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    Predefinito Contro il Sessantotto e il femminismo

    Contro il Sessantotto

    Lucido, disincantato, critico: così si presenta Contro il Sessantotto di Alberto Biuso. Tuttavia non si tratta di un semplicistico revisionismo storico, ma di molto di più e di meglio. Infatti, portando alla luce le radici ideologiche, filosofiche ed antropologiche di questo movimento, il saggio si propone di mostrare che «intessuto della dismisura dell’utopia, il Sessantotto è l’ultimo rampollo di ogni terrore»1.

    Mostrando una competenza ed una concretezza davvero mirabili, Biuso ci guida alla riscoperta non solo di un periodo controverso e spesso ricordato con nostalgia da chi l’ha vissuto, ma anche delle contraddizioni, delle dismisure, dell’errore di fondo, se vogliamo, di quelle ideologie che credono che l’uomo sia connaturatamente buono.

    «Tutto e subito»2, questa la bramosia infantile dei sessantottini, i quali, come è descritto nella prima parte, Eventi e persone, si mostrano simili a null’altro che a bambini viziati, figli del mondo che combattono ed a cui in realtà devono ogni cosa. Tutto diviene sentimentalismo, utopia controproducente (su tutte quella di Lettera ad una professoressa della Scuola di Barbiana, su cui il saggio si sofferma diffusamente), intolleranza; diviene dogma persino il motto marxiano: «Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni», svuotato però nei suoi presupposti. Infatti, nella loro brama di volere tutto e subito (anche la promozione, il famoso “6 politico”), i sessantottini, tentando di scardinare i principi di casta e di censo, in realtà non fanno altro che «distruggere quelli dell’intelligenza e del talento»3.

    Sì è convinti che tutti gli uomini siano uguali, che tutti siano adatti a tutto, che l’uomo sia interamente plasmabile dall’educazione e che, infine, si possa apprendere senza fatica. E così, a causa della tremenda serietà fideistica, i sessantottini, come riferiscono docenti e intellettuali dell’epoca (per esempio Pasolini), si trasformano in automi conformisti incapaci di ironia e di sorriso.

    A mio modo di vedere, però, le pagine più interessanti del saggio, al di là di queste descrizioni puntuali, sono quelle che svelano quale concetto antropologico e quale ideologia stanno dietro il Sessantotto.

    L’ideologia, ci spiega Biuso, non è nient’altro che «la rimozione della realtà, il disprezzo dei fatti rispetto alla dottrina»4; è ciò che porta, per esempio, a giustificare un massacro se compiuto dalla sinistra e a condannarlo senza mezzi termini se compiuto dalla destra, o viceversa; ma la grande novità del Novecento, quella che ci ha portato alla “invenzione” dei totalitarismi, è stata il trasformare l’ideologia in religione, con testi sacri, riti, custodi dell’ortodossia e tutto il resto. La profonda intolleranza, la vuotezza e lo squallore del totalitarismo sono ben espressi da Biuso: «il totalitarismo può utilizzare qualsiasi strumento al fine di adattare la realtà alle sue menzogne poiché ritiene non esserci alcuna realtà fuori dai suoi pregiudizi. Tutto è possibile all’uomo che ritiene nulla esistere se non la propria onnipotente volontà. Il disprezzo per la cultura, il radicale antintellettualismo sono la conseguenza di questo culto della volontà che nulla riconosce o apprezza al di fuori di quanto essa stessa crea»5. L’ideologia, dunque, porta a ricusare la concretezza di un’etica, di «una filosofia del tragico»6 che di fronte alla realtà non si propone di raggiungere l’assolutezza del bene, ma il minor male; che ci fa accettare il limite e la misura della nostra finitezza.

    Oltre e sul presupposto dell’ideologia e parimenti alle filosofie da cui prende le mosse (cioè quelle di Rousseau e Marx), pure il Sessantotto ha puntato sul numero, sul soffocamento dell’individuo, sulle masse. Nella massa il gusto è involgarito, ma tanto più è accresciuto il narcisismo di alcuni dei leader sessantottini, se è vero che molti di costoro «sono stati pronti a schierarsi con le forze più reazionarie e volgari dell’industria culturale»7: i media, e su tutti la televisione, col loro potere di rendere reale solo ciò che viene detto da essi o addirittura di fare esistere solo chi appare. L’involgarimento è compreso nell’idea che, in fin dei conti, tutto deve essere reso accessibile a tutti e perciò il linguaggio deve essere semplice e piatto, con la conseguenza che la televisione e l’immagine manipolano «i bisogni per conto di interessi costituiti»8.

    L’uomo è semplicemente un manipolato; v’è una contraddizione strana tra l’affrancamento dell’individuo, di cui il Sessantotto pare essere stato l’ultimo atto, e il crescente affermarsi della massa. L’uomo è smarrito e perso: le sue azioni, in questa ottica, paiono essere frutto di tutti tranne che di se stesso. In fondo anche questo, ce lo spiega bene Biuso, è un portato del Sessantotto, che con la sua pedagogia totalmente inadeguata fondata su una antropologia completamente sbagliata azzera la volontà e la predisposizione genica, naturale, corporea dell’individuo, attribuendo ogni fallimento scolastico alla società, ai genitori, alle istituzioni: di tutti è la colpa tranne che del ragazzo che non studia.

    Del resto, il Sessantotto vive nell’illusione della profonda bontà della natura umana: la malvagità sarebbe solo frutto delle malvagie istituzioni. In questo confuso e puerile anarchismo, che considera «i singoli una semplice variabile dipendente dall’ambiente, del tutto determinata dall’epoca storica e dalle sue strutture economiche»9; in questo oblio del fatto che una natura umana esiste e che bisogna guardarla in faccia per scoprirvi aggressività, desiderio di possesso, volontà di potenza; in questa fiabesca illusione sta dunque la hybris, l’eccesso, la tracotanza, la dismisura; qui sta la dimenticanza di ogni finitezza, limite e imperfezione. Solo considerando tutto questo, invece, le istituzioni hanno un senso, e precisamente quello di limitare l’innata “malvagità” umana.

