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    Predefinito Marx e il marxismo: il nesso economia-politica (1977)

    di Giacomo Marramao - «Rinascita», a. XXXIV, n. 2, 14 gennaio 1977, pp. 21-22.

    1. La crisi del marxismo, di cui da qualche tempo si è ripreso a parlare con rinnovata insistenza, non costituisce un tema inedito nella storia del movimento operaio europeo. Di crisi del marxismo si parlava, com’è noto, già alla fine del secolo, ai tempi di Antonio Labriola. E, al principio degli anni ’30, un teorico prestigioso come Karl Korsch ne riprendeva il motivo conduttore alla luce dei problemi posti, e tuttavia lasciati insoluti, dal leninismo. Poiché la crisi di cui si tratta non coinvolge soltanto le avventure (affascinanti quanto si vuole) del pensiero filosofico ma ha radici profonde nella dinamica dello sviluppo capitalistico – di cui il movimento operaio è componente insieme organica e contraddittoria -, è inevitabile che la discussione in corso si riallacci, in forma più o meno consapevole e riflessa, ad alcuni dei nodi emersi in quei dibattiti: basti pensare al riproporsi, accanto all’enfatizzazione del movimento storico, del tema dei valori o alla sottolineatura, sempre più frequente, dei rischi burocratici e autoritari provenienti dalla «curvatura» staliniana del marxismo della III Internazionale.
    Malgrado questi motivi siano presenti con forza, oggi tutta via le dichiarazioni di fallimento o di inadeguatezza della concezione di Marx sembrano volersi collegare particolarmente ad un aspetto: quello del «politico», dello Stato. Qui si manifesterebbero, ad un tempo, l’impotenza del marxismo a penetrare lo sviluppo storico del capitalismo contemporaneo e la sterilità progettuale del movimento, la sua incapacità di formulare un progetto coerente di società socialista poggiante su basi schiettamente democratiche. Il gap storico tra teoria e movimento, che sta all’origine della crisi del marxismo, si presenterebbe da noi ulteriormente aggravato e contorto dalla indistinzione, sul piano politico-operativo, tra le sue componenti ideali fondamentali (socialista e comunista). Nella fattispecie, le cose sarebbero oltremodo complicate dal fatto che il partito comunista avrebbe, in sostanza, invaso ed occupato l’«area socialista», grazie ad una radicale revisione pratica delle proprie basi dottrinarie: non solo di Marx e di Lenin, ma dello steso Gramsci.
    In questo senso mi sembra che fra la problematica dell’Intervista politico-filosofica di Colletti (che registra nitidamente gli esiti autocritici di un autorevole esponente del marxismo italiano degli anni ’60) e gli ormai celebri articoli di Bobbio su Mondoperaio (ora raccolti, assieme ad altri di argomento affine, nel volume einaudiano Quale socialismo?) corra un legame sotterraneo e profondo, che non è agevole afferrare a prima vista e che va ben oltre la quasi-concomitanza in cui sono stati proposti al dibattito. Comune ad entrambe le posizioni è infatti la denuncia dei limiti della teoria marxiana che sarebbe, per Colletti, patologicamente dimidiata in «scienza» e «filosofia», per Bobbio, preclusa – a causa del suo radicale antiformalismo – alla progettazione di qualsivoglia modello politico-statuale alternativo e alla stessa comprensione del problema istituzionale.
    Una posizione più differenziata e articolata è invece quella di quanti sostengono la presenza in Marx – e nel marxismo – di uno squilibrio tra analisi economica e teoria politica. Il Marx «vero» sarebbe così il Marx economista: egli avrebbe fatto i conti con l’economia ma avrebbe tralasciato di farli con la politica (in cui, a ragione, si scorge il maggior fattore di complicazione della crisi attuale). Il nocciolo di questa tesi può essere brevemente formulato nel seguente modo: la critica dell’economia si può ritenere conclusa con il Capitale, mentre resta ancora da fare la critica della politica. Protetto dalla grande ombra di Marx, il movimento operaio si sarebbe finora prodigato in uno sforzo tenace ma elementare di analisi e «messa a nudo» del meccanismo economico capitalistico, inteso come puro e semplice sistema di sfruttamento, ma non si sarebbe mai posto seriamente il problema di una conoscenza scientifica del modo di funzionamento degli apparati di governo e di potere statuale (questa posizione si trova espressa, meglio che altrove, in Mario Tronti).
    Si tratta di obiezioni evidentemente decisive ai fini delle scelte politiche attuali del movimento operaio. Non è dunque per scrupolo accademico che occorre innanzitutto sottoporre a verifica le due premesse di fondo che le sorreggono: il (presunto) dualismo presente nella concezione di Marx e la (presunta) sconnessione tra critica economica e critica politica.

