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    L’itinerario di Knut Hamsun

    1 gennaio 2000

    Autore: Robert Steuckers





    Knut Hamsun: una vita che attraversa circa un secolo intero, che si estende dal 1859 al 1952, una vita che ha camminato tra le prime manifestazioni dei ritmi industriali in Norvegia e l’apertura macabra dell’era atomica, la nostra, che comincia a Hiroshima nel 1945. Hamsun è dunque il testimone di straordinari cambiamenti e, soprattutto un uomo che insorge contro l’inesorabile scomparsa del fondo europeo, del Grund in cui si sono poggiati tutti i geni dei nostri popoli: il mondo contadino, l’umanità che è cullata dalle pulsazioni intatte della Vita naturale.

    “una fibra nervosa che mi unisce all’universo”

    Questo secolo di attività letteraria, di ribellione costante, ha permesso allo scrittore norvegese di brillare in ogni maniera: di volta in volta, egli è stato poeta idilliaco, creatore di epopee potenti o di un lirismo di situazione, critico audace delle disfunzioni sociali dello “stupido XIX secolo”. Nella sua opera multi-sfaccettata, si percepiscono pertanto al primo sguardo alcune costanti principali: un’adesione alla Natura, una nostalgia dell’uomo originario, dell’uomo di fronte all’elementare, una volontà di liberarsi dalla civilizzazione moderna essenzialmente meccanicista. In una lettera che egli scrive all’età di ventinove anni, scopriamo questa frase così significativa: “Il mio sangue intuisce che ho in me una fibra nervosa che mi unisce all’universo, agli elementi”.

    Hamsun nasce a Lom-Gudbrandsdalen, nel sud della Norvegia, ma trascorre la sua infanzia e la sua adolescenza a Hammarøy nella provincia del Nordland, al largo delle Isole Lofoten e al di là del Circolo Polare Artico, una patria da lui mai rinnegata e che sarà lo sfondo di tutta la sua immaginazione romanzesca. È una vita rurale, in un paesaggio formidabile, impressionante, unico, con gigantesche falesie, fiordi grandiosi e luci boreali; sarà anche l’influenza negativa di uno zio pietista che condurrà assai presto il giovane Knut a condurre una vita di simpatico vagabondo,di itinerante che esperimenta la vita in tutte le sue forme.

    Il destino di un “vagabondo”

    Knut Pedersen (vero nome di Knut Hamsun) è figlio di un contadino, Per Pedersen che, a quarant’anni, decide di abbandonare la fattoria che appartiene alla sua famiglia da più generazioni, per andare a stabilirsi a Hammarøy e diventare sarto. Questo cambiamento, questa uscita fuori dalla tradizione familiare, fuori da un contesto pluricentenario, provoca l’indigenza e la precarietà in questa famiglia scossa e il giovane Knut, a nove anni, si vede affidato a questo zio severo, di cui abbiamo appena parlato, uno zio duro, puritano, che detesta i giochi, anche quelli dei figli e picchia duro per farsi obbedire. È dunque a Vestfjord, presso questo zio puritano, predicatore, cultore della teologia moralizzante, che Knut Hamsun incontrerà il suo destino di vagabondo.

    Per sfuggire alla rudezza ed alla brutalità di questo predicatore evangelico che picchia per il bene di Dio, che interrompe le risate che, senza dubbio, sono ai suoi occhi l’anticamera del peccato, il giovane Knut si chiude in se stesso e si rivolge alla foresta del Grande Nord, così spoglia, ma circondata da paesaggi talmente fiabeschi… La dialettica hamsuniana dell’io e della natura prende corpo nei rari momenti in cui lo zio non fa sgobbare il ragazzo per recuperare la spesa di qualche uovo e di un pezzo di pane nero.

    La prima opera: Misteri

    Questa vita, tra la Bibbia e i ceffoni, Knut la vivrà cinque anni; a quattordici anni in effetti egli fa le valige e ritorna a Lom, nel natale sud, dove diviene impiegato di commercio. Comincia la vita itinerante: Hamsun acquisisce la sua “caratteristica”, quella di essere un “vagabondo”. Dai quindici ai diciassette anni, egli errerà nel Nord e venderà agli autoctoni ogni tipo di mercanzie, come Edevart, personaggio del suo celebre romanzo I Vagabondi. A diciassette anni, egli impara il mestiere di calzolaio e scrive la sua prima opera: Misteri. Diventa una celebrità locale e passa al grado di impiegato, poi di istitutore. Un ricco commerciante lo prende sotto la sua protezione e gli procura una somma di denaro perché possa continuare a scrivere. Così nasce nel 1879, una seconda opera, Frida, che gli editori rifiutano. La speranza di diventare scrittore svanisce, malgrando un tentativo di entrare in contatto con Björnson…

    Comincia allora un nuovo periodo di vagabondaggio: Hamsun è sterratore, cantastorie, capomastro in una cava, etc…, e le sue sole gioie sono i balli del sabato sera. Nel 1882, a 23 anni, parte per l’America dove la vita sarà assai più difficile che in Norvegia e dove Hamsun sarà di volta in volta guardiano di porci, impiegato di commercio, aiuto muratore e commerciante di legname. A Minneapolis, egli vivrà giorni migliori in una comunità di predicatori “unitariani”, di Norvegesi, immigrati come lui in America. Questa posizione gli permette di tenere regolarmente conferenze su diversi temi letterari: là il suo stile si afferma e questo giovane, di bell’aspetto, energico e forte, trasforma le sue delusioni e i suoi rancori in sarcasmo ed in uno humour feroce, colorito, in cui emerge quel genio che non sarà riconosciuto che alcuni anni dopo.

    La fame in una mansarda di Copenaghen

    Dopo un breve ritorno in Norvegia, egli ritorna in America e vive a Chicago dove fa il bigliettaio di tram. Questo secondo soggiorno americano non dura che qualche anno e, definitivamente deluso, rientra in Scandinavia. Si installa a Copenaghen, in una squallida mansarda, con la fame che gli attanaglia le viscere. Questa fame, questa miseria che gli attacca alla pelle, lo renderà celebre in un batter d’occhio. Dimagrito, mezzo barbone, egli presenta una bozza di romanzo, scritto nella sua mansarda danese, a Edvard Brandes, fratello di Georg Brandes, amico danese ed ebreo di Nietzsche, grande critico del cristianesimo pauliniano, presentato come antenato del comunismo livellatore. Georg Brandes fa uscire questo abbozzo anonimamente nella rivista Ny Jord (“Terra Nuova”) ed il pubblico si entusiasma, i giornali reclamano testi di questo autore sconosciuto e così affascinante. L’era delle vacche magre è definitivamente terminata per Hamsun, a 29 anni. Fame descrive le esperienze dell’autore confrontate con la fame, i fantasmi che essa fa nascere, i nervosismi che essa suscita… Questo scritto d’introspezione colpisce le tecniche letterarie in voga. Esso coniuga romanticismo e realismo. E Hamsun scrive: “Quello che mi interessa è l’infinita varietà di movimenti della mia piccola anima, l’estraneità originale della mia vita mentale, il mistero dei nervi in un corpo affamato!…”. Quando Fame esce in forma di libro nel 1890, il pubblico scopre una nuova giovinezza dello scrivere, uno stile completamente nuovo, impulsivo, capriccioso, di un’infinita finezza psicologica, trasmesso da una scrittura viva, abbellita dalle forme sorprendenti in cui si esprime lo humour sarcastico, vitale, costruito di audaci paradossi, che Hamsun aveva già palesato nelle sue prime conferenze americane. Fame rivela anche un individualismo nuovo, giovanile e fresco. Hamsun scrive che i libri ci devono insegnare “i mondi segreti che si fanno, fuori dalla vista, nelle pieghe nascoste dell’anima, … quei meandri del pensiero e del sentimento; quegli andirivieni estranei e fugaci del cervello e del cuore, gli effetti singolari dei nervi, i morsi del sangue, le preghiere delle nostre midolla, tutta la vita inconscia dell’anima”. La fine del secolo deve lasciare posto all’individualità e alle sue originalità, alle complessità che non corrispondono ai sentimenti e all’anima dell’uomo moderno. Complessità che non sono stereotipate in abitudini gravose, nelle routine borghesi ma vagabondano e vedono, grazie al loro completo distacco, le cose nella loro nudità. Questo rapporto diretto con le cose, questo aggiramento delle convenzioni e delle istituzioni, permette l’audacia e la libertà di aggrapparsi all’essenziale, alle grandi forze telluriche e vieta il ricorso ai piccoli piaceri stereotipati, al turismo convenzionale. L’individuo che vagabonda tra se stesso e la Terra onnipresente non è l’individuo-numero, perduto in una massa amorfa, privo di ogni legame carnale con gli elementi.