    Certo, Biuso è consapevole che nel suo libro il Sessantotto è visto anche con ingiustizia, ma egli la ritiene necessaria «se si vuole cogliere l’evento nel suo significato storico-epocale»10. Però non si può non concordare sul fatto che col Sessantotto le masse acquistino il loro definitivo peso e potere, a scapito della fatica del concetto, del godimento della solitudine, della finezza del gusto.

    Pertanto è grazie a questa visione vuota e volgare che osanna le masse ed il conformismo, a questo clima di narcisismo e tracotanza che promette subito il paradiso di una società perfetta, dunque è grazie a questo che è stato facile «transitare dalla società senza classi e senza infelicità immaginata dai padri del socialismo, alla società immaginaria della televisione e dei suoi padri-prestigiatori. Ecco perché il Sessantotto ha vinto»11.

    https://www.sitosophia.org/recensioni/contro-il-sessantotto-di-alberto-g-biuso/

  2. #2
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    Predefinito Re: Contro il Sessantotto e il femminismo

    Passato l’8 marzo, non passa il femminismo

    8 Marzo 2021

    L’ideologia femminista è una costante di tutti i nostri giorni. Ciò proprio perché il femminismo è solo un arnese di un progetto più ampio, ossia lo smantellamento dell’identità sessuale: tutto fa gioco e tutto serve nel caos e nel miscuglio che vogliono imporci. Così le donne vogliono fare gli uomini e gli uomini vogliono fare le donne. Le donne pensano di poter fare a meno degli uomini, della maternità, della propria natura, mentre l’uomo si fa le sopracciglia e rinuncia alla sua virilità. Riportiamo questo contributo di Rigenerazione Evola, per non abbassare la guardia sulla mistificazione del sesso.
    A cura di RigenerazionEvola
    L’8 marzo, festa-simbolo per antonomasia delle peggiori rivendicazioni femministe, col passare del tempo si sta colorando di significati sempre più nefasti, inglobando ed amplificando fenomeni sempre più contro-tradizionali e diabolici, come il genderismo o i deliri LGBT. Dal femminismo delle origini stando prendendo vita e linfa nuove, mostruose forme quali il “trans-femminismo” o il fenomeno internazionale a tinte sataniche delle “Femen”, adeguatamente finanziato e telecomandato da chi di dovere.

    In quest’articolo pubblicato sul “Corriere Padano” nel lontano 1933 (“Considerazioni antimoderne. Femminismo e crepuscolo di civiltà“), in cui venivano proposte delle importanti riflessioni che sarebbero state poi sviluppate estensivamente in “Rivolta contro il mondo moderno” l’anno successivo (si veda il capitolo “Uomo e Donna” da noi già riproposto), Evola, con la consueta capacità di preveggenza che più volte gli abbiamo riconosciuto, parlava già del fenomeno del femminismo, come di una delle forme specifiche di manifestazione della degenerescenza caotica del mondo moderno e contemporaneo, i cui focolai, all’epoca, erano individuati nella promiscuità e nel livellamento slavo-bolscevico di parte dell’est europeo, e nell’emancipazione standardizzata della “nuova donna” sfornata dalla società americana. Il cuore più tradizionale dell’Europa non era ancora stato travolto dall’onda distruttrice che, amplificata dalla rivoluzione sessuale internazionale del femminismo sessantottino, avrebbe soffocato il vecchio Continente, creando i nuovi, sub-umani modelli ibridi ed asessuati odierni (quel “terzo sesso” di cui Evola stesso avrebbe cominciato ad intravedere l’arrivo). Già nel 1933 Evola sottolineava come, nel fondo del femminismo, fosse ravvisabile un radicale pessimismo: “cioè la premessa tacita, che la donna in quanto donna non possa valorizzarsi, onde debba, per quanto le è possibile, farsi uomo”.

    Dall’eclissarsi delle figure archetipiche dell’Uomo Assoluto (Guerriero o Asceta) e della Donna Assoluta (Amante o Madre), di fatto, sarebbero derivati progressivi, irreversibili cedimenti delle fondamenta stesse della civiltà. Il consolidamento delle nuove sottofigure sempre più evanescenti dell’uomo e della donna odierne, progressivamente attratte dall’ibrido del terzo sesso, quell’androgino rovesciato verso il basso che rappresenta la parodia finale dell’androgino edenico primordiale, sarà, di fatto, un altro dei segnali tipici dei Tempi Ultimi. All’avvento dei nuovi modelli corrotti di uomo e donna, osservava Evola, “non potrà (…) non accompagnarsi il tramonto dello stesso amore in quel senso più profondo, organico, cui non è disgiunto lo stesso destino biologico delle razze: giacché l’amore, al pari dell’elettricità e del magnetismo, si basa sulla polarità”: non ci potrà essere più “amore in quel suo senso vero ed elementare, onde gli antichi vi vedevano la manifestazione di una forza originaria e temibile e di un significato cosmico”.


    https://www.azionetradizionale.com/2021/03/08/passato-l8-marzo-non-passa-il-femminismo-2/

  3. #3
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    Predefinito Re: Contro il Sessantotto e il femminismo

    ratto da “Il Corriere Padano”, XI, 5 gennaio 1933

    Il morbo livellatore e spersonalizzante che prostra la civiltà moderna ha aspetti cosi complessi e tentacolari, che non a tutti riesce varie il riconoscerlo dietro le maschere per opporre a ciascuna delle sue forme una rivolta decisa e una reazione consapevole.



