crisi del movimento separatista con la scissione dell’ala più progressista guidata da Antonino Varvaro.
    Il secondo momento cruciale in cui emerge la figura di Li Causi è quello che si apre con la strage di Portella della Ginestra e la rottura dell’unità democratica e antifascista, in Sicilia e sul piano nazionale. La prima Assemblea regionale venne aperta sotto il segno di questa rottura e fu macchiata dal sangue contadino di Portella. La crisi che si aprì allora, e che ha conosciuto momenti drammatici, ancora oggi non può dirsi chiusa. Le grandi lotte dei contadini, dei minatori, degli operai delle fabbriche, dei popolani dei quartieri disgregati avevano aperto una breccia nel vecchio mondo siciliano e avevano fatto fare le ossa al partito comunista. Li Causi intuisce il significato che ha l’uso del banditismo politico da parte della mafia e dello Stato. Le elezioni del 1948 avevano cementato la Dc con il vecchio blocco agrario, la mafia, l’apparato dello Stato. Si dà avvio ad un’azione terroristica che ha come obiettivo lo scompaginamento del tessuto organizzativo faticosamente costruito dai sindacati, dal Pci, dal Psi. Il banditismo viene usato dalla mafia e questa viene usata dall’apparato statale. Perciò Li Causi pone con forza il problema dello Stato e del suo apparato repressivo in Sicilia. Rileggendo i discorsi e gli scritti di questi anni si ritrovano fatti e analisi che ci fanno vedere quali sono alcune delle radici della strategia del terrorismo e della tensione. Quando oggi sentiamo che capi della polizia, del Sid, dei carabinieri, della magistratura e uomini di governo hanno tramato e hanno utilizzato terroristi fascisti e provocatori per colpire il movimento operaio e la democrazia, il nostro pensiero corre a quegli anni, alle memorabili battaglie politiche e parlamentari di Li Causi.
    Alla fine degli anni quaranta e negli anni cinquanta, e ancora dopo, l’apparato dello Stato fu costruito selezionando un personale pronto a tutte le scelleratezze e al servizio non dello Stato ma del potere della Dc. Le vicende della strage di Portella e dell’uso del bandito Giuliano sono, da questo punto di vista, esemplari. Nel 1947 Li Causi pone per primo con drammaticità e lucidità questo problema e apre una battaglia che continuerà sino agli ultimi giorni della sua vita. Nel luglio di quell’anno, Li Causi presenta alla Costituente un’interpellanza in cui mette in luce sia la riorganizzazione del banditismo politico in Sicilia, sia il fatto che a capo di questo c’è l’ispettore di pubblica sicurezza Messana. Nel corso dello svolgimento dell’interpellanza, Li Causi afferma che «si ha la precisa sensazione che il banditismo politico è diretto proprio dall’ispettore Messana». Questa «sensazione» sarà in seguito – in un dibattito al Senato svoltosi il 23 giugno 1949 – documentata in maniera inoppugnabile. Li Causi presenta le prove che l’ispettore Messana sapeva che la banda Giuliano aveva avuto il mandato di operare a Portella della Ginestra. Intanto continuano a cadere dirigenti sindacali e carabinieri, fra i quali il colonnello Geronazzo.
    Nel 1951 al Senato Li Causi dice: «Il popolo siciliano è stato accusato dal ministro Scelba di omertà. Ma voi, come potete immaginare che a Monreale – dove si sapeva che la famiglia del mafioso Miceli ospitava Giuliano con l’accordo dell’ispettore Verdiani – ci possa essere chi vada a denunciare Miceli? Polizia, banditi, mafia erano insieme, mangiavano insieme e voi accusate il popolo siciliano di omertà mentre il funzionario dello Stato appare correo, il favoreggiatore, l’istigatore!». In questa situazione Li Causi da un canto accusa il governo per «avere sospinto i funzionari a questi metodi», dall’altro si rivolge ai poliziotti, ai carabinieri, agli ufficiali «onesti e fedeli allo Stato» esortandoli a non contrapporsi al popolo, e fa appello ai lavoratori perché non considerino loro nemico il carabiniere. Nel suo ormai celebre appello al bandito Giuliano afferma: «Il triste inganno di ribellarsi contro l’oppressore con il delitto e con la vendetta individuale è costato nei secoli ai contadini siciliani molto sangue e lutti e miserie infinite. Non sono i carabinieri, comandati per fare rispettare la legge, anche se questa legge per il tristo gioco delle forze politiche che vogliono dominare la Sicilia provoca irresistibili ribellioni negli animi primitivi ma forti come il tuo, non sono i carabinieri colpevoli».
    Il problema che Li Causi pone con grande forza in questo periodo è il nesso tra la lotta per la riforma agraria, l’autonomia e il potere statale. Il nodo storico che riemerge con Li Causi è quello del rapporto tra lo Stato e la Sicilia, tra lo Stato e i cittadini: il nodo della costruzione dello Stato democratico.
    E questo nodo non è ancora oggi pienamente sciolto, né in Sicilia, né nel paese.

