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Discussione: A destra del Fascismo?

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    Predefinito A destra del Fascismo?

    La Monarchia Tradizionale può essere posta alla destra del Fascismo?

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    Predefinito Re: A destra del Fascismo?

    Cultura. La destra e la tradizione: da Elías de Tejada a Adriano Romualdi e Julius Evola

    by Diego Panetta 24 Novembre 2019


    In un precedente articolo su “Cultura. Da Julius Evola a Cristo passando per le visioni di Elias de Tejada”, avevamo messo in luce un tratto di storia della destra italiana da molti poco noto o addirittura sconosciuto. In Italia il rappresentante più influente del pensiero tradizionalista – con tutte le tortuosità dottrinali che tale termine evoca – fu senza ombra di dubbio Julius Evola.

    All’ombra del pensatore romano crebbero giovani destinati a diventare futuri deputati del Parlamento italiano, leader di peso all’interno del M.S.I. (Pino Rauti) e anche giovani intellettuali che videro assai presso spegnersi davanti a loro – in maniera assai tragica – prospettive lusinghiere, giungendo quasi a scalfire il monopolio culturale ostile del mondo accademico italiano. Ci riferiamo in particolare ad Adriano Romualdi, figlio dell’allora presidente del M.S.I. Pino, che morì in un incidente stradale appena trentaduenne. Dopo essersi laureato in Storia contemporanea all’Università La Sapienza, sotto la guida di Renzo De Felice, divenne assistente ordinario dello storico Giuseppe Tricoli all’Università di Palermo.

    Evola commenterà così la sua morte:

    “Con la morte del carissimo giovane amico Adriano Romualdi, dovuta ad una brutta contingenza, la nuova generazione orientata in senso «tradizionale» e di Destra viene a perdere uno dei suoi più qualificati esponenti. Nel mio ambiente, pochi avevano una cultura vasta e varia […] Egli volle dedicare anche un saggio – il migliore che conosco – alla mia attività e alle mie opere: è uscito presso l’Editore Volpe, che per lui aveva egualmente un’alta considerazione […]. Col riconoscimento anche accademico, per cui recentemente a Romualdi era stata affidata una cattedra, gli si apriva già una più vasta sfera di influenza e di possibile formazione spirituale della nuova generazione”. (L’Italiano, agosto-settembre 1973: https://www.rigenerazionevola.it/per...omualdi/#_ftn1)

    Il giovane docente forlivese scrisse nel 1973, per la casa editrice Settimo Sigillo, Idee per una cultura di destra in cui passava in rassegna le schegge intellettuali ed il retroterra ideale che la destra culturale e politica aveva dietro di sé interrogandosi sulle prospettive – da par suo non particolarmente rosee – che si stagliavano lungo la sua linea d’orizzonte.

    Qualche anno prima, nel 1966, era passato quasi inosservato la pubblicazione del libro La monarchia tradizionale (Edizioni dell’Albero di Torino) del cattedratico, filosofo del diritto e della politica ispanico, Francisco Elías de Tejada. Il sottotitolo, estremamente significativo: Il fascismo superato a destra, recava con sé più di un qualche spunto critico e affidava all’intelligenza del lettore il compito di indagare l’origine della tradizione italiana nel campo della concretezza storica, alla luce di una visione del mondo ben ordinata e definita.

    L’introduzione La tradizione Italiana e la postfazione La tradizione di Napoli, scritte appositamente per la traduzione in lingua italiana dell’opera, sono tra le pagine più importanti e dimenticate della cultura tradizionale e di destra della nostra penisola.

    Perché – ci si potrà chiedere – mettere in relazione, sin dal titolo, la tradizione italiana con quella di Napoli? La prospettiva del pensatore ispanico muove i passi dalla terra dei suoi avi, Napoli, alla ricerca dell’“essenza di una tradizione italiana” (La tradizione Italiana, in La monarchia tradizionale, Dell’Albero, Torino 1966, p. 7), premunendosi contro il pericolo di “dissertare su temi estranei al mio ambiente” (Ibidem).

    Il tradizionalismo italiano, spiega il pensatore ispanico, ha dietro di sé secoli che racchiudono la sua linfa vitale, la quale deve essere riscoperta poiché è la sola che può mostrare la via per la rinascita dei popoli italiani. La concretezza storica e la realtà di un passato vivo, intimamente vissuto nel sangue dei suoi avi, consente a Tejada di affermare che la sfida più insidiosa, nella nostra penisola, alla retta comprensione del pensiero tradizionale è quella di “superare il moderno concetto di nazione”. “La mentalità del nostro tempo – spiega –, ed in special modo quella che hanno ricevuto nei centri d’insegnamento le ultime cinque generazioni, non concepisce con profili esatti né l’universale né il patrio, comprende solamente il nazionale come compiuta realtà politica” (Ivi, p. 14).

    Al fine di far risuonare le corde di un comune destino e inalberare una medesima vocazione occorre abbeverarsi “alla sorgente della storia per riconoscere la validità delle diversità rispettive, […] prima premessa per pervenire all’universalità e riscoprire finalmente la realtà di codesti popoli la cui personalità viene soffocata in nome di un nazionalismo, che, nato al suono dei tamburi della rivoluzione francese, entra già nella curva del tramonto” (Ivi, p. 15).