    La dama ed il cavaliere, uno degli archetipi più significativi della potenza del rapporto Uomo-Donna correttamente inquadrato nell’alveo sacro della Tradizione (nell’immagine, “The End of the Quest” di Frank Dicksee, 1921)

    Cosi sta di fatto che, non paga di aver compromesso ormai quasi irreparabilmente quelle differenze di casta, di natura e di interna dignità che facevan da principio ad ogni sana organizzazione tradizionale; protesa a riportare ogni valore sotto la legge della quantità e l’anonimia del mero collettivo sociale, una ideologia contaminatrice vuole che, dopo il livellamento fra uomo e uomo, si proceda anche a quello fra sesso e sesso e in ciò si consideri una «conquista, un «progresso». Epperò, dallo stesso ceppo antigerarchico e antiqualitativo di tante forme della degenerescenza moderna noi vediamo spiccarsi il conato «femministico» e prender figura nei due paesi che son quasi come le due branche di una unica tenaglia in atto di chiudersi, da Oriente e da Occidente, intorno all’antica Europa: la Russia sovietica e l’America – giacché la parificazione bolscevica della donna all’uomo sotto ogni riguardo della vita sociale trova perfetto riscontro con la compiuta emancipazione che le è stata da tempo concessa di là dall’Oceano.

    Qui non si tratta di avversioni personali, né di pregiudizi di un’epoca o di un popolo. Nel fenomeno femministico è essenzialmente da considerarsi un sintomo che, riconnesso da una logica precisa a tanti altri, indica l’avvento di una concezione attraverso la quale l’ideale stesso di «cultura», di civiltà, soprattutto nel senso tradizionale classico, viene ad essere mortalmente colpito.

    Il significato fondamentale di ogni civiltà fu quello di una vittoria della forma sull’informe, del «kosmos» sul «caos». Così, e caratteristicamente, al centro della visione classica della vita e dello Stato troviamo appunto il culto e la valorizzazione del limite, della forma, della differenza, della chiara personalità. Il mondo è «kosmos», e non «caos», in quanto, simile ad un organismo vivente armonioso, esso è costituito da un insieme di parti finite, le quali hanno ciascuna una funzione precisa, propria e inconfondibile nel tutto; il cui bene, la cui «verità» non consiste dunque nella cessazione della loro individualità e nell’indietreggiare verso il non qualificato, l’identico, l’indefinito – verso ciò in cui esse divengono misticamente o atomisticamente una sola cosa – ma consiste invece nell’esser sempre più sé stesse, nell’esprimere sempre meglio la loro natura propria, nel portare sempre più a fondo la loro individuazione rendendo così più ricco, vario e determinato il gran corpo del tutto.

    Alle visioni evasionistiche e panteistiche, le quali ripongono il bene nell’impersonale, nell’indifferenziato, e quasi intendono come una colpa o un castigo l’esser individui, le nostre migliori tradizioni sempre opposero questa valorizzazione della differenza, del limite, dell’individuazione. Così esse stabilirono il principio, per forza del quale, sulla base delle differenze naturali fra gli esseri, poteva sorgere e costituirsi un ordinamento gerarchico nella «gens», nella città, nello Stato e, al limite, nell’Impero.

    In via immediata, nessuna cosa e nessun essere di natura è solamente «sé stesso»; ma questa condizione di «mescolanza», che pur veniva riconosciuta per «le cose di qui in basso», venne tradizionalmente considerata come una condizione di imperfezione, e si pose come compito alle norme istituzionali, alla morale e, infine, all’ascesi, il superarla e l’enucleare tipi, generi, classi e individui distinti – proprio come l’artista trae le sue figure dall’informe materia. Tale fu il concetto tradizionale di cultura o civiltà: forma – ripetiamo – vittoriosa sul «caos».

    ***

    Che contraddizione di simile punto di vista costituiscano tutti quei princìpi di egualitarismo, di fraternalismo acefalo, di pallido umanitarismo o di impersonale universalismo che, in forme varie, serpeggiano nel mondo moderno a minare non solo i concetti di società, di Stato, di diritto, ma fino gli ideali del conoscere e dell’agire – ognuno può vederlo chiaramente. Tornando al nostro punto di partenza, su questa base risulta altresì chiaro, a titolo di applicazione particolare, lo spirito e il volto del femminismo moderno.

    Esso, nei riguardi dei sessi, nella sua richiesta di parificazione, obbedisce precisamente alla veduta, secondo la quale ogni differenza e ogni distanza vale come un male. Esso vorrebbe abolire la specificità delle funzioni e dei tipi, tenderebbe a qualcosa di uniforme che però noi non diremmo (come si pretende) «al di là», ma «al di qua» dell’individuazione e della differenziazione dei sessi. Il risultato è appunto o il nuovissimo tipo neutro e amazzonico delle americane e delle «garçonnes» sportive europee – ovvero la promiscuità presessuale, cameratistico-comunistica cosi caratteristica per la razza slava e oggi statuita dallo «Zag» bolscevico: quella promiscuità onde staremmo quasi per dire che ogni relazione sessuale slava di rado è disgiunta da una certa sfumatura incestuosa. Sono appunto le due soluzioni possibili – uniformistica (standardizzata) e «mistica» (promiscuo-comunistica) – dell’antidifferenza.

    Là dove la nostra morale comanderebbe all’uomo e alla donna di esser sempre più sé stessi, di esprimere sempre più decisamente ed arditamente quel che fa dell’uno un uomo e dell’altra una donna – questi conati respingono dunque indietro, adulano lo stadio in cui la differenza ancora non esiste – e in ciò hanno pur la pretesa di pensare ad una «evoluzione» della quale le nostre menti «antiquate» non sarebbero capaci.