    Emanuele Macaluso
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Emanuele Macaluso (Caltanissetta, 1924 - Roma, 2021)

    Il discorso del PCI al centro della crisi (1972)

    di Emanuele Macaluso - «Rinascita», a. XXIX, n. 12, 24 marzo 1972, pp. 3-4.

    Riflessioni sul XIII Congresso

    Il XIII Congresso del PCI ha saputo fare un discorso che si colloca al centro della crisi politica italiana, mettendo in chiaro – nel corso di giornate di eccezionale tensione politica – che oggi in Italia non è possibile governare senza i comunisti. Il congresso ha segnato, dunque, con la sua proposta positiva, con il suo programma per una svolta democratica, il cambiamento di una situazione. Sino a ieri era chiaro che per governare bisognava tenere conto in qualche modo delle istanze rappresentate dai comunisti, perché già dal 1968 non era possibile governare contro il PCI. Adesso siamo arrivati, in seguito al fallimento del centro-sinistra e ai pericolosi spazi che esso ha aperto all’iniziativa della reazione, al punto in cui è richiesto l’intervento di tutto il peso ideale e politico dei comunisti per una nuova direzione del paese, per far fronte vittoriosamente all’attacco scatenato da grandi concentrazioni economiche, da gruppi di pressione e da centri di provocazione nazionali e stranieri per uno sbocco autoritario del lacerante travaglio che investe la società nazionale.
    Non a caso il compagno Berlinguer ha ricordato le svolte che la democrazia italiana ha conosciuto nel ’46, nel ’48, nel ’53 e nel ’60, come i soli momenti paragonabili all’attuale.

