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  1. #1
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    Predefinito Fini un leader? Neppure il cognato...

    ....gli dà retta!

    Eccolo trovato l’uomo forte di Futuro e libertà, quello più abile di tutti, che comanda, decide e ha l’ultima parola: Giancarlo Tulliani.
    I ruoli si sono invertiti, fatalmente, se mai sono stati diversi.
    Non è più lui ad essere il cognato di Fini, ma è Fini che, a questo punto, passerà come cognato di Giancarlo (tra l’altro, da ferrarista, ha ottimi agganci con Montezemolo, per l’eventuale terzo polo).

    Si conferma la diagnosi di Sgarbi: probabilmente abbiamo sopravvalutato Fini, sicuramente abbiamo sottovalutato i Tulliani.
    L’ultima è questa, tanto per capire che clima si respira in famiglia.
    Il leader (ma solo fuori casa) di Fli ha preso un grave impegno con la nazione, mettendoci la faccia e anche il resto.
    Dopo aver scoperto, con suo profondo sbigottimento, che nella casa venduta dalla ex An si era insinuato, all’insaputa dell’intera ex An, suo cognato, Fini ha perso completamente le staffe.
    «Non potevo certo costringerlo ad andarsene - ha spiegato, lasciando intendere terribili scene da pater familias -, ma certo gliel’ho chiesto e con toni tutt’altro che garbati. Spero lo faccia, non fosse altro che per restituire un po’ di serenità alla mia famiglia».

    Ecco, a occhio e croce neppure su questo il povero Fini avrà diritto ad uno straccio di serenità.
    Se l’è lasciato sfuggire l’avvocato dei Tulliani, Izzo, raggiunto dal Corriere: «No, io non penso che lo lascerà (l’appartamento, ndr)», ha detto il legale, facendo verosimilmente le veci del ferrarista italo-monegasco.
    Il quale, par di capire, non si sogna neppure di mollare l’appartamento avito (si fa per dire), tra l’altro così finemente ristrutturato e arredato. Che volete che sia un mistero che da due mesi tiene inchiodato Gianfranco Fini, mette in subbuglio il primo partito del Paese, terremota la credibilità della terza carica dello Stato, con richieste di dimissioni e imbarazzati messaggi pubblici di chiarimento?
    Problemi del cognato (inteso come Fini), non del leader Giancarlo, l’uomo forte del nuovo partito finiano.

    D’altra parte se Gianfranco si vanta d’essere presidente della Camera, Giancarlo può vantarsi di essere già presidente di camera, ingresso, soggiorno, bagno e posto auto.
    Non c’è gara.
    Tuttavia si impone una domanda inquietante: se Fini non governa in casa sua, come farebbe a governare una nazione?
    E c’è una seconda considerazione, che aggiunge altra inquietudine al quadretto già ansiogeno. Parliamo di un personaggio che le riserve della Viterbese chiamavano «Elisabbetto», per significare quanto dovesse all’intercessione della sorella.
    Ma se dunque Giancarlo si fa un baffo degli ordini di Fini, scavalcandolo, ma poi dipende in toto dalle fortune della sorella, ne consegue che qui il vero leader di tutto quanto è Elisabetta, neppure Giancarlo, che comanda semmai per interposta Tulliani.
    Che sia l’uno o l’altra, una cosa è certa: Fini è solo la terza carica della famiglia, le prime due sono loro.

    Come leader, Giancarlo Tulliani - gli va riconosciuto - è uno molto operativo.
    In pochissimo tempo è riuscito ad accreditarsi in Rai come produttore televisivo, pur avendo dimestichezza, fino a poco prima, solo col telecomando. È riuscito a strappare per sua madre un contratto con RaiUno da 8.120 euro a puntata.
    È riuscito a farsi una casa (in affitto, certo) a Montecarlo, e pure la Ferrari 458, più o meno primo possessore in Italia grazie al prestigio personale.
    E poi è riuscito nell’impresa impossibile: non spiegare niente, per due mesi, di una faccenda su cui mezza Italia, Fini compreso, chiedeva spiegazioni.
    Un leader capace, operoso, e che sa dosare le parole.

    Però, dall’altro supposto leader, e aspirante premier, ci si aspettava un polso un po’ più fermo.
    Invece qui è Fini il soccombente.
    Questo cognato gliene ha combinate di tutti i colori, lo ha messo nel peggior pasticcio di tutta la sua carriera, non gliel’ha raccontata giusta, gli ha nascosto due o tre cosette tra cui, dettaglio insignificante, il fatto di occupare l’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte, lo ha infine costretto a riconoscersi coram populo una certa dose di «ingenuità», ammissione inaudita per un politico navigato come l’ex presidente di An, incidentalmente impegnato in una scalata al centrodestra italiano.
    Ma se ci si fa raggirare - domanderebbero i più cinici, rimestando il fango - da un giovanotto di belle speranze e ottime residenze come Tulliani, che genere di disastri si potrebbero combinare una volta eletti premier raggirabili?
    Intanto, trema già dalla poltrona di presidente della Camera.
    «Mi dimetterò, se si scoprirà che la casa è di Tulliani».

    Si è scoperto, ma non è successo nulla.
    Ovvio, manca il placet del leader Tulliani.

    Paolo Bracalini da pg 1 e pg 7 de ilgiornale.it del 04 10 2010

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Rif: Fini un leader? Neppure il cognato...

