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    Partito d'Azione
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    Predefinito Le forze politiche antifasciste nella Resistenza (1975)

    Gli azionisti


    di Enzo Santarelli - «Il Contemporaneo», in «Rinascita», a. XXXII, n. 17, 25 aprile 1975, pp. 32-34.


    Un solo partito antifascista, il Partito d’Azione, così immerso nella Resistenza da esserne ritenuto se non il principale protagonista il più emblematico e nobile da una tradizione storiografica che ne ha ereditato lo spirito, si è dissolto poco dopo la prova del 25 aprile, nella crisi degli schemi unitari del Cln, all’indomani della fondazione della repubblica. A differenza delle altre formazioni pur confluite nel Cln (la Democrazia del lavoro era piuttosto un movimento senza struttura di partito e per di più prevalentemente meridionale) gli «azionisti» si erano raggruppati e dati un programma, sulla base della precedente tradizione di Giustizia e Libertà e del liberalsocialismo, nel corso del 1942: un partito anagraficamente giovane e nato per la lotta. Ma già nel corso del ’44 si determina nel suo seno un sintomatico e decisivo divario fra l’ala democratica e l’ala socialista, per cui la storia istituzionale del partito non abbraccerà che il periodo dal ’42 all’inizio del ’47, quando la maggior parte dei suoi militanti farà il suo ingresso nelle file socialiste. Emilio Lussu scriverà che era un partito «costruito in pieno fascismo e allineato agli altri partiti dell’opposizione al regime»; ed Elena Aga Rossi osserva e ribadisce che «il Partito d’Azione, come Giustizia e Libertà, si costituì perché vi era il fascismo». Può sembrare poco ed è già moltissimo: un dato di fatto preliminare, a cui conviene attenersi. Quando il problema del fascismo da combattere a viso aperto si allontana, e cominciano a predominare le questioni della direzione politica del paese, l’unità della tradizione giellista si dissolve rapidamente.
    Elena Aga Rossi sostiene che la svolta di Salerno «rappresentò una grossa sconfitta per la linea del Partito d’Azione, che nel rifiuto di ogni continuità con lo Stato prefascista e nella condanna – sorretta da una esigenza morale – di ogni forma di compromesso con le forze del vecchio ordine vedeva la premessa necessaria all’attuazione di una rivoluzione democratica e la prima garanzia delle istituzioni che essa avrebbe generato». La svolta di Salerno – e in definitiva il confronto con i partiti «storici» italiani – avrebbe dunque dimostrato «l’astrattezza e la debolezza della impostazione politica del partito, che non accettò d’inserire la sua azione dell’ambito delle effettive condizioni del paese e dei limiti imposti dagli alleati, ma cercò costantemente di agire sulla situazione secondo considerazioni più moralistiche che politiche». Secondo questa tesi, in linea principale, la crisi del Partito d’Azione sembra derivare in primo luogo da una iniziativa esterna, che muove dal campo comunista e toglie spazio agli azionisti, in secondo luogo dalle contraddizioni interne, dai limiti peculiari del partito, ma sempre nell’ambito di un ruolo storico fissato dalla presenza del fascismo: abbattuto il regime, le ragioni politiche di sopravvivenza e rinnovamento della compagine azionista non hanno più presa nella società italiana, e la tradizione di Giustizia e Libertà, fondata nel 1929 intorno a Carlo Rosselli, si disperde in più rivoli. Ne discenderà tuttavia una molteplice scuola di critica politica, economica e storica, che giunge fino a noi, con le necessarie e inevitabili trasformazioni imposte dal procedere dei tempi.
    Ma quale è stato il ruolo del Partito d’Azione e dei suoi ascendenti ideali e politici, della sua aggregazione sociale, nel quadro del processo rivoluzionario antifascista? Leo Valiani ha giustamente sottolineato che «la storia delle origini e della nascita del Partito d’Azione è anche la storia della politicizzazione d’un gran numero di intellettuali italiani durante il fascismo»; ed ha precisato che, al tempo del liberalsocialismo (grosso modo fra il ’37 e il ’42) si trattò di una «politicizzazione etica, socialmente progressista». A partire dal ’29, Giustizia e Libertà raccoglie ed unifica le correnti liberaldemocratiche di sinistra dell’ex-opposizione aventiniana battuta dal fascismo: da allora, fino alla guerra di Spagna, esperienza per tanti versi risolutiva, gli uomini di Giustizia e Libertà, pur nella polemica e nell’emulazione con l’ala comunista (e socialista) dell’antifascismo, costituirono un gruppo e una rete cospirativa improntati ad un forte attivismo. Negli anni della crisi mondiale e dell’espansione fascista su scala europea, Giustizia e Libertà rifletteva la radicalizzazione, insieme programmatica e volontarista, dei vertici dell’intellettualità italiana. Di qui l’incontro con il «liberalsocialismo» di Guido Calogero e Aldo Capitini, stadio transitorio di questa radicalizzazione, che erodeva e tendeva a superare i limiti conservatori e tradizionalisti dell’idealismo gentiliano e crociano, mentre Giustizia e Libertà raggiungeva le sponde di un socialismo non marxista, fortemente polemico nei confronti dei partiti operai tradizionali. Ma proprio in ciò consisteva la originalità dei due movimenti, dal cui intreccio doveva nascere il Partito d’Azione. Ad accrescere l’eterogeneità di queste più corpose e centrali derivazioni, non si possono d’altra parte tacere i contributi più lontani e gli ingrossamenti successivi: l’associazione «Italia libera» e il Non mollare di Salvemini e Rosselli, connessi all’opposizione degli ex-combattenti, in cui si colloca la presenza di Ferruccio Parri; il piccolo gruppo ma qualitativamente importante di Ferdinando Schiavetti e dei repubblicani-socialisti; l’impatto con le élites più aggiornate ed attive dei repubblicani storici rimasti nella penisola, a contatto ravvicinato con un certo ambiente popolare. Si tornava, per questa via, al di là dei programmi socialistici, delle influenza laboriste e dirigiste che erano un portato della crisi occidentale a più precise radici nazionali, al ceppo del democratismo illuminato ed avanzato quale era apparso in Italia fra Giolitti e Mussolini. Parri, cui toccò il momento di più alta rappresentatività del Partito d’Azione come uno dei capi del Cvl e come presidente del governo uscito dal 25 aprile, si raccordava all’esperienza dell’ex-interventismo democratico e antifascista.
    Nello schieramento delle opposizioni, nella preparazione di un’alternativa democratica, gli azionisti ed ex-giellisti venivano quindi a costituire una sorta di cerniera fra il movimento operaio classico, di impostazione marxista, e quei gruppi moderati, liberali e cattolici, che nel 1943 sarebbero riapparsi in forze sulla scena e nella lotta politica. Lo stesso nome di «Partito d’Azione», allora prescelto, non solo rievocava e attualizzava una tradizione risorgimentale, ma per un verso insisteva sul patrimonio attivistico e volontarista già sperimentato da Giustizia e Libertà, per l’altro metteva in ombra le dispute ideologiche e le incertezze politiche che ancora gravavano e avrebbero continuato a gravare sempre più sul suo programma, inizialmente steso da Ugo La Malfa. Lussu testimonia che la confluenza degli elementi giellisti, al loro rientro in Italia, alla immediata vigilia della lotta armata, avvenne non senza la consapevolezza di un dissenso rispetto a quel programma, che pure non escludeva alcune basilari ma limitate nazionalizzazioni. Era appunto il momento dell’azione, e il dissenso rimase latente. Il primo compito non poteva non essere ormai quello di dare il via alla presa delle armi, innestandovi i compiti più immediati della lotta politica. La stessa affluenza del quadro intellettuale preparatosi nei gruppi liberalsocialisti non avvenne senza discussioni e riserve; da Firenze uscirono infatti alcune puntualizzazioni al primitivo programma, che ponevano al centro della cornice democratica un più saldo nucleo di riformismo sociale. Partito dunque di estrazione medio e piccolo borghese, ma con una ideologia che si prestava a notevoli divaricazioni. Valiani sottolinea la modernità dell’impianto lamalfiano, fatto esperto dalle elaborazioni programmatrici dell’economia keynesiana; tanto che giungerà a parlare di «eccezionale modernità, per quel periodo, del suo meridionalismo». Posizioni che forzavano la mano al capitale finanziario, collocandosi alla sua sinistra, nell’ipotesi ancora lontana di una revisione e modernizzazione delle sue politiche. Per contro, Lussu, che era stato e rimaneva il teorico di Giustizia e Libertà dopo la morte di Rosselli, rappresentava nel partito l’ala socialista. «Contro il fascismo italiano non c’è, in prima linea, che una classe: il proletariato; che una tattica: la rivoluzione», aveva scritto nel 1936, prima della guerra civile di Spagna, in capo alla sua Teoria dell’insurrezione.
    La disponibilità di un notevole quadro intellettuale e la molla rivoluzionaria e intransigente del partito costituirono la forza principale dell’azionismo nel ciclo della resistenza armata, una forza che gli consentì di orientare le minoranze più generose ed avanzate del ceto medio nella rivolta patriottica contro l’oppressione nazifascista. Il rovescio della medaglia era dato ciononostante da un accentuato radicalismo dalle scarse basi di massa, che contribuiva, quasi istintivamente, a coprire il divario fra una base sociale piccolo-borghese ed un programma ad indirizzo socialistico. E tuttavia questa organica dialettica, giustificata dalle contingenze in cui il partito era sorto e dagli obiettivi che si era dato fra il 1942 e il 1943, doveva consentirne una relativa espansione in quegli ambienti capaci di abbracciare ed elaborare i presupposti di una prospettiva repubblicana e rivoluzionaria. Di qui un duplice scontro: interno ed esterno al partito, e l’immedesimarsi del destino di questo con le antinomie proprie della società italiana; in definitiva il Partito d’Azione si rivolgeva essenzialmente ai ceti medi, ipotizzandone una quasi illimitata egemonia nella rivoluzione antifascista. L’Italia del ’43-’45 era, nell’insieme un paese arretrato, gravato da una questione meridionale non connessa allo slancio rivoluzionario del Nord, artificiosamente chiuso dalla dittatura fascista nell’involucro di una esperienza e cultura di massa in cui prevaleva il tratto provinciale, e sul quale pesava, oltretutto, l’ipoteca degli alleati. Il nuovo partito, in queste condizioni, rappresentava il meglio di una cultura urbana, molto più avanzata di un ceto medio ancora spoliticizzato e conservatore, e rispecchiava nel suo seno questa fondamentale contraddizione.