    La “compiuta realtà politica” a cui invita a guardare Tejada è l’Impero ispanico (e non già semplicemente spagnolo) dei secoli XVI e XVII. “Sotto re come Carlo V e Filippo II – egli scrive – Napoletani, Milanesi, Sardi, Siciliani avevano accesso al governo dei loro popoli e perfino governavano genti della penisola iberica o del continente americano”. Le “Italie” del XVI secolo non sono l’immagine sfigurata di una realtà amorfa né rappresentano l’idealizzazione di una contingenza storica astrattamente considerata. Esse, al contrario, costituirono l’ordine sociale “giusto” ed autenticamente “tradizionale”, in quanto unirono “saldamente la diversità storica nella comune impresa del cattolicesimo militante”.

    Aver ignorato la forza propulsiva della Controriforma e la missione universale e civilizzatrice del cattolicesimo romano, di cui si fecero alfieri i re ispanici, fu precipuamente il limite della “portentosa costruzione […] dell’esimia figura di Julius Evola, con tutto il rispetto che merita la sua statura eccezionale”. (F. Elías de Tejada, Julius Evola alla luce del Tradizionalismo ispanico, in “Arthos” (Genova) n. 4-5/1973, p. 192)

    La vocazione eroica e cavalleresca che animava i temuti Tercios ispanici (i quali videro la luce proprio in Italia, tanto che le formazioni più antiche recano sin dal nome le loro origini: Tercio Viejo de Nápoles, Tercio Viejo de Sicilia, Tercio Viejo de Lombardía o de Milán) traeva impeto e vigore, fedeltà e sprezzo del pericolo, santità e saldezza dal “senso cristiano della vita, [dal]la perseveranza tenace nel servizio del Cristianesimo quale lo formula la dogmatica del Cattolicesimo romano. […] Italiani e Spagnoli – afferma Elías de Tejada – innalzarono in Trento il monumento della loro fede nei termini immortali che, piacciano o no, sono nostri. Quel nostro cattolicesimo fervente ed intransigente sostenne le battaglie del Signore e ci dette coscienza del nostro comune destino. Potranno i popoli essere diversi nella storia, appunto perché sono uniti nella fede (La tradizione Italiana, in La monarchia tradizionale, Dell’Albero, Torino 1966, p. 24).

    Una fede che, all’indomani del Concilio Vaticano II, ha perso smalto e mordente, per inseguire un associazionismo scialbo e inconcludente disperso nelle melmose paludi di una filantropia che elimina da sé ogni richiamo al trascendente, bandisce la sacralità ed elimina Verità e dogmi dal proprio orizzonte esistenziale.

    Una constatazione che, nonostante le mille ritrosie e i dovuti distinguo, lo stesso Evola non poté mancare di far sua, affermando in Orientamenti che

    “[…], se il cattolicesimo fosse capace di far propria una tenuta di alta ascesi ed appunto su questa base, quasi come in una ripresa dello spirito del miglior Medioevo crociato, far della fede l’anima di un blocco armato di forze, quasi di un nuovo Ordine Templare compatto e inesorabile contro le correnti del caos, del cedimento, della sovversione e del materialismo pratico del mondo moderno-certo, in tal caso, ed anche nel caso che come minimo esso si fosse tenuto fermo alle posizioni del ‘Sillabo’, per la nostra scelta non potrebbe esservi un solo istante di dubbio” (J. Evola, Orientamenti, Europa, Roma 1971, p. 21).

    Lo stesso Signore, tuttavia, mai promise la placidità delle acque sulle quali avrebbe solcato la barca di Pietro, né assicurò la clemenza dei tempi a venire, anzi. Assicurò però la vittoria finale, la salvezza per coloro che crederanno sino alla fine. La prospettiva di un “giudizio finale” (“Sono venuto in questo mondo perché si operi un giudizio, affinché quelli che non vedono, vedano, e quelli che vedono, non vedano”- Gv 9, 39) e la visione della vita da intendersi come “militia” (“Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla Terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada” – Mt 10, 34) ha permesso per secoli, a milioni di persone, di conoscere il sano significato di “misericordia”, la quale, per esercitarsi, non può fare a meno della giustizia, termine finale a cui è indissolubilmente ancorata.

    Sotto le medesime coordinate trovò forza e rifugio quella “religiosità idalga, militante, combattiva. Quella stessa che nelle Sue [di Cristo] parole era violenta definizione dei farisei come sepolcri imbiancati. […] In questa religione dura e militare – scrive Elías de Tejada – trova posto l’avvicinamento a Dio per mezzo del servizio, usando armi dottrinali e materiali. Il Cristianesimo è, nella versione tradizionalista ispanica, servizio a Dio secondo questi insegnamenti di Gesù Cristo. Perciò nella Cristianità medievale vi furono eroiche crociate concepite come forme di religiosità cavalleresca, perciò il Cristianesimo fu lotta di otto secoli nella penisola ispanica, per questo il Cattolicesimo della Controriforma si chiamò Mülhberg e Lepanto, per questo la Spagna fu Cristianità missionaria […]. Giungere a Dio attraverso la milizia è la forma eroica della Tradizione ispanica” (F. Elías de Tejada, Julius Evola alla luce del Tradizionalismo ispanico, in “Arthos” (Genova) n. 4-5/1973, p. 204).

    Oggi la destra politica italiana ed europea si trova in un momento di svolta. La situazione propizia che si trova dinanzi deve risvegliare memoria, incentivare riflessioni, stimolare letture al fine di rimettersi in gioco scommettendo sul realismo; su un modello che abbia la realtà storica, culturale e religiosa al centro della proposta politica. Rientrare in possesso della nostra anima implica uno sforzo culturale e valoriale obnubilato dallo “Zeitgeist” contemporaneo, che si presenta sotto le vesti suadenti ma quanto più distruttive della post-modernità.