    In Fame, l’affamato si distacca dunque totalmente dalla comunità degli uomini; la sua interiorità ripiega su se stessa come quella del bambino Hamsun che vagabondava nella foresta, errava nel cimitero o si piazzava in cima ad una collina per assorbire le bellezze del paesaggio. L’affamato non sviluppa alcun rancore né rivendicazione contro la comunità degli uomini; egli non l’accusa. Si limita a constatare che il dialogo tra sé e questa comunità è divenuto impossibile e che solo l’introspezione è arricchimento.

    Da queste impressioni di affamati, dall’impossibilità del dialogo individuo/comunità, decolla tutta l’antropologia che ci suggerisce Hamsun. Perché è senza dubbio inutile passare in rassegna la sua biografia, enumerare tutti i libri da lui scritti, se si passa a lato di questa implicita antropologia, onnipresente in tutta la sua opera. Se si trascura di darne una traccia, sia pure fugace, non si comprende nulla del suo messaggio metapolitico né del suo successivo impegno militante accanto a Quisling.

    La società urbana, industriale, meccanizzata, pensa e afferma Hamsun, ha distrutto l’uomo totale, l’uomo intero, l’odalsbonde della tradizione scandinava. Essa ha distrutto i legami che uniscono ogni uomo totale agli elementi. Risultato: il contadino, strappato alla sua gleba e scagliato nelle città perde la sua dimensione cosmica, acquisisce sterili manie, i suoi nervi non sono più in comunione con l’immanenza cosmica e si agitano sterilmente. Se si parla in linguaggio heideggeriano, si può dire che il senso di abbandono urbano, modernista, precipita l’uomo nell’”inautenticità”. Sul piano sociale, la rottura dei legami diretti e immediati, che l’uomo rimasto integro mantiene con la natura, conduce ad ogni sorta di comportamento aberrante o all’errare, al vagabondaggio febbrile dell’affamato.

    Gli eroi hamsuniani, Nagel di Misteri, soprannominato lo “straniero dell’esistenza”, e Glahn di Pan, sono delle comete, delle stelle strappate alle loro orbite. Glahn vive in comunione con la natura, ma dei capricci urbani, incarnati dall’immagine di Edvarda, donna fatale, gli fanno perdere questa armonia e lo portano al suicidio, dopo un viaggio nelle Indie, cerca assai febbrile quanto inutile. Entrambi vivono il destino di questi vagabondi che non hanno la forza di ritornare definitivamente alla terra o che, per stupidità, lasciano la foresta che li aveva accolti, come aveva fatto Hamsun all’epoca del suo breve sogno americano.

    Il vero modello antropologico di Hamsun è Isak, l’eroe centrale de Il Risveglio della Gleba: Isak vive nei suoi campi, spinge il suo aratro, sviluppa la sua attività, persegue il suo compito, nonostante le elucubrazioni della sua sposa, le sciocchezze di suo figlio Eleseus che vegeta in città, si rovina e sparisce in America, nonostante l’impianto temporaneo di una miniera vicino al suo podere. Il mondo delle illusioni moderne turbina attorno ad Isak che resiste imperturbabile e vince. La sua impermeabilità naturale, tellurica, nei confronti delle manie moderne, gli permette di lasciare a suo figlio Sivert, il solo figlio che gli rassomigli, una fattoria ben organizzata e con un avvenire sicuro. Né Isak né Sivert sono “morali” nel senso puritano e religioso del termine. La natura che dà loro forza e consistenza non è una natura ideale, costruita, alla moda di Rousseau, ma una compagna dura; essa non è un modello etico, ma la sorgente primaria verso la quale ritorna il vagabondo che il modernismo ha distaccato dalla sua comunità e condannato alla fame nei deserti urbani.

    E’ dunque nel vagabondaggio, nelle innumerevoli esperienze esistenziali che il vagabondo Hamsun ha vissuto tra i 14 e i 29 anni, nella coscienza che questo vagabondaggio è stato causato da queste illusioni moderniste che perseguitano i cervelli umani dell’età moderna e li spingono scioccamente a costruire dei sistemi sociali che escludono totalmente gli uomini originali; è in tutto questo che si è forgiata l’antropologia di Hamsun.

    Prima di far uscire Fame, Hamsun aveva pubblicato una requisitoria contro l’America, paese dell’errare infruttuoso, paese che non racchiude alcuna terra in cui ritornare quando pesa l’erranza. Questo antiamericanismo, esteso ad un’ostilità generale verso il mondo anglosassone, rimarrà una costante nei sentimenti para-politici di Hamsun. La sua successiva critica del turismo di massa, principalmente anglo-americano, è un’eco di questo sentimento, abbinato all’umiliazione del fiero norvegese che vede il suo popolo trasformato in una popolazione di cameriere e di baristi.

    Se questo pamphlet antiamericano, Fame, Pan, Victoria, Sotto la stella d’autunno, Benoni, ecc., sono le opere del primo Hamsun, del vagabondo ribelle e impetuoso, dello sradicato anche se conosce la propria intima ferita, il romanzo Un vagabondo suona in sordina (1909), che esce quando Hamsun raggiunge i cinquant’anni, segna una transizione. Il vagabondo di mezzo secolo guarda al suo passato con tenerezza e rassegnazione; egli ormai sa che è passata l’epoca dei sentimenti ardenti e adotta uno stile meno folgorante e meno lirico, più posato, più contemplativo. In compenso, il soffio epico e la dimensione sociale acquisiscono un’importanza maggiore. L’ambiente sofferto di Fame, il lirismo di Pan cedono il posto ad una critica sociale acuta, priva di ogni concessione.

    E pure a 50 anni, nel 1909, che Hamsun si sposa per la seconda volta (un primo matrimonio era fallito) con Marie Andersen, di 24 anni più giovane, che gli darà numerosi figli e rimarrà al suo fianco fino alla fine. Il vagabondo diviene sedentario, ritorna contadino (Hamsun acquista diverse fattorie, prima di stabilirsi definitivamente a Nörholm), ritrova il suo angolo di terra e vi si attacca. L’avvenimento biografico si ripercuote nell’opera e l’innocente anarchico si spoglia dei suoi eccessi e si colloca nel suo “ideale”, quello incarnato da Isak. La trama de Il Risveglio della Gleba, è la coniugazione del passato vagabondo e del reintrecciarsi in un territorio, la dialettica tra l’individualità errante e l’individualità che fonda una comunità, tra l’individualità che si lascia sedurre dalle chimere urbane e moderne, dagli artifici ideologici e disincarnati, e l’individualità che porta a compimento il suo impegno, imperturbabilmente, senza lasciare la Terra degli occhi. La potenza di questi paradossi, di queste opposizioni, vale ad Hamsun il Premio Nobel della Letteratura. Il Risveglio della Gleba, con il suo personaggio centrale, il contadino Isak, costituisce l’apoteosi della prosa hamsuniana.

    Vi si ritrova quella volontà di ritorno all’elementare che sostenevano specialmente Friedrich-Georg Jünger e Jean Giono.

    Il modello antropologico hamsuniano corrisponde anche all’ideale contadino del “movimento nordico” che muove la Germania e i paesi scandinavi dalla fine del XIX secolo e che, in seguito, i nazionalsocialisti Darré e von Leers incarnano nella sfera politica. Negli anni 20 si affermano dunque in Hamsun tre opinioni politicizzabili:

    1) il suo antiamericanismo e la sua anglofobia,

    2) il suo astio nei confronti dei giornalisti, propagatori delle illusioni moderniste (Cf. Il redattore Lynge) e

    3) la sua implicita antropologia, rappresentata da Isak.

    A questa si aggiunge una frase, tratta dai Vagabondi: “Nessun uomo su questa terra vive di banche e industria. Nessuno. Gli uomini vivono di tre cose e di nient’altro: del grano che spunta nei campi, del pesce che vive nel mare e degli animali ed uccelli che crescono nella foresta. Di queste tre cose”. Qui è facile tracciare il parallelo con Ezra Pound ed il suo maestro, l’economista anarchizzante Silvio Gesell, per quel che concerne l’ostilità nei confronti delle banche. L’odio verso il meccanicismo industriale lo ritroviamo in Friedrich-Georg Jünger. E Hamsun non anticipa Baudrillard nello stigmatizzare i “simulacri”, che costituiscono la caratteristica delle nostre società dei consumi?

    Davanti a questa offensiva del modernismo, bisogna, scrive Hamsun a 77 anni, in Il cerchio si chiude (1936), stare ai margini, essere un enigma costante per coloro che aderiscono alle seduzioni del mondo mercantile.