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    Predefinito Re: Marx e il marxismo: il nesso economia-politica (1977)

    2. In questo quadro va appunto inserito e valutato il recente contributo di Biagio de Giovanni, La teoria politica delle classi nel «Capitale» (De Donato, Bari 1976). Già il titolo, che condensa in una sola espressione tutta una serie di punti nodali del dibattito in corso, assume un sapore, se si vuole, provocatorio rispetto alla tematica teorico-politica ora delineata. Proprio in polemica con le premesse di cui sopra, de Giovanni si prefigge in questo libro lo scopo di individuare, all’interno della struttura logica del Capitale e degli altri testi di critica dell’economia politica (non già, quindi, negli scritti di argomento storico, come il 18 Brumaio, Le lotte di classe in Francia, ecc.), la fondazione scientifica del politico e la dimensione specifica di una teoria delle classi. Che non si tratta di un’operazione marxologica condotta, per così dire, «sotto vuoto», con l’esclusivo conforto testuale di cui si appaga il marxismo routinierizzato della citazione, ce lo dice già la lettura delle pagine introduttive. Queste prendono di petto proprio la premessa della posizione collettiana. Parlare di un Marx bifronte, metà filosofo e metà scienziato, è possibile solo alla condizione di scindere arbitrariamente la dimensione scientifica da quella della critica. E qui occorre intendersi – pena la confusione delle lingue – sul significato e sulla funzione della «critica» marxiana. Questa non è – come ha ampiamente dimostrato la linea di sviluppo delle più avanzate ricerche su Marx (Rosdolsky e Reichelt in Germania, Luporini e Badaloni in Italia) – un vestibolo metodologico in cui si demistificano le categorie ideologiche («false») dell’economia borghese, per poi passare in altra sede alla costruzione positiva di una nuova scienza economica; e non è neppure un mero strumento di analisi della realtà capitalistica «così com’è», quale si manifesta a prima vista nella fenomenologia storica concreta. La critica è, piuttosto, contestuale al proprio oggetto (il modo di produzione capitalistico) e coincide con l’esposizione dialettica (che è per Marx la sola forma di rappresentazione scientifica delle prerogative strutturali essenziali del sistema) di un processo di trasformazione, scandito da passaggi discontinui e da rotture interne (espresse dalle metamorfosi delle categorie), attraverso cui si costituisce il dominio della forma-valore del piano della produzione diretta al livello sociale complessivo.
    Per tutto un versante della sua analisi de Giovanni mette a frutto con coerenza e rigore i risultati già raggiunti dagli studi sull’impianto epistemologico del Capitale e sul rapporto tra «logico» e «storico» nell’indagine marxiana, verificandone la fecondità sulla base di una compatta e serrata analisi comparativa dei Grundrisse e delle Teorie sul plusvalore. Dove de Giovanni va avanti e incomincia a darci il suo contributo più originale è nell’interpretazione della tematica centrale del Marx maturo: la tematica del feticismo. Si tratta di un punto cruciale, poiché è in esso che si viene a stabilire il collegamento specifico tra critica dell’economia e critica della politica. La punta polemica di de Giovanni, infatti, è rivolta decisamente contro l’ottica astrattamente filosofica (gnoseologica) con cui i marxisti hanno finora affrontato il nodo del feticismo. Laddove tutte le «marxologie», anche le più raffinate, non sono andate oltre la lettura del feticismo della merce come semplice occultamento di rapporti reali, egli scorge il passaggio basilare in cui Marx fa emergere dal movimento delle forme economiche la prospettiva di una teoria scientifica del politico e delle classi. Se il feticismo fosse veramente un mero problema conoscitivo o di «visibilità» (come lo considera, in ultima analisi, lo stesso Althusser) la critica di Marx sarebbe povera d’indicazioni sulla realtà del meccanismo capitalistico di dominio e di potere, in quanto non andrebbe al di là del disvelamento filosofico di ciò che sta dietro i rapporti fra «cose». Non andrebbe cioè al di là della constatazione dell’esistenza dell’alienazione umana nel rapporto di sfruttamento e della contrapposizione lineare tra la mistificazione implicita nell’equivalenza dello scambio e l’ineguaglianza reale inerente al rapporto di produzione.
    In realtà, la teoria marxiana matura è andata, per de Giovanni, ben oltre questa piattaforma umanistica e genericamente antiformalistica: l’effetto del feticismo non è tanto un occultamento fine a se stesso, ma occultamento funzionale alla riproduzione del capitale e, pertanto, dei rapporti sociali che esso esprime. Ma, in quanto funzionale alla riproduzione di rapporti di produzione (non solo, quindi, di lavoro morto e di ricchezza), il formalismo dello scambio si pone al tempo stesso come condizione della riproduzione delle classi, come definizione del loro spazio sotto l’unificazione egemonica della società operata dalla forma-capitale.