    La Tradizione, ente concreto, nemico di qualsivoglia astrattismo, è la stella polare a cui deve guardare la destra. Ecco perché occorre tornare a sfogliare libri come quello di Adriano Romualdi, ad organizzare eventi, dibattiti, discussioni ove idealità e cultura abbiano la meglio su alleanze elettorali ed orizzonti partitici. Occorre tornare a parlare di eroismo e sacrificio, e di legare alla militanza quotidiana la Croce di ogni giorno, fonte ed alimento di qualsiasi “azione impersonale”, così come ci ha indicato nei suoi scritti e nella fecondità del suo pensiero il maestro Francisco Elías de Tejada.

  3. #3
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    Predefinito Re: A destra del Fascismo?

    LA MONARCHIA TRADIZIONALE

    Ecco a voi Francesco Maria de Tejada


    Consideriamo utile ripartire da una figura a molti sicuramente nota, di primissimo piano nel pantheon dei pensatori di riferimento di chi vorrebbe ripensare il mondo ispirandosi ai valori della Tradizione, che è nostro sangue spirituale e che è prova della bontà e della coerenza interna di ogni azione. Ciò ci permette di mantenerci allacciati di alcune delle idee nodali che ci ha lasciato in eredità la riflessione del filosofo e cattedratico spagnolo Francisco Elias de Tejada (Madrid, 1917 – 1978). L’autore di “La Monarchia Tradizionale” (ed. Controcorrente, 2001 ) raffinata e e profonda analisi storico-antropologica attorno ai concetti di tradizione e uomo della tradizione.

    De Tejada nulla inventa, ma si fa interprete di qualcosa già e a priori, giacche “la tradizione non si può inventare, si può solamente trasmettere”.Di qui la validità del suo lavoro, nel quale ritroviamo tracce ed indicazioni fondamentali per l’uomo di eredità europea sia per il suo ufficio nel mondo, e quindi della propria universalità, sia per la riflessione strettamente politica e quindi realizzante nel mondo.

    Filosofo carlista e cattolico è stato introdotto in Italia alla fine degli anni ‘60 da Silvio Vitale (Napoli 1928-2005) fondatore dell’Alfiere, rivista tradizionalista napoletana che tra gli altri riscopre Alianello, Giacinto de Sivio e Buttà, e che piccolo scrigno conserverà il fuoco per esperienze editoriali più ampie in epoca successiva e di più diffusa coscienza, quelle de il Cerchio di Rimini o dei partenopei di Controcorrente solo per citare le più note.

    Animò nella destra italiana, ancora fortemente radicata all’idea-forza della nazionalità, uno spirito critico che spingesse a ricercare la patria oltre la contingenza storica dello stato nazionale, vedendo piuttosto in esso il frutto e il contenitore istituzionale meglio atto alla realizzazione dell’ideale ugualitario giacobino (e possiamo aggiungere, con il senno del poi, proto-mondialista): uno stato unico, una lingua unica, una bandiera unica, una moneta unica, e poi, passando attraverso un’uniformazione degli espressioni dell’umano (stile,sessualità, desideri ect), in un’ottica sincretica, a un’unica (non) religione.

    E dopo la nazione, ultimo momento di una fase ancora identitaria, un (super) stato mondiale idolatrato con forza, diremmo noi, quasi eteronomica (vedi esperimento di Milgram) attraverso la quale la persona, o i gruppi, vedi i partiti, non agiscono più secondo coscienza (propri dell’homo religiusus) poiché non si considerano più liberi di condotta autonoma ma secondo imperativo di sistema (condizione dell’uomo massa, dei partiti, dei governi,nei sistemi moderni).

    La religione staccata dall’uomo, diventa fanatismo, l’arte produttivismo, l’amore prostituzione. Ogni reductio ad unum diventa prima o poi reductio ad nihilum. E’ cosi, che per de Tejada, patria diventa idolatria nazionalista e l’uguaglianza e la libertà giacobine diventano totalitarismo. Nella riflessione sulla patria de Tejada rappresenta la soluzione tra l’etnoidentitarismo e il federalismo imperiale per dirla con Evola. Per l’autore la patria è realtà naturale, concreta, fatta di legami, in quanto nessun uomo nasce senza antenati.

    È un comunitarista ante litteram , ed un acuto difensore del principio di sussidiarietà, se scrive: “ ..le funzioni politiche dello stato sono state molte volte assunte pienamente dalle entità sociali (dai municipi, dalle corporazioni,dalle confraternite,dalle famiglie, dai vicinati, dai differenti corpi intermedi che componevano la società e che assicuravano alla persona appoggio e soccorso n.d.r), mentre al contrario, lo stato non ha mai assunto pienamente le funzioni che competono alle entità sociali.(… )lo stato al contrario appare in un momento posteriore”.

    De Tejada filosofo vede l’uomo in relazione con Dio,con gli altri uomini e con la sua storia (tradizione) in una dimensione sensitiva e temporale triplice, perciò veramente volumetrica nel tempo e nello spazio.

    Revisionista antigiacobino de Tejada individua nell’Illuminismo il pensiero che come un grimaldello scardina l’ordine tradizionale. “l’ottimismo antropologico unisce rousseau con kant e con i legislatori dell’89. Rousseau idealizza fino alla perfezione l’uomo astratto, il selvaggio privo di tradizioni, per definizione buono; kant esalta la perfezione dell’uomo in sé, indipendentemente dalle tradizioni culturali, ritenendolo idoneo a comprendere il cosmo dall’uso che dei dati della realtà faccia la sua ragione pura e a sapere che cosa sia la giustizia nella semplice autonomia della sua volontà; gli uomini dell’89 non dichiarano quali siano i diritti dell’uomo francese ma quelli dell’uomo astratto e senza tradizioni“.