    Un filo nero di provocazioni

    Del resto il congresso si era aperto in coincidenza con le provocazioni poliziesche e di gruppi di avventurieri, orchestrate proprio nella città di Milano, con un tentativo di assalto al Corriere della Sera volto a favorire l’ipotesi che dai «rossi» venga una minaccia alla libertà di stampa, e con il tragico sigillo della morte di un povero pensionato colpito da un candelotto della PS. La conclusione ha avuto un contesto non meno tragico, coincidendo con la notizia della orrenda fine di Gian Giacomo Feltrinelli. Si tratta di un episodio oscuro che chiama in causa le centrali di provocazione nazionali e internazionali e rivela come l’avventurismo «di sinistra» possa essere agevolmente utilizzato per rendere credibili operazioni reazionarie connesse con l’opera di delicatissimi apparati dello Stato.
    C’è un filo nero di provocazioni, di intrighi, di violenze e di illegalità reazionarie che percorre la storia di questi venticinque anni, e noi comunisti lo abbiamo sempre vigorosamente denunciato. Per questo il ministro Gonella e i giornali benpensanti che hanno gridato allo scandalo per la nostra dichiarata diffidenza nei confronti delle spiegazioni sin qui fornite sul caso Feltrinelli, dovrebbero essere più prudenti. Dovrebbero ricordare come si rivelarono false o devianti le versioni ufficiali fornite, all’epoca di Scelba, per la strage di Portella della Ginestra, per l’uccisione di Giuliano, per l’avvelenamento di Pisciotta in carcere. Ma oggi Mario Scelba, che mentì spudoratamente dinanzi al Parlamento, è stato chiamato a capitanare la lista democristiana per la Camera nella Sicilia orientale.
    Il congresso ha seguito con particolare attenzione l’invito che il rapporto di Berlinguer ha rivolto a cogliere l’intreccio tra l’avanzata politica e sociale del movimento operaio, che dal ’68 ad oggi continua a caratterizzare la situazione del paese, e l’inasprirsi della violenza reazionaria da Avola a piazza Fontana, da Reggio Calabria alle recrudescenze squadristiche sul piano nazionale. E non è casuale che il congresso abbia accolto con entusiasmo il richiamo di Longo alle decisive responsabilità del partito nella difesa della libertà e della democrazia, e alla consapevolezza della grande forza che consente di battere oggi la reazione su qualunque terreno. Questo richiamo, del resto, si collega ad uno degli insegnamenti di Palmiro Togliatti.
    Il rapporto e i contributi venuti dal dibattito hanno anche messo in chiaro come l’involuzione della DC sia strettamente legata alla sua incapacità di risolvere i due grandi problemi aperti – e tra loro connessi – di stabilire un rapporto positivo con il PCI e di avviare una politica di riforme e di sviluppo economico. Avendo avuto paura dei costi di quel nuovo rapporto a sinistra che era richiesto dal normale sviluppo della nostra vita democratica, il gruppo dirigente della DC è entrato in una spirale involutiva: ha scelto di eleggere il presidente della Repubblica con i voti determinanti dei fascisti, ha rotto con i socialisti, si è impegnato in una sterzata a destra che crea guasti nelle stesse istituzioni repubblicane. In tal modo – lo notava Agostino Novella – i dirigenti della DC si sono «qualificati e rafforzati come strumenti di mediazione e cerniera del sistema dei rapporti che si sono stabiliti tra le forze del grande capitale privato e il capitale pubblico». Si può aggiungere, sulla base dei dati di fatto più recenti, che la scelta a destra della DC risulta funzionale alla saldatura di un blocco di potere che comprende la speculazione più avventurosa, il parassitismo e lo sperpero clientelare della spesa pubblica, specialmente nel Mezzogiorno.
    I comunisti non forniranno alcun avallo allo spostamento a destra della DC, al gioco avventuroso ma «in pari tempo disperato e debole» dello stato maggiore scudo-crociato. Per battere la DC che si sposta a destra chiederemo ai lavoratori cattolici di votare a sinistra. Solo un generale spostamento a sinistra può fare indietreggiare le insorgenze reazionarie, può rendere impossibili i ritorni conservatori e centristi, può superare positivamente il centro-sinistra. Perciò le forze democratiche cattoliche debbono con ogni mezzo contrastare e combattere il disegno dell’attuale gruppo dirigente democristiano e delineare con coraggio e chiarezza un’alternativa di governo che le colleghi a tutta la sinistra.