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    Predefinito Re: Marx e il marxismo: il nesso economia-politica (1977)

    3. Nell’affermare la centralità strategica della categoria di riproduzione, de Giovanni tende a mettere in evidenza l’intreccio tra livello epistemologico e livello politico nell’esposizione marxiana: il processo di separazione del valore di scambio del valore d’uso, che sta alla base della formalizzazione del lavoro (della sua riduzione a lavoro vivo annesso al capitale e autonomizzato dalla forza-lavoro) non sta ad indicare soltanto un procedimento di astrazione scientifico-soggettiva, ma esprime piuttosto la modalità specifica in cui si realizza la ricomposizione del processo sotto il dominio del capitale. Attraverso un’analisi interna del II e del III libro, de Giovanni fa emergere per passaggi successivi il meccanismo che regola questa ricomposizione: la dominanza del capitale sul suo lato contraddittorio – il lavoro – risolve la bipolarità dell’antagonismo in un movimento circolare che si riproduce poi su scala allargata. La forma di ricomposizione del processo dal lato del capitale non è un fatto lineare, ma passa necessariamente per scomposizioni: dalla scomposizione basilare dei fattori produttivi alla scomposizione tra produzione e circolazione – funzionale alla chiusura dello spazio delle classi (della materialità dell’antagonismo) alla dimensione separata dell’economico, da cui la socialità viene espulsa per essere relegata al livello dello scambio. Sta qui quella che de Giovanni chiama l’«invarianza» della forma borghese della politica, di quella riunificazione del processo che fa leva sulla separazione di politica ed economia. A questa separazione è rimasta spesso subalterna la strategia del movimento operaio (soprattutto, ma non soltanto, nella II Internazionale), la quale ha lasciato convivere un concetto ristretto (tecnicistico) di economia con un concetto ideologico e «autonomizzato» di politica. A monte del discorso di de Giovanni sta la convinzione, mi sembra, che la scarsa considerazione in cui è stato tenuto il problema istituzionale ha fatto tutt’uno, nella storia del movimento operaio, con la sua incapacità di cogliere il carattere organico-morfologico (politico ed economico a un tempo) della crisi. Se ciò è vero, si può legittimamente sostenere che la crisi di una ideologia politica (e, al suo interno, anche di una «lettura» di Marx ristretta al I libro del Capitale) che, proprio per essersi limitata a stabilire un rapporto lineare – di continuità o di divaricazione assoluta – tra produzione e mercato, è stata incapace di afferrare che la discontinuità e contraddizione tra queste due dimensioni altro non è che la forma peculiare in cui il rapporto capitalistico si afferma e sviluppa su scala sociale complessiva.
    Su questi temi si è soffermato chi scrive in un lavoro recente; e vi ha insistito pure – in una direzione analoga, mi sembra – Massimo Cacciari nella prima parte di Krisis, che mi pare, tutto sommato, quella analiticamente più soddisfacente e stimolante (anche se, come spesso succede, è stata puntualmente trascurata dai diversi interventi su questo libro). La ricerca di de Giovanni mi sembra tuttavia andare avanti, nella misura in cui non resta nell’ambito della storia delle idee, non si limita a denunciare il vizio epistemologico insito nella distinzione lineare di produzione e mercato (che relega a quest’ultimo livello – vedi Hilferding – la dimensione della politica, intesa come regolazione esterna dell’anarchia della circolazione), ma coglie la funzionalità di quella scomposizione a una reale riunificazione egemonica, in cui l’«autonomia del politico» viene a fondarsi sul confinamento della lotta di classe in un orizzonte corporativo e del movimento operaio nel ghetto della subalternità riformistica e/o ribellistica.