    Il de Tejada fa professione di carlismo, l’esperienza monarchica spagnola, erede attraverso il ramo asburgico e soprattutto attraverso il cattolicesimo politico, del Sacro Romano Impero, come garante delle liberta forali. Una pluralità di ordinamenti, privilegi, immunità, che la monarchia garantiva alle differenti realtà locali, diremmo oggi (pensiamo ai comuni di esperienza medioevale). A tal riguardo scrive:“i fueros (le concessioni alle comunità locali) presuppongono, primo l’ idea dell’ uomo come essere concreto, secondo che la libertà, ovvero la sfera delle possibilità di ogni uomo di ogni uomo secondo il suo diritto, si inquadrano in ciascun popolo negli ordinamenti legali e sociali prodotti dalla rispettiva tradizione particolare, terzo che nella lotta libertà- uguaglianza, che corrode il pensiero rivoluzionario, è necessario affermare la supremazia della libertà, quarto che contro la libertà astratta della rivoluzione sono preferibili i sistemi di libertà concrete delle varie tradizioni. on la nascita degli stati moderi, basati sul centralismo, le libertà concrete non vennero più riconosciute a favore delle libertà astratte dell’individuo isolato a una dimensione.”

    Succede che, nel passaggio tra uomo ad individuo, nel passaggio tra comunità a società, l’individuo sradicato, atomizzato socialmente, diventa, nella corsa darwiniana tutta mercantile fomentata dal nuovo padrone mondiale, onnipresente quanto evanescente, pervasivo quanto dispotico, diventa, vittima e nel contempo lupo per gli altri uomini.

    Scrivono M. Guidetti e P.H Stahl nella loro introduzione a “Il Sangue e la Terra” –Comunità di villaggio e comunità familiari nell’Europa dell’800– ed. Jaca 1976 a proposito della mentalità dei moderni. “Formati nelle scuole dove dominava l antico diritto romani, gli studiosi credevano alla proprietà individuale. Vivendo nelle città dove la vita sociale stessa riposava su questo diritto, gli studiosi occidentali ebbero la sorpresa di trovare nei villaggi dei loro paesi realtà completamente diverse”. Questa, che potrebbe sembrare una digressione, ci pare invece la prova che le comunità, o corpi intermedi, percepiti dalla scienza moderna come sistemi esclusivamente di proprietà erano invece sistemi di vita comunitario.

    Ad ognuno dei lettori il compito di riscoprire la propria tradizione particolare e la forma di trovargli spazio nelle presenti congiunture, ed ai governi ed al diritto l’onere di difenderla. Facciamo,infatti, nostro un proverbio degli slavi del sud, che ci pare pertinente e che riassume lo stato ed il destino schiavo dell’uomo isolato. Esso recita:”chi non riconosce il fratello per fratello riconosce lo straniero per padrone”, indicando tra i vari stranieri oppressori, la competizione globale e selvaggia e l’individualismo esasperato dell’uomo senza Tradizione.

  4. #4
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    Predefinito Re: A destra del Fascismo?

    Ed Evola, in quanto tradizionalista e razzialista, può essere posto a destra del fascismo?

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    Predefinito Re: A destra del Fascismo?

    LA MONARCHIA TRADIZIONALE UNICA SOLUZIONE GLOBALE ALLA CRISI DEL MONDO MODERNO


    Il testo nasce come prima parte dell’intervento svolto al convegno promosso dal FMG, il Fronte Monarchico Giovanile, dell’Emilia-Romagna, a Monteombraro, in provincia di Modena, dal 24 al 26 settembre 1971, sul tema La monarchia tradizionale, organica, rappresentativa, come alternativa globale al sistema partitocratico e repubblicano. È comparso in monarchia. Mensile contro-rivoluzionario del Fronte Monarchico Giovanile dell’u.m.i., anno I, [n. 2], Modena marzo 1972, pp. 2-4. Il titolo e i sottotitoli sono della redazione della rivista. La seconda parte dello stesso intervento era la Circolare riservata CR 4, del 25 maggio 1971, raccolta inPer la buona battaglia, Cristianità, Piacenza 1991, pp. 35-47.

    Rispetto all’originale è stato variato il modo della citazione e sono state aggiunte le note relative alle citazionidirette.

    «Minacciati nella nostra esistenza da un radicalismo erede di tutti gli errori e di tutti gli odii contemporanei, da un radicalismo che vuole spegnere la fede, i costumi, la famiglia, l’autorità, tutte le istituzioni da cui dipende l’ordine sociale, noi non potremo essere salvati che da un altro radicalismo, erede delle tradizioni antiche che furono la nostra gloria e la nostra vita» [(1)]. Queste parole decise, pronunciate esattamente cento anni or sono dal R. P. Monsabré O.P., in Notre Dame, durante una predica per la Quaresima del 1872, non hanno perso nulla della loro puntualità. Le assumiamo perciò a definire la prospettiva alla quale intendiamo attenerci.

    Forse vi è stato un tempo in cui i termini «tradizione», «tradizionalismo», «tradizionale», «tradizionalistico» hanno avuto un significato univoco, al riparo da ogni possibile fraintendimento. Ugualmente forse è accaduto per «Contro-Rivoluzione», «contro-rivoluzionario», «reazione» e «reazionario». Se vi è stato questo tempo, oggi è finito, non soltanto per l’uso che si fa di questi termini nella comune conversazione, ma anche per l’abuso che se ne fa a tutti i livelli in quell’area sociologica denominata Destra nazionale.