    Uomini come Lussu, Trentin, Dorso Galimberti meglio di altri avrebbero potuto rivolgersi agli strati più disponibili delle masse contadine nelle rispettive regioni, e in un certo senso in essi si ritrova qualche elemento di questo tipo; ma i programmi e soprattutto la prassi del Partito d’Azione per le ragioni indicate non si orientavano certo verso una riforma agraria capace di dare vita a nuove e diffuse forme di democrazia rurale; al massimo, con Dorso, rivive la polemica interna ai ceti medi, di origine salveminiana e raccordata allo schema della Rivoluzione meridionale, che mirava a spezzare nelle sovrastrutture il cordone ombelicale del vecchio trasformismo clientelare trapassato nel fascismo. Bisogna, a questo proposito, fare un passo indietro e tornare alle origini culturali del Partito d’Azione, del liberalsocialismo, e della stessa Giustizia e Libertà, alla matrice laica di tutti questi movimenti sviluppatisi l’uno nell’altro sulla base di un’esperienza fortemente caratterizzata dal patto fra Stato e Chiesa stretto nel ’29 con la mediazione del regime fascista; alle delusioni provocate dall’Aventino e radicalizzate nelle istanze e pregiudiziali repubblicane delle sinistre democratiche che si erano disperse negli anni venti, da cui doveva rinascere una nuova classe politica di cui si postulava la centralità; al distacco sociale che negli anni trenta continuava a dividere profondamente gli intellettuali ormai avviati all’impegno politico e sociale dalle grandi masse del popolo e dalle stesse avanguardie proletarie già politicizzate. Soltanto Lussu, in questo senso, con la sua esperienza sardista, faceva eccezione. Di qui una caratteristica eminente della prassi politica degli azionisti, il loro accentuato programmismo, che si scioglierà soltanto in parte nella cospirazione e quindi, soprattutto, nel momento dell’azione diretta, nell’impatto, già preannunziato dall’esempio di Rosselli, con le esigenze immediate dell’organizzazione armata, dell’insurrezione nazionale. I programmi del partito ponevano in primissimo piano, nella loro ispirazione e nell’azione condotta in seno al Cln di Roma e di Milano, il momento di una rottura senza ritorno e senza compromessi con lo Stato monarchico. Un riflesso di queste posizioni, come del socialismo autonomo e federalista che era stato una caratteristica precipua di Giustizia e Libertà, è nella configurazione del nuovo ordine repubblicano, che infatti sarà incentrato sulle autonomie. E anche questo sarà un contributo peculiare, anche se non esclusivo, del Partito d’Azione alla svolta o al tentativo di svolta democratica, che lascerà la sua impronta sul processo antifascista di rinnovamento della società italiana e dei suoi istituti. Più spiccato, in tal senso, l’apporto della sinistra del partito e dei gruppi meridionalisti; ma istanze analoghe – con accenti e formule diverse – erano condivise e scontate anche dalle altre frazioni.
    Ma la formidabile contraddizione in cui gli azionisti si vennero a trovare nel paese, praticando la linea quasi pregiudiziale di una totale opposizione alla monarchia, finiva col riflettere il loro isolamento in parte dalle grandi masse che si liberavano dalla gabbia del regime, in parte dal processo di riorganizzazione del movimento cattolico, e dei partiti socialista e comunista. Forse le stesse istanze di tipo giacobino sulla questione istituzionale erano un derivato di questa singolare e pur necessaria e comprensibile collocazione del partito fra gli schieramenti prima di tutto sociali del paese. Così, nel corso dell’azione e della lotta politica, mentre il radicalismo repubblicano non poteva non riscuotere, specie nelle condizioni create dagli eventi dell’8 settembre e dalla fuga di Pescara, un successo immediato relativo, ponendo anzi in difficoltà le diverse o avverse posizioni degli altri partiti antifascisti, l’incertezza fondamentale sul piano del programma e quindi del metodo e dei mezzi per realizzarlo rimaneva intatta, intrinseca alla natura del partito. Tendeva a sfuggire la possibilità di una più chiara scelta di campo: almeno nel senso che per un partito nuovo, nato per combattere il fascismo e «costruito in pieno fascismo», si riproponevano – tutte insieme e talvolta confusamente – le classiche alternative fra riforme e rivoluzione, fra rivoluzione liberale, se si vuole, e socialismo libertario, fra penetrazione molecolare nei ceti medi più avanzati ed espansione negli strati più accessibili degli operai e dei contadini.
    L’accentuata tensione programmatica, che mirava ad una «rivoluzione dello Stato» per opera delle sinistre, ma con una ambiziosa funzione di pilota, lo spirito di emulazione che ne derivava con le risorte formazioni della sinistra operaia e marxista, il cui ruolo Rosselli e i liberalsocialisti avevano dato troppo presto per invecchiato e superabile, e la stessa alleanza antimoderata, che nonostante i contrasti tattici e teorici, era venuta emergendo almeno agli occhi dell’opinione pubblica, tendevano a dislocare il partito piuttosto verso il campo della classe operaia che non ad ancorarlo ad un lavoro molto più improbo, e che forse alla fine avrebbe potuto risultare più efficace e meno effimero, nel campo del ceto medio da riscattare e inquadrare in una duratura e stabile prospettiva democratica. D’altra parte, sia la democrazia cristiana per la sua ideologia interclassista, sia i socialisti per certe tradizioni risalenti al prefascismo, sia infine i comunisti, ormai orientati verso la costruzione di un partito di massa di tipo nuovo (che era non soltanto il corollario ma il punto chiave della svolta di Salerno) si presentavano sul fronte dei ceti medi in aperta concorrenza. La questione delle alleanze strategiche, in termini politici, fu invece negletta o non risoluta: l’accento batteva piuttosto sull’intransigenza che sulla conquista, sull’accelerazione dei tempi che sulla costruzione organica, e di lunga durata di un complessivo schieramento di classe, all’interno del quale il partito avrebbe potuto definire meglio le sue basi. Una riprova di questo travaglio, che poi si dimostrò non superabile, oltre che nei dibattiti di tipo congressuale, è nei tentativi di impianto della questione operaia. Dal punto di vista teorico fu fatto uno sforzo per ricollegarsi a istanze autonomistiche e consiliari, fu dato rilievo, sull’Italia libera, agli scioperi del ’43 e del ’44, si cercarono e in parte si realizzarono collegamenti con gli ambienti operai di fabbrica (da cui l’esperienza di Voci d’officina che riprendeva la testata torinese del ’31) specialmente nel Nord; ma una debolezza grave consisté alla fine nella mancata individuazione di una sfera propria nel campo sindacale. Da un lato gli azionisti si trovarono esclusi dalla ricostituzione della Cgil, dall’altro tentarono nel Mezzogiorno liberato a Napoli, di convogliare sotto la loro egemonia, in un effimero esperimento, le tendenze marginali del vecchio movimento operaio, che erano riaffiorante, scambiandole per un fermento rinnovatore.
    Nonostante queste difficoltà e oscillazioni, in parte di natura politica in parte condizionate da un oggettivo contesto sociale, il Partito d’Azione conquistò di slancio un posto di avanguardia nella lotta armata come nella lotta ideale che animarono la Resistenza: nella prima fu secondo soltanto ai comunisti, nonostante la sua più debole consistenza numerica e organizzativa, nella seconda si distinse proprio grazie al suo radicalismo istituzionale che lo oppose, nella grande maggioranza, con l’eccezione significativa degli azionisti meridionali, al primo governo Badoglio di unità nazionale, e lo fece poi allineare ai socialisti nell’opposizione al secondo governo Bonomi. Furono comunque gli azionisti, in seno allo schieramento del Cln, a privilegiare la questione della repubblica su ogni altro obiettivo intermedio o strategico del movimento di liberazione. Il punto più alto di questa linea fu forse toccato dalla vigilia della preparazione insurrezionale, con le proposte presentate al Clnai, che costituirono un elemento di coagulo e di stimolo, per i partiti di sinistra, nella prospettiva di un deciso rilancio del programma di rinnovamento sociale e politico del paese, al momento dell’imminente trapasso dalla guerriglia antifascista agli obiettivi della ricostruzione e riforma dello Stato. Ma dietro questi meriti e contributi, pur essenziali e certo fruttuosi, anche se in parte frustrati da una diversa concezione del processo resistenziale e soprattutto dallo sviluppo degli avvenimenti, permaneva l’alternativa originaria: partito egemone del rinnovamento democratico del paese, quanto meno su un periodo abbastanza lungo, nella presupposta capacità di esprimere ed equilibrare forze sufficienti alla bisogna, o movimento in qualche modo metapolitico, di riforma e unificazione socialista, secondo le elaborazioni e i principi di Giustizia e Libertà e della dottrina liberalsocialista? La dialettica interna al partito, dal primo convegno del 5-6 settembre del ’43 alle ultime assise che furono anche il primo vero ed unico congresso nazionale, quello di Roma tenuto poco dopo la caduta del governo Parri, dimostra come i problemi di ideologia e di tattica corrispondessero puntualmente a più vaste e complesse inevitabili questioni di schieramento rispetto ai partiti depositari di grandi tradizioni ideali e di ben più articolati e presumibilmente solidi interessi.