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    Predefinito Re: Marx e il marxismo: il nesso economia-politica (1977)

    4. Credo si possa ora tentare di introdurre nel dibattito alcuni punti nodali del libro di de Giovanni. A tal uopo occorre innanzitutto stabilire quali siano i suoi sbocchi analitici per quanto riguarda i problemi dello Stato e della crisi.
    De Giovanni ritiene che la teoria di Marx, recuperata nella complessità delle sue determinazioni e articolazioni, non solo resista al cospetto del nostro presente storico, ma addirittura dimostri la sua attualità e fecondità proprio alla luce del nuovo rapporto che si è venuto instaurando nel capitalismo sviluppato tra Stato e società e dell’intreccio di momento economico e momento istituzionale nella dinamica della crisi contemporanea. La conferma della scienza critica marxiana verrebbe dunque proprio da quella estensione del «politico» che ha sempre costituito per i critici borghesi la più valida pezza d’appoggio per la sua confutazione. Ma qui occorre procedere con ordine, anche a rischio di apparire schematici.
    Quando de Giovanni parla di una «invarianza» della forma borghese della politica (da Hegel fino ai nostri giorni), ritiene che il suo nucleo essenziale sia compreso nel concetto marxiano di separazione o scissione. Questo concetto, tuttavia, non ha niente a che fare con lo schema giovane-marxiano a cui si è riferito polemicamente Bobbio per dimostrare l’inattualità dell’antiformalismo di Marx. Se la teoria marxiana dello Stato si risolvesse nella dissociazione di società civile e Stato e nella contrapposizione fra eguaglianza (giuridico)-formale e ineguaglianza di fatto, essa avrebbe ben poco da dirci sulla complessità del fenomeno capitalistico contemporaneo, con il suo intreccio profondo di economia e politica. Ma l’attualità ed efficacia esplicativa della teoria politica delle classi emergente dal Capitale sta per l’appunto nel superamento di quella distinzione lineare e nella sua sostituzione con l’esposizione critica del processo circolare di scissione-ricomposizione. Ciò che de Giovanni allora intende per invarianza della forma borghese della politica è sostanzialmente la permanenza – nel mutare dell’assetto socio-produttivo e delle forme politico-istituzionali – del momento della scissione (astrazione reale), come condizione di una ricomposizione funzionale al dominio. Ciò vale anche per le forme più avanzate d’integrazione di politica ed economia: la stessa dominanza del capitalismo di Stato, infatti, si fonda sull’atomizzazione corporativa della classi, volta ad impedire che la massificazione oggettiva del lavoro, cui essa dà luogo, si ribalti nell’organizzazione consapevole di un progetto di ricomposizione alternativa delle forze produttive sociali. In questa chiave, d’altronde, de Giovanni conduce il suo denso confronto con il programma max-weberiano di razionalizzazione formale della società. Anche qui, all’altezza del processo avanzato d’integrazione tra capitale e Stato, scienza e produzione, «la specifica separazione del livello della politica dagli altri livelli individua realiter un rapporto “negativo” fra il ruolo egemonico della politica – organizzazione del dominio delle masse – e le forme istituzionali distinte attraverso le quali quel ruolo egemonico si oggettiva e si compie».