    Oggi è perciò pressoché impossibile servirsi di queste parole al riparo da ogni equivoco, ed è di conseguenza indispensabile tentare una explicatio terminorum, dalla quale non si può prescindere perché ogni rapporto umano, e soprattutto ogni conversazione, non cada soggettivamente nel soliloquio, oggettivamente nel vaniloquio.

    Nell’evidente impossibilità di esaminare e rifondare ex novo concettualmente tutti i termini, sempre che ne avessimo la capacità, ci limitiamo a situarli culturalmente, cioè attraverso un riferimento esigente da parte del lettore una certa informazione, che diamo assolutamente per scontata, almeno argumentandi causa, come si dice, almeno per poter parlare, per poter cominciare un discorso. Quindi i suddetti termini saranno da noi usati nel senso che hanno all’interno del pensiero contro-rivoluzionario dell’Ottocento e della sua continuazione nel nostro secolo ad opera dei viventi Plinio Corrêa de Oliveira, Francisco Elías de Tejada, Rafael Gambra Ciudad, Marcel De Corte, Léon de Poncins e Gustave Thibon. Si tratta di un senso sufficientemente univoco e dichiaratamente cattolico, quindi libero da ogni suggestione magistica, esoteristica, orientalistica e ancor più occultistica.

    Dopo aver risposto al quesito «Chi fur li maggior tui» [(2)], veniamo al tema.

    Società tradizionale e società moderna

    Con il termine «tradizione» si intende sia l’atto di trasmettere qualche cosa sia la cosa trasmessa, tanto la traditio quanto il traditum; esso indica cioè due realtà: lo sforzo soggettivo di trasmettere qualche cosa e questo qualche cosa oggettivo che si vuole trasmettere, preesistente allo sforzo stesso e sostanzialmente da esso indipendente.

    Con il termine «società tradizionale» si indica una comunità, un insieme di famiglie, che vive di una realtà oggettiva che sta a monte di essa e attorno a cui si ordina, per la quale la verità è un dato da tradurre e da trasmettere ma non da inventare, per la quale esiste una veritas divinitus tradita, una verità rivelata attraverso la natura — rivelazione seconda, come dice Pio XII — e attraverso la Rivelazione in senso stretto. Questa comunità è cioè sociata, è iuncta da uno jus naturale, da un diritto naturale divino e dalle conseguenze sociali e giuridiche del depositum fidei: è quindi una sacra societas, una società sacrale.

    «Società moderna» è al contrario una collettività, un insieme di individui della specie umana uniti da un modus, da una volontà, da un timore, comunque da un contratto, una sorta di impresa collettiva che non ha a monte una verità, ma che produce verità temporanee, cioè mode, figlie del tempo, della violenza e di altro, comunque accidentali. Si tratta di una societas profana, che non ha al proprio centro un fanum, un templum, un territorio delimitato e sottratto all’uso economico, che non vive una vita liturgica, cioè un tempo anch’esso sottratto all’impegno economico: è dunque una società secolarizzata.

    «Società contemporanea» è semplicemente la comunità con cui ogni essere umano è in rapporto, di cui ogni uomo fa parte nell’arco della sua vita terrena. Si può dire anche «odierna», «di oggi», ma non ha alcuna valenza qualitativa e può essere tradizionale oppure moderna a seconda dei casi e indifferentemente. Non è certo un tertium genus, ma come «società antica» indica la relazione temporale che abbiamo con essa, di compresenza o di non presenza.

    Queste definizioni si potrebbero anche sostanziare introducendo i termini Civitas Dei, civitas diaboli e civitas humana. La civitas humana è la società contemporanea, la città degli uomini, mentre la società tradizionale è il risultato dello sforzo della civitas humana di modellarsi secondo i caratteri della Civitas Dei; e la decadenza della società contemporanea a società moderna è la sua caduta a livello di civitas diaboli.

    Società tradizionale e società moderna sono dunque due termini indicanti una qualità e possono essere assunti come categorie, come possibilità offerte alla libertà dell’uomo, alla sua capacità e alla sua volontà di scelta, al suo dovere di scelta. Il modo di essere della società tradizionale, il suo status, che fonda la sua stabilità, la sua permanenza, il suo resistere all’usura del tempo, comporta l’esercizio dell’autorità spirituale, che nella ecclesia, nell’adunata all’appello militare per l’annuncio della buona novella, dello euanghélion, ne detta la legge morale e spirituale come esegesi del depositum fidei. Comporta inoltre la potestas, l’esercizio del potere temporale per proteggerla dal nemico esterno con la guerra, dal nemico interno con la giustizia e per amministrarne e regolarne la vita economica. E la potestas, l’esercizio del potere temporale, nella sua massima espressione, in tesi universale, è sacrum imperium, non conosce nemico esterno ma solo nemico interno, e definisce il luogo della libera e totale evangelizzazione.

    Il Regno

    Analogo all’imperium, ma non identico, il regnum è definito dall’esercizio del potere temporale in modo non universale neppure in tesi, ma generale; non per tutti gli uomini, non erga omnes, ma erga nationem, relativamente cioè a un gruppo storico culturalmente determinato.