    La verità vera è invece che nel fondo del femminismo si cela un «radicale pessimismo»: cioè la premessa tacita, che la donna «in quanto donna» non possa valorizzarsi, onde debba, per quanto le è possibile, farsi uomo, rivendicare le stesse prerogative sociali e intellettuali dell’uomo. In questo senso, noi diciamo pessimismo: la presunta «rivendicazione» femministica della donna maschera una abdicazione della donna moderna, la sua impotenza, o sfiducia, ad essere e a valere come ciò che essa è: come donna e non come uomo. Maschera insomma una degenerescenza, nel significato più rigoroso del termine. Al che, del resto, nell’uomo moderno fa riscontro il suo abbrutimento in un ideale puramente fisico e animale – al più, pallidamente intellettuale – , il suo decadere dalle sue forme apicali di vita, che ne consacravano la effettiva «virilità», onde nelle nostre tradizioni più grandi ad esse corrispondevano le due caste superiori della gerarchia sociale: quella degli «Asceti» e quella dei «Guerrieri».

    Come donna – e non come uomo – la donna realizza sé stessa, si eleva allo stesso livello dell’uomo come Asceta e come Guerriero in quanto è «Amante» e in quanto è «Madre». Uno ed identico è, per noi, il ceppo di ogni valore: l’eroismo, il superamento di sé. Ma vi è un eroismo attivo e un eroismo negativo: vi è l’eroismo dell’assoluta affermazione e vi è l’eroismo dell’assoluto obbedire – vi è l’eroismo dell’assoluta affermazione e vi è l’eroismo dell’assoluta dedizione, in una identica luce e grandezza.

    Pertanto, questa differenziazione statuisce la differenza naturale delle vie di compimento interiore per l’uomo e per la donna. Al gesto del Guerriero e dell’Asceta che, l’uno a mezzo della pura azione, l’altro a mezzo della rinuncia chiara e virile, dalla vita passano ad un «più che vita» – nella donna corrisponde idealmente l’eroismo dello slancio di esser tutta per un altro essere, di darsi tutta ad un altro essere – sia esso l’uomo che essa ama e che le è il Signore (tipo dell’«Amante»), sia esso il figlio (tipo della «Madre») – in ciò trovando il senso della propria vita, la propria gioia, la propria giustificazione e liberazione. E nel realizzarsi sempre più intensamente e luminosamente secondo queste due direzioni distinte ed inconfondibili di eroismo, riducendo tutto ciò che nell’uomo è donna e che nella donna è uomo – in ciò sta la norma interna che può dar forma ad un ordine secondo natura e secondo spirito.



    Il neo-femminismo satanico delle Femen

    Invece il mondo moderno con i suoi «boxeurs», con i suoi esaltati nelle passioni e nelle ambizioni più misere, con i suoi trafficanti d’oro e di macchine con i suoi «chauffeurs» al luogo degli Asceti e dei Guerrieri – dall’altra parte: con le sue «garçonnes», con le sue impiegate e le sue «intellettuali», le «girls» e tutte le altre forme di femmine naturalizzate e spinte pietosamente in tutti i trivi della vita pubblica e della corruzione moderna – è esattamente nelle direzione opposta che va procedendo a passo di corsa. Al che, non potrà però non accompagnarsi il tramonto dello stesso amore in quel senso più profondo, «organico», cui non è disgiunto lo stesso destino biologico delle razze: giacchè l’amore, al pari dell’elettricità e del magnetismo, si basa sulla polarità. Esso è tanto più forte e creativo, per quanto più decisa è la polarità, la differenziazione dei tipi e dei sessi: donna assoluta di fronte a uomo assoluto, senza mezzi termini.

    Nel mondo della donna «evoluta», «emancipata» e cosciente potrà esservi la promiscuità di un cameratismo equivoco o di pallide simpatie intellettuali, potranno esservi incontri di piacere così come ci si può accordare per una partita di «bridge» – ma non più amore in quel suo senso vero ed elementare, onde gli antichi vi vedevano la manifestazione di una forza originaria e temibile e di un significato cosmico. Come l’egualitarismo sociale ha ucciso gli antichi, viventi, virili, rapporti fra uomo e uomo, fra guerriero e guerriero, fra Capo e suddito – così pure l’egualitarismo femministico condurrà sempre più verso un mondo insipido o pervertito ove forse – come già si vede nel banale esibizionismo delle americane – le donne potranno «perfino» sembrare caste per non saper giungere nemmeno alla complicazione di una peccaminosità.

    https://www.azionetradizionale.com/2021/03/08/passato-l8-marzo-non-passa-il-femminismo-2/

  4. #4
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    Predefinito Re: Contro il Sessantotto e il femminismo

    VIDEO | Riti satanici delle femministe


    Dietro il Femminismo c’è una chiarissima mano sovvertitrice dell’Ordine, c’è la regia strisciante della Controtradizione. C’è il marcio di una donna ormai ridotta a ridicola pantomima della Donna vera, quella autentica. E lo scorso 8 marzo è andato in scena questo pietoso spettacolo, ossia una sorta di ‘contro-rito’ invocativo della Vulva, appellata con goffi appellativi, tipo “vulva umidissima” e “vulva pulsante, godi con noi”.
    Al di là del fatto che queste messinscene, se decontestualizzate, farebbero veramente ridere, purtroppo queste pagliacciate contribuiscono a inquinare il clima psichico già pesantemente compromesso e rappresentano – ancora una volta – ciò contro cui occorre combattere, contro questi strumenti del demonio, questi arnesi della dissoluzione, queste luride bestie senza-dio che insultano il Divino per “godersi la libertà della vulva”.

    https://www.azionetradizionale.com/2...le-femministe/

  5. #5
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    Predefinito Re: Contro il Sessantotto e il femminismo