    Il binomio weberiano razionalità formale-razionalità materiale esprime l’esigenza di un’autonomizzazione della politica che passa necessariamente per l’organizzazione e integrazione corporativa delle masse nello Stato. Ciò significa che il principio della scissione vale a maggior ragione dopo il passaggio dal capitalismo concorrenziale al capitalismo organizzato e che esso non è affatto in contraddizione con la dimensione (proprio allora emergente nel campo delle scienze sociali) della «progettualità». Questa – e ci sarebbe piaciuto sentircelo, si pur di passaggio, rammentare negli interventi dei suoi sostenitori – nasce e si sviluppa in conseguenza della caduta degli automatismi di mercato: quando non si può più contare sul libero gioco della concorrenza, la riproduzione del capitale deve essere garantita dal quadro «scientifico» della razionalità formale – pena l’inevitabile scatenarsi dell’elemento irrazionale, che si trova recintato nel ghetto dell’antagonismo primario. In questo senso Weber può perentoriamente affermare: «Il partito della borghesia è la scienza».
    Ma dietro questa affermazione sta un nodo reale. Sta cioè la connessione tra il progetto weberiano di razionalizzazione scientifica della società (sotto il segno dell’autonomia della politica-scienza borghese) e la complicazione indotta nella struttura di classe delle società di capitalismo maturo dall’espansione degli apparati burocratici e dei «corpi intermedi» dello Stato. Quella che è stata opportunamente definita «la grande nebulosa dei ceti medi» (Colletti) è dovuta in ultima analisi al mancato uso e svolgimento, in campo marxista (Lukács ne è un esempio), della categoria della riproduzione.
    Questa gioca un ruolo fondamentale anche nella teoria marxiana della crisi, in quanto la sottrae alle secche dell’economicismo deterministico e la recupera nel suo significato proprio di crisi integrale, crisi complessiva della ricomposizione capitalistica. Per quanto «astratto», il modello marxiano della crisi non è refrattario (a differenza di quanto ritiene, ad esempio, Habermas) all’inclusione dell’aspetto politico, poiché la crisi è, potenzialmente, sempre crisi di quelle forme istituzionali che sorreggono la scomposizione corporativa delle forze produttive funzionale all’egemonia della forma-capitale. In questo senso si può affermare, con de Giovanni, che l’unico pensatore marxista che abbia compreso la possibilità di un siffatto recupero dell’opera di Marx è stato Antonio Gramsci. La ripresa gramsciana di Marx trova la sua motivazione politica più profonda nella necessità del movimento operaio di afferrare teoricamente la complessità del processo capitalistico di crisi-trasformazione, per poterlo poi padroneggiare politicamente. Il destino politico del movimento è così rimesso alla sua capacità di tradurre attivamente la crisi economica in crisi di egemonia.