    I quattro temi ricorrenti del discorso hamsuniano e la presenza ben ancorata nel pensiero norvegese dei miti romantici e nazionalisti del contadino e del vikingo, conducono Hamsun ad aderire al Nasjonal Sammlung di Vidkun Quisling, il leader populista norvegese. Questi opta nel 1940 per un’alleanza con il Reich che occupa fulmineamente il paese con la campagna d’aprile, in quanto la Francia e l’Inghilterra sono sul punto di sbarcare a Narvik e di violare simultaneamente la neutralità norvegese al fine di tagliare la strada del ferro svedese. Durante tutta la guerra, Quisling vuole formare un governo norvegese indipendente, incluso in una confederazione grande-germanica, alleata con una Russia sbarazzata dal sovietismo, in seno ad un’Europa in cui l’Inghilterra e gli Stati Uniti non avranno più alcun diritto d’intervento.

    La “collaborazione” di Hamsun consiste nel difendere con la penna quella politica, quella versione del nazionalismo norvegese, e nello spiegare il suo impegno durante un congresso di scrittori nel 1943 a Vienna. Hamsun viene arrestato nel 1945, internato in un istituto per alienati, poi in un ospizio per anziani e infine portato davanti alla giustizia. Nel corso di questo penoso periodo, il nonagenario Hamsun redige la sua ultima opera, Sui sentieri dove ricresce l’erba (1946). Una lettera di Hamsun al Procuratore Generale del Regno merita ancora la nostra attenzione perché il tono che egli vi adotta è altero, beffardo, condiscendente: prova che lo spirito, le letteratura, il genio letterario, trascendono, anche nella peggiore avversità, il lavoro spregevole e mediocre dell’inquisitore. Hamsun il Ribelle, vecchio e prigioniero, rifiuta ancora di inchinarsi davanti a un Borghese, sia pure il supremo magistrato del regno. Un esempio…



    L'itinerario di Knut Hamsun | Robert Steuckers

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  2. #2
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    Predefinito Rif: L'itinerario di Knut Hamsun - Profondo Nord






    Nato nel 1859, figlio di contadini, trascorse gran parte della giovinezza nel Norland, il cui grandioso scenario naturale fa da sfondo a tanta parte della sua opera. Autodidatta, seguì presto, senza successo, la vocazione letteraria. Dopo aver provato ogni sorta di mestiere, da mandriano a merciaio ambulante, a calzolaio, a commesso e controllore di biglietti del tram in America, con la pubblicazione di Fame (1890) segna una svolta nella letteratura norvegese ed europea. Nasce qui il prototipo dell’eroe-viandante, espressione di anarchica libertà dell’individuo, ma anche di invincibile solitudine e raggelante percezione del nulla. Il successo e il Premio Nobel nel 1920 sono oscurati in vecchiaia dall’infausta adesione al nazismo. Muore nel 1952.


    Iperborea - KNUT HAMSUN

  3. #3
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    Predefinito Rif: L'itinerario di Knut Hamsun - Profondo Nord







    Knut Hamsun
    Knut Hamsun nacque a Lom [Gudbrandsdal] nel 1859 (morì a Noerholm nel 1952), di origini contadine, trascorse gran parte della giovinezza nel Norland, il cui grandioso scenario naturale fa da sfondo a tanta parte della sua opera. Autodidatta, seguì presto, senza successo, la vocazione letteraria. Fece diversi mestieri sia in Norvegia che negli Stati Uniti, dove trascorse alcuni anni: da mandriano a merciaio ambulante, a calzolaio, a commesso e controllore di biglietti del tram in America. Dopo vari tentativi giunse al successo letterario con il racconto autobiografico Fame (1890). In esso Hamsun dichiarava la sua poe tica, rifiutando la rappresentazione realistica e positivistica della società e esaltando la vita inconscia dell'anima, il sogno, il mistero. Il romanzo segnò una rivoluzione nella produzione letteraria norvegese e ebbe forti influenze anche in Europa: nasce qui il prototipo dell’eroe-viandante, espressione di anarchica libertà dell’individuo, ma anche di invincibile solitudine e raggelante percezione del nulla. Fu seguito da Misteri (1892) il cui protagonista è permeato di spirito nietzscheiano. Pan (1894) è una esaltazione romantica del ritorno alla natura misteriosa e arcana del Nord. Nel 1904 Hamsun pubblicò una raccolta di poesie, Il coro selvaggio ispirate alla natura e all'amore, e il romanzo Fanatici che aprì una nuova fase nella sua narrativa: alla polemica subentrava l'umorismo, e una certa rassegnazione. Segnato dal rimpianto per la civiltà contadina che scompare è il suo capolavoro, Il risveglio della terra (1917), per cui ebbe il nobel nel 1920.

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    L'ultima grande prova di Hamsun è stata la trilogia Vagabondi (1927), Augusto (1930), Ma la vita continua (1933), il cui protagonista richiama il Peer Gynt ibseniano.
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    Con l'occupazione nazista Hamsun si schierò con il regime di Quisling. Accusato di tradimento, dopo la sconfitta nazista, fu rinchiuso in una casa di cura (1945-1948), processato e privato dei beni.
    Le motivazioni del premio nobel: "for his monumental work, Growth of the Soil".



    Antenati: Knut Hamsun

  4. #4
    Avamposto
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    Knut Hamsun, di Lars Frode Larsen