    Se fini fosse stato un leader avrebbe sfanculato b. dopo la sceneggiata del predellino...ma sappiamo tutti com'è andata.
    Documentario mai visto in Italia....nn è difficile capire perchè....

    http://video.google.it/videoplay?doc...entario&hl=en#

  3. #3
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    Predefinito Rif: Fini un leader? Neppure il cognato...

    Il caso Montecarlo. Irrompe lo *spione* Genchi.

    Servizi segreti e servizietti pubblici: l’ultima frontiera della teoria del complotto di cui Gianfranco Fini sarebbe vittima diventa lo studio di Lucia Annunziata su Rai3, che ieri a «In mezz’ora» ha invitato, a sorpresa, il vicequestore ed ex consulente informatico (per il suo archivio di intercettazioni è indagato) e «simpatizzante» dell’Idv, Gioacchino Genchi.
    Uno che domenica scorsa la stessa Annunziata, per capire, aveva definito «inquietante».

    Tema della puntata, la «macchina del fango».
    E quale è il miglior modo di cominciare una puntata che parla di minacce e dossieraggi? «
    Evocare» un’intercettazione.

    «Cominciamo - attacca infatti l’Annunziata, rivolta a Genchi - da una questione: Fini, il dossier di Fini, il nome di Lavitola, direttore dell’Avanti!.
    Le devo confessare che mentre preparavo la puntata con lei ho sentito un’intercettazione.
    Non la possiamo far sentire qui perché come sapete non è legale.
    Io l’ho sentita, e c’è una telefonata tra Lavitola e un’altra persona di cui non rivelerò il nome, in cui appunto si parlava già di come riportare L’Avanti nell’area berlusconiana, si facevano nomi, si davano giudizi neanche sotto tortura dirò i nomi e i giudizi. Però l’ho sentita, e la cosa più interessante di quest’intercettazione - che non mi ha dato Genchi, lo dico a chi ci ascolta - è che è del 2005, quindi se c’è una macchina del fango che lavora intorno a Lavitola è dal 2005».

    Roba forte, l’«intercettazione raccontata».
    Dove sia stata pescata però non è dato sapere né l’Annunziata ha spiegato a quale procedimento sarebbe relativa, chi sarebbe indagato e per quale ipotesi di reato.
    E nemmeno è chiaro quale attinenza abbia quella telefonata con le vicende degli ultimi giorni, considerato che la stessa conduttrice ne rivela un contenuto squisitamente politico: avvicinare a Berlusconi un quotidiano già d’area Pdl (come del resto ha più tardi sottolineato lo stesso Lavitola in una nota).
    Che cosa c’entra la macchina del fango?

    Ma è l’intera trasmissione, alla quale interviene anche il senatore del Pd Luigi Zanda, a sostenere una tesi piuttosto arbitraria: ossia che i dossieraggi siano una sorta di «cifra stilistica» del governo Berlusconi, rivolti anche contro lo stesso premier.
    Che, butta lì Genchi, «rischia di essere sotto ricatto».
    Sull’affaire monegasco in sé, nemmeno una parola.
    Se non per dire «a merito di Fini» e per bocca di Genchi che gli uomini della «zona grigia» su questa storia «abbiano commesso errori», «non trovando di più e di meglio».

    Un filo surreale che corre lungo l’intera «mezz’ora», nel corso della quale è ancora Genchi a tirare in ballo Lavitola, quando l’Annunziata gli chiede conto del ruolo nella vicenda dell’editore:
    «Certamente ha agito su mandato di qualcuno, è andato in uno Stato, chiamiamolo Stato, in cui l’assessore alla polizia urbana magari si chiama ministro, ha avuto delle entrature».
    Ma la prova della «patacca», incalza l’Annunziata?
    «La tecnica - illumina Genchi - non è creare un dossier falso con presupposti artefatti. I dati oggettivi ci sono».
    Ma appunto, per Genchi, veri o falsi che siano i documenti Lavitola ha un «mandante», perché L’Avanti non può permettersi un jet privato, anzi, «probabilmente ha difficoltà ha pagare un fattorino per portare al macero le copie che non si vendono».
    Ed è ancora Genchi che, commentando l’ipotesi che in azione ci siano apparati di intelligence internazionali, critica la politica estera di Berlusconi, «appiattita tra Libia, Putin e ora Saint Lucia», il cui ministro della Giustizia, gigioneggia Genchi con far dipietrista, «in tre giorni ha fatto per Berlusconi quello che Alfano non è riuscito a fare in anni».

    Tra teorie del complotto, macchine del fango e zone grigie, sempre l’ex consulente informatico di De Magistris tira fuori l’ultimo indiretto accenno alla vicenda della casa: un’altra sorpresina per Lavitola, spiegando che «nell’ultima indagine a cui stavo partecipando» avrebbe «trovato contatti» tra un «funzionario portato nei servizi di sicurezza da questo governo» e l’editore direttore dell’Avanti.

    Roba che scotta?
    Genchi fa subito un prudente passetto indietro: «Non volevamo arrestare Lavitola, ma chiedere perché si sentono».
    Finale col totofango: a chi i prossimi dossier?
    L’Annunziata azzarda: Casini, Napolitano? Genchi concorda. Zanda salva il capo dello Stato.
    Tutto in mezz’ora, mica male.

    Massimo Malpica a pg. 6 de ilgiornale.it 04 10 2010

    saluti

 

 

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