    Radici ebraiche di una devastazione

    Se mai ci fu nella storia una rivoluzione i cui obiettivi vennero per la maggior parte realizzati, questa è rappresentata dai moti studenteschi e politici che possiamo raggruppare sotto il termine “Sessantotto”, che però mostrò – ai più diffidenti ed avveduti – tutta l‘eterogenesi dei suoi fini e tutto il suo fallimento politico, tanto da far sospettare che dietro ai protagonisti di quegli eventi e alle masse giovanili ci fossero una precisa volontà di destabilizzazione geopolitica ed una longa mano di persone fisiche, portatrici di un progetto di distruzione delle nazioni europee. Il presente volume non vuole tracciare la storia di quella callida “utopia”, né la parabola dell’involuzione dei suoi attori nell’individualismo di massa, nella droga, nel sesso, nel disimpegno, nel fricchettonismo, nella resa al Sistema profumatamente pagata anche con cariche istituzionali. Né vuole ricordare i gruppi “fascisti” davvero contestatori del Sistema fin dalle sue radici ideali, ridotti al silenzio dall’onnipresenza manesca del Sessantottismo, dall’infantilismo dei loro “capi”, dalla repressione politica. Il volume vuole invece mettere in evidenza chi ha illuso la disgraziata gioventù del 1968 consegnandola alla tirannia del più bieco liberalcapitalismo.

    Numero di Pagine: 209

  6. #6
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    Predefinito Re: Contro il Sessantotto e il femminismo



    Le Edizioni Solfanelli, nel marzo del 2017, hanno dato alle stampe l’opera di Danilo Fabbroni intitolata “Il Sessantotto. Magie, veleni e incantesimi Spa”.

    Come si intuisce facilmente dal titolo, il presente libro tratta di un argomento tanto noto nei suoi segni esteriori quanto poco conosciuto nei suoi aspetti più reconditi ed inesplorati: stiamo parlando del Sessantotto, ossia di quel movimento di protesta e di rivoluzione socio-culturale che prese piede sul finire degli anni Sessanta del Novecento. Correva l’anno 1968, per l’appunto.

    Cos’altro si potrebbe dire o scrivere sul Sessantotto che non sia già stato detto o scritto da qualcun altro? La maggior parte delle persone è convinta di sapere tutto sulla questione: il Sessantotto fu null’altro che la reazione – sia pure un po’ eccessiva per alcuni versi – della gioventù dell’epoca al bigottismo sociale, all’oppressione esercitata ai loro danni dal moralismo ipocrita e dalle convenzioni borghesi: tutto sommato, si è trattato di un fenomeno che ha reso le società occidentali più libere ed emancipate, addirittura migliori. Questa è l’opinione dei più. Ma è questa la verità?

    Inutile dire che la maggior parte delle informazioni sull’argomento cui è possibile attingere con maggior facilità, provengono da fonti che definire “non del tutto attendibili” potrebbe sembrar poca cosa, trattandosi delle testimonianze di coloro che il Sessantotto l’hanno vissuto, promosso ed esaltato come “segno dei tempi” o che nutrono una certa simpatia per questo fenomeno.

    In questo senso, lavori come quello di Danilo Fabbroni assolvono ad una funzione quasi risanatrice nei confronti di un’ingiustizia culturale: quella di aver dipinto – probabilmente in malafede – una catastrofe che ha portato alla regressione antropologica e alla sostanziale istituzionalizzazione della devianza etico-sociale – quale fu il Sessantotto – come un evento di portata epocale, che ha cambiato il mondo in meglio e che ci ha reso tutti più felici nel nostro essere diventati qualcosa di molto più simile alle bestie che non agli uomini. Il grande merito della presente opera – come del resto di tutte quelle consimili – è quello di dare una lettura alternativa di un certo fenomeno (specialmente se esaltato ed incensato, a mo’ di idolo pagano, dalla narrazione dominante), non solo evidenziandone gli aspetti più controversi, ma anche cercando di metterne in luce i tratti sconosciuti ai più e che non di rado risultano essere quelli maggiormente “oscuri” e sinistri.

    Attraverso un gran numero di citazioni ed una ricca bibliografia, l’autore ci introduce e ci guida nella dimensione più recondita e sconosciuta di questo fenomeno epocale, i cui tratti peculiari non furono soltanto la cultura dello “sballo” o della libertà sessuale – che servirono solo a fare degli individui dei soggetti privi di giudizio e di auto-controllo da poter manipolare secondo l’interesse dei “burattinai” – ma anche l’occultismo e la depravazione per fini iniziatici.

    L’argomento al quale l’autore dedica maggiore attenzione è probabilmente quello delle droghe, delle quali si cominciò a fare un uso massiccio proprio a partire dal Sessantotto. Fin qui, nulla di nuovo sotto il sole. Chi non sa che il Sessantotto fu una rivoluzione a base di “acidi”? L’aspetto che però viene ignorato dai più – e che l’autore mette in risalto con una certa abilità – è che vi furono degli specifici interessi politico-finanziari nel rendere queste sostanze un “bene di largo consumo”. Quello che si voleva fare, detto in maniera diretta, era istupidire le masse, renderle perfettamente imbecilli: più facilmente controllabili, insomma. E quale modo migliore di bruciare i loro neuroni, di renderli schiavi di una o più sostanze, di alterarne le emozioni, la sensibilità e gli stati di coscienza rendendoli simili a degli zombie?