    (...)
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Le forze politiche antifasciste nella Resistenza (1975)

    Ma anche sotto questo profilo sarebbe sbagliato ridurre il ruolo della tradizione giellista e azionista soltanto alla parabola del Partito d’Azione, quale si svolse nel quinquennio dal ’42 al ’47. La presenza di questa tradizione contribuì infatti a spostare a sinistra, sul piano politico e morale, quei «vertici» più consapevoli e sensibili del ceto medio a cui si è fatto richiamo inizialmente. Allo stesso modo che diversi intellettuali, poi approdati alla milizia comunista, erano passati attraverso l’esperienza liberalsocialista o avevano avuto un primo contatto con i suoi circoli (Capitini e Valiani ricordano Alicata, Bianchi Bandinelli, Bufalini, Lombardo Radice, Luporini, Ingrao), dopo il ’47 passeranno ai socialisti sia pure con diverse motivazioni e collocazioni, Cianca, Codignola, De Martino, Foa, Lombardi, Lussu, Schiavetti e molti altri. Non si può infatti non rilevare il grande peso che la «scuola azionista» ha avuto, nel suo complesso, prima e dopo la Resistenza, nel «mobilitare», formare, orientare anche verso nuovi sbocchi politici e teorici un gran numero di quadri, sia col richiamo a posizioni di rigore politico, sia con la ricerca di un crescente impegno nella lotta sociale, come risposta alla crisi vissuta dal paese. Al primo convegno fiorentino del partito – proprio alla vigilia dell’8 settembre – ricorda Lussu «vi erano infatti marxisti dichiarati, socialisti, liberali e liberalsocialisti, repubblicani e repubblicani-socialisti, conservatori, borghesi progressisti, intellettuali tipicamente di ceto medio»: da quel primo impatto «collettivo», ancora numericamente molto esiguo, doveva nascere il tentativo di una linea comune di pensiero e d’azione. Il secondo convegno, che in realtà si tradusse nelle assise delle forze meridionali, si tenne a Cosenza poco dopo la liberazione di Roma: qui la divaricazione fra la tendenza democratica (17 mila voti) rappresentata da La Malfa e le componenti socialistiche e meridionaliste (37 mila voti) egemonizzate da Lussu venne avanti per la prima volta in maniera netta, anche se fu provvisoriamente ricomposta nella sostanziale riconferma della precedente direzione. Un partito liberale di sinistra era di fatto inconcepibile, mentre sulle ali lo spazio cominciava ad essere conteso dai repubblicani, che si andavano ricostituendo nella capitale e nelle regioni liberate, e dalla stessa presenza socialista. Emergeva il problema della destinazione di un partito che avrebbe dovuto fondersi o allearsi con altre formazioni, o risolvere e contemperare nel suo seno così opposte tendenze. Infine, il congresso di Roma si tiene quando la funzione propulsiva e di critica assolta nel periodo della lotta armata è già superata, quando è sfuggito agli uomini del partito il ruolo di mediazione, su posizioni di sinistra temperata, fra liberali e cattolici da un lato, socialisti e comunisti dall’altro, tentato con la presidenza Parri. Il disagio si moltiplica e sfocia nella scissione: la mozione Codignola, appoggiata da Lussu, il quale prefigurava già l’incontro con i socialisti su posizioni di classe, convoglia 120 mila voti contro il 70 mila di Lombardi (centro) e i 30 mila di Salvatorelli, che rappresentava la destra, mentre i 67 mila astenuti o assenti sottolineano la profondità della crisi.
    Dirà poi Lussu, che «la compagine “azionista” aveva mostrato di non reggere al confronto politico nel paese». La grande speranza o utopia di gareggiare con le sinistre nel disegno di un nuovo modello statuale postfascista e al contempo di esprimere le istanze più avanzate, rappresentative dei ceti medi andò delusa alla prova immediatamente successiva delle elezioni per la Costituente. Mentre da più parti si lamentava la carenza di una larga e chiara formazione democratica progressista (dal ceto medio e da consistenti strati popolari il vecchio Pri traeva consensi per un milione di voti), il Partito d’Azione non riusciva a conseguire che sette deputati nel collegio unico nazionale, a cui dovevano aggiungersi due sardisti, gli unici con una base di massa, per un complesso di poco più di 400 mila voti: col deputato della Valle d’Aosta, collegato alle sinistre, costituiranno il gruppo parlamentare «autonomista», per tre quarti gravitante su Milano, Torino e Firenze.
    La parabola dell’organizzazione si era virtualmente conclusa: in un certo senso riflettendo il ciclo e le contraddizioni, i limiti e i successi della prima tappa della rivoluzione antifascista. Ma l’eredità «azionista», a parte il largo contributo offerto al movimento socialista, continuerà a produrre fermenti notevoli, soprattutto con Calamandrei, con l’ultimo Salvemini e con Ernesto Rossi, sul terreno della protesta laica e democratica, nel solco di un accentuato criticismo radicale. Dall’esperienza azionista, comunque, doveva ricavarsi la lezione che un partito o movimento costituito soltanto sulla base di una trama ideologica, e formato forse per i nove decimi da intellettuali ed esponenti tipici del ceto medio, non poteva reggere alla moderna lotta politica. Con le formazioni «Giustizia e Libertà» e nella battaglia istituzionale, quel così vario e sintomatico raggruppamento aveva però bruciato i suoi uomini migliori e i loro entusiasmi, contribuendo nella dialettica unitaria della Resistenza a segnare alla sua destra un confine abbastanza preciso rispetto alle carenze storiche dell’antifascismo moderato, e consegnando idealmente buona parte delle sue critiche alle nuove organizzazioni di massa delle sinistre. Il dibattito sui programmi e la tattica avevano alla fine comportato la dispersione del partito, ma probabilmente il punto più oscuro, in cui troppo scarso era stato il dibattito, aveva coinciso proprio con l’innesto delle tradizioni di Giustizia e Libertà sulle giustapposizioni ideologiche dell’ipotesi liberalsocialista. Superata la fase dell’impegno diretto nella lotta armata, mutata la forma istituzionale dello Stato, la «scuola azionista» tornava, per quanto poteva, alle sue precipue e originarie caratteristiche di movimento etico e culturale. Una larga schiera di «intellettuali» si era trasformata in partigiani combattenti e in politici militanti: il socialismo dello spirito libertario rilanciato da Rosselli aveva contribuito – partito fra i partiti – al più vasto processo di socializzazione dell’Italia contemporanea.