    Il regnum è, in quanto Stato, societas perfecta, ed è compimento di questa perfezione perché è retto da una regiminis forma praestantiorrispetto ad aristocrazia e a democrazia, cioè dal regime monarchico. È strutturato quindi in modo tale da riprodurre al suo vertice con una dinastia, e perciò nella sua versione ereditaria, il tipo della famiglia, cellula elementare della società e al dire di Cicerone «fundamentum civitatis et quasi seminarium rei publicae» [(3)].

    La monarchia tradizionale è dunque una società tradizionale retta a regime monarchico ereditario, cioè una società che vive della tradizione ed è retta da una famiglia. Appare dunque chiaro che nel concetto di monarchia tradizionale, così come in quello di società tradizionale, dal punto di vista sostanziale l’accento cade sull’aggettivo, ed è perciò legittimo parlare di una aristocrazia tradizionale e di una democrazia tradizionale, cioè di diverse forme di regime della società tradizionale, anche se meno perfette della monarchia tradizionale a cui conclude la prima società naturale autosufficiente. In analogia, purtroppo, si può anche parlare di un impero moderno, di una Repubblica Universale, di cui la Società delle Nazioni e l’attuale Organizzazione delle Nazioni Unite sono tragiche prefigurazioni.

    Alla stessa definizione di monarchia tradizionale si può giungere osservando che cosa racchiude la monarquía tradicional dei teorici carlisti. Ci aiuta il lemma carlista nella sua completezza. Esso recita: «Dios, Patria, Fueros, Rey». Il Rey è cioè custode della Santa Tradición, cioè della fede, della integrità nazionale e dei diritti acquisiti. Al Rey viene richiesta non solo la legittimità di diritto, cioè dinastica, ma anche la legittimità di esercizio, cioè il rispetto e la difesa della Santa Tradición, che fa sì che la monarquía tradicional sia non soltanto social e representativa ma anche limitada dalla legge divina e naturale e dai legittimi diritti acquisiti.

    Monarchia tradizionale non è dunque termine atto a indicare una realtà sociopolitica caratterizzata dalla presenza di un capo denominato Re o comunque da una carica suprema ereditaria, ma descrive il regnum christianum fondato sulla religione cattolica, apostolica e romana, e ordinato nei suoi stati con un clero, una nobiltà, un popolo e al di sopra l’Imperatore e quindi il Sommo Pontefice. DESCRIVE CIOÈ UNO STATO IN CUI AI SUDDITI E AL RE È UGUALMENTE CHIARO CHE OGNI AUTORITÀ VIENE DA DIO.

    Quanto abbiamo cercato di descrivere in termini assolutamente teorici, si è presentato in Occidente senz’altro fino all’oltraggio di Anagni [1303], e in misura minore fino alla Rivoluzione francese [1789]. Entrambi gli avvenimenti sono emblematici e tollerano sopravvivenze parziali posteriori.

    Decadenza della Monarchia tradizionale

    Proseguiamo ora indicando i passaggi della decadenza della realtà «monarchia tradizionale», sempre in termini teorici.

    La monarchia tradizionale, dunque, in quanto tradizionale, è una società che traduce nelle contingenze storiche la verità naturale e le norme sociali derivanti dalla Rivelazione, interpretata dal Magistero della Chiesa. Finché il regime politico-sociale è quello del regnum, il tipo umano in esso educato e che quindi lo caratterizza è quello del suddito, dell’uomo cioè sottoposto alla legge di Dio e sottomesso alle leggi della comunità. Il suddito non conosce alternativa al suo stato, se non come deviazione, insubordinazione, peccato. Solo in casi molto rari è consapevole del bene costituito dal Regno e così solo in casi molto rari è esplicitamente monarchico; nella generalità dei casi lo è solo implicitamente.

    Quando la Rivoluzione, continuazione nella storia del non serviam di Lucifero, dopo aver attaccato la Chiesa con la PseudoRiforma e aver compromesso l’Impero servendosi anche dl prevaricazioni regali, investe il Regno, talora non lo abbatte sic et simpliciter, ma lo svuota delle sue realtà strutturali, cioè tradizionali, e spesso lo lascia sopravvivere a coprire con le sue forme istituzionali una sostanziale democrazia rivoluzionaria, in evoluzione verso la democrazia totalitaria. L’aristocrazia viene ridicolizzata e vanificata allontanandola dalle sue funzioni, i corpi intermedi abbattuti e al suddito si sostituisce il cittadino: è la monarchia liberale, in cui sopravvivono i monarchici impliciti, paghi delle forme o che non colgono cosa lavora sotto le forme, mentre cominciano a manifestarsi i monarchici espliciti, cioè caratterizzati da una consapevole scelta non solo istituzionale ma soprattutto di regime, preoccupati che venga mantenuto il legame tra la monarchia e la tradizione, e che non vengano infranti i diritti acquisiti sia nei rapporti fra Stati che nei rapporti fra individui. L’Italia ha conosciuto con il conte Clemente Solaro della Margarita un eccezionale esempio di questo tipo di monarchico «sveglio».

    Quando poi anche le forme del Regno cadono, dopo che la Rivoluzione ha tentato l’ultimo inganno, quello costituito da una ipotetica monarchia socialista, il cittadino ha la meglio sul suddito e all’usura del tempo sopravvivono soltanto monarchici espliciti, mentre il coro dei monarchici impliciti si affievolisce, fino a scomparire, dopo essere passato attraverso la fase del puro legittimismo, della semplice fedeltà a una dinastia.

