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    Predefinito Le generazioni del comunismo italiano (1978)




    di Leonardo Paggi - «Rinascita», a. XXXV, n. 30, 28 luglio 1978, pp. 23-25.


    Sembra giungere ad un grado di definizione pressoché conclusivo, con questo volume di Amendola, tutto un indirizzo di studi sulla storia del Partito comunista italiano che si è caratterizzato per una precisa scelta politica: liberalizzare la conoscenza del nostro passato, portando in essa quella considerazione realistica dei rapporti di forza, quella visione laica del fare politica, libera da impacciate incrostazioni ideologiche, che è da tempo un tratto essenziale del nostro modo di essere.
    Si è soliti richiamarsi, come ad un inizio, alla pubblicazione del carteggio sulla formazione del gruppo dirigente, fatta da Togliatti nel 1961. Ma bisogna forse aggiungere che assieme all’intenzione di fare «più luce» su di un passato ancora costretto, era viva in quella riedizione di testo, a torto o a ragione, anche la precisa intenzione di ridisegnare una fisionomia teorica del partito, fortemente autonomizzata rispetto alla tradizione terzinternazionalista, e che aveva il suo epicentro in una riconsiderazione nuova del pensiero e dell’opera di Gramsci. Credo si possa dire che questa seconda componente è venuta via via tacendo. La riflessione sulle matrici teoriche della nostra politica è certo proseguita in più forme, ma con punti di intersezione sempre più rari con lo studio della storia del partito. Se ciò ha comportato forme di «teoreticismo» sovrapposte ai processi reali, come si è talvolta polemicamente sottolineato, è pur vero che anche la ricognizione sulla storia del partito ha teso a configurarsi, sempre di più, come un delimitato settore di indagini, tendenzialmente un po’ chiuso in se stesso, che dopo aver suscitato forme diffuse di curiosità, rischia ora di scontare una certa posizione marginale rispetto ai temi dominanti il dibattito politico e culturale.
    Amendola, che forse più di ogni altro ha insistito sul significato politico di una riconsiderazione disincantata della nuda realtà dei fatti, introduce tuttavia con questo suo volume una seconda marcata caratterizzazione. La storia del partito diviene, per sua esplicita dichiarazione, essenzialmente «la storia dell’azione effettivamente svolta nel paese», ossia la storia di un soggetto operante, all’interno della quale non può non assumere un significato dirimente, sia nella ricostruzione che nella valutazione storica, il volume dell’iniziativa e della presenza che si riesce a sprigionare nel susseguirsi delle situazioni. Si tratta di una scelta, connessa ad una esperienza di dirigente politico – ma forse anche ad una concezione stessa della politica – che, come ogni scelta, comporta, evidentemente, oltre che dei vantaggi, anche dei prezzi. Soprattutto quando si distenda lungo un percorso storico così ampio, la vita di un partito, oltre che come soggettività operante che compie scelte, ora giuste, ora errate, non può non apparire anche come la forma attraverso cui una parte di società cerca di organizzarsi per trovare una sua espressività storica, il luogo entro cui confluiscono spinte sociali e forme di coscienza tra di loro anche assai eterogenee, che pur trovando volta a volta una risultante nella determinazione della linea politica, con questa difficilmente finiscono per identificarsi senza residui. Cercherò di spiegarmi meglio tentando una discussione di alcuni dei molti spunti di riflessione e di dibattito offerti dal volume.
    La trama interpretativa sottesa al lavoro era già stata anticipata, in gran parte, da Amendola nei suoi numerosi interventi di questi ultimi anni. «Mi urta una rappresentazione della storia italiana – si legge nella Intervista sull’antifascismo di due anni orsono – come storia di un paese che sarebbe sempre pronto, nella sua classe operaia, e non soltanto in essa, a fare la rivoluzione, nel ’19-’20, oppure nel ’24, oppure del ’43-’44, e che non la fa mai perché c’è sempre qualcuno, nel ’19-’20 il partito socialista, nel ’24 l’Aventino, nel ’43-’44 il partito comunista, che glielo impedisce». In effetti sono proprio questi alcuni dei principali nodi storici su cui si esercita maggiormente lo spirito e la tendenza «revisionistica» di Amendola, nello sforzo di giungere ad un ripensamento complessivo della tradizione comunista e dei suoi rapporti con la storia d’Italia: confrontarsi e valutare il senso di questa non facile e impegnativa operazione culturale significa anche tornare in modo specifico nella considerazione di questi problemi.