    Enzo Santarelli


    https://musicaestoria.wordpress.com/2021/04/24/le-forze-politiche-antifasciste-nella-resistenza-i-gli-azionisti/
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    Predefinito Re: Le forze politiche antifasciste nella Resistenza (1975)

    I socialisti

    di Aldo Agosti - «Il Contemporaneo», in «Rinascita», a. XXXII, n. 17, 25 aprile 1975, pp. 29-31.

    Nel 1968, in occasione del convegno sul tema I partiti politici nella Resistenza promosso dall’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, Gaetano Arfé rilevava che «chi intenda affrontare il problema della parte avuta dai socialisti nella Resistenza non può disporre che di scarsi documenti, di pochi scritti, più o meno occasionali, limitati generalmente a episodi o a zone ristrette, e finanche la memorialistica di qualche rilievo si riduce a poche voci». Non si può dire che oggi la situazione sia molto mutata: anzi proprio la ricchissima fioritura di memorie, di documenti e di studi che in questi anni si è verificata sulla storia del Pci negli anni della guerra e, per altro verso, l’attenzione mai venuta meno e di recente ravvivatasi sul ruolo della componente «azionista» fanno risaltare con maggiore nettezza la zona d’ombra in cui resta ancora in gran parte avvolto l’apporto socialista al movimento di liberazione. Si tratta di una lacuna grave, tanto più sorprendente in quanto sembra ormai pacificamente accettato in questo campo di studi il criterio di metodo auspicato dallo stesso Arfé, e cioè quello «di considerare i partiti non soltanto e non tanto come entità organizzative dai confini ben delimitati, ma come portatori di tradizioni, di valori, di ideologie, che hanno radici profonde nella storia della società e nella storia etico-politica del paese»: tanto che anche uno studioso come Luigi Cortesi, certo meno di Arfé sospetto di un pur legittimo patriottismo di partito, ha potuto affermare che «il vuoto politico-organizzativo lasciato dal Psi era occupato dalle sue tradizioni», individuando poi queste ultime in «un certo atteggiamento spirituale (…) privo di linee teoriche e strategiche precise sul piano rivoluzionario, e d’altra parte agganciato al prevalere nel paese di una realtà economico-sociale arretrata e alle risorse paternalistiche della cosiddetta “classe politica” tutta intera»., oltre che in «un certo democratismo spontaneo, ricco di fermenti e di premesse che il Psi non ha elevato a coscienza socialista ma che il fascismo non è riuscito a stroncare né ad assorbire».
    Da questo punto di vista è fuori discussione che la presenza socialista nella Resistenza non può essere misurata solo dal numero limitato delle formazioni armate che il Psiup riuscì a organizzare e a dirigere, ma dev’essere valutata, per dirla ancora con Arfé, in base al contributo che il partito diede «alla creazione delle condizioni necessarie e idonee allo sviluppo della Resistenza e alla sua capacità di partecipazione alla collettiva direzione politica del movimento». Aggiungeremo che il primo dei due termini di questo parametro di giudizio (la creazione delle «condizioni di sviluppo» della Resistenza) appare essenziale per valutare il peso della componente socialista dal 25 luglio fin verso la metà del 1944, mentre il secondo (la capacità di partecipare alla direzione collettiva del movimento) acquista un rilievo decisivo soprattutto per la fase conclusiva della lotta di liberazione, dall’inizio dell’autunno 1944 alla primavera 1945, nel corso della quale l’elaborazione e l’iniziativa socialista si affermano con più forza e con maggiore respiro autonomo: ed è su questo secondo periodo specialmente che intendiamo appuntare l’attenzione.
    Alla stretta decisiva della Resistenza, segnata dal trapasso dalle grandi speranze dell’estate 1944 alla cocente disillusione per l’esaurimento dell’offensiva alleata sulla linea gotica e alla prospettiva di un nuovo durissimo invero di lotta, il partito socialista giunge con una visione in parte ancora contraddittoria e tutt’altro che univoca degli obiettivi della lotta antifascista, del proprio ruolo in essa, dei propri rapporti con le altre forze del Cln.
    Influiscono naturalmente sull’indeterminatezza di questa posizione il modo stesso in cui il partito si è ricostituito dopo il 25 luglio; la compresenza al suo interno di numerose anime che la fusione di Psi e Mup nell’agosto del ’43 riesce a conciliare provvisoriamente ma non a fondere in una concezione organica e intimamente unitaria; la formazione e le esperienze profondamente diverse dei quadri dirigenti, in parte reduci da un’esperienza di esilio che li ha estraniati dal paese, in parte usciti dal lungo tunnel di una resistenza piena di dignità ma passiva al fascismo, senza alcuno stimolo a un ripensamento critico del passato da cui far scaturire prospettive nuove di azione, in parte minore temprati dalla lotta clandestina contro la dittatura e aperti all’esigenza di una critica spregiudicata tanto del socialismo prefascista che dello stalinismo.
    La molteplicità e l’eterogeneità di queste componenti si riflettono nello svolgimento non lineare del discorso del Psiup e determinano una divaricazione spesso profonda tra le posizioni di principio e la condotta pratica nella lotta. Nel Cln romano i rappresentanti socialisti si distinguono per la loro intransigenza sulla pregiudiziale istituzionale e per la tendenza a creare un blocco di sinistra che prefiguri lo schieramento di forze che dovrà guidare verso il socialismo la futura repubblica. Nel marzo del 1944 il Psiup assume un atteggiamento decisamente critico verso la svolta di Salerno, sottolineando i pericoli insiti in un compromesso politico con le forze conservatrici che vada al di là delle esigenze immediate della guerra, e manifestando serie preoccupazioni per il crescente condizionamento esercitato sulle sorti della rivoluzione italiana dalla politica delle grandi potenze e dai futuri equilibri internazionali; e ancora, in occasione della costituzione del primo governo Bonomi, l’Avanti! ribadisce che «il socialismo è problema di oggi» e prospetta come imminente la rottura tra forze moderate e forze rivoluzionarie nella coalizione antifascista. Nello stesso periodo però queste posizioni rischiano legittimamente di apparire al Nord come l’alibi massimalistico di atteggiamenti sostanzialmente attendisti o rinunciatari: si tratti dei tentennamenti dei rappresentanti del Psiup di fronte alla proclamazione del grande sciopero del 1° marzo, oppure di posizioni come quella di Lelio Basso che, nate sul terreno dell’intransigenza classista del Psiup, finiscono per coincidere con la linea del gruppo estremista di Prometeo nella negazione dell’importanza della guerra partigiana e nella rivendicazione dell’estraneità della classe operaia ad essa. Significativo è al riguardo il giudizio che esprime Mauro Scoccimarro in una lettera del 2 marzo 1944, redatta per conto della direzione comunista romana e indirizzata alla direzione dell’Italia occupata. «(…) nel Psi stanno riprendendo piede da una parte i vecchi riformisti, tendenzialmente anticomunisti, i quali ritornano alla vita politica dopo vent’anni di letargo con la stessa mentalità e lo stesso stato d’animo di due decenni or sono, ignorando completamente ciò che è avvenuto in questo lungo periodo di tempo: naturalmente il riformismo non si presenta oggi nelle stesse forme del passato: esso assume forme nuove (attesismo, ecc.), ma la sostanza è sempre la stessa. D’altra parte risorge una nuova forma di massimalismo, con carattere settario, anch’esso tendenzialmente anticomunista. Avviene così che ufficialmente si assumono atteggiamenti estremisti che ingannano le masse, mentre poi si lascia via libera ai riformisti che si impadroniscono degli organi di effettivo lavoro fra le masse. La confluenza di queste due tendenze nell’azione del partito è la causa dei poco buoni rapporti esistenti alla base fra comunisti e socialisti».