    Come dall’arte per Dio si passa, attraverso l’arte per l’uomo e l’arte per il popolo, all’arte per l’arte e quindi alla morte dell’arte in pro della funzionalità tecnica, così dalla monarchia tradizionale, attraverso la monarchia liberale e la monarchia socialista, si giunge alla monarchia per la monarchia e quindi alla difesa del l’istituto monarchico perché funzionale rispetto a un regime tecnocratico.

    Il monarchico esplicito

    La società, nella sua forma di democrazia totalitaria, non è più seminarium di uomini tradizionali, di sudditi e quindi di monarchici, se non in modo marginale, come si direbbe in gergo sociologico, se non come scarti del ciclo di produzione del cittadino, un po’ come gli anarchici. La prospettiva tradizionale, e quindi monarchica, diviene una prospettiva minoritaria, patrimonio di persone che ricordano un Re e una bandiera, che hanno assistito da un molo alla partenza per l’esilio, ma destinate per leggi biologiche fatali a scomparire. Ed è patrimonio anche di pochi altri che desiderano, sulla base di quel ricordo riflesso che è la cultura.

    Finché i due gruppi umani convivono — e il tempo regola la durata di questa convivenza — in questa realtà sociologica marginale si manifestano due linee, due correnti, il cui scontro è inevitabile, anche se pubblicamente attenuato. Il primo gruppo ricorda l’ultima espressione del Regno, il secondo gruppo desidera inevitabilmente la sua prima incarnazione, più carica di prestigio e di significato, quel principio che non è solo primo tempo ma anche norma.

    QUALE DELLE DUE LINEE HA LA MEGLIO? SENZA DUBBIO LA SECONDA, E, MI PARE, NON SOLO DI FATTO MA ANCHE DI DIRITTO.

    Non si tratta, sia ben chiaro, di uno scontro di generazioni nel senso corrente del termine, ma di inevitabili diversità di consapevolezza, di modi diversi di essere monarchici sulla base di diverse situazioni esistenziali. Inoltre per il primo gruppo è impensabile non unire alle proprie scelte, non sposare ai proprio atteggiamenti elementi di nostalgia; per il secondo gruppo questa nostalgia non si può dare, se non in modo patologico, cioè come ricordo di realtà non conosciute.

    Viene infine un giorno in cui i monarchici di desiderio sono gli unici monarchici, e questo giorno ha le sue specifiche necessità, i suoi caratteri che richiedono di essere studiati, e non solo per completezza teorica, MA PERCHE’ QUESTO GIORNO CI PARE VICINO? È FORSE QUESTO CHE STIAMO VIVENDO?

    Abbiamo qualificato i monarchici nelle tre fasi di Rivoluzione latente, di Rivoluzione operante e di Rivoluzione trionfante, come impliciti e poco consapevoli del bene posseduto, quindi come sempre più espliciti e sempre più consapevoli del bene in pericolo e infine scomparso. La crescita della consapevolezza è crescita della coscienza del bene costituito dall’Antico Regime, nelle sue forme e soprattutto nei suoi elementi strutturali, nelle sue istituzioni visibili e soprattutto nella sua sostanza di regime intrinsecamente legittimo in quanto conforme ai principi del diritto naturale divino e della Rivelazione, confermati dall’esperienza sociale e storica.

    La crescita nel monarchico del tradizionalista, di colui che desidera divenire uomo tradizionale, uomo di principi, è crescita che passa attraverso l’attaccamento alle istituzioni e alle forme, cioè attraverso il conservatorismo, per quindi cogliere di dette istituzioni e dette forme l’anima, le ragioni più profonde e le condizioni di vitalità. E quando il monarchico tradizionalista decide di passare all’azione per restaurare quest’anima e queste condizioni, che sole possono permettere il rifiorire di istituzioni e forme, in lui è nato il controrivoluzionario.

    Il controrivoluzionario

    «Allo stato attuale — insegna Plinio Corrêa de Oliveira — controrivoluzionario è chi conosce la Rivoluzione, l’Ordine e la Contro-Rivoluzione nel loro spirito, nelle loro dottrine, nei loro rispettivi metodi.

    «— Ama la Contro-Rivoluzione e l’Ordine cristiano, odia la Rivoluzione e l’anti-Ordine.

    «— Fa di questo amore e di questo odio l’asse attorno al quale gravitano tutti i suoi ideali, le sue preferenze e le sue attività» [(4)].

    A questo punto il sostenitore della monarchia tradizionale è tout court un controrivoluzionario e si guarda bene — insiste il de Oliveira — dal «[…] presentare la Controrivoluzione come fosse una semplice nostalgia (non neghiamo d’altra parte [è chiaro,] la legittimità di questa nostalgia) o un puro dovere di fedeltà personale, per quanto santo e giusto sia. Tutto ciò sarebbe presentare il particolare come fosse il generale, la parte come fosse il tutto, sarebbe un mutilare la causa che si vuole servire» [(5)].

    Egli sa che l’antiOrdine è il luogo geometrico di concezioni erronee e di verità parziali impazzite e sterili, elevate alla dignità di verità assolute e feconde. Combatte quindi la concezione immacolata del singolo e della maggioranza, dello Stato e del capo carismatico, della nazione, della razza e della classe; e combatte anche, in se stesso, la concezione immacolata del Re e della dinastia. Sa che la maggioranza non ha sempre ragione, così come non hanno sempre ragione né lo Stato, né il capo carismatico, né la nazione, né la razza né tanto meno il proletariato, e quindi sa anche che neppure il Re ha sempre ragione. Gli pare evidente la follia di un mondo «illuminato», pieno di oracoli «infallibili», mentre l’infallibilità autentica, l’autentica vox Dei è circondata da tante legittime cautele. Perciò, come da buon cattolico, secondo le leggi della Chiesa, presta il suo assenso a quanto in certe forme e a certe condizioni è proclamato da Pietro, così da buon monarchico grida alto il suo Viva il Re, nonostante tutto! e continua nella sua lotta, per l’ordine naturale e cristiano, certo che esso, rispettoso com’è di ogni legittimo diritto, ordinariamente conclude alla monarchia.