    Del significato e dell’utilità della scissione di Livorno da tempo si è tornati a discutere da parte socialista. Risale più precisamente agli inizi degli anni sessanta (con la ripubblicazione, tra l’altro, del vecchio scritto di Pietro Nenni, del 1926, sul «diciannovismo») la prima contestazione del carattere «rivoluzionario» della situazione sociale e politica del primo dopoguerra in Italia, che riabilitava, di contro alla tradizione leninista, il significato e l’importanza di proposte di tipo democratico, allora proprie di alcuni settori del socialismo italiano. Oggi Pietro Melograni si è fatto sostenitore (Mondoperaio, maggio 1978) di una tesi ulteriore, del resto già largamente discussa da Paolo Spriano: alla rivoluzione mondiale, in realtà, non crede nemmeno Lenin: l’impulso dato alla formazione dei partiti comunisti risponde alla volontà di creare nei diversi paesi strumenti docili delle direttive del nuovo gruppo dirigente sovietico.
    È evidente che nessuna forma vetusta di patriottismo deve essere di ostacolo al ripensamento critico più radicale di tutto un passato; ma è altrettanto importante che la retrodatazione di alcuni schemi di polemica politica non pregiudichi la comprensione delle linee di fondo di un processo storico, che del resto travalica di gran lunga – questo mi sembra essenziale – i confini stessi del movimento operaio. Anche nell’analisi di Amendola – che peraltro nega l’esistenza di maggiori elementi di lucidità nell’area della destra riformista – emerge una ricostruzione dello stato del paese, per molti aspetti convincente e incontrovertibile, che contraddice e smentisce il giudizio posto a base della scissione. E tuttavia sorgono a questo proposito alcuni interrogativi. Viene anzitutto da domandarsi se sia giusto, ai fini di una più riflettuta prospettiva storica, giungere ad una conclusione opposta a quella cui pervenne l’ala più intransigente del movimento operaio italiano, pur continuando, tuttavia, a utilizzare gli stessi termini del dibattito di allora.
    Non credo occorra molto per convenire sul fatto che l’ipotesi di una situazione «oggettivamente» rivoluzionaria, corrispondeva ad uno schema di controversia e di lotta politica. Una «rivoluzione» - qualunque sia il senso che si voglia attribuire a questo termine – è per definizione un processo caratterizzato dalla coscienza e dalla volontà di grandi masse, unificate su obiettivi riconosciuti universalmente validi. In questo senso l’unica prova possibile circa il carattere rivoluzionario di una situazione, è la sua pratica traduzione, il suo concreto sbocco politico. Detto questo rimangono da valutare alcune caratteristiche strutturali della situazione europea al termine del confitto mondiale. Ebbene, sotto questo profilo, mi pare indubbio che la formazione dei partiti comunisti è la presa d’atto, parziale, distorta, ideologizzante quanto si vuole, di una svolta di eccezionale importanza nella storia del capitalismo europeo, che rivoluziona (in questo credo la parola possa essere usata tranquillamente) tutte le precedenti forme di coesistenza tra diversi e opposti interessi di classe.