    Altro aspetto decisamente poco conosciuto è quello relativo al coinvolgimento dei servizi segreti americani e britannici nella sperimentazione di quelle che poi sarebbero diventate le “droghe del Sessantotto” (LSD e marijuana prime fra tutte) e che proprio a partire da questo rovinoso evento divennero sostanze largamente diffuse nelle società occidentali. Tali esperimenti – naturalmente segretissimi – vennero condotti molti anni prima della contestazione sessantottina, generalmente su ignari soldati o sui pazienti dei manicomi (molti celebri psichiatri americani dell’epoca, assieme ad alcuni medici col pallino dell’eugenetica, non mancarono di collaborare attivamente a queste nefandezze), nell’ambito di progetti di ricerche sul controllo mentale. Ebbene si, i primi ad impiegare alcuni particolari tipi di droghe – che noi oggi ben conosciamo, che hanno devastato le società occidentali e delle quali i nostri giovani fanno ampio utilizzo – furono i servizi segreti e un manipolo di folli psichiatri nel tentativo di manipolare la mente umana.

    La musica fu un altro importante elemento che contraddistinse il sessantottinismo: la caratteristica precipua di quei ritmi era l’ossessività, la ripetitività, la sfrenatezza, tale da poter produrre uno stato di alterazione mentale ed emotiva, specialmente se abbinati a qualche sostanza psicotropa. La musica rock, non a caso, nasce ed inizia a riscuotere successo proprio in quegli anni.

    Infine, è noto come la controcultura sessantottina abbia fatto della libertà sessuale uno dei suoi tratti peculiari, probabilmente il più noto: si pensa al movimento sessantottino ed immediatamente vengono in mente scene di giovanotti intenti ad accoppiamenti casuali – a mo’ di animali, insomma – o impegnati nella rivendicazione di questo “diritto” di vivere ed esprimere liberamente i propri istinti più bassi. Poi il movimento femminista e quello omosessuale che si aggregarono all’alveo della contestazione, contribuendovi in maniera preponderante. Tutto questo non fu casuale: la sessualità costituisce un richiamo di massa, un’attrattiva alla quale non molti hanno la forza di resistere. Dunque, qualcosa che non meno della droga e non diversamente da essa, può contribuire al controllo di quelle stesse masse. Indurre alla devianza per privare del raziocinio e della vera libertà, che consiste anzitutto nella capacità di controllare sé stessi: l’idea era questa.

    Questi tre elementi – droga, musica e sesso – l’autore li paragona al tridente di Shiva, la nota “divinità” induista. Per qual motivo questo paragone, invero particolarmente azzeccato? Al di là del feticismo orientalista proprio della controcultura e degli stili di vita “alternativi”, è singolare il fatto che, proprio a partire dal Sessantotto, la post-modernità abbia gradualmente riscoperto quegli antichi riti pagani, quelle tenebrose mitologie e quei culti che il cristianesimo aveva definitivamente seppellito: new age, stregoneria, neo-paganesimo, sciamanesimo, spiritismo, buddhismo, induismo e specificamente, come si diceva prima, shivaismo. Tutte con un’unica matrice e con lo stesso odore sulfureo: quello del satanismo, verso il quale le società occidentali non provano più nessun tipo di avversione, semmai un’attrazione perversa ed insana.

    Quello dell’esoterismo è un punto sul quale l’autore giustamente insiste: non si è mai inquadrato il Sessantotto e il “sessantottinismo” nel suo aspetto per così dire magico, quindi fondamentalmente satanico, che pure non era poi così celato da poter sfuggire ad un osservatore attento. A chi, vedendo le immagini della comune hippy di Woodstock, di quei giovani allucinati dalle droghe, intenti a consumare rapporti sessuali promiscui o a danzare completamente nudi sull’erba, non è mai venuto in mente un “sabba” medioevale, ossia uno di quei raduni boschivi in cui gli adoratori del demonio si riunivano per dare sfogo alle loro perversioni e per compiere i loro nefandi rituali? Questo costituisce un perfetto esempio del legame che unisce il “sessantottinismo” e la stregoneria.

    A questo proposito: nel corso dell’opera, l’autore chiama più volte in causa un personaggio assai oscuro e lugubre, tale Aleister Crowley, noto occultista e satanista inglese vissuto nel secolo scorso. Costui, che amava farsi chiamare la “Bestia 666”, fu tra i primi a sostenere il potere esoterico ed iniziatico della sessualità, specialmente se perversa e deviata rispetto al suo fine naturale, che è la procreazione. Non sorprende affatto che il movimento sessantottino cercò in tutti i modi di sdoganare pratiche come quelle sodomitiche. Per quella che potremmo definire una strana coincidenza, l’uso innaturale e depravato della sessualità si riscontra in molti riti a sfondo magico-esoterico e satanico: guarda caso Crowley ne era un sostenitore ed un “fine conoscitore”. E per un caso ancor più strano, sappiamo per certo che non mancarono uomini e donne dediti a questo genere di vizi nelle file degli pseudo-intellettuali e degli ideologi del Sessantotto: non solo sodomia, ma anche pedofilia, incesto e sadomasochismo sembravano essere particolarmente apprezzati.

    Emblematica, a questo proposito, è la spaventosa diffusione della pornografia: un’altra “bella” eredità sessantottina, la cui conseguenza precipua fu quella di traviare completamente la concezione della sessualità onde spostarla verso un’idea basata su un rapporto di sopraffazione, di dominazione assoluta e di possessione fisica che prelude a quella psicologica e mentale. Il controllo e la bestialità: questo è ciò che esprime la pornografia. Il controllo completo dell’altro, il suo ridurlo ad oggetto, a materia inanimata, a strumento nelle proprie mani. Il ridurre l’uomo a bestia. La qual cosa è esattamente quello cui i “Poteri Oscuri” vorrebbero ridurre intere popolazioni: uno stato di completo abbandono e di sudditanza psicologica, morale e fisica. Lasciare libero sfogo ad ogni sorta di vizio ed infettare la società col liquame rivoltante della pornografia fu un altro tentativo di controllo sulle masse? Decisamente sì. Non meno della droga, il continuo veicolare messaggi a sfondo sessuale (anche in maniera subliminale) ha reso gli uomini dipendenti dalle sensazioni ad essa connesse, ma li ha contemporaneamente isolati in un mondo irreale, li ha relegati nella solitudine e li ha posti in una condizione di sostanziale debolezza rispetto al Leviatano che si profila all’orizzonte, poiché l’assoluta libertà prelude sempre all’avvento della peggior schiavitù.

