
Originariamente Scritto da
Platone
La convenzionaltà dei segni linguistici è un fatto (di questo fatto si è consapevoli già nella stesura embrionale della metafisica classica, già nei primi che l'han coltivata). Posso utilizzare il termine 'rosso' piuttosto che 'trireme' per indicare il medesimo oggetto e sotto il medesimo rispetto, così facendo non si ha alcuna contraddizione ad affermare che 'rosso è trireme', la si avrebbe negandolo, visto che l'oggetto intenzionato è il medesimo (sì che l'identico si differenzierebbe). D'altra parte, il legame che unisce la parola e la cosa non può essere inteso nemmeno come un sopraggiungere estrinseco della prima rispetto alla seconda, quasi che la seconda sia presupposta cronologicamente alla prima: l'essere non precede il pensiero così come non precede il linguaggio, perchè ogni pensarlo e dirlo come indipendente avviene all'interno di entrambi. Nel giudizio ciò che si esprime è il pensiero che intenziona l'essere, che ha nell'essere il proprio referente reale. La verità è nel discorso solo in quanto il discorso è giudizio, ma il giudizio originario è l'apparire: l'apparire dell'essente è l'affermazione che predica il non esser niente all'ente. Questo non significa che non vi sia alcunchè di problematico, ma si tratta di individuarne l'origine per poterne descriverei confini autentici: da un lato l'attribuire un certo segno a un certo oggetto, proprio perchè tra di essi non vi è una implicazione necessaria (oltre la trascendentalità del linguaggio, si intende) significa identicare qualcosa al proprio altro. Sembra quindi che parlare della verità equivalga a rinnegarla. D'altra parte il rinnegamento è apparente, non nel senso che non sia contraddittorio voler identificare i diversi, ma nel senso che il linguaggio stesso (che, come tale, è un voler identificare i diversi), per costituirsi presuppone quei principi (identità-non contraddizione-terzo escluso) che la sua essenza trasgredisce. Il linguaggio è cioè negazione della verità, ma la negazione della verità appare (il linguaggio appare come forma delle cose, le cose sono avvolte in esso): questo però non deve portare a togliere la verità (evaderla non si può) ma a definire con maggio precisione in che senso ciò che nega la verità (il falso, l'impossibile) possa apparire: il falso è nulla, ma il nulla è sintesi di negatività assoluta e positivo significare di essa. La negatività significa (è) negatività, e in quanto tale è e significa. quel sistema complesso che è il linguaggio è negatività assoluta come negazione della verità (la presuppone per costituirsi) ma non è nulla (è, perciò può apparire) in quanto è quel positivo significare di essa. Altro problema: il linguaggio è contraddizione perchè, in altro modo, identifica i diversi, infatti ogni enunciato ha senso in un contesto semantico più ampio, rivedibile, rettificabile, perciò ogni suo tentativo di determinare il significato lascia oltre sé l'inesplicito, il non detto: il linguaggio interpreta, quando determina e dice 'questo è bianco' lo fa a patto di rendere ininterpretato l'interpretato, di chiudere arbitrariamente l'oscillazione semantica. Questione evidenziata dall'ermeneutica continentale. Ora, l'impossibilità di determinare il discorso è determinata dal fatto che non è posto l'intero semantico: se apparisse, non vi sarebbe più alcun mistero, la conoscenza non sarebbe intepretazione (non sarebb nemmeno discorsiva, sarebbe intuizione pura). Hegel mostra come ogni significato implichi l'intero (a = non-non a, perciò la posizione di a implica non-a, cioè implica l'intero, se l'intero non è posto allora la parte appare in modo antinomico), il non apparire dell'intero è fondamento di ogni errore e contraddizione. L'ermeneutica si attiene a Hegel, ma escludendo la saturazione del campo semantico (come avviene invece in Hegel) rinvia alla finitezza il destino dell'uomo, cioè all'incomprensione. La metafisica classica mostra che vi è un altro modo per render ragione della parte, ciè per tenerla ferma anche se l'intero non è posto. Certo, la parte è tenuta ferma astrattamente (separata dal concreto direbbe Hegel) ma questo non porta al suo toglimento, essa possiede un propria verità in virtù della capacità (elenctica) di escludere l'esclusione. Ma qui dovremmo dibattere della relzione tra dialettica antinomia e dilemmatica, classica e idealistica e ho già tirato troppo per le lunghe.