    L’analisi della vicenda europea, eccezionalmente ricca e articolata, nella narrazione di Amendola, per gli anni trenta, è invece assai parca per il decennio precedente. Eppure tralasciare la delineazione di alcuni tratti fondamentali delle società capitalistiche di allora mi sembra comporti un qualche pericolo di attardarsi entro un’antica diatriba, tutta interna al movimento operaio, e lascia nell’ombra la complessiva direzione di marcia di questi ultimi sessant’anni di storia, non certo solo italiana. Si lascino da parte le tesi e le risoluzioni dei congressi dell’Internazionale comunista, si prenda in mano un libro come Le conseguenze economiche della pace di J.M. Keynes: la tesi centrale, tutta svolta sul versante della conservazione, è che il sistema economico quale ha dominato l’Europa fino al 1914 è irreversibilmente tramontato. Che cosa è venuto meno? I presupposti sociali di un meccanismo di accumulazione fondato sulle forme di coercizione e di sfruttamento selvaggio dell’epoca vittoriana. «Mi preme solo di notare che il principio dell’accumulazione basato sulla ineguaglianza della distribuzione, era parte vitale dell’ordine sociale di avanti guerra e del progresso come noi lo intendevamo, e di fare osservare che tale principio dipendeva da condizioni psicologiche instabili, che non si potrebbero riprodurre». Si è dissolta la legittimazione di un tipo di sviluppo, che aveva come «prerequisito» l’accettazione della necessità del sottoconsumo e della virtù insostituibile del risparmio. Contemporaneamente la società europea conosce (per la prima volta dai tempi delle guerre napoleoniche) un’inflazione che travolge tutto il preesistente sistema dei contratti, e provoca un terremoto profondo nella stratificazione sociale. Sono questi i termini iniziali di una successiva ricerca sulle modificazioni di base da introdurre nel sistema privato dell’accumulazione, che non si perita di guardare, talvolta con aperta curiosità intellettuale, all’esperimento sovietico.

    (...)
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    Predefinito Re: Le generazioni del comunismo italiano (1978)

    Ritorna da allora, fino ai giorni nostri, un interrogativo: crisi o instabilità del capitalismo? E vale forse per la parola «crisi» la stessa considerazione avanzata per la parola «rivoluzione»: il valore dirimente della effettualità. Una cosa è certa: la ripresa della borghesia europea negli anni venti implica l’inizio di una serie di trasformazioni strutturali del sistema. È questa la conclusione cui sembra oggi giungere anche l’indagine storiografica più estranea ad antiche suggestioni del movimento operaio. Lo studio comparato condotto dall’americano C.S. Maier sui processi di stabilizzazione in Francia, Italia e Germania negli anni venti (Recasting Bourgeois Europe, Princeton 1975) sostiene la tesi che lo sforzo compiuto dalla borghesia europea per riprendere il controllo della situazione, ben lungi dal configurarsi come una semplice «restaurazione», richiede ovunque «una significativa trasformazione istituzionale», ossia lo spostamento verso un sistema di tipo «corporativo», fondato non più sulla mediazione del Parlamento, ma su di una diretta contrattazione delle forze sociali, che conferisce agli apparati statali una nuova capacità di centralizzazione delle transazioni di classe. È la fine del vecchio Stato liberale.
    La base programmatica su cui si formano i partiti comunisti è in grado di interpretare politicamente questo processo? Rispondiamo oggi tutti di no, e riconosciamo anzi, in queste tematiche, materia di un confronto tuttora irrisolto. E pur tuttavia non si può fare a meno di sottolineare che su almeno due punti essenziali la piattaforma comunista innova le vecchie concezioni provinciali del socialismo italiano: 1) il processo di mondializzazione della politica; 2) La centralità del problema dello Stato. Certo oggi colpisce il contrasto tra l’insistenza sui Consigli e le nuove forme di potere sovietico, da un lato, e l’assoluta indifferenza verso i concreti provvedimenti con cui le classi dirigenti ricostituiscono le retrovie sconvolte dei rispettivi blocchi sociali. Solo nel 1925-26, in prossimità di quota 90, ad esempio, il Partito comunista italiano percepisce il significato del grande dibattito su rivalutazione o stabilizzazione delle monete, attraverso cui si sono ovunque espressi politicamente i più duri contrasti sociali del dopoguerra. Ma rimane comunque il fatto che nella forzatura volontaristica dei nuovi partiti comunisti c’è la forma più alta di consapevolezza che il movimento operaio sia allora riuscito ad esprimere delle grandi trasformazioni del periodo. Gramsci stesso, già nel 1923, non disgiungeva la difesa della scissione dall’affermazione che Livorno era stato anche un aspetto della crisi di «dissoluzione» della società italiana.