    Poiché vuole la monarchia tradizionale, vuole anzitutto le istituzioni che la sostanziano, non una esclusa. La regalità, certo, ma anche il riconoscimento dell’autorità dello Stato, ma anche il continuo rinnovamento dell’aristocrazia, ma anche la pacificazione del rapporto fra le classi attraverso la corporazione, ma anche l’esistenza della proprietà privata come espressione economica della libertà ma anche, alla base, la famiglia, perché alla base della società tradizionale sta la famiglia e al vertice della società tradizionale perfetta sta la famiglia reale.

    * * *

    Diceva De Maistre: «Qualcuno afferma: “Non vi è più mezzo per ristabilire l’antico ordine di cose: gli elementi stessi non esistono più”. Ma gli elementi di tutte le costituzioni sono gli uomini: non vi sarebbero per caso assolutamente più uomini in Francia?» [(6)].

    E IN ITALIA?

    «La tecnica moderna [doma le acque, rende fertili i deserti;] costruisce un grattacielo in qualche settimana; ma per far maturare una semplice spiga di grano è necessario tutto il sole di una estate. E quanti anni necessitano per formare e far maturare un uomo?» (Paul Ryckman, ex governatore generale del Congo belga) [(7)].

    QUALCUNO CREDE DI POTER ANCORA RIMANDARE?

    Giovanni Cantoni

    Note:

    [(1) Cit. in monsignor Henri Delassus, Il problema dell’ora presente. Antagonismo fra due civiltà, trad. it. sulla 2a ed. francese corretta e aumentata, Desclée e C., Roma 1907, reprint Cristianità, Piacenza 1977, vol. II, epigrafe a p. 1.]

    [(2) Dante Alighieri, La Divina Commedia. Inferno, canto X, v. 42.]

    [(3) Cit. corretta: «principium urbis et quasi fundamentum rei publicae», «il nucleo primo della città e quasi il semenzaio dello Stato» (Marco Tullio Cicerone, De officiis I, 17, 54, trad. it., in Idem, Opere politiche e filosofiche, vol. I, Lo Stato, Le leggi, I doveri, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1974, ristampa 1986, p. 613).]

    [(4) Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, parte II, capitolo IV, 1; come per la citazione seguente, la trad. it. non è né quella della 1a ed., Edizioni dell’Albero, Torino 1964, né quella della 2a, Cristianità, Piacenza 1972, allora in preparazione e che sarebbe uscita solamente nel mese di giugno.]

    [(5) Ibid., parte II, capitolo VII, 1.]

    [(6) Meglio: «Si dice: “Non vi è più modo di ristabilire il vecchio ordine di cose; anche gli elementi non esistono più”.

    «Ma gli elementi di tutte le Costituzione sono gli uomini; non vi sarebbero per caso più uomini in Francia?» (Joseph de Maistre, Lettera al Visconte de Bonald, del 29-5-1819, in Idem, Corrispondence, vol. V, 1817-1821, in Idem, Ouvres Complètes, Vitte et Perrussel, tomo XIV, Lione 1886, pp. 168-169).]

    [(7) Cit. in Jacques Ploncard d’Assac, A batalhas das ideias, trad. portoghese, Companhia Nacional Editora, Lisbona s.d. ma 1959, p. 135.

  6. #6
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    Predefinito Re: A destra del Fascismo?

    Julius Evola con Giovanni Preziosi e con la rivista Impero rappresentava la 'destra' del Fascismo.
    Bazooka!!!

  7. #7
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    Predefinito Re: A destra del Fascismo?

    Citazione Originariamente Scritto da IlWehrwolf Visualizza Messaggio
    La Monarchia Tradizionale può essere posta alla destra del Fascismo?
    sono cose diverse
    FASCISMO MESSIANICO E DISTRUTTORE. PER UN MONDIALISMO FASCISTA.

    "NELLA MIA TOMBA NON OCCORRE SCRIVERE ALCUN NOME! SE DOVRO' MORIRE, LO FARO' NEL DESERTO, IN MEZZO ALLE BATTAGLIE." Ken il Guerriero, cap. 27. fumetto.

  8. #8
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    Predefinito Re: A destra del Fascismo?

    Citazione Originariamente Scritto da Gallarò Visualizza Messaggio
    Julius Evola con Giovanni Preziosi e con la rivista Impero rappresentava la 'destra' del Fascismo.
    Una destra tradizionalista rispetto ad un fascismo dalle varie anime ma tutte nazionaliste o socialiste?

  9. #9
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    Predefinito Re: A destra del Fascismo?

    Citazione Originariamente Scritto da Avanguardia Visualizza Messaggio
    sono cose diverse
    Ovvero?

  10. #10
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    Predefinito Re: A destra del Fascismo?

    Citazione Originariamente Scritto da Gallarò Visualizza Messaggio
    Julius Evola con Giovanni Preziosi e con la rivista Impero rappresentava la 'destra' del Fascismo.
    Una destra che guardava all'esperienza imperiale degli Hohenstaufen e degli Hohenzollern più che a quella fascista.

 

 
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