    Knut Hamsun è nato il 4 agosto 1859 a Garmo, uno sperduto villaggio di montagna sulla sponda occidentale del lago Vågå ed e' morto nella casa di campagna Nørholm, vicino a Grimstad, nella notte del 19 febbraio 1952. Una vita durata 92 anni e 6 mesi, iniziata all'epoca delle carrozze a cavallo e terminata nell'era della bomba atomica. Una vita piena di inquietudine e difficolta' ma al tempo stesso ricca di contenuto, e soprattutto al servizio della parola.
    Si e' tentati di chiedersi se sia possibile trovare un "leitmotiv" della sua vita, un qualcosa che possa collegare tutti i singoli eventi in un tutto significativo. Alcuni critici hanno cercato di ridurre quella maratona che la vita di Hamsun e' stata ad un banale sprint di 100 metri nazista, pensando in questo modo di poter forgiare una chiave adatta a penetrare l'"enigma" Knut Hamsun. Ma la chiave è di poca utilita', non entra bene nella serratura. L'unico mezzo veramente utile per colui che desidera capire a fondo Hamsun sono le sue opere, ovvero cercare di comprendere il suo rapporto con le parole. Usare come punto di partenza la teoria che Knut Hamsun abbia scritto i suoi libri al fine di servire una particolare ideologia o per guadagnarsi da vivere vuol dire partire col piede sbagliato. Il suo fine non era nemmeno il grande piacere che avrebbe ottenuto divertendo il prossimo con delle belle storie, nemmeno l'indignazione morale e il senso del dovere, nè la vanità, l'ambizione sociale, il desiderio di essere acclamato e famoso. Tutti questi elementi possono essere stati determinanti per Hamsun nella "scelta" della carriera, e possono anche avere avuto un'importanza diversa in vari momenti della sua carriera. Nessuno di essi, comunque, ha rappresentato la forza trainante dietro la sua attività di scrittore. Piuttosto che avere scelto la carriera di scrittore, Hamsun senti' probabilmente che era lui ad essere stato scelto per questa. Ha dovuto soccombere ad una necessità interna, un imperativo che l'ha condannato al lavoro perpetuo di scrittore. Se mai nella storia della letteratura norvegese l'uso del termine "vocazione" è giustificato, questo deve esserlo nel caso di Hamsun.
    Il suo talento creativo, il poter scrivere di per sè divenne, allora, di significato cruciale per Hamsun: era la sua alfa e la sua omega. Oscar Wilde scrisse in una lettera che "per un artista, l'espressione è il solo modo con il quale può concepire la vita". Come per Wilde, anche per Hamsun lo scrivere divenne una specie di affermazione che era ancora vivo.
    Fin dalla gioventu', Hamsun era attratto dalle possibilità di espressione fornite dalle parole e dalla lingua, e dalle loro vite segrete. Nel 1888, due anni prima di raggiungere il successo con "Fame" (Sult), scrisse in un articolo: "La lingua deve risuonare con tutte le armonie della musica. Lo scrittore deve sempre, in ogni occasione, trovare la parola palpitante che cattura la cosa e che è capace di ferire la sua anima fino alle lacrime per la sua esattezza. La parola può essere trasformata in un colore, in un suono, in un odore. E' compito dello scrittore usarla in modo tale affinchè la parola sia efficace, mai errata, e non rimbalzi. Lo scrittore deve essere capace di divertirsi e di inebriarsi nell'abbondanza delle parole. Deve conoscere non solo la forza diretta della parola ma anche quella segreta. Vi sono ipertoni e sottotoni in una parola ed anche echi laterali".
    Il predicatore e scrittore Kristofer Janson, che aveva conosciuto Hamsun da ragazzo, scrisse di lui che non aveva mai incontrato una persona con la stessa "passione patologica per la bellezza estetica" come Hamsun. "Poteva fare salti di gioia ed entusiasmarsi per un giorno intero per un aggettivo originale, particolarmente espressivo, che aveva trovato in un libro o aveva creato lui stesso."
    Marie Hamsun, sposata allo scrittore per più di quarant'anni, scrive nel suo libro di memorie "L'Arcobaleno" (Regnbuen), pubblicato nel 1953, come il resto della famiglia soffriva quando Hamsun "era incinta" di uno dei suoi libri e non riusciva ad iniziarlo. Era profondamente depresso ed infelice per tutta la durata delle "doglie". Diverse volte ha promesso alla famiglia e a se stesso che se solo fosse riuscito a terminare quel libro, sarebbe stato l'ultimo. Ma sfortunatamente - o fortunatamente direbbero quelli che ammirano la sua abilità con le parole - questa era una promessa impossibile da mantenere.
    Dopo il matrimonio con Hamsun, Marie era meravigliata di sentire ripetute lamentele da parte di suo marito su quanto bisognasse tribolare per essere uno scrittore. Ma Marie lo conosceva bene: poteva parlare in modo sprezzante della sua occupazione di scrittore, ma Marie si rendeva conto che era assolutamente solo in questa occupazione che suo marito poteva trovare la vera gioia. Marie scrive: "Il mio amore era senz'altro un ingrediente dell'atmosfera di cui aveva bisogno per arrivare alla vera felicità. Ma capivo che quando lui, come ora, non poteva iniziare il suo lavoro, non c'era niente che potesse controbilanciare la situazione. La felicità che forse io gli davo era solo un mezzo non un fine a se stesso".
    Essere o non essere capace di scrivere, questo era il problema cruciale. "Adesso vedremo di che cosa sono capace: la vita, la morte o la putrefazione", scrisse in una lettera a Marie, che era rimasta sola con i bambini a Nørholm. Hamsun aveva preso il necessario per scrivere e se ne era andato a Kristiansand all'Hotel Ernst per poter lavorare indisturbato.
    ***
    Quando Hamsun aveva tre anni, la famiglia si trasferi' a Hamarøy, Nordland, al nord della Norvegia. Si guadanavano da vivere lavorando come contadini, e arrotondando le entrate con l'attivita' di sarto del padre. Knut era il quarto di sette figli.
    All'eta' di soli 17 o 18 anni, provo' le sue capacità letterarie con "L'Enigmatico" (Den Gaadefulde), pubblicato a Tromsø nel 1877. L'anno seguente "Bjørger" venne pubblicato a Bodø. Un'altra opera, un lungo poema narrativo "Rivedersi" (Et gjensyn) venne pubblicato nel 1878. Questi scritti, che il giovane e speranzoso autore nascente considerava senza dubbio come le sue prime grandi opere, l'esordio di una lunga vita di scrittore, si dimostrarono essere niente di più che un interludio insignificante nella sua carriera letteraria, una "mini-carriera" letteraria di breve durata. Oggi questo Hamsun giovane è di poco interesse per il grande pubblico, fatta eccezione per qualche ricercatore specialista. Per il lettore ordinario la scoperta più interessante che deriva da queste opere giovanili è il fatto che lo stesso Hamsun, agli inizi scrisse in uno stile oscuro non privo di convenzionalità.
    Incoraggiato ampiamente dal successo ottenuto nell'ambiente locale di Nordland, e con il generoso sostegno finanziario elargito da un ricco mercante, Erasmus Zahl di Kjerringøy, Hamsun nel 1879 partì per il mondo con il manoscritto di un altro "capolavoro " in valigia: il racconto rurale "Frida". Alcuni mesi più tardi tornò disilluso in Norvegia a Kristiania dopo un fallito tentativo di farsi pubblicare il libro dalla casa editrice Gyldendal di Copenaghen.
    Segui' una decade lunga e faticosa. Hamsun visse una vita turbolenta e vagabonda e sperimentò diverse occupazioni. Si recò in America due volte ( 1882-84 e 1886-88 ) dove cercò di lavorare come sterratore, come commesso in un negozio, come autista di tram a Chicago e tenendo conferenze. Svolse molte e svariate attività lavorative, ma una cosa sembra essere sempre stata costante: il bisogno impellente di scrivere. Se non era soddisfatto, era capace, in un momento di rabbia, di strappare in mille pezzi tutto quello che aveva scritto con la massima cura in un' ora libera il giorno prima, ma era incapace di mettere via per sempre carta e penna. Scrivere era la risposta spirituale al mondo freddo e materialistico che lo circondava, e che lo condannava a tribolare con vari lavori per coprire le esigenze quotidiane.
    Nell'autunno 1888, riusci' a vedere le prime luci alla fine di un lungo tunnel di quotidianità. Dopo essere ritornato dall'America per la seconda volta, questa volta definitivamente, pubblicò anonimamente nel periodico danese "Ny Jord" un brano che aveva intitolato "Fame" ( Sult ). Grazie al contenuto originale e allo stile affascinante, il brano suscitò scalpore, ed il libro dallo stesso titolo, pubblicato nel 1890, rappresentò il primo successo letterario di Hamsun. Dopo due anni dalla sua pubblicazione, "Fame" era stato tradotto sia in tedesco che in russo.
    Verso la fine degli anni 1890 venne pubblicata una serie di opere che confermava la reputazione di Hamsun come uno dei giovani autori più promettenti del paese. In romanzi come "Misteri" ( Mysterier 1892 ) "Pan" ( 1894 ) e "Victoria" ( 1898 ), con incomparabile maestria di linguaggio, scelse come tema le esperienze ed i traumi personali del singolo individuo.
    Provò anche a scrivere per il teatro, sebbene con minore successo di quello che aveva avuto nel genere epico. La sua forza sembra essere stata nella caratterizzazione e nella descrizione piu' che nello sviluppare una trama drammatica. Di conseguenza c'è qualcosa di statico nei suoi drammi. " Il gioco della vita" ( Livetsspil, 1896 ), con le sue qualità da "teatro del sogno" ("drømmespill"), anticipanti Strindberg, è probabilmente la migliore delle sei opere di questo genere. In diverse occasioni Hamsun si espresse in modo sprezzante sul dramma come forma artistica. " È impossibile per il drammaturgo essere uno psicologo penetrante", scrisse in un articolo nel 1890. " Inoltre " ammise ad un' ammiratrice " non mi importa delle rappresentazioni teatrali, ma solo del denaro che mi fanno guadagnare".
    Dopo il fallimento del suo matrimonio con Bergliot Bech, durato dal 1898 al 1906 - nel 1909 Hamsun ebbe il coraggio sufficiente per riconsiderare il matrimonio: Marie Andersen ( nata nel 1881 ) sarebbe stata la sua compagna fino alla morte - nonostante le incomprensioni sorte nel loro rapporto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Marie era una attrice giovane e promettente quando incontrò Hamsun, ma interruppe la carriera per andare a vivere con lui nel villaggio della sua infanzia a Hamarøy. Lì acquistarono una fattoria, con l'idea di guadagnarsi da vivere come agricoltori e aggiungendo qualche entrata extra con lo scrivere. Dopo pochi anni però, Hamsun scoprì - con il grande dispiacere di Marie - che Hamarøy dopo tutto non era il luogo adatto a lui e si trasferirono a sud, a Larvik.
    Nel 1918, la coppia acquistò Nørholm, un vecchio podere in rovina, tra Lillesand e Grimstad. La residenza principale venne restaurata e ristrutturata alla perfezione, nuove costruzioni agricole vennero erette e nuova terra venne arata. Hamsun poteva concentrarsi sui suoi scritti indisturbato, in un " capanno " di sua proprieta' situato non troppo lontano dalla fattoria, ma era come se la sua gioventù instabile avesse fissato un modello dentro di lui che era impossibile abbandonare. Spesso doveva viaggiare in altri luoghi per riuscire a scrivere.
    Alla fine del secolo, Hamsun smise di scrivere romanzi incentrati su un unico individuo e cambiò per un formato più ampio, di tipo storico-culturale e sociale. Vennero pubblicati "Figli del loro tempo" (Børn af Tiden) (1913 ) e "La città di Segelfos" ( Segelfos by, 1915 ) opere basate principalmente sulle condizioni di vita della Norvegia del nord. A questi seguirono nel 1917 "Germogli della terra" ( Markens Grøde ), per il quale tre anni più tardi, gli venne assegnato il Premio Nobel per la letteratura. Il messaggio di Hamsun al mondo in crisi era: ritornate alla terra ed ai valori fondamentali. Isak, il protagonista del libro, è descritto come " un coltivatore della terra, anima e corpo, un agricoltore instancabile. Un fantasma risorto dal passato ad indicare il futuro, un uomo degli albori della coltivazione, un colono della terra vecchio di nove secoli, ed allo stesso tempo, un uomo di oggi". Solo adesso i lettori inglesi ed americani cominciavano a notare il suo nome. Molte delle sue prime opere vennero tradotte in inglese, ma non riscossero lo stesso successo come in Germania.
    Tra gli anni 20 e 30 la popolarita' di Knut Hamsun raggiunse il massimo. Una serie di nuove opere venne pubblicata in grandi edizioni e vennero immediatamente tradotte nelle principali lingue del mondo. Tra le piu' popolari vi erano i romanzi dell'avventuriero e tuttofare August: "Vagabondi" (Landstrykere, 1927), "August" (1930) e "Ma la vita continua" (Men livet lever, 1933). Per il 70esimo compleanno di Hamsun nel 1929 venne stampata una pubblicazione celebrativa, in cui molti autori di fama mondiale rendevano omaggio al grande maestro. Tra questi vi erano Thomas Mann, Andrè Gide, Maxim Gorkij, John Galsworthy e H.G. Wells.
    Ma nuvole nere e minacciose si stavano addensando all'orizzonte politico. Adolf Hitler era andato al potere in Germania ed avanzava con le sue devastanti armate. Hamsun che era stato amico della Germania dall'epoca del Kaiser, durante la Guerra Mondiale e durante la Repubblica di Weimar, confermo' le sue simpatie per i tedeschi. Gli anni difficili cominciarono sul serio quando i tedeschi occuparono la Norvegia nel 1940. Visto con occhi nazionalisitici norvegesi, Hamsun si trovo' dalla parte sbagliata in una lotta per la vita o la morte.
    Alla liberazione della Norvegia nel 1945, la figura di Hamsun ne usci' piuttosto sminuita. Fu obbligato a sottoporsi ad una dura perizia psichiatrica e la conclusione degli psichiatri fu che egli aveva "facoltà mentali permanentemente lese". In una successiva sentenza del tribunale venne condannato a pagare una ingente somma di denaro allo Stato norvegese per l'appoggio morale che aveva dato alle forze di occupazione. Le sue prospettive erano tutt'altro che rosee. Come, per esempio, si sarebbe guadagnato da vivere in futuro? Il valore delle sue entrate principali, i diritti d'autore, in quel momento erano ridotte a zero.
    Sia durante che dopo la Seconda Guerra Mondiale, molti norvegesi, se avessero potuto, avrebbero esortato Hamsun a tornare nell'anonimato dal quale un tempo era uscito. Allo stesso tempo era impossibile ridurre Knut Hamsun al silenzio. Il suo bisogno di esprimersi e l'impulso a scrivere erano troppo forti. Che anche il suo talento non fosse stato danneggiato lo dimostro' con "Per i sentieri ricoperti d'erba" (Paa gjengrodde Stier, 1949). In questo suo ultimo libro, inveisce contro il Procuratore Generale dello Stato e con gli psichiatri per come lo avevano trattato. A parte questo, dall'opera emerge rassegnazione e tristezza. Eventi nuovi e vecchi passano in rassegna davanti allo scrittore: "Uno, due, tre, quattro - sono seduto qui', prendo note e scrivo piccoli brani per me stesso. Non c'è alcuno scopo, è solo una vecchia abitudine. Da me gocciolano parole fragili. Sono un rubinetto che perde, uno, due, tre, quattro -".
    *****
    L'influenza di Knut Hamsun sulla letteratura del 20esimo secolo in Europa ed in America difficilmente puo' ritenersi sopravalutata. Quello che era rivoluzionario in libri come "Fame" e "Misteri" era prima di tutto il loro contributo ad una nuova comprensione della natura umana. Per la prima volta l'Uomo moderno, alienato ed angosciato apparve in letteratura. Penetrando nei meandri della psiche, Hamsun, anticipando Freud e Jung, mise le basi per un ampliamento della nostra conoscenza. Nel dominio della letteratura giunse l'ambivalente ed il composito, elementi a volte incoerenti nello schema delle reazioni umane. E la prosa descrittiva usata era così piena di talento e sicura nello stile che, anch'essa, divenne un modello da imitare.
    Nel 1929, Thomas Mann affermo' che il Premio Nobel per la letteratura mai era stato assegnato a qualcuno che lo meritasse di più. E scrittori come Franz Kafka, Berthold Brecht e Henry Miller hanno tutti espresso la loro ammirazione per Hamsun. Nella prefazione ad una edizione americana di "Fame", Isaac Bashevis Singer afferma che Hamsun "e' il padre della scuola moderna di letteratura in ogni aspetto: nella sua soggettività, nell'impressionismo', nell'uso della retrospettiva, nel liricismo. Tutta la letteratura moderna del ventesimo secolo deriva da Hamsun".