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    Predefinito Re: Marx e il marxismo: il nesso economia-politica (1977)

    5. La presenza di Gramsci nel libro di de Giovanni non è un fatto occasionale o parziale, riducibile all’appendice a lui espressamente dedicata. Si tratta piuttosto di una presenza implicita in tutta la trattazione, radicata nello stesso modo in cui viene impostata la lettura di Marx. In Gramsci infatti si trova programmaticamente esplicitata la traduzione della critica dell’economia politica nel linguaggio della teoria politica. Per questo la ripresa gramsciana di Marx non rappresenta un’operazione ideologica o culturale ma è piuttosto l’espressione dell’esigenza di una riattivazione dei concetti del Capitale all’altezza del nuovo rapporto fra Stato e società, economia e istituzioni, che è venuto a configurarsi in forma compiuta dopo la crisi del ’29. Ma, anche a questo riguardo, conviene distinguere schematicamente alcuni passaggi.
    L’analisi che Gramsci conduce della morfologia della crisi traspone in forma esplicita la connessione marxiana tra forme economiche e momenti della politicità. Ma nell’estrarre e ritradurre questo nesso, egli deve dapprima disaggregarlo, svolgerlo e – ciò che è più importante – verificarlo storicamente (ma su questo ritorneremo a breve).
    L’esposizione marxiana della tendenza di crisi del sistema sposta sul piano della previsione scientifica («morfologica») una linea di sviluppo che alcuni economisti borghesi (come Sismondi) avevano «presentito» sul piano della filosofia della storia e che, com’è noto, costituisce la forma di manifestazione estrema della transitorietà del modo di produzione fondato sullo scambio di merci. Neanche qui però l’analisi di de Giovanni si accontenta dei risultati della marxologia. Scava con perseveranza e va oltre. La crisi porta alla superficie una premessa implicita nella stessa separazione fra lavoro e mezzi di produzione: la presenza del rapporto di forza tra le classi alla radici del modo di produzione. In effetti, già nell’analisi dei momenti di scomposizione (formalizzazione del tempo di lavoro; formalizzazione del valore d’uso del lavoro come lavoro vivo incorporato nel capitale; dominanza sociale del valore di scambio come assorbimento totale dell’attività lavorativa, che occulta la capacità lavorativa con la sua produttività autonoma – la forza-lavoro) e nella descrizione della forma borghese della politica si era profilata la possibilità di una ricomposizione alternativa del processo, dal lato della forza produttiva del lavoro. La prospettiva della ricomposizione alternativa diviene reale (si dispiega) nella rappresentazione della crisi. Questa ricomposizione politica alternativa è chiamata convenzionalmente da de Giovanni «politico II». Accanto all’elemento «oggettivo» della caduta del saggio del profitto, emerge nella forma dispiegata della crisi un elemento «soggettivo»: la difficoltà politica della riduzione della forza-lavoro a merce, in misura che si sviluppa la sua qualità di massa di lavoro, nella unificazione con le condizioni oggettive della produttività (incremento ed estensione della fascia di capitale costante). Tuttavia, l’emergenza della ricomposizione alternativa, del «politico II», non può essere concepita – proprio a causa della complessità della connessione fondata sulla funzionalità-organicità del «puramente economico» alla riproduzione del capitale – come una rottura repentina delle forme operata dal polo negativo dell’antagonismo. La politica rivoluzionaria della classe operaia non può risolversi in una sortita insurrezionale; non può essere introdotta con un «colpo di pistola» (per ripetere la celebre metafora usata da Hegel contro Schelling). Essa è una riunificazione (reale, questa volta) del processo che non salta a piè pari la scissione, ma muove viceversa da essa.
    La condizione perché il processo vitale della società passi, come scrive Marx in un celebre luogo dei Grundrisse, «sotto il controllo del general intellect» è che non si perda mai di vista l’«intreccio fra sviluppo-crisi della produttività capitalistica, costituzione morfologica delle classi e specificazione storicamente determinata della lotta di classe». L’esigenza di non smarrire il senso della complessità di questi passaggi e connessioni sta alla base dell’elaborazione gramsciana del concetto di egemonia, intesa come la forma della politica propria del movimento operaio.

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    Predefinito Re: Marx e il marxismo: il nesso economia-politica (1977)