    Per tutte queste ragioni la definizione che Amendola dà di Livorno come di un «errore provvidenziale» - ossia di un errore di valutazione che può essere retrospettivamente accolto solo nella misura in cui consente a forze, che non si sentono corresponsabili della sconfitta, di lottare contro il fascismo, con una tenacia ad altri sconosciuta – mi sembra contenere il rischio di una torsione (e di una riduzione) fortemente soggettivistica e volontaristica di tutto il successivo processo politico. Il pericolo mi sembra quello di non dare adeguato spazio, nella ricostruzione storica, a quei fattori di crisi sociale emersi la prima volta nell’immediato dopoguerra e di cui quella ristretta avanguardia, pur tra errori di prospettiva, continuava ad essere interprete, e non solo con uno sforzo di etica rivoluzionaria.
    Considerazioni analoghe mi sembra valgano anche per il modo in cui Amendola, pur riconoscendo l’erroneità dell’analisi e della previsione sottesa alla «svolta» del 1929-30 ne difende comunque l’utilità e l’importanza: «la validità di una linea politica è fornita non dalle motivazioni che l’accompagnano, ma dai risultati che essa permette di raggiungere». L’ipotesi semplicistica di una possibile identità tra crisi e rivoluzione mobilita comunque energie fresche nella lotta cospirativa, spinge alla ricerca di nuovi collegamenti col paese, contribuisce efficacemente a che la vita del partito non si riduca ad una disputa tra emigrati, priva di qualsiasi efficacia operativa.
    Tuttavia non si può dimenticare che per il movimento comunista dell’occidente la svolta segnò la definitiva rottura di un rapporto di conoscenza produttiva con la storia reale del capitalismo mondiale, alla vigilia di un decennio nel corso del quale, come è noto, si gettano le basi di una ristrutturazione che giunge fino ai giorni nostri. Dalla previsione catastrofica del 1929-30 l’Internazionale comunista uscirà tra il 1934 e il 1935, per via del tutto politica, recuperando sotto la forza delle cose nuovi schemi di azione unitaria, ma senza tuttavia mai riaprire, dopo di allora, una ricerca e un dibattito sulle trasformazioni del capitalismo. Quali siano stati gli effetti politici di quella chiusura teorica, soprattutto nel secondo dopoguerra, la stessa vicenda italiana ne è ampia testimonianza (come del resto lo stesso Amendola ha più volte sottolineato) non solo negli anni della ricostruzione, ma fino a tutta la prima metà degli anni cinquanta, quando forti movimenti di lotta nelle fabbriche e nelle campagne stenteranno a trovare la loro maturazione politica per il persistere di una cornice interpretativa che ostacola la comprensione tempestiva delle trasformazioni in atto. Alla luce di queste considerazioni di più lungo periodo l’errore compiuto con la svolta appare forse meno provvidenziale. Gli effetti immediati di mobilitazione saranno poi ampiamente ripagati. E viene per questa via ancora da interrogarsi se lo spessore analitico di una linea sia davvero irrilevante, e se in definitiva, il rapporto tra storia del partito e storia d’Italia non passi anche, in misura decisiva, attraverso le forme di coscienza e di conoscenza dei processi oggettivi.
    Questa forte insistenza sull’iniziativa (che pure costituisce un momento essenziale nella storia di un partito politico), e che trova il suo corrispettivo in un impegno assai diffuso e generalizzato della categoria di «attendismo», trova la sua spiegazione nel fatto che la esperienza dell’antifascismo costituisce, a mio avviso, la vera chiave di volta di tutta la presentazione della tradizione comunista contenuta in questo volume di Amendola. Decisiva diventa l’interpretazione del rapporto tra comunismo e liberalismo, tra socialismo e libertà.