    Orientato il partito a una grande battaglia

    Per il fatto che abbiamo parlato con grande schiettezza dei voti che vogliamo prendere e degli sforzi per rafforzare il nostro partito e lo schieramento di sinistra, il saccentissimo direttore della Stampa ha parlato del XIII Congresso del PCI come di un «lungo comizio». La verità è che noi siamo abituati a dire le stesse cose nei congressi e nei comizi. Nei comizi non gridiamo e non scadiamo nella demagogia a buon mercato, nei congressi non facciamo inutile accademia. Al XIII Congresso abbiamo confermato le caratteristiche che ci sono peculiari, abbiamo progredito nella elaborazione della nostra strategia e, in pari tempo, abbiamo orientato il partito verso una grande battaglia, quella che si concluderà, con esiti decisivi per l’avvenire del paese, nel volgere di poco più di un mese.
    Sulla questione della nuova politica estera di cui l’Italia ha bisogno, e sulle prospettive del nostro impegno contro la NATO e per il superamento dei blocchi, il congresso ha saputo aggiungere e sviluppare accenti nuovi nella linea del nostro tradizionale impegno di lotta contro l’imperialismo e per la pace. Il modo con il quale abbiamo definito la nostra attiva collocazione nel contesto europeo fa del XIII Congresso un momento importante nello sviluppo delle prospettive internazionaliste dei comunisti italiani. A tutta la sinistra europea, e quindi a tutte le forze democratiche italiane che non si appagano di una passiva sudditanza all’imperialismo americano e rivendicano un’effettiva autonomia, abbiamo offerto u punto di riferimento e dei temi di impegno che – a partire da quello della battaglia per la sollecita convocazione della conferenza per la sicurezza europea – non dovrebbero più consentire ad alcun movimento autenticamente pacifista e popolare di nascondersi dietro l’alibi di uno schematico dissenso dai comunisti sul discorso del sì o del no alla NATO.
    Abbiamo anche affrontato con schiettezza e precisione, progredendo nel nostro discorso sullo Stato, i problemi della magistratura, della polizia, delle forze armate, nella consapevolezza del grande valore politico generale che ha oggi la soluzione democratica di tali questioni. Il discorso congressuale ha qui trovato uno spontaneo raccordo con la battaglia elettorale, la quale vede nelle liste comuniste la presenza del giudice Terranova, e nelle liste unitarie per il Senato quella dell’ex-presidente della Corte costituzionale Branca, mentre i generali Birindelli e De Lorenzo – portati dalla DC alle più alte responsabilità nelle forze armate della Repubblica – smascherando i loro orientamenti di sempre, si sono candidati nel MSI.
    Il congresso è entrato nel vivo dei problemi dell’unità sindacale, cogliendo l’intimo nesso tra l’avanzata di questa prospettiva e la affermazione delle riforme, di un nuovo sviluppo economico, della democrazia. La furiosa e pretestuosa polemica sferrata contro i discorsi di Lama e di Trentin – che hanno appunto messo in luce questo nesso, riaffermando il pieno impegno dei comunisti per l’unità e l’autonomia sindacale – dimostra come anche su questa questione il congresso ha colpito nel segno, incalzando i nemici dell’unità sindacale, e dando nuovo slancio a tutte le forze politiche e sindacali che sinceramente operano per il raggiungimento di questo importante traguardo.