    Inoltre, è singolare come la controcultura sessantottina, anche per mezzo dei suoi esponenti di spicco nelle università (Marcuse, Adorno, Foucault ed altri) abbia tentato di legittimare ogni tipo di perversione e di vizio in nome della libertà sessuale, demolendo al tempo stesso la concezione cristiana di famiglia (fondata sul padre, ripudiato quale figura intrinsecamente autoritaria e fascista) e di femminilità: all’idea mariana della donna come madre e moglie, aggraziata, modesta e pudica, si è sostituita una femminilità infera e lasciva, quella della strega o della baccante, oppure una femminilità androgina che prevarica l’uomo e finisce per costituirne un surrogato. Ed ecco un altro indizio: si sa che l’individuo non può essere abbastanza solo e debole da poter essere dominato, fin quando può contare su Dio e sui propri famigliari.

    Naturalmente, alla cultura dello sballo, della sessuomania e del filo-satanismo sessantottino era necessaria un’ideologia che fungesse loro da paravento, quasi a voler normalizzare, rendere accettabile o addirittura istituzionalizzare le depravazioni e le bestialità della quale si faceva attiva promotrice: è in questo preciso momento che si realizza la saldatura tra la Nuova Sinistra (New Left) e la controcultura sessantottina: pacifismo radicale che rende gli uomini imbelli ed incapaci di reagire, ed ecologismo che porta dapprima al panteismo e in seguito ai culti pagani incentrati sulla natura, nonché al malthusianesimo (l’uomo sfrutta e rovina il pianeta, ergo è necessario ridurre la popolazione mondiale e controllarne la crescita con l’aborto, la contraccezione e l’eutanasia). Nondimeno, l’autore richiama quelli che furono i legami tra l’intellighenzia sessantottina e quell’ambiente politico della sinistra americana che poi, spostatosi verso destra, sarebbe andato a costituire il primo nucleo del movimento neo-conservatore: ad unire due mondi apparentemente distanti c’era la perfetta sintonia sulla necessità di “esportare” la democrazia liberale nel mondo, e con essa anche la sovversione sociale a base di sregolatezze e depravazione, o quantomeno la tolleranza nei confronti di queste.

    Finalmente si giunge alla fatidica domanda: com’è potuto succedere tutto questo? La risposta dell’autore è che il Sessantotto non fu, come pretende di essere, la reazione di una gioventù oppressa dalle norme sociali “fasciste”, dalla famiglia patriarcale o dal perbenismo borghese: il Sessantotto fu una rivoluzione calata dall’alto, diretta da quelli che l’autore definisce “Poteri Oscuri” e che collega al mondo dell’alta finanza iniziatica ed esoterica. Un’oligarchia di questo genere provvide a sussidiare gli pseudo-intellettuali, i circoli e le università che diffusero la controcultura e che coi loro scritti, le loro farneticazioni e la loro falsa filosofia avvelenarono le menti di un’intera generazione e della loro discendenza. Del resto, come giustamente fa notare il Fabbroni, non è un caso che la maggior parte dei movimenti socio-rivoluzionari dell’epoca ricevettero delle ingenti somme di denaro da parte di questi oligarchi della finanza. E non è casuale nemmeno il fatto che l’autore abbia scelto di sottotitolare la sua opera “Magie, veleni e incantesimi Spa”: quest’ultimo termine (sigla che sta per “Società Per Azioni”) rimanda al mondo degli affari, quindi degli interessi economici e della finanza. Proprio quel mondo che fu il primo responsabile ed istigatore del movimento sessantottino e particolarmente dei suoi affabulatori. Esattamente quel mondo che aveva tutto l’interesse ad esercitare un dominio assoluto ed incontrastato sulle masse e che, data la sua disponibilità di risorse materiali, aveva anche la possibilità di volgere gli eventi a proprio favore, pur rimanendo abilmente celata nell’ombra.

    Chi finanziò gli esperimenti della CIA sugli effetti delle droghe sulla mente umana? I governi, forse. Ma chi finanzia i governi, o per meglio dire i governanti? Nonché i leader, i partiti, i movimenti e quant’altro? Chi ha la disponibilità economica di farlo? La risposta vien da sé. In fondo, quello di diffondere droga in una certa società per indurla in uno stato comatoso, per privarla delle capacità di reazione, per poterla meglio manipolare, sfruttare e depredare dopo averla fatta scivolare in uno stato di totale degrado morale e psicologico, non è certo una tattica nuova: fu quello che fecero anche gli inglesi in Cina, con le Guerre dell’Oppio (1839-1842/ 1856-1860). Coloro che mossero e diedero vita al movimento sessantottino fecero ancora di più: non si limitarono a propinare sostanze psicotrope, ma ogni cosa che potesse pervertire la mente umana.

    Un altro fattore sul quale l’autore pone particolare enfasi è l’uso della psicologia sulle masse, parallelamente alla diffusione delle droghe: nessuno ignora le colpe degli apprendisti stregoni di questa disciplina, che invece di curare il disagio, le dipendenze e le turbe psichiche le avallarono, le normalizzarono, sostennero la necessità di dare libero sfogo alle proprie pulsioni disordinate ed imputarono la sofferenza al tentativo di reprimerle. Ebbene, non meno delle droghe, anche la psicologia venne utilizzata con fini manipolatori nei confronti dell’opinione pubblica, onde dirigerla gradualmente e silenziosamente verso i fini desiderati dal potere. Non per niente, a distanza di cinquant’anni, ci ritroviamo a vivere in una società dove si pensa sinceramente di non essere mai stati così liberi, quando in realtà non si fa che corrispondere a idee, gusti, mode e comportamenti preconfezionati, prestabiliti ed indotti da un “governo invisibile”, come lo definisce l’autore.