    Prodotto da Nytt fra Norge per il Ministero degli Affari Esteri norvegese. Traduttore: Viviana La Cava Eriksen




    Antenati: Knut Hamsun, di Lars Frode Larsen

  5. #5
    Avamposto
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    Sognatori / di Knut Hamsun

    Sognatori (Sværmere, 1904) -

    Traduzione dallo norvegese e introduzione di Fulvio Ferrari

    I edizione: Settembre 1992 - Iperborea editore.

    pp. 132



    Sognatore, selvatico, imprevedibile, Ove Rolandsen è il tipico protagonista hamsuniano, libero dalle convenzioni e in sintonia con la natura e i ritmi delle stagioni. Ma per una volta, a differenza degli altri, la fortuna è dalla sua parte: Hamsun, “lo scrittore delle azioni paradossali e dei nervi allo scoperto”, si abbandona qui al sorriso, alla leggerezza, a un’ironia piena di bonomia. Sognatori lo sono un po’ tutti nello strano villaggio di pescatori in cui trascorre il breve tempo del romanzo, lontani, senza neanche saperlo, dalla realtà. Una ventata di svagata e libera felicità passa rovesciando i destini di piccole vite.




    Antenati: Sognatori / di Knut Hamsun
    Ultima modifica di Avamposto; 05-10-10 alle 12:49

  6. #6
    Avamposto
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    Sotto la stella d'autunno / di Knut Hamsun

    Sotto la stella d'autunno (Under høststjærnen, 1906) -

    Traduzione dallo norvegese e introduzione di Fulvio Ferrari

    I edizione: Settembre 1995 - Iperborea editore

    pp. 160-



    Fuggito “dal chiasso della città e dalla ressa e dai giornali e dalla gente, fuggito da tutto”, il consueto vagabondo in cui Hamsun proietta la sua esacerbata irrequietudine, dandogli qui addirittura il proprio nome, Knut Pedersen, è fermamente deciso a “trovare la pace a ogni costo”. Ma la partenza per la campagna non nasconde in realtà che la ricerca di qualcosa di vago e indefinito. Eterno viandante, non sa, o non vuole raccogliere quel che incontra sul cammino: la strada lo riporterà al punto di partenza, alla città, alla sofferenza, alla passione, in fuga verso un’altra esistenza.

    (Scheda a cura di Iperborea.com)

  7. #7
    Avamposto
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    Sotto la stella d'Autunno - Knut Hamsun


    IL VIANDANTE SCONFITTO

    “Sotto la stella d’autunno” è la nuova narrazione delle vicende del consueto alter ego dell’artista scandinavo: un vagabondo, narratore e protagonista del romanzo – qui, addirittura, coincidente con il nome di battesimo dell’autore, Knut Pedersen. È fuggito dalla città, soffocato dai suoi ritmi frenetici e caotici, deciso a trovare la pace altrove, nella campagna.
    La ricerca di questa quiete sembra dapprincipio connotata da un generico richiamo – il viandante vuole tornare alla solitudine da cui sente di provenire, rinunciando allo status e al ruolo conquistato nella città; e tuttavia, in questo suo post-romantico vagabondaggio per le campagne norvegesi, scandito da lavori occasionali e dalla vicinanza di diversi compari, solcato da un intervallo amoroso irrisolto e incompiuto, non episodicamente emerge la memoria della recente ri-generazione metropolitana, dell’abitudine al dialogo fitto e borghese dei caffè e l’attitudine alla buona conversazione. Ed è un’emersione non pacifica, perché tende a dilatare le distanze che già segnano le (tendenzialmente, velleitarie e non approfondite) interazioni con l’alterità.