    Equilibri più avanzati: una formula inadeguata

    Abbiamo inoltre esaminato senza inutili diplomatismi la complessa questione del nostro rapporto con il PSI e con la prospettiva, sostanzialmente ribadita dal compagno Mancini, dei cosiddetti equilibri più avanzati. Il congresso ha giustamente messo in risalto, una volta di più, l’importanza di quella nuova dislocazione del PSI, che è una delle principali espressioni politiche dello spostamento a sinistra verificatosi negli ultimi anni. Nel contempo abbiamo detto che – quale che sia stata la validità di questa formula in una delicata fase di evoluzione politica del partito socialista – oggi essa è inadeguata. Con il suo carattere sfumato, che sembra indicare una linea di apertura indolore del centro-sinistra verso il PCI, apertura che è del tutto illusoria, essa non è adatta a contribuire a quell’unità e a quello slancio combattivo di tutte le forze democratiche e di sinistra che deve essere l’obiettivo principale di chiunque voglia contrastare e battere la sterzata a destra della DC.
    Ai compagni socialisti e a tutte le forze di sinistra il nostro congresso ha del resto offerto la concreta piattaforma di confronto e di dialogo su un programma, o meglio sugli orientamenti generali e sulle scelte basilari di un programma, raccogliendo, mi pare, la sollecitazione che in questo senso era venuta da Dario Valori. Nel merito però di questo problema degli «equilibri più avanzati» - che nella sua replica Berlinguer ha definito legato ad un «punto di dissenso» e di «differenziazione» tra noi e i compagni socialisti – credo sia giusto aggiungere un invito alla riflessione sulla caratterizzazione antisocialista che viene assumendo negli ultimi mesi la polemica reazionaria. Alla base di questa scelta vi è certo l’irritazione dei gruppi economici dominanti e dei settori integralisti che oggi dominano la DC, per il fatto che il PSI non ha accettato quel ruolo di stabilizzazione, di copertura da sinistra di una sostanza politica conservatrice, per il quale nel corso di alcuni anni questo antico partito operaio era stato blandito da tanta parte della destra, nonché condotto a quella unificazione che nelle illusioni di qualcuno (e anche nei timori di certi settori del movimento operaio) avrebbe dovuto segnare il seppellimento definitivo di una tradizione classista e antimperialista. Non credo però che l’intensificarsi e il concretarsi della polemica reazionaria contro il PSI si possa spiegare esclusivamente in questa chiave. Si colpisce di preferenza ed in prevalenza il PSI per due ragioni. In primo luogo perché il consolidamento della nostra forza ha reso impossibile la ripresa dell’anticomunismo tradizionale su scala di massa, la rivalorizzazione dei grotteschi strumenti con i quali siamo stati nel passato combattuti da uno schieramento reazionario che preferiva concentrare il colpi contro di noi dipingendoci come causa di ogni male. Oggi si è notevolmente ristretta l’area di coloro che non riconoscono il nostro ruolo e le nostre caratteristiche di forza nazionale e popolare, di partito responsabile, quotidianamente impegnato, al governo di comuni e di regioni, alla testa di movimenti sociali e di opinione, nello svolgimento di una incisiva funzione di opposizione parlamentare, al servizio di grandi interessi popolari e dello sviluppo della democrazia.

    Sottogoverno e malcostume della Democrazia cristiana

    Sul PSI – ecco la seconda ragione dell’attacco reazionario – si tenta invece di far ricadere il costo dei notevoli guasti che l’esperienza di centro-sinistra ha prodotto, delle delusioni che tanta parte dell’opinione pubblica democratica ha provato di fronte agli esiti di una operazione che era stata lanciata come rinnovatrice sul terreno sociale e morale, e che si è invece conclusa con un bilancio negativo sotto l’uno e sotto l’altro profilo. Sul PSI si vuole fare ricadere l’intera responsabilità dell’impotenza e del mal governo del centro-sinistra. Adesso quegli organi di informazione che non hanno mai visto e non vedono l’elefante del sottogoverno e del malcostume democristiano, e che non vollero vedere il consistente fenomeno di malcostume e di sottogoverno che si legò all’esperienza del partito socialdemocratico unificato, vanno all’ingrandimento di ogni fatto di sottogoverno socialista, riecheggiando così la cinica polemica dei democristiani, che sono poi quelli che hanno operato, come ognuno sa, per coinvolgere il più possibile i socialisti, compromettendoli in un sistema di potere inventato, gestito e sfruttato in assoluta prevalenza da loro.