    Si tratta di un tema davvero epocale, che non può mai dirsi risolto una volta per tutte, proprio perché non esclusivamente affidabile a formule teoriche, ma soprattutto, alle scansioni dei processi reali, al modo in cui via via si atteggiano i blocchi sociali, le forme di coscienza gli orientamenti della cultura, i rapporti di forza. Presente come nodo assolutamente centrale in tutta la formazione del gruppo dirigente gramsciano, il tema ritorna con tratti indubbiamente nuovi nel periodo dell’antifascismo, torna oggi infine a riproporsi, come terreno di grande rilievo, nel corso di questa più recente fase politica.
    È certo dominante in Gramsci, sul piano teorico, l’elemento della scissione. La classe operaia dell’Occidente può, e deve, riclassificare i valori della tradizione liberale solo mettendo in primo piano, sia sul piano culturale che su quello politico, il momento della propria autonomia. Aldilà delle modificazioni di atteggiamenti e linee politiche, imposte dall’evolversi delle situazioni oggettive, permane nella concezione di Gramsci del partito e della lotta politica un timbro originale, irripetuto, e forse irripetibile. Se Togliatti cercherà fino in fondo di mantenere una coerenza tra le successive fasi della storia del comunismo italiano, diverso non poteva non essere l’atteggiamento di chi a lui verrà successivamente affiancandosi nelle massime responsabilità di direzione del partito.
    L’articolo di Amendola del 1943, «Comunismo e liberalismo», è in questo senso esemplare di un altro percorso storico, di una diversa esperienza generazionale, che rispetto al problema gramsciano della scissione vive in primo piano, e con grande urgenza, quello dell’unità politica nella lotta. C’è nelle Lettere a Milano – il libro per certi aspetti più importante e più bello di quelli che Amendola ha dato in questi anni alla cultura storica e politica italiana – la giusta consapevolezza di un ruolo svolto nella costituzione del partito nuovo, anche in virtù di un apporto nuovo, originale, che non coincide, ma anzi tende spesso a debordare, rispetto alla precedente tradizione comunista. La forza dell’intreccio tra autobiografia e rievocazione politica presente in questo testo scaturisce dal fatto di non essere un artificio letterario; c’è veramente una storia personale che esemplifica e incarna una linea di tendenza della società italiana di allora: quella che si espresse in una ritornante affermazione, secondo cui per essere conseguentemente liberali e democratici occorreva accettare il terreno e le forme di lotta indicate dai comunisti, che per conservare i valori più alti espressi dalla parte più nobile della vecchia classe liberale, occorreva accettare quel rapporto di massa, altre volte sempre respinto.

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    Predefinito Re: Le generazioni del comunismo italiano (1978)

    Credo sia importante richiamare i tratti di questa grande ed originale esperienza storica, che è parte decisiva della biografia di Amendola come dirigente politico, per comprendere il distacco critico nei confronti di quella che potremmo definire la componente gramsciana della storia del partito. Torna in questo volume una rappresentazione dello sforzo teorico e politico compiuto dal partito fino al 1926 come quasi interamente riconducibile sotto il segno della chiusura (non è vero, per inciso, che la comprensione del fascismo comincia solo a partire dal 1927-28!); delle tesi di Lione si sottolinea prevalentemente il permanere di una prospettiva antisocialista; l’ipotesi dell’«intermezzo democratico», che costituisce la prima formulazione cui approda la ricerca di un nuovo rapporto tra democrazia e socialismo, è sentita come il prototipo di una impostazione settaria, una prima forma di quella «doppiezza» contro cui occorrerà successivamente a lungo combattere.