    La ferita non si cicatrizza: Knut è cosciente d’essere inquieto e nevrastenico e, progressivamente, assume consapevolezza d’essersi mitridatizzato all’estasi originata dalla contemplazione e dall’adesione alla natura; a dispetto d’un incipit che sembrava promettere una narrazione elegiaca del ritorno all’armonia della vita dei campi, nonostante Knut sembri godere delle passeggiate notturne nei boschi (e nei cimiteri: in cerca d’unghie da integrare in una pipa), l’esito della sua pretesa esperienza catartica è fallimentare.

    Qualcosa di eccessivamente vago è stato il motore di questo “ritorno”: il richiamo altro non era che un’idealizzazione d’un passato stato d’animo, o d’una trascorsa predisposizione spirituale: l’archetipo del viandante non può conoscere tregua, né rivendicare una patria – pure generica. Non sa radicarsi: è ombra o spettro o apparizione, di volta in volta, e pare leggere e interpretare in questa chiave ogni incontro con persone legate al suo passato, come il (sedicente) imbianchino Grindhusen.

    Non è un grande romanzo, non ha nessuna originalità (considerando le precedenti opere di Hamsun, s’assiste a una blanda, farraginosa e disordinata ripresa di temi, ambientazioni e stati d’animo: l’autore dunque emula se stesso, si ripete e non si rinnova affatto) e sembra gloriarsi del suo respiro diaristico, del suo (non sempre graziosamente) artefatto autobiografismo e d’una trascrizione nervosa e singultica di dialoghi fondamentalmente pleonastici; e duole riconoscere che, nonostante la marginalità e la vacuità degli stessi, essi compongano larga parte del testo.

    Knut s’inchina alla sua fragilità nervosa, non si nega al richiamo di qualsiasi passione – purché sia fonte d’un nuovo deragliamento psichico, ed estranea all’equilibrio – e si ritrova in viaggio verso un’altra esistenza, sinistramente simile a quella abbandonata con tanto entusiasmo.
    La trama sembra costruita sovrapponendo e giustapponendo false piste; personaggi appaiono all’improvviso e altrettanto incomprensibilmente cedono il passo a nuove figure, con l’eccezione dell’amorazzo incompiuto nominato in precedenza; tanto da risultare più prossimi a proiezioni e trasfigurazioni dell’ipertrofico ego autoriale, piuttosto che autentiche testimonianze dell’esistenza di qualche essere umano differente dal narratore.

    Romanzo breve riservato, ovviamente, ai cultori dell’opera del grande scrittore norvegese: non ha importanza, in fondo, che “Sotto la stella d’autunno” possa rivelarsi poco più che un discreto esercizio di stile; conta poter godere ancora della prosa e dei riflessi dell’anima d’un genio – che può eccedere e precipitare nell’imitazione di se stesso, ma dono degli dèi all’umanità rimane.


    ***

    « “Uno scrittore può, in fin dei conti, avere di tanto in tanto in sé anche un po’ di lirica che vuole poter esprimere, tanto più se per dieci anni non ha scritto che libri che mostravano i pugni serrati”, scrisse Knut Hamsun al celebre critico danese Georg Brandes la vigilia di natale del 1898. È, questa, una frase che segna con chiarezza la fine di una fase nell’attività letteraria del norvegese, la fase che aveva prodotto le sue opere più innovative e, forse, più grandi – Fame (1890), Misteri (1892), Pan (1895) – e apre un periodo di ricerca di toni e forme nuove, capaci di integrare intuizioni e conquiste dei primi romanzi con quel “po’ di lirica” che lo scrittore sente ora il bisogno di esprimere» - spiega Ferrari nell’introduzione (p. 7).

    Le intenzioni dell’autore non corrispondono alla realtà, almeno in questo caso: m’aspetto d’essere smentito, ma di lirica o d’elegia non ho sentito il profumo.

    EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

    Knut Pedersen, alias Hamsun (Garmostræde, presso Lom, Gulbrandsdal, Norvegia 1859 – Nørholm, Grimstad, 1952), romanziere, poeta e drammaturgo norvegese, autodidatta. Premio Nobel per la Letteratura 1920.

    “Hamsun visse sino in fondo l’avventura del ribelle – scrive Magris – che si abbandona al respiro vitale, negando qualsiasi valore aldilà della vita stessa e scoprendo perciò alla fine il suo irrazionale nichilismo, anche se mitigò tale vitalismo con una gentile e perduta poesia delle lontananze dell’anima. Volle sottrarsi all’anonima pressione della società moderna e finì per diventare l’apologeta del suo volto peggiore: passò dalle simpatie anarchico-socialiste della sua gioventù di proletario disoccupato, negli ultimi anni del secolo scorso, al collaborazionismo con l’occupatore nazista della sua Norvegia, che trascinò nel fango la sua tardissima e indomita vecchiezza”. – scrive – ”.

    Knut Hamsun, “Sotto la stella d’autunno”, Iperborea, Milano, 1995.
    Traduzione e introduzione di Fulvio Ferrari.

    Titolo originale: “Under høststjaernen”, 1906.

    Il libro è strutturato in trentaquattro capitoli, numerati progressivamente e non titolati.

    Approfondimento in rete: Nordland / Odin / Lars Frode Larsen / Knut Hamsun Online.

    Hamsun in Lankelot: “Fame”, “Misteri”, “Pan”, “Per i sentieri dove cresce l’erba” (Franchi).

    Bibliografia critica consigliata: fondamentali le pagine di Claudio Magris: “Fra le crepe dell’io”, in “L’anello di Clarisse”, Einaudi, Torino, 1984.




    Sotto la stella d'Autunno di Knut Hamsun

  8. #8
    Avamposto
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    Sui sentieri di Knut Hamsun

    settembre 24, 2009

    Marco Dotti



    Knut e Marie
    Seduto in un parco di Kristiania, un vecchio teneva fra le mani un giornale. La pagina della pubblicità era rivolta all’esterno e, dallo strano modo con cui gelosamente la stringeva, quella carta sembrava avvolgere e custorire un oggetto carico di mistero. «Incuriosito – scrive Knut Hamsun in Sult (Fame), capolavoro che nel 1890 lo fece conoscere al grande pubblico – non riuscivo a staccare lo sguardo da quel giornale. Mi venne a un tratto l’idea del tutto folle che potesse essere un giornale straordinario, meraviglioso, unico nel suo genere. E poiché la mia curiosità andava crescendo, incominciai a dimenarmi sulla panchina». Dietro a quel giornale, infatti, potevano nascondersi «atti pericolosi sottratti a qualche archivio, e d’un tratto mi balenò l’idea di un trattato segreto o di una congiura». Fra le pagine, però, il vecchio che in un memorabile dialogo del libro si rivelerà scaltro e un po’ cinico (con «spalle disoneste e viziose» lo descrive Hamsun), ma quasi del tutto cieco e quindi incapace di leggere, nascondeva solo un po’ di pane.

    Oltre la fame
    Esattamente quello che mancava al protagonista di Fame, continuamente alle prese con «l’estraneità della sua vita mentale» e la degenerazione dei nervi dettata dalla scarsità di mezzi (cibo) e da abbondanzia di fini (ideali di scrittura). Il «pacchetto mistico» conteneva dunque nient’altro che cibo. Non poco, in tempi di crisi e disoccupazione diffusa, ma non tutto: «le vecchie dita dell’uomo sembravano artigli rugosi e affondavano in maniera ripugnante nei panini imbottiti e grassi. Mi sentii lo stomaco sconvolto e passai oltre, senza parlare». Cartografia interiore della perenne battaglia tra la sopravvivenza e il disgusto per la vita, tra il delirio e la ricerca di un equilibrio che, presto, si rivelerà impossibile, Sult offre anche una precisa


    Kristiania alla fine del XIX secolo
    descrizione della Oslo (Kristiania) fin de siècle, «strana città che nessuno lascia senza portarne i segni». Fu così anche per l’autore che, nel tracciare il profilo dell’alter ego protagonista di Fame, uno squinternato e squattrinato flâneur in cerca di collaborazioni giornalistiche, ripercorreva ovviamente filtrandole le proprie esperienze di solitudine e miseria.

    Solitudine e miseria che per Hamsun coincisero fin da subito con una precisa dimensione esistenziale e una altrettanto precisa tonalità emotiva tendente al nero. Nato centocinquanta anni fa da una famiglia molto povera, nel sud del paese, Hamsun trascorse la giovinezza lavorando come bracciante a Hamarøy, nella Norvegia settentrionale, accanto alle isole Lofoten, in un contesto in cui ogni personalità era (e per chi ci vive ancora è) segnata dal rapporto con un paesaggio imponente e una natura primordiale. Nasce certamente da qui, dal contatto con questo ambiente e questa natura, tra ghiacci e fiordi in una regione che si colloca ben al di là del circolo polare artico, il continuo gioco degli antagonismi tra «radicamento» e «sradicamento» fra modernità inquieta e apparente stabilità del mondo tradizionale, messi in campo in quasi tutte le opere dello scrittore. La prima esperienza personale di sradicamento, Hansun la visse nel 1882 trasferendosi in cerca di miglior fortuna negli Stati Uniti.