    Un impegno lineare per l’unità a sinistra

    Il PCI resta fermo nel suo impegno contro ogni mistificazione in ordine alle responsabilità di fondo per la crisi in cui il paese è stato gettato. La colpa del malgoverno, dell’aggravarsi dei problemi economici e sociali, come del disordine e della recrudescenza reazionaria deve essere imputata essenzialmente alla DC. I compagni socialisti sanno che le deformazioni strumentali e le vere e proprie calunnie di cui li fanno oggetto le stesse centrali che ieri favorirono il loro ingresso al governo (oltre che gli ambienti fascisti e parafascisti) trovano i comunisti fraternamente e fermamente solidali con il PSI. Ma, non di meno, i guasti e le pecche legati alla politica di centro-sinistra sono un fatto, ed è un fatto che nel contesto della esperienza di centro-sinistra vi è stato un certo coinvolgimento del PSI in un sistema di potere che il movimento unitario dei lavoratori vuole liquidare. Per questo noi abbiamo detto al nostro congresso, e lo ribadiremo nel confronto e nel dialogo delle prossime settimane, che il PSI deve cogliere la attualità e l’urgenza di una definizione delle sue prospettive che si esprima apertamente come volontà di girare definitivamente pagina, di pronunciarsi non per una evoluzione, del resto impensabile, ma per una svolta che ricolleghi in maniera credibile per l’opinione pubblica operaia e popolare i socialisti alle loro tradizioni migliori (il che, è ovvio, non comporta affatto la sommaria liquidazione delle importanti esperienze degli ultimi dieci anni).
    La schiettezza e la linearità del nostro discorso a sinistra, quindi il vero senso delle stesse nostre affermazioni critiche verso i socialisti, risaltano pienamente da una linea congressuale che ha puntigliosamente negato ogni spazio alla manovre volte a spaventare i socialisti, a farli retrocedere su linee anticomuniste, attraverso l’uso malizioso del fantasma della cosiddetta «repubblica conciliare». Dal XIII Congresso del PCI l’unità delle sinistre è stata inequivocabilmente indicata come una condizione necessaria, anche se non sufficiente, della svolta di cui ha bisogno il paese. La nostra volontà di incidere sulla DC, di batterla e di obbligarla a cambiare strada, e comunque di impedirle di continuare una politica conservatrice coinvolgendo il movimento popolare cattolico, poggia sulla premessa fondamentale di una salda unità delle sinistre, di una intesa quindi tra i comunisti e le componenti socialiste della sinistra estesa alle grandi e decisive questioni dello sviluppo economico, dell’ordine democratico, della direzione politica dell’Italia.
    Che noi non mirassimo a nessuno scavalco, che non fossimo disposti a cadere nei trabocchetti e nelle lusinghe di mitici approcci al vertice con il gruppo dirigente della DC lo aveva già dimostrato la decisiva vicenda delle elezioni presidenziali. Ora però il nostro impegno lineare per l’unità a sinistra nella prospettiva della svolta democratica ha acquisito un preciso rapporto con una analisi della realtà italiana, con un programma positivo: la nostra dislocazione non può essere messa in dubbio da nessuna persona in buona fede, e tutta la sinistra, tutta la democrazia italiana può trarre fiducia dalla nostra forza e dalla nostra coesione.
    L’unità interna del PCI, espressa con consapevolezza e passione durante il congresso che è frutto di un ampio dibattito e di vivaci confronti, nella attuale situazione italiana, costituisce infatti una grande garanzia per tutti coloro che vogliono battere i disegni della reazione e dare una soluzione democratica alla crisi. Al PCI unito attorno ad una chiara prospettiva politica devono ora unirsi con il loro decisivo consenso nuovi e più larghi strati di lavoratori cattolici, di giovani, di donne, di protagonisti delle lotte che indicano al paese la via della svolta democratica.

    Emanuele Macaluso
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  3. #13
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    Predefinito Re: Emanuele Macaluso (Caltanissetta, 1924 - Roma, 2021)

    Citazione Originariamente Scritto da Frescobaldi Visualizza Messaggio
    Il discorso del PCI al centro della crisi (1972)

    di Emanuele Macaluso - «Rinascita», a. XXIX, n. 12, 24 marzo 1972, pp. 3-4.
    @Frescobaldi Hai copiato il testo dalla rivista cartacea che possiedi privatamente o ci sono le annate di Rinascita on line?
    "Una vecchia barzelletta sovietica, diceva, cos’è il deviazionismo? È andare dritti quando la linea va a zig zag. Ecco, io sono un deviazionista"

  4. #14
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    Predefinito Re: Emanuele Macaluso (Caltanissetta, 1924 - Roma, 2021)

    Citazione Originariamente Scritto da amaryllide Visualizza Messaggio
    @Frescobaldi Hai copiato il testo dalla rivista cartacea che possiedi privatamente o ci sono le annate di Rinascita on line?
    La prima che hai detto ... la mia collezione di «Rinascita» va dal 1972 al 1991.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 
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