    (...)
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    Predefinito Re: Le forze politiche antifasciste nella Resistenza (1975)

    Questo dei rapporti non buoni con il Pci, a cui pure il Psiup era legato da un nuovo patto di unità d’azione sottoscritto il 28 settembre 1943, che poneva in modo esplicito l’obiettivo dell’unità politica della classe operaia e cioè della formazione di un unico partito dei lavoratori italiani, ritorna come un leit-motiv in molti documenti di parte socialista non meno che in quelli di parte comunista. Pesavano certo a questo riguardo le divergenze teoriche e strategiche fra i due partiti: la convinzione, che «il fascismo come fenomeno politico doveva considerarsi ormai estinto e che, conseguentemente, tutto lo sforzo e l’attività dei partiti antifascisti dovessero essere rivolti a combattere le forze economiche e sociali che al fascismo avevano dato vita e che conservavano in Italia una loro vitalità e in Europa i loro appoggi» (Ragionieri), prevaleva spesso nell’impostazione del Psiup e contrastava con la preoccupazione comunista di allargare al massimo l’alleanza antifascista e di far convergere tutte le energie nella condotta della guerra di liberazione anche a scapito della chiarezza programmatica. Ma ancor più sembrano avere pesato le incomprensioni che scaturivano da un diverso atteggiamento psicologico e da un diverso «costume» dei quadri dei due partiti: ad esempio, da una certa leggerezza cospirativa dei socialisti o da forme di attivismo talvolta esasperato e di settarismo dei comunisti.
    Esprime efficacemente questa atmosfera la nota con cui l’Avanti! milanese commenta l’aggiornamento del patto di unità d’azione sottoscritto dalla direzione del Pci e dall’Esecutivo del Psiup per la zona occupata nel settembre del 1944: «Troppo sovente certo noi vediamo scaricare sul nostro partito la colpa di un’agitazione che non è riuscita, di uno sciopero che è fallito; troppo spesso assistiamo alla sistematica denigrazione dei nostri uomini, attraverso i quali si vuole colpire il partito; troppo diffusa è la sottovalutazione delle nostre forze e della parte che noi sosteniamo nella lotta. I compagni comunisti devono capacitarsi che non è imponendo di forza le loro iniziative, che non è coartando la volontà dei nostri organizzati là dove si tratta di portare le masse alla lotta, che non è indebolendo le nostre posizioni nella guerra partigiana, che non è sminuendo sistematicamente il ruolo del nostro partito che si serve la causa dell’unità».
    In realtà, la grande estate partigiana del 1944 aveva consentito di superare in parte questa difficoltà e di rinsaldare i vincoli fra i due partiti operai sia alla base che al vertice. L’8 agosto del 1944 le direzioni del Pci e del Psiup avevano tenuto a Roma una riunione comune nella quale avevano preso atto degli ostacoli incontrati nei rapporti fra i due partiti, ma avevano riproposto con forza l’unità tra di essi come il fondamento necessario per l’unità di tutto lo schieramento antifascista e fissato come obiettivo comune la distruzione delle radici del fascismo e la fondazione di una repubblica democratica attraverso un’assemblea costituente.
    Nel quadro di un rapporto più disteso con il Pci, anche se non privo di asperità e di tensioni polemiche, l’iniziativa del Psiup ritrova slancio e coerenza e approda a calare più efficacemente il partito nella lotta, con una propria caratterizzazione autonoma vista come momento di un processo unitario.
    Se a Roma questo avviene attraverso la parola d’ordine di Nenni «tutto il potere ai Cln» - che aveva peraltro il merito innegabile di prospettare uno sviluppo dei Cln stessi in organi di autogoverno popolare e in strumenti di rottura della continuità del vecchio Stato burocratico e accentratore – e con una visione delle scelte politiche condizionata dagli orizzonti angusti degli stessi interlocutori appartenenti agli altri partiti, non escluso, in una certa misura, il Pci, al Nord, per la maturità del movimento nel suo insieme e per il carattere diverso dei Cln, l’iniziativa socialista si sviluppa con maggiore ampiezza di respiro.
    Un momento estremamente importante e chiarificatore di questa iniziativa è rappresentato da Politica di classe, la rivista di orientamento politico che il gruppo dirigente del partito per l’Italia occupata cominciò a pubblicare nel settembre del 1944 sotto la direzione di Rodolfo Morandi, affiancato da Lelio Basso e Guido Mazzali. Politica di classe doveva essere e fu una pubblicazione almeno in parte «teorica», nel senso che era chiamata non già, o non tanto, a fornire notizie sull’andamento della lotta militare e a svolgere opera di propaganda e di proselitismo immediato per il Psiup – compiti, questi, che assolveva a sufficienza l’Avanti! – ma a rispondere ai molti interrogativi politici che la situazione poneva: qual era la situazione specifica e autonoma del partito, e quali obiettivi esso assegnava alla lotta in corso? da che cosa il Psiup, pur aderendo senza riserve al patto di unità d’azione, traeva motivo di una persistente differenziazione dal Pci? Come si ponevano i nuovi organismi unitari nati dalla lotta – e in particolare i Cln – nei confronti della struttura tradizionale dello Stato italiano?
    La natura stessa di questi interrogativi era tale che essi non potevano essere affrontati in modo astrattamente «ideologico», ma solo in stretta connessione con la lotta politica in atto.
    Del resto, era questo il metodo di lavoro proprio di Morandi, il cui pensiero, come ha osservato Stefano Merli, «per l’originalità e la chiarezza delle posizioni raggiunte si imponeva di per se stesso come una linea più matura concordemente accettata» dalla rivista: «non è – scriveva il dirigente milanese – una sosta che noi facciamo, né proponiamo ai compagni, volgendo la considerazione ad argomenti che toccano il domani. Non è un invito ad allontanarsi anche per un istante solo dal momento drammatico che viviamo. È un invito piuttosto a moltiplicare gli sforzi, approfondendo la ragione di questa nostra lotta».
    Dall’elaborazione di Politica di classe sembra scaturire un filo conduttore unitario, che a sua volta si dipana in due direzioni: l’esaltazione della funzione nazionale, civile, emancipatrice della classe operaia nella lotta in corso («Questa classe rivendica l’onore dei sacrifici più grandi. Su di essa si abbattono i colpi più duri. Essa non ha alcun monopolio da stabilire nella lotta oggi, nessuna ipoteca da porre sul domani, la sua lotta non s’è iniziata da oggi. Essa lotta per la sua emancipazione, ma non lotta per sé sola e perciò può veramente essere alla testa del popolo in quest’ora») e la riaffermazione del carattere di classe di questa lotta. È soprattutto questo secondo aspetto che si sottolinea con forza: le perplessità suscitate nelle file socialiste dalla svolta di Salerno trovano sulle colonne della rivista la formulazione più completa e matura, superando il terreno dell’intransigenza giacobina sulla questione istituzionale, su cui fino ad allora si era mosso prevalentemente il Psiup, per essere calate e verificate nel fuoco della lotta politica e militare senza quartiere. I socialisti non contestano più, a questo punto, la necessità di un’unità nazionale la più ampia possibile: ma, di fronte al pericolo che l’esigenza della guerra a fondo contro il fascismo e l’utilizzazione di tutte le forze che perseguono tale scopo, anche fuori del Cln, facciamo passare in secondo piano le finalità per cui i partiti operai combattono, e di cui la stessa lotta armata è un momento, rivendicano il diritto di chiarire alle masse il significato profondo della lotta in atto e la portata della crisi che si profila, di prepararle «a conquistare quelle soluzioni socialiste che certo non pioveranno loro in grembo»; di convincerle che «la lotta (…) a fianco dei partiti borghesi ha tutta la sua ragione d’essere combattuta da un punto di vista di classe»: in una parola, insomma, il diritto e il dovere di chiarire loro il rapporto tra obiettivi immediati e obiettivi finali, di «assegnare un orizzonte agli sforzi che chiedono alla massa lavoratrice», non potendosi «limitare le prospettive a successivi traguardi di tappa».
    Certamente è sensibile in queste posizioni, oltre all’eco di un certo rapporto illuministico fra il partito e la classe, la sottovalutazione dei pericoli di rottura dello schieramento unitario del Cln e delle conseguenze gravissime che tale rottura avrebbe prodotto; così come è presente una valutazione schematica della linea del Pci che si assume come bersaglio polemico; né, infine, si può negare che la diffidenza con cui i comunisti reagivano a queste enunciazioni di principio, facendole passare come copertura di un sostanziale attendismo, fosse priva di fondamento, se è vero che ancora nei primi mesi del ’45 si verificarono localmente casi di convergenza dei rappresentanti socialisti sulle posizioni più «prudenti» delle destre del Cln. Resta però il fatto che da parte del Pci l’elaborazione tesa a definire gli obiettivi della democrazia progressiva e ad articolarli in una prospettiva di largo respiro, che ne chiarisse il nesso con la rivoluzione socialista, restò in buona parte manchevole; e non c’è dubbio che questa insufficienza abbia poi pesato anche sugli sviluppi successivi della lotta per il rinnovamento della società italiana.