    Tutti questi temi possono continuare ad essere oggetto di controversie storiografiche più o meno sottili: ma credo sarebbe errato non dare in primo luogo il rilievo dovuto a quella che è una diversità di esperienza storica, nella quale perde oggettivamente di peso l’urgenza di un confronto teorico con il liberalismo e acquista invece maggiore spazio politico il problema di una sua riclassificazione sul terreno immediatamente politico, e quello di una trasmissione dei suoi valori etici più alti. Poiché è certo che nel processo di ricostituzione di una nuova classe dirigente antifascista (di cui i comunisti sono la parte trainante) viene ad operare (certo in misura molto maggiore di quanto non avvenne per gli uomini formatisi nel fuoco della grande Rivoluzione d’ottobre) una volontà di reazione alle sonnolenze e alle pigrizie della vecchia Italia, che fu propria delle minoranze illuminate del paese, una carica moralizzatrice, che torna talvolta ad assumere i toni di una concezione «giacobina» della politica.
    Nella parte dedicata al processo di ricostituzione dei partiti politici Amendola torna ad insistere sui ritardi dell’antifascismo, e l’aspetto più caratterizzante di questa parte del volume è certo nel giudizio sull’atteggiamento degli intellettuali e della cultura italiana nel periodo fascista. Ad una situazione di semilegalità conseguita da una vasta opposizione al fascismo fa riscontro una reticenza ad imboccare le vie della lotta politica; perdura e si rinnova «un’antica tradizione italiana di sottomissione cortigiana degli intellettuali al principe»; una sorta di permanente ambiguità nei confronti dell’impegno politico, dal punto di vista non solo dell’azione pratica, ma anche della elaborazione critica di una cultura dell’antifascismo.
    È, in definitiva, lo stesso tema che Amendola ha riproposto al dibattito politico nella complessa fase politica apertasi dopo il 20 giugno. Con tutte la differenze (fin troppo ovvie) del caso, vale per oggi, come per ieri, lo stesso interrogativo: questione di «viltà», o problema di egemonia?
    Il discorso dovrebbe tornare ancora una volta sulla valutazione del fascismo, sulla sua irriducibilità ad una espressione delle tare storiche della società italiana. Se gli uomini dell’antifascismo, cresciuti negli apparati di capitalismo di Stato, non seppero o non vollero dare una spiegazione critica della natura dell’Iri e dell’Imi, è perché con quelle strutture, e con il loro funzionamento, si identificarono allora, e dopo. Bisogna aggiungere che quella conoscenza critica delle trasformazioni subite dal capitalismo italiano, che fece difetto alla metà degli anni quaranta, la cultura dell’antifascismo non ha poi saputo più darla. Qui certo il limite storico suo, ma anche, in qualche misura, dei conti fatti allora con la tradizione liberale dal comunismo italiano.
    A quanti cominciarono la loro milizia politica all’inizio degli anni sessanta cominciò ad apparire chiaro che la moralità dell’azione politica non poteva più essere affidata alla pura e semplice riproposizione di un sistema di valori politici, di un modello di eticità, che aveva trovato la sua migliore incarnazione storica nella guerra di liberazione antifascista. Occorreva anche, per mantenere fede a quella moralità, cercare le forme di comprensione di nuove realtà storiche in movimento, quali che fossero gli elementi di complicazione, talvolta di vera e propria scompaginazione, dei precedenti schemi di valutazione. Ha allora inizio, confusamente e faticosamente, una nuova fase di ricerca della cultura della sinistra italiana, in cui sempre più pressante diviene il confronto con l’Europa. Sembrano ancora lontane nuove sintesi d’insieme dei diversi risultati, che pure esistono, e numerosi, in questa ricerca; ma della sua irreversibilità pare ormai difficile poter dubitare. Né sembri che ricordare questo problema significhi uno sconfinare rispetto al tema in questione. È un modo per richiamare, in conclusione, un tema che sembra essere ineludibilmente sotteso ad ogni pagina di questo volume: quello del posto occupato da Giorgio Amendola nelle generazioni del comunismo italiano.

    La storia come conferma di una scelta di vita (1978) – Musica e Storia
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    Predefinito Re: Le generazioni del comunismo italiano (1978)

    La storia come conferma di una scelta di vita (1978)

    di Massimo L. Salvadori - «Rinascita», a. XXXV, n. 30, 28 luglio 1978, pp. 24-25.