    6. In questo senso l’egemonia non è soltanto una variante del concetto leniniano di dittatura – come ha affermato di recente, in un articolo esemplare per nitore espositivo e chiarezza d’intenti, Massimo L. Salvadori (in Mondoperaio, 1976, n. 11) -, ma piuttosto una verifica di questi passaggi nodali della crisi marxiana dell’economia politica al cospetto di una situazione storica che vede il momento del politico e dello Stato espandersi e innervarsi nel profondo delle radici economico-sociali dei paesi occidentali. Come ho cercato di dimostrare tempo fa, discutendo sulle colonne di questa rivista il libro di C. Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato, (cfr. Rinascita, 1976, n. 31), la teoria gramsciana dell’egemonia implica la rottura con ogni concezione strumentale dello Stato – cui non è estraneo il leninismo, e neppure lo stesso Lenin – e apre la strada a una visione più dinamica e aperta della lotta di classe, in cui il fatto che si tenga fermo alla funzione fondamentale della classe operaia nella direzione politica del processo di transizione non esclude affatto (anzi, nella concezione di Gramsci, addirittura sollecita) che attorno ad essa si aggreghino, con un apporto nuovo e creativo, altre forze sociali. E ciò proprio in virtù della massificazione del lavoro e dell’intreccio inedito di «politico» e «sociale» a cui si assiste nelle società di capitalismo maturo, che ha come sua manifestazione più evidente l’insorgenza di movimenti di massa esterni alla classe operaia, i quali rivendicano a sé la qualità di nuovi soggetti storici capaci di cooperare attivamente alla trasformazione rivoluzionaria della società (si pensi all’estensione che è venuto assumendo negli ultimi anni il movimento delle donne). Che la presenza di questi soggetti rivesta oggi un peso e una qualità che Gramsci non poteva prevedere, che il sociale produca oggi con la sua spinta poderosa un allargamento delle maglie del politico e un’espansione della democrazia che per Gramsci era impensabile, questo è un altro problema. Ciò che ci interessa stabilire è se il mutamento di forma della politica introdotto da Gramsci sia ancora capace d’inquadrare nei suoi tratti essenziali (nella sua morfologia) la situazione dell’epoca un impulso allo sviluppo e all’arricchimento dell’analisi. La mia risposta è su questo punto, come quella di de Giovanni, affermativa.
    Se si afferma ciò non è certo per il vezzo dottrinario di chi vuole far tornare ad ogni costo i conti con i «classici», ma semplicemente perché non si vede per quale ragione si debba per forza rinunciare a strumenti teorici che, se correttamente recepiti, dimostrano di possedere ancora una straordinaria capacità del nostro presente (su questo punto, d’altronde, ritornano Badaloni e lo stesso de Giovanni in due articoli usciti sull’ultimo numero di Critica marxista). Certo, come ha scritto recentemente Ingrao, non è lecito «mettere sulle spalle di Gramsci tutte le cose che stiamo dicendo»; ma «al di là della lettera e delle singole affermazioni c’è in Gramsci, e poi in Togliatti, una innovazione profonda nell’analisi delle mediazioni politiche e sociali che sono proprie dei paesi di capitalismo maturo».
    Nel far nostre queste osservazioni vorremmo, prima di concludere, porre un problema, che vuol essere al tempo stesso anche un rilievo critico nei confronti del libro di de Giovanni. La linea Marx-Gramsci ha indubbiamente messo in luce un elemento centrale della moderna teoria del politico e delle classi: la dimensione della politica (o, come si dice, il «primato della politica») costituisce – embrionalmente in Marx, in forma esplicita in Gramsci e in Togliatti – il punto di passaggio obbligato per la stessa analisi delle forze sociali. Sta qui, se non mi sbaglio, l’«innovazione profonda» di cui parlava Ingrao, la quale segna un punto di rottura rispetto al marxismo precedente (della II come della III Internazionale). Mi sembra tuttavia che l’intreccio che de Giovanni instaura – al limite dell’identificazione – tra critica dell’economia e critica della politica rischi d’ingenerare in qualcuno l’illusione che il nodo problematico dell’attuale fase dello sviluppo capitalistico possa essere risolto, per così dire, nello schema di dominanza della politica, proprio di tutti i paesi a capitalismo maturo, con la conseguenza di sottovalutare la necessità di riempire questo schema delle determinazioni storiche concrete in cui si realizza. Mi spiego. Se è indubbio che il primato del momento politico (e del controllo statuale) sui processi economici ha avuto luogo, ad esempio, tanto nella Germania nazista e nell’Italia fascista quanto nel New Deal rooseveltiano, è tuttavia altrettanto indubbio che diverse sono state le forme in cui questo primato si è realizzato e, di conseguenza, diverso è stato anche il modo in cui il politico si è rapportato al sociale e lo ha riplasmato. Detto in breve: le forme diverse dell’intreccio fra Stato e masse determinano (pur nella costante del «primato della politica», che designa l’orizzonte morfologico, «epocale», dell’attuale fase di sviluppo del capitalismo), diverse composizioni e strutturazioni interne della classe operaia e degli altri ceti sociali. Si tratta, in conclusione, del problema dell’analisi differenziata, che non può essere risolto con nessuna «rilettura» di Marx e che rientra, a mio giudizio, fra i compiti primari di una critica della politica che voglia essere adeguata ai problemi del presente e alle urgenze della «prospettiva». In questo quadro la determinazione degli aspetti specifici della morfologia contemporanea appare necessaria sotto il profilo sia teorico che pratico: nella fattispecie italiana, anzi – nel pieno di una crisi vasta e di una minaccia di disgregazione corporativa -, risulta essere indispensabile proprio per la definizione di una politica di medio periodo del movimento operaio.

    Giacomo Marramao
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 

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