    (...)
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    Predefinito Re: Le forze politiche antifasciste nella Resistenza (1975)

    In questo parziale vuoto di elaborazione – che le lucide intuizioni di Eugenio Curiel non bastano a colmare – il discorso socialista si inserisce con accenti talvolta astratti e dottrinari ma con indubbia efficacia. Valga come esempio la mozione programmatica approvata dal Comitato centrale del Psiup per l’Alta Italia il 10 novembre 1944 e redatta da Basso e Morandi: «La disciplina di lotta che il partito accetta partecipando al Cln – riafferma fra l’altro il documento – non che risolvere, neppure sospende l’azione di classe che esso ha per sua funzione di promuovere e di guidare. In seno al Cln il partito intende di rappresentare la classe di cui è espressione, per la quale non v’è collaborazione possibile con la classe borghese, e di sostenerne gli interessi, che non hanno conciliazione possibile con gli interessi capitalistici. Esso (…) vuole sviluppare la formula inalterata della libertà a libertà di popolo, vuole sospingere la democrazia, assunta ad antitesi del fascismo, a diretto governo di popolo (…). La libertà può essere conseguita solo in un nuovo ordine espresso dal popolo e costituito all’infuori della legalità esistente, che è presidio e schermo alla supremazia di una classe». Il documento prosegue auspicando una «radicale opera di defascistizzazione», la quale deve procedere di pari passo «con la creazione e il potenziamento di quegli istituti e organismi – dai consigli di fabbrica ai sindacati, dalle grandi cooperative alla milizia popolare – in cui può veramente estrinsecarsi la volontà della classe lavoratrice e in cui questa viene conquistando, nella battaglia quotidiana, la capacità all’autogoverno e all’esercizio effettivo della libertà e della democrazia»; quindi, rendendo esplicito il nesso irrinunciabile fra lotta per il socialismo, afferma: «Facendosi centro propulsore di questa mobilitazione di tutte le forze del lavoro, il partito intende (…) esercitare un’incessante pressione sulle strutture capitalistiche e sulla compagine borghese, in modo che anche le soluzioni parziali cui la situazione dovesse obbligarlo siano concepite non già in senso riformistico come riforme capaci di consentire un rinnovato equilibrio capitalistico, bensì in senso rivoluzionario, come strumenti di un’azione sempre più vasta e profonda diretta a minare le basi del dominio di classe borghese e a preparare la conquista del potere da parte del proletariato».
    Se abbiamo citato così ampiamente la mozione del 19 novembre, non è solo perché essa rappresenta in modo esemplare le posizioni del gruppo dirigente socialista settentrionale, ma soprattutto perché essa costituisce un essenziale punto di riferimento e di confronto per esaminare le successive prese di posizione del Psiup, con la loro carica feconda e innovatrice e con le loro contraddizioni, nel cosiddetto «dibattito delle cinque lettere» e nella discussione che ne scaturì sui compiti del Cln.
    Quel dibattito aveva avuto inizio, com’è noto, dalla lettera aperta del Partito d’Azione del 20 novembre, nella quale si rilevava la crisi latente del Cln, il cui carattere di pura coalizione di partiti rischiava di pregiudicare il rinnovamento democratico del paese, e si proponeva una riforma del suo «modo di funzionare» che prefigurasse l’ossatura del nuovo Stato democratico e che si preoccupasse comunque subito di decentrare i suoi poteri agli organi regionali, provinciali e comunali. Alla lettera del Pd’A rispose pochi giorni dopo il Pci, consentendo in linea di massima con le soluzioni in essa proposte e insistendo però al tempo stesso sulla necessità di allargare subito il Cln con l’immissione organica nel suo seno dei rappresentanti degli organismi di massa (comitati d’agitazione, comitati dei contadini, organizzazione professionali, Fronte della gioventù, Gruppi di difesa della donna).
    La risposta socialista ai problemi sollevati dalle due lettere aperte – redatta principalmente da Morandi – si ha soltanto in gennaio. Vi è di mezzo, come ha notato Roberto Battaglia, «la crisi del primo governo Bonomi, il colpo decisivo che ne riceve l’autorità del Cln, la sua imprevista soluzione con i comunisti al governo e i socialisti e gli azionisti all’opposizione». Il Psiup, che fra tutti i partiti era stato forse il più deciso nel denunciare le mene conservatrici del governo Bonomi, motiva il suo rifiuto di fare parte del nuovo gabinetto con la volontà di non avallare, «anche agli occhi degli inglesi e dell’opinione pubblica mondiale, (…) una politica di restaurazione monarchica e di liquidazione di tutte le speranze di rinnovamento politico presenti nel cuore degli italiani». In realtà, il rischio che così si corre di lasciare via libera alle forze reazionarie è assai grave, e l’atteggiamento dei comunisti, la partecipazione dei quali al governo evita la frattura aperta e irreversibile fra la destra e la sinistra dello schieramento antifascista, e garantisce, con l’intensificazione dello sforzo bellico, il coordinamento della politica governativa con la lotta armata del Nord, è molto più realistico. In ogni caso, anche se il Psiup ribadisce «la sua piena solidarietà con gli altri partiti antifascisti nel quadro del Cln, che devono uscire dalla prova presente rafforzati nelle coscienza della loro funzione di cellule viventi del nuovo Stato italiano», e soprattutto la validità del patto di unità d’azione con i comunisti, «che è e rimane costante ed essenziale norma della sua politica», la crisi politica del Cln appare profonda: ed è su questa constatazione che si impernia la Dichiarazione del Psiup sulla politica del Cln con la quale i socialisti prendono pubblicamente posizione nel dibattito aperto dalla lettera del Pd’A. La crisi, scrive Morandi, non può essere superata con «una riforma che tenda a operare dall’esterno un rafforzamento della compagine del Cln», ma soltanto se il Cln conferma esplicitamente il suo impegno di porsi alla testa di un rinnovamento radicale, garantendo al popolo italiano i frutti dei sacrifici subiti.
    Entrando poi nel merito delle proposte di riforma avanzate dai comunisti, la risposta dei socialisti è sostanzialmente negativa: poiché, a loro giudizio, l’inclusione nei Cln dei rappresentanti degli organismi di massa, «a parte la difficoltà di avere di essi una rappresentanza responsabile, non potrebbe che causare disordine in seno ai Cln che verrebbero a trovarsi composti in modo eterogeneo». Ritorna qui una malcelata diffidenza verso gli organismi di massa che era già affiorata nel partito alla fine dell’estate: allora però il parere negativo del Psiup sull’allargamento dei Cln era stato motivato più esplicitamente, come ha scritto Riccardo Lombardi, dal timore che i Cln «si trasformassero in organismi a carattere populista, ove si cancellasse la differenziazione di classe». Ma un conto era rilevare – giustamente – che la crisi del Cln era di natura politica e quindi non bastava modificarne la struttura e la composizione per risolverla in modo soddisfacente; un conto era invece rifiutare ostinatamente l’allargamento dei comitati agli organismi di massa quando era chiaro che questa misura, se certo comportava il rischio di un’attenuazione della «sensibilità di classe» dei partiti operai, era la sola che potesse – sia pure una volta avvenuto l’indispensabile chiarimento politico che il Psiup auspicava – porre le basi per uno sviluppo dei Cln nel senso di organi di democrazia diretta e di autogoverno popolare.
    Quando poi si tratta di precisare la piattaforma politica sulla base della quale può essere superata la paralisi del Cln, il Psiup non fa altro che ritornare, come ha osservato Battaglia, «al punto d’origine del dibattito politico del Cln, a quella questione della “pregiudiziale repubblicana” che sembrava superata con l’accettazione da parte del Clnai della svolta di Salerno»; vi ritorna, argomenta Morandi, perché «la questione monarchica non è più quella di un istituto conservato sotto condizione fino alla convocazione della Costituente, dal momento che la monarchia oggi opera di nuovo ed intriga come fattore di reazione nella vita italiana»; e vi ritorna anche perché la situazione generale fa prevedere una forte ripresa del fascismo «repubblicano» dopo la liberazione e occorre, finché si è in tempo, provvedere a sottrargli la sua base di massa.
    Ora, per quanto fondata potesse essere quest’ultima preoccupazione, è difficile spiegarsi l’irrigidimento dei socialisti nella rivendicazione di una pregiudiziale che in questa fase della lotta ha ormai perso mordente e che è, oltre tutto, tatticamente un errore perché destinata a rinfocolare la sorda opposizione dei partiti moderati. Probabilmente bisogna tenere conto del fatto che, come ha ricordato Riccardo Lombardi, la risposta del Psiup alle lettere aperte di novembre venne – al pari di quelle di poco successive della Dc e del Pli - «formalmente da Milano, ma fu contrattata e definita a Roma dopo la definizione della crisi Bonomi». In effetti, la pregiudiziale repubblicana era stata proprio a Roma riesumata da Nenni in un discorso tenuto al teatro Brancaccio l’ultimo dell’anno, con l’intento di usarla come «cartina di tornasole dell’unità d’azione», cioè di rispondere all’ingresso dei comunisti nel governo Bonomi con un nuovo e netto spostamento alla loro sinistra e, al tempo stesso, di avvantaggiarsi nel delicato gioco delle correnti all’interno del Psiup romano.