    Vorrei iniziare questa nota sul libro di Amendola con una considerazione generale sulla storiografia, certo non originale ma utile per dare avvio alle mie osservazioni. Un’opera di storia compiuta è sempre insieme due cose: una fonte di conoscenza dei fatti sottoposti ad analisi e una fonte di conoscenza di quel che complessivamente possiamo chiamare l’atteggiamento o la personalità dell’autore (l’oggetto + lo storico con le sue categorie interpretative).
    Per entrare subito nel centro del discorso, partendo dal presupposto che l’opera di uno scrittore così eminente su un argomento come la storia del Pci è più che mai un «affare pubblico» e quindi richiede un aperto confronto, dirò che questo primo volume della Storia di Giorgio Amendola rappresenta un rilevante contributo alla conoscenza di un leader politico sulla cui importanza nella scena italiana non occorre spendere parola. Può darsi che mi sbagli; ma credo che, per quanto riguarda l’altro piano, vale a dire la storia vera e propria del Pci negli anni che dalla fondazione giungono al 1943, il libro di Amendola, dopo l’accurato e importante lavoro di Paolo Spriano e numerosi altri studi, non apporti contributi nuovi sostanziali. D’altra parte l’autore riconosce di avere «essenzialmente fondato» il suo libro sull’opera di Spriano. Quel che mi pare sia stato l’intento fondamentale di Amendola è il dare una determinata interpretazione delle vicende, in relazione alla sua esperienza di militante e dirigente politico. In ogni caso, è a questo aspetto che importa rivolgere l’attenzione anzitutto.
    Un primo ordine di osservazioni sulla struttura dell’opera. Il libro ha circa 600 pagine. Una parte notevole di essa è dedicata al «contesto» in cui si trovò ad operare il partito comunista, cioè alla storia italiana e a quella europea e mondiale. L’esigenza di collocare il cammino dei comunisti italiani in una più ampia storia è non solo giusta ma necessaria. Ma è mia impressione che troppe parti abbiano carattere un po’ genericamente manualistico. Manca invece in misura adeguata il contesto che in molti punti cruciali sarebbe stato più opportuno: la vicenda teorica e pratica dell’Internazionale comunista e dell’esperienza sovietica, che quasi sempre è bensì richiamata, ma per sommi capi e per gli effetti più o meno immediati e diretti sul Pci. Nella storia di un partito che, al pari degli altri partiti comunisti europei, fu tanto soggetto all’influenza dell’Internazionale (anche se il tipo di influenza fu differenziato), questa dimensione avrebbe dovuto essere più sviluppata. Prestare una maggiore attenzione alle posizioni dell’Internazionale sul rapporto fra rivoluzione e sviluppo capitalistico, fra politica sovietica e ruolo dei partiti comunisti, fra natura dell’Urss e destino delle opposizioni, fra comunisti e altre forze politiche, fra capi e masse, fra concezione della disciplina e «stile di lavoro» (per toccare alcuni problemi), sarebbe stato assai utile. Non che, naturalmente, questa dimensione non sia presente; ma lo è in misura insufficiente e spesso contratta. Così il libro ci porta subito alla genesi del partito comunista, senza dare spazio ad una adeguata caratterizzazione della fisionomia politica e ideologica delle due componenti, quella gramsciana e quella bordighiana. Le si vede al «lavoro», ma non si ha un chiarimento sufficiente delle matrici del loro metodo. In effetti Amendola mostra una certa sordità verso gli aspetti dei dibattito teorico-politico. Penso poi alla rapidità con cui egli presenta le argomentazioni di Gramsci e Togliatti nel corso del loro contrasto del 1926 sulla questione russa e sui suoi riflessi nei partiti comunisti occidentali, le stesse Tesi di Lione (che pure furono l’espressione, come Amendola sottolinea, della «rifondazione» del partito), il contrasto che fu alla radice della «svolta», le basi analitiche del dissenso di Gramsci e Terracini sulla «svolta» stessa e sulla teoria del «socialfascismo», la giustificazione data dal gruppo dirigente al «socialfascismo» (l’adesione al quale di per sé non viene affatto minimizzata), l’analisi di Togliatti e di altri sulla natura del fascismo, il ruolo sempre di Togliatti al VII Congresso dell’Ic, le posizioni del partito nel periodo del patto nazi-sovietico. Il fatto poi che non si ritrovi, sia pure in rapporto alla storia specifica del Pci, una analisi del fenomeno staliniano sufficientemente ampia e complessa, fa sì che molte posizioni rimangano difficili a comprendersi appieno (ad esempio quelle che si espressero nel «proconsolato» di Berti, sul quale Amendola insiste con grande durezza). Sorprende poi che sia assente, sia pure in modo sintetico, una analisi dei Quaderni di Gramsci, che a mio avviso non può essere utilmente rinviata al secondo volume, poiché, una cosa è il contesto in cui l’opera di Gramsci venne concepita e altra cosa il recepimento dell’opera negli anni della sua pubblicazione.