    Col Sessantotto – secondo la tesi dell’autore – si è assistito alla veemente eclissi del cristianesimo e dell’ordine da esso dato alla società, in favore dell’instaurazione del “dominio infero di Pan” (il lussurioso satiro della mitologia greca, stranamente simile, almeno nell’immaginario collettivo, al demonio, con tanto di corna e zoccoli caprini).

    Quale mente diabolica partorì questo scempio morale e culturale? I circoli letterari ed intellettuali – che più facilmente e comunemente vengono messi sotto accusa dai detrattori del Sessantotto – ebbero sicuramente un ruolo fondamentale nella diffusione della controcultura. Ma ben più oscure sono le trame all’origine delle idee che pervertirono intere società: sette luciferane, società magico-esoteriche, addirittura consorterie universitarie, attive in Inghilterra tra la fine dell’Ottocento e gli ultimi anni del Novecento, i cui membri hanno raggiunto quasi tutti la vetta del potere politico, economico-finanziario e culturale. Di nuovo si profilano all’orizzonte quei “Poteri Oscuri” ai quali l’autore ha sin da subito – e per più volte nel corso del libro – imputato la responsabilità morale del Sessantotto e della devastazione che ne fu la conseguenza. La “testa di Pan”, come la chiama l’autore, cioè la testa pensante che partorì e pose in essere in Sessantotto come fenomeno socio-culturale di massa, fu proprio quell’alta finanza e, in misura minore, quella pseudo-cultura dedita all’esoterismo iniziatico.

    In sintesi, il Sessantotto fu certamente una rivoluzione ma, come tutte le rivoluzioni, di spontaneo o di “improvvisato” non ebbe proprio nulla (sarebbe stato divertente vedere un manipolo di hippie col cervello obnubilato dalle droghe e l’anima abbruttita dalle turpitudini mettere tutto a soqquadro senza l’appoggio di “quelli che contano”). Come tutte le rivoluzioni non vennero poste in essere da masse esasperate per una qualsivoglia ragione. Come tutte le rivoluzioni ci fu una regìa occulta. Come tutte le rivoluzioni, il suo fine non era “liberare gli oppressi”, ma instaurare l’oppressione. All’origine della sovversione vi sono sempre personaggi, intenzioni ed interessi oscuri.

    Tutto quello che si può dire è che la controcultura sessantottina, facendo leva sulle cattive inclinazioni dell’uomo, sulle concupiscenze e sui vizi capitali, riuscì a depravare un’intera generazione, a farne dei tossicodipendenti, votati ad ogni genere di turpitudine e del tutto privi di valori morali, oltre che di capacità di raziocinio e di giudizio. Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi ai nostri giorni, a cinquant’anni di distanza: l’odierna società dove imperano l’imbecillità, la demenza più pura, la cretineria più assoluta e l’edonismo più sfrenato.

    Se l’intento dei “Poteri Oscuri” era quello di trasformare le varie società occidentali in delle masse di lobotomizzati, con comportamenti scimmieschi, interessati solo al denaro, al sesso e al telefono di ultima generazione, bisogna ammettere che hanno conseguito il loro obbiettivo. Il grande merito di Danilo Fabbroni è proprio quello di aver gettato un po’ di luce su queste trame – sulle quali ci sarebbe pure tanto altro da dire e molto altro da scoprire – contribuendo così a demolire il “mito” del Sessantotto come liberazione giovanile dalle norme sociali arcaiche, borghesi, patriarcali e fasciste. Il Sessantotto non ha aiutato l’umana società a progredire: al contrario, è stato una delle principali cause di regresso antropologico e di imbarbarimento. Siamo quel che siamo anche grazie al Sessantotto, ed ogni altra parola in questo senso è superflua.

    Gabriele Minotti

    PS

    Il libro costa 21 euro ed ha 311 pagine, può essere ordinato a:

    edizionisolfanelli@yahoou.it

    http://www.edizionisolfanelli.it/ilsessantotto.htm

    https://doncurzionitoglia.wordpress....l-sessantotto/

  7. #7
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    Predefinito Re: Contro il Sessantotto e il femminismo

    Con il 1968 sono apparsi tutti i fenomeni di decadenza che hanno distrutto la comunità così come era costituita secondo la Tradizione.

  8. #8
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    Predefinito Re: Contro il Sessantotto e il femminismo

    Voi che ne pensate del '68?

  9. #9
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    Predefinito Re: Contro il Sessantotto e il femminismo

    Contro il 1968 e contro il 1789.
    Sei d'accordo @IlWehrwolf?

    Il 1968 è esattamente come dici tu l'anno dell'avvento del progressismo nel mondo occidentale.

  10. #10
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    Predefinito Re: Contro il Sessantotto e il femminismo

    Citazione Originariamente Scritto da Europa Nazione Visualizza Messaggio
    Contro il 1968 e contro il 1789.
    Sei d'accordo @IlWehrwolf?

    Il 1968 è esattamente come dici tu l'anno dell'avvento del progressismo nel mondo occidentale.
    Condivido pienamente. Il 1968 è l'anno in cui il progressismo e le sue deleterie idee si "scatenano" nel mondo e, soprattutto, in Europa.
    Tutti i nostri atavici valori cominciano ad essere sovvertiti dai disvalori della dissoluzione.
    Non a caso il libro di Valli vede i "fratelli maggiori" come radice della devastazione sessantottina.

 

 
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