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    Predefinito Re: Le forze politiche antifasciste nella Resistenza (1975)

    Quale che sia stata l’influenza della direzione romana del partito sulla deliberazione del Cc per l’Alta Italia, è indubbio che anche quest’ultimo mostra di far sua la parola d’ordine del «chiaro pronunciamento» del Cln contro la reazione monarchica, non avvertendo la scarsa coerenza di questa posizione con l’impostazione assai diversa che si era tradotta nella mozione del 19 novembre. La posizione del gruppo dirigente socialista del Nord di fronte alla crisi autunnale appare così in ultima analisi contraddittoria: assai fermo nel denunciare i limiti della politica di unità antifascista e il pericolo che, come scriveva Politica di classe, i partiti rivoluzionari correvano di «venire incapsulati in una situazione di carattere parlamentare, sino a trovarsi a un certo punto prigionieri delle strutture dello Stato borghese, restituito di bel nuovo, sotto apparenze democratiche, alle sue funzioni di classe»; consapevole che la politica unitaria doveva dal movimento di classe «essere volta a realizzare una pressione costante della massa, per dominare ogni tentativo di incanalarla nella legalità conservatrice e per sviluppare in seno al Cln forme di iniziativa e di controllo popolare», il gruppo dirigente socialista milanese non seppe riconoscere i momenti di aggregazione intorno a cui potevano raccogliersi le energie capaci di esercitare un’iniziativa dal basso autenticamente rinnovatrice. L’urgenza che pure sentiva di «spostare nettamente in favore delle masse il centro di gravità nell’esercizio del potere, attribuendo funzioni vitali ad organismi destinati a sorgere come (…) strumenti di lotta» non si tradusse al momento opportuno in appoggio fermo e deciso alla ristrutturazione dei Cln su base di massa. Così la concezione del Cln come organo di potere popolare, come «cellula della nuove democrazia», che affiora tanto spesso nei documenti del Psiup – concezione che ha del resto molti punti in comune con la visione propria del centro dirigente del Pci per la zona occupata, sul quale operava vivissima la suggestione dell’esperienza jugoslava – finiva per restare astratta e sospesa nel vuoto. Con ogni probabilità ciò dipese anche dal fatto che tale concezione si scontrava con una realtà più complessa di quella teorizzata, cioè con l’altra faccia del Cln, con il suo carattere di compromesso al vertice fra i partiti e di organismo delegato dal governo di Roma. Fu Nenni, certamente, il dirigente socialista che avvertì con maggiore prontezza questa contraddizione: e da lui venne l’indicazione di superarla puntando, in conformità con la scelta che aveva operato il gruppo dirigente comunista romano, sulla prospettiva dell’alleanza tra i tre grandi partiti di massa. A questa scelta finì per uniformarsi con profonda convinzione anche Morandi, mentre Basso si sforzò fino all’ultimo di contrastarla, puntando su un fronte repubblicano di sinistra con un chiaro programma socialista, nella prospettiva di un’inevitabile rottura secondo linee di classe della coalizione antifascista.
    Il diverso atteggiamento assunto rispettivamente da Psiup e Pci nei confronti del secondo governo Bonomi e nel dibattito delle cinque lettere non impedì che fosse ripresa e sviluppata con nuovo vigore la proposta di unificazione politica fra i due partiti. I documenti pubblicati recentemente da Longo e Secchia hanno dimostrato quale grado di maturità e di consapevolezza avesse raggiunto al riguardo la direzione comunista, e hanno testimoniato altresì che da parte del Pci nei primi mesi del ’45 si guardò alla fusione come a una prospettiva concreta e di ormai imminente realizzazione. L’insufficiente documentazione relativa al Psiup lamentata all’inizio di queste note non consente di avere un quadro altrettanto preciso dell’atteggiamento socialista: dalla lettura dell’Avanti! si ha tuttavia l’impressione che il discorso dell’unità organica sia svolto con una certa cautela. Si ammette che «l’unità che si è raggiunta in modo quasi automatico sul terreno dell’unità d’azione ha da esprimersi e concludersi anche in sede di organizzazione politica» e che «né i diversi modi di intendere e praticare l’organizzazione interna di partito, né la diversa sensibilità nel valutare la posizione del proletariato e la solidarietà internazionale possono costituire impedimenti insuperabili»; ma si osserva anche, per la penna di Nenni, che «nelle prossime settimane [l’articolo è scritto ormai alla vigilia della liberazione] bisognerà vedere se la divergenza messa a nudo dalla crisi ministeriale investe il problema, dopo tutto secondario, della partecipazione o no a un governo destinato in ogni caso ad avere una breve vita, o se investe invece le prospettive di sviluppo della democrazia in Italia». Parrebbe di cogliere anche qui una differenza di accenti fra il gruppo dirigente milanese, che si fa interprete di una forte spinta unitaria scaturita dalla lotta, e quello romano, che esprime le esigenze di una realtà più statica ma anche più complessa, e guarda con maggiore attenzione ai problemi e agli equilibri politici del dopo liberazione.

    Aldo Agosti

    https://musicaestoria.wordpress.com/...cialisti-1975/
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    Predefinito Re: Le forze politiche antifasciste nella Resistenza (1975)

    ​I cattolici

    di Giuseppe Chiarante - «Il Contemporaneo», in «Rinascita», a. XXXII, n. 17, 25 aprile 1975, pp. 31-32.