    Il Teatro nazionale di Kristiania nel 1910
    Dopo avere lavorato come agrimensore, insegnante elementare, falegname e calzolaio in patria, Hamsun si ritrovò improvvisamente in un contesto sconvolto dai grandi mutamenti industriali e dalla conurbazione. Lavorò come impiegato e commerciante, prima di trasferirsi a Minenneapolis dove tentò la carriera, rapidamente fallita, di conferenziere. Fece quindi ritorno in Norvegia, ma nel 1886 Hamsun ripartì per l’America, stavolta dirigendosi non più in Minnesota, ma nell’Illinois. A Chicago, però, non gli venne offerto impiego migliore di quello di conducente d’autobus e di controllore. Accettò, ma dopo una permanenza durata due anni – anni di continui spostamenti, segno della sua innata irrequietezza – decise che era giunto il momento di «tornare a casa» e tentare il «sogno» della scrittura. Non senza essersi tolto qualche sassolino dalle scarpe: scisse infatti un duro pamphlet contro l’american way of life che divenne il primo fra i suoi libri a trovare un editore disposto a pubblicarlo, nel 1889, col titolo Fra det moderne Amerikas Aandsliv (La vita culturale dell’America moderna, trad. di Enrica Berto, Arianna editrice, 1999).

    Altri vagabondi
    L’America gli si mostrava come lo spettro della modernità e della tecnica in procinto di avanzare, dell’inquietudine prossima a travolgere ogni frammento di vita ordinata secondo metodo e tradizione. La tarda deriva hamsumiana – anche se non andrebbe enfatizzata – appare già inscritta in alcune pagine di questo libro duro e sprezzante contro le «virtù civiche» americane e la sua «democrazia per tutti». Dopo il secondo fallimento americano, Hamsun tornò in Europa trascorrendo parte del tempo in una mansarda, a Copenhaghem, pronto a tutto pur di affermarsi come scrittore. Nascono da questa miscela esplosiva fatta di precarietà economica, disagio antropologico profondo, voglia di esplorare nuove possibilità e confini della scrittura, alcuni dei capolavori della sua prima fase creativa: oltre a Fame, risalgono infatti all’ultimo decennio del XIX secolo opere come Mysterier del 1892 (Misteri, trad. di Attilio Verardi, Bur, 1989) e Pan (Pan, trad. di Fulvio Ferrari, Adelphi, 2001) del 1895.


    una lunga deriva...
    In questi tre romanzi modernisti, Hamsun metterà in scena un individuo lacerato in conflitto costante con la società che lo «ospita» e da cui cerca una via di fuga. In Fame, la fuga avverrà abbandonando Kristiania, mentre in Pan e Misteri seguirà dinamiche più violente (suicidio e omicidio). Il volgere del nuovo secolo, però, produce in Hamsun – oramai scrittore affermato e guardato con stima dalle nuove generazioni – un altro tipo di crisi, stemperando alcuni elementi ed esacerbandone altri. Uno scrittore, confessava all’amico Georg Brandes alla vigilia di Natale del 1898, «in fin dei conti può avere di tanto in tanto in sé anche un po’ di lirica, tanto più se per dieci anni ha scritto libri che mostravano i pugni serrati».

    Dove non cresce l’erba
    Dopo una parentesi «felice», il cui frutto migliore è Sværmere (Sognatori, trad. di Fulvio Ferrari, Iperborea, 1992), Hamsun si dedica a libri il cui protagonista è è ancora una volta «il viandante». Scritta tra il 1906 e il 1912, la «trilogia del viandante» comprende Under Høststjærnen (Sotto la stella d’autunno, trad. di F. Ferrari, Iperborea, 1995), En Vandrer spiller med Sordin (Un vagabondo suona in sordina, trad. di F. Ferrari, Iperborea, 2005) e Den sidste Glæde (l’ultima versione è di Ervino Pocar e risale agli anni Settanta). Il protagonista di questa nuova fase hamsumiana è un alter ego che porta il nome di battesimo dell’autore: Knut Pedersen. Pedersen è un viandante-intellettuale fuggito dalla città, «dal chiasso e dalla ressa, dai giornali e dalla gente» che sceglie la strada del ritorno alla natura e ai lavori manuali, per uscire dalla «nevrastenia» e dal dolore che sovrasta l’ «uomo nuovo e moderno». Non cerca il successo, «non legge i giornali, eppure sopravvive» e soprattutto capisce che, sradicato, gli è necessario «riradicarsi» materialmente, fuggire la modernità e riempire di senso la «vita segreta dei nervi».

    È in questa fase, nel primo decennio del XX secolo, che Hamsun probabilmente dà il meglio di sé. Qui, oltre all’individuo spaesato capace comunque «di rinserrare i pugni», al centro del racconto c’è il mondo della campagna e della provincia norvegesi. Anche il ritmo della narrazione cambia e, a poco a poco, sconfina nell’epico. Il lirismo – come preannunciato a Brandes – prenderà infine il sopravvento, giocandogli però, nella vita privata e negli ultimi anni di vita, anche brutti scherzi. A volte, scriveva in Sotto la stella d’autunno, si incontrano «fiori caparbi che si rifiutano di morire». Come questi fiori e come l’anziano col giornale descritto in Fame, anche la vecchia Grunhil che apre il primo capitolo di Sotto la stella non vuole morire. «Il suo tempo è finito, ma lei non se ne vuole andare». Al pari del vecchio nel parco di Kristiania, anche la Grunhil sembra nascondere un mistero. Ma i misteri non andrebbero mai guardati troppo da vicino.
    Strana autopremonizione per un autore che, morto nel 1952, ha scritto per oltre sessanta dei novantatré anni vissuti, ma che proprio nell’ultimo tempo della sua esistenza ha ceduto il passo alle forze più oscure dell’antimodernità. Forse anche per lui il tempo di andarsene era arrivato da un pezzo.




    Sui sentieri di Knut Hamsun : T YSM

  9. #9
    Avamposto
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    Lo scrittore norvegese Knut Hamsun (1859-1952), figlio di contadini, autodidatta, giunse al successo letterario con la pubblicazione dei romanzi Fame (1890) e Pan (1894), nei quali delinea la sua opposizione al Positivismo, l’attenzione agli aspetti più enigmatici dell’animo umano e il suo rapporto panteistico con la natura. Tra le altre sue opere: Misteri (1892), Sotto la stella d’autunno (1906), I germogli della terra (1917), Vagabondi (1927). Ottenne il premio Nobel per la letteratura nel 1920.
    Lo scrittore, uno dei più grandi innovatori dell’arte del romanzo, è nato e cresciuto sull’isola di Hamarøy nella Norvegia del nord (Nordland). Per molti, Hamarøy e Nordland sono dunque sinonimi del suo mondo: molte delle descrizioni che l’autore fa della gente e della natura provengono da esperienze legate a Hamarøy e al paesaggio della Norvegia settentrionale; “E’ qui che il mio senso della natura si è risvegliato”, scrive lo stesso Hamsun. Sull’isola si tiene regolarmente nel mese di agosto un grande festival in suo onore, chiamato “Le giornate Hamsuniane” (Hamsundagene), in cui letteratura e critica letteraria si fondono con musica, teatro, arte e gastronomia. Ad anni alterni, tale manifestazione si sposta all’estero, e quest’anno è la volta dell’Italia. Con la manifestazione “Sotto la stella d’autunno – omaggio a Knut Hamsun” desideriamo rafforzare lo scambio culturale tra Norvegia e Italia: diffondere e allargare la conoscenza di Knut Hamsun, approfondendo acuni aspetti delle sue opere attraverso film e interventi letterari, e contribuire ad aprire ”il regno di Hamsun” al pubblico italiano proponendo la località di Hamarøy come meta di turismo letterario e naturalistico.

    La Fondazione Hamsun, Hamarøy



    Associazione Culturale Dioniso - Cinema

  10. #10
    Avamposto
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    KNUT HAMSUN


    "[…] l’antitesi natura-cultura culmina in una sorta di mito del nomade, rivendicatore di un anarchico individualismo e d’un ingenuo idealismo di fronte al dilagante materialismo della civiltà moderna."