    In realtà, l’«anima» del libro di Amendola è altrove. Essa è tutta espressa nella caratterizzazione dell’«eroico attivismo» dei comunisti italiani negli anni della lotta antifascista. Questa impostazione risulta chiara dall’interpretazione di fondo che guida la Storia, e che la divide in due grandi periodi anzitutto: il periodo del settarismo bordighiano, che conteneva il germe e non solo il germe della passività di matrice massimalistica, e il periodo successivo, che pur con tutte le sue cadenze, lacerazioni e contraddizioni, ebbe quale comune denominatore l’attivismo, cioè l’impegno rivoluzionario mai venuto meno, il contrario insomma di ogni attendismo. Qui mi pare stia la chiave di lettura e di comprensione dell’interpretazione di Amendola. Qui la chiave di una serie di giudizi e della loro severità: Bordiga, i «tre», Tasca, Trockij, ecc., pur nelle loro diversità, hanno nella mente di Amendola quale comune denominatore appunto quel germe della passività che all’estremo del suo sviluppo portava alla capitolazione. Qui anche la radice della teoria amendoliana, ormai ben nota, degli «errori provvidenziali», di quegli errori di prospettiva strategica e di natura teorica che però riuscirono «provvidenziali» in quanto finirono per alimentare un impegno attivo che costituisce il valore supremo e il fondamento della «continuità» di una forza come il partito comunista. Si osservi a questo proposito la posizione di Amendola nei confronti di Togliatti e anche di Stalin. Egli in più occasioni non tace gli «errori» di Togliatti e la sua adesione allo stalinismo; senonché siffatti errori non diventano mai «responsabilità» (meno che mai morali) e motivo di involuzione politica. La grandezza di Togliatti capo del partito (e sotto questo profilo l’interpretazione di Amendola coincide con quella di Ernesto Ragionieri) fu quella di aver sempre agito così da non bloccare mai l’iniziativa del partito nei margini offerti dalle situazioni determinate, da salvare l’identità politica del partito e del suo gruppo dirigente. Dal canto suo, Stalin, di cui pure vengono indicate brutalità e violenze, rimane un «Ivan il Terribile», impegnato nella difesa dello Stato nato dalla Rivoluzione d’ottobre. Non è un caso che Amendola non dedichi neppure un rigo alla discussione sulla natura sociale dell’Urss, questione che semplicemente non gli si pone, nonostante abbia avuto una grande importanza nella discussione e nei contrasti fra comunisti «ufficiali», comunisti «eretici», socialisti, giellisti, ecc.
    In Una scelta di vita Amendola ci ha raccontato che egli andò al partito comunista perché in esso vedeva una scuola senza pari di milizia attiva nella lotta contro il fascismo e per il rinnovamento sociale. Ebbene, la sua Storia del Pci è la giustificazione storiografica di quella scelta iniziale e della successiva milizia, con, a mio avviso, le luci e le ombre che storiograficamente possono derivarne.

    La storia come conferma di una scelta di vita (1978) – Musica e Storia
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 

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