    Mario Gabrielli


    Tutti lo conosciamo come Knut Hamsun ma in pochi sanno che il suo vero nome era Knut Pedersen. L’equivoco, nacque in occasione della seconda pubblicazione di un poemetto: il tipografo sostituì il suo nome con la fattoria di Hamsund, residenza molto apprezzata dallo scrittore norvegese. Da questo errore di stampa, l’autore decise di accettarlo come pseudonimo per tutto il resto della sua vita. Uscito da una famiglia di artigiani e frequentando solo le scuole primarie e secondarie fino a quattordici anni, passò diversi anni vivendo una vita di vagabondaggio, giungendo poi a trent’anni negli Stati Uniti a tenere conferenze su autori nordici come Ibsen, Kielland e su autori russi e francesi come Tolstoj e Zola.

    “Tutte le mie radici sono nella terra e nella foresta – scriverà a cinquant’anni. – In città vivo una vita artificiosa, tra caffè, battute di spirito e stranezze. Ma io vengo dalla terra”. Nelle isole Lofoten (Norvegia), Hamsun viene assunto come messo comunale e maestro “ambulante” e sarà proprio allora che si risveglierà in lui l’interesse per la letteratura, impegnandolo da quel momento fino al termine della sua vita. Una passione avuta fin da bambino, nata nello stretto ed intimo contatto con la natura vissuta in piena solitudine. Rifiutando la strada del teatro come gli indicò il maestro Bjørnson, Knut desiderava manifestare il proprio pensiero rifiutando di interpretare pensieri e sentimenti altrui. Già si delineava nelle sue prime opere quel carattere selvatico e scontroso che caratterizzerà l’intero ciclo letterario dell’autore, risaltando l’individualità del singolo e il disprezzamento per gli avviluppi sociali. Capolavoro assoluto è Fame (Sult, 1890) nel quale si rivelano diversi punti autobiografici tratti dal periodo in cui visse tra Copenaghen e Cristiania trascorsi senza concludere nulla, soffrendo la fame e accumulando esperienze che gli servirono per la stesura della sua opera che inizierà a Minneapolis. Hamsun viene paragonato ormai a Bjørnson e ad Ibsen, che invece Knut critica perché lo sente troppo vicino al naturalismo francese nel tentativo di dimostrare che ogni individuo si forma per l’influenza dell’ambiente in cui vive. La maggior parte delle sue opere, aldilà dello svolgimento interno delle vicende, possono trovare una somiglianza di stile e di riferimento: l’amore per l’ambiente nordico, specie norvegese, amato soprattutto come “paesaggio”, cioè, in primo luogo come natura.

    Fame è il romanzo che lo rese celebre e conosciuto nell’intera Europa intellettuale ed in esso, l’autore vi disegnò per la prima volta il personaggio del vagabondo inteso come essere primitivo, emarginato in una società che volontariamente disprezza. Quello che all’inizio potrebbe sembrare un romanzo scritto sotto l’influsso dei naturalisti francesi si rivela invece uno studio psicologico che ci richiama piuttosto Dostoevskij che Zola. Ciò è confermato anche dalla funzione che ha l’ambito sociale nel romanzo. La realtà, diviene solo un pretesto per narrare la turbolenta vicenda dell’autore, vestito nei panni di uno scrittore che cerca di emergere con la propria determinazione per riuscire a vivere e a trovarsi un alloggio più confortevole. Mediante questo pretesto di riuscire a guadagnare con i propri articoli, Hamsun crea una rete vastissima di tratti psicologici ed interiori che ci ricordano a brevi tratti il Raskolnikov nato tra le pagine di Delitto e Castigo. Il protagonista del romanzo servendosi dell’io narrante, vaga per la città ostile, affiorante attraverso i nomi delle strade e delle località prive di un vero e proprio profilo, in un deprimente e crudo autunno nordico. Scacciato dalla miserabile stanza d’affitto, trascorre i suoi giorni cingendosi a scrivere su una panchina del cimitero o di un parco pubblico. Anche se apparentemente può sembrare di poca importanza, un elemento comune come la panchina, assume nel protagonista un ruolo più che significativo: “Non potevo sedermi su una panchina da solo oppure muovere il piede in qualche luogo senza essere sopraffatto da tanti piccoli e insignificanti accidenti, penose inezie che penetravano nelle mie idee e disperdevano le mie forse a tutti i venti. Un cane che mi strusciasse passando, una rosa gialla all’occhiello d’un signore erano capaci di far vibrare i miei pensieri e occuparmi per ore intere”. E’ proprio con questo breve periodo che Hamsun ci rivela la sua straordinaria attenzione per gli avvenimenti comunissimi della vita quotidiana che lo ingoiano trasformando la sua fervida contemplazione, in una sensibilità che ritroveremo durante lo svolgimento del romanzo. Se l’esistenza, la mancanza di un lavoro e di uno stipendio gli procureranno molto tempo per pensare e osservare, l’autore potrà avvalersi di una personalissima concezione poetica del mondo che emergerà in forma creativa nell’accurata descrizione degli elementi più semplici: “E’ il tempo dell’autunno, in mezzo al carnevale della vita che muore; le rose hanno una bruciatura nel rossore, una strana etica striatura sul loro colore rosso come il sangue”. Nella povertà, il protagonista o meglio l’autore stesso, riscopre il valore autentico dell’ambiente naturale, incontaminato dall’egoistica violenza dell’uomo moderno: “Dimenticavo la miseria e mi dava sollievo la vista del mare che, calmo e bello, si stendeva nella semioscurità”. In un tortuoso ritorno a sé, Knut elabora una propria idea sulla recezione dei moti naturali, sui loro toni e il loro vivo presentarsi, velati di un lontano sentimento nostalgico e malinconico. Knut abbraccia, contempla, medita sulla natura. La osserva nella sua solitudine, l’accoglie e la frammenta interiormente per riappacificarsi con le sue inquietudini interiori. Il disprezzo e l’amarezza per la mala società, verrà lentamente a dissolversi portandolo ad appropriarsi di una pace interiore che lo trascinerà ad un fruttuoso stato di accettazione verso la sua misera condizione di uomo: “Misi le gambe sulla panchina e con le spalle mi appoggiai, così potevo sentire meglio tutta la voluttà dell’isolamento. Non una nuvola nell’anima mia, né un senso di fastidio, non un desiderio o una voglia. Ero con gli occhi aperti in una condizione di completo distacco da me stesso, mi sentivo deliziosamente solo e lontano”. Giunti alla fine del romanzo, si scorge un’evoluzione interiore che ha segnato il personaggio: dall’amara delusione e scoraggiamento provato nei confronti del contesto sociale di cui fa parte, sboccia la consapevolezza della propria diversità e la sospensione di alcun giudizio verso la collettività che lo emargina.
    Questa vivida attenzione che Hamsun dimostra per gli aspetti minimali dell’ambiente verrà ampliato fortemente quattro anni dopo la pubblicazione di Fame con Pan. Knut avrà modo di approfondire la sua tematica preferita del solitario contemplativo, adoratore del proprio io nello scenario delle foreste selvagge del Nordland. Il tenente Glahn, vive solitario in una capanna e gode del mondo che lo circonda: “La foresta era leggermente verde, si sentiva la fragranza della terra e degli alberi, il porro selvatico spuntava fuori già verde tra il muschio bruciato del gelo”. La partecipazione alla vita naturale di un ambiente incontaminato, ci fa presentare un personaggio che ricalca le vesti di un “orso selvatico”, provando un sostanziale disagio nel partecipare alle rare adunanze con gli altri uomini. Il tormentoso amore per Edvarda, lo spingerà a cercare pace nelle terre lontane delle Indie Olandesi dove costringerà un suo amico ad ucciderlo con un colpo di pistola. Pan è uno di quei pochi romanzi dove la natura, prendendo voce tra le pagine, influisce gli stati d’animo spesso inquieti del protagonista, che vive in ritiro nella sua capanna vivendo dei frutti che la natura gli offre. Si avverte l’emozione del suono vibrante dell’ambiente che muta, del paesaggio che cambia colore con lo scandire delle stagioni; Hamsun riesce a infondere nel lettore l’importanza e la poeticità della natura vissuta con un animo tormentato dalla netta diversità che lo interpone all'uomo moderno ed emancipato, che cerca di “distrarlo” dalla sua vita alquanto selvatica e poco socievole: “Abbiate pietà, voi non mi capite, io preferisco vivere nel bosco, quella è la mia gioia. Qui, nella mia solitudine, non fa del male a nessuno che io sia come sono; ma quando mi trovo con altre persone, allora devo mettere tutto il mio impegno per essere come devo”. Questo amore per la tacita trasformazione della natura, si riverserà anche nelle novelle Cespugli, specie ne Il figlio del sole dove compare una sorta di felice canto all’estate permeato da una visione unica e vibrante, di nostalgica poesia.



    L'EPOCA GENIALE: KNUT HAMSUN

 

 
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