    1. In un articolo pubblicato nell’agosto 1944 su La nostra lotta, Eugenio Curiel indicava nella partecipazione delle masse cattoliche alla Resistenza non solo un fattore essenziale per realizzare una larga unità popolare nella lotta contro i fascisti e i tedeschi, ma un dato destinato a modificare profondamente, rispetto alla epoca del prefascismo e del fascismo, la situazione politica italiana.
    «Come l’intervento nella guerra di liberazione di masse nuove a qualsiasi vita politica – scriveva Curiel – è un indice del rinnovamento democratico che si opera nella lotta, così l’intervento delle masse cattoliche indica il superamento della pregiudiziale che le teneva lontane dalla partecipazione attraverso un insieme di condizioni e di cautele che non cessarono nello stesso partito popolare. Il superamento di questi residui ideologici e politici si compie oggi nella vivificante atmosfera della lotta democratica per la liberazione dell’umanità dal nazifascismo; non si compì, ché anzi i dissensi si acuirono, nell’ambiente dei rapporti tra Chiesa e Stato fascista. La vastità della partecipazione dei cattolici, causa in larga parte determinante del sostanziale atteggiamento di appoggio della Chiesa cattolica alla guerra di liberazione, non ha bisogno di dimostrazioni; il loro appoggio ha rafforzato la profonda solidarietà che lega ai partigiani i contadini e i valligiani; il loro appoggio ha fatto clamoroso il fiasco delle leve forzate della sedicente repubblica sociale; il loro appoggio ha dato compattezza ancora maggiore ai grandi scioperi. Molto deve agli operai, ai contadini, agli intellettuali cattolici la nuova Italia che va sorgendo dalla lotta di liberazione e di questo contributo la classe operaia e il partito comunista, nella sua immediata adesione alla realtà, sono i primi ad essere consapevoli».
    Queste parole di Curiel coglievano il significato non contingente della partecipazione cattolica alla Resistenza; e il valore che essa assumeva rispetto al problema, sino allora storicamente irrisolto, del rapporto delle masse cattoliche con la democrazia.

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    Predefinito Re: Le forze politiche antifasciste nella Resistenza (1975)

    2. In effetti – come Curiel notava nel brano sopra riportato – il tentativo di Sturzo e del Partito popolare di fondare un’esperienza di autonomia politica dei cattolici e di ancorare questa esperienza a una scelta democratica, non aveva rappresentato (e non solo perché quell’esperienza era stata rapidamente spazzata via dalla bufera fascista) una risposta risolutiva a quel problema. Rimanevano infatti, sostanzialmente non superate, le riserve di fondo della Chiesa cattolica nei confronti della democrazia moderna: la organizzazione dei cattolici in un proprio partito politico fornito di una relativa autonomia e orientato a inserirsi nel gioco democratico non era perciò, anche al momento della fondazione del Partito popolare, che una delle possibili ipotesi, per la regolazione dei rapporti fra la Chiesa e lo Stato moderno. Di più, pesava su quell’esperienza l’ancora prevalente considerazione dell’organizzazione del laicato cattolico come strumento, da un lato, per garantire alla Chiesa nei difficili rapporti con lo Stato determinate prerogative e privilegi e, dall’altro, per contrastare il passo fra le masse popolari al movimento socialista e comunista di ispirazione marxista.
    Non era perciò stato difficile per il fascismo liquidare quell’ipotesi e presentarsi sia come un più valido interlocutore nella complessa trattativa volta a comporre lo storico dissidio fra il potere ecclesiastico e lo Stato italiano sia come un più sicuro baluardo contro il pericolo della rivoluzione proletaria. Nel suo saggio del 1929 su La fine della questione romana, Togliatti rilevava che era appunto questo il significato di fondo della politica di conciliazione avviata da Mussolini già prima del 1922 e che trovava il suo coronamento nei Patti lateranensi.
    «La questione romana – affermava Togliatti – è stata in Italia un ostacolo il quale impediva che rapidamente si arrivasse alla collaborazione completa e consapevole tra lo Stato e la Chiesa per allontanare la minaccia della rivoluzione proletaria. Ma questo ostacolo era una cosa grave storicamente seria e importante, non tanto per il valore che avesse il pezzo di terra sottratto dal re e rivendicato dal papa, quanto perché essa era indice di una scissione latente nel campo della borghesia italiana, di una scissione latente la quale impediva che la borghesia concentrasse tutte le sue forze e le impiegasse nel modo più utile per far fronte ai movimenti del proletariato e dei suoi alleati storici, i contadini. È necessario risalire ai primi decenni di vita dello Stato unitario italiano per cogliere la verità di questa affermazione. Tutte le difficoltà, e furono gravissime, che lo Stato italiano dovette incontrare in questi primi decenni, erano dipendenti dalla singolare ristrettezza delle sue basi sociali. Gli storici ufficiali, costretti a riconoscere almeno una parte di questa verità, esaltano il Risorgimento come opera di una minoranza eroica.
    «Ma non si tratta di eroismo. Si tratta, da un lato, dell’assenza quasi completa di una adesione di masse lavoratrici ai gruppi di aristocrazia liberale e di borghesia che furono protagonisti del Risorgimento e, dall’altro, di una profonda separazione esistente in seno alle classi dirigenti italiane (…). L’esame di tutte queste vicende non consente di avere dubbi sul giudizio che si deve dare sul Trattato laterano. Esso è il coronamento di una processo al quale due generazioni di uomini di Stato italiani e quattro pontefici hanno collaborato (…). Mussolini, come al solito, realizza un successo in quanto conduce a termine con spregiudicatezza quel che altri avevano intuito, preparato, cominciato a tradurre in atto».
    In sostanza, la capacità della politica mussoliniana di portare a compimento la saldatura tra le due ali della borghesia italiana, quella laica e quella cattolica, la cui divisione era stata storicamente una delle debolezze di fondo dello Stato liberal-borghese, costituiva un importante fattore di consolidamento del regime fascista; e gli consentiva, grazie al controllo che la Chiesa esercitava sugli orientamenti di larghi settori popolari, contadini e di ceto medio, di rafforzare ed estendere il suo carattere di «regime reazionario» di massa. Ma ciò era stato possibile – torniamo a ripeterlo - a causa delle aporie rimaste irrisolte nel rapporto tra cattolici e democrazia; e a causa dell’incapacità dimostrata sul fronte opposto dal movimento operaio e socialista di ricercare e costruire – non c’è bisogno di ricordare, al riguardo, le riflessioni così di Togliatti come di Gramsci – quella saldatura con le forze popolari e democratiche di ispirazione cattoliche che era indispensabile sia per resistere all’offensiva reazionaria sia, più in generale, per rendere possibile un diverso sviluppo democratico capace di superare il quadro dell’assetto liberal-borghese.

    (...)
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  9. #9
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    Predefinito Re: Le forze politiche antifasciste nella Resistenza (1975)

    3. Certamente sarebbe profondamente sbagliato (non sarebbe oltretutto possibile intendere gli sviluppi successivi) interpretare la politica concordataria come un’adesione totale e senza riserve della Chiesa e del grosso del mondo cattolico al fascismo e alla politica fascista. Anche nella politica della Chiesa una riserva di fondo rimaneva, e discendeva dal fatto stesso che uno dei fini fondamentali della politica vaticana restava quello di garantire, nei rapporti con lo Stato, la sfera di autonomia della Chiesa, non solo per la tutela delle prerogative ecclesiastiche e per la difesa o la conquista di posizioni di privilegio anche nella vita civile, ma anche per quel che riguardava le specifiche forme di presenza e di azione fra il laicato cattolico, in particolare nel campo dell’organizzazione e dell’educazione dei giovani. Non a caso, soprattutto su questo terreno – il terreno dei rapporti con l’Azione cattolica e in primo luogo con le organizzazioni giovanili cattoliche – i momenti di attrito e di tensione fra il governo fascista e il Vaticano furono numerosi e ricorrenti, così prima come dopo il Concordato.
    D’altra parte, fra i vecchi militanti del Partito popolare non venne mai meno, durante il ventennio, un’area sia pure ristretta e poco appariscente di opposizione al fascismo.
    Ma, pur tenendo conto di queste necessarie precisazioni e distinzioni, è fuori dubbio che linea fondamentale della politica della Chiesa cattolica fu per tutto quel periodo e non solo in Italia quella dell’intesa con i regimi autoritari, non solamente sulla base di una regolazione dei rapporti tra Chiesa e Stato attraverso gli strumenti dei concordati, ma in nome di un’ossessiva pregiudiziale anticomunista: tanto più profondo diveniva perciò il fossato che impediva una positiva soluzione del problema dei rapporti tra le masse cattoliche e la democrazia.

    4. La ripresa di un’opposizione cattolica al fascismo precede certamente gli anni della Resistenza e della guerra di liberazione. In particolare, è con l’avvio delle persecuzioni razziali e col progressivo accostamento del fascismo al nazismo, e poi col precipitare della catastrofe bellica, che si accentua e si estende il disagio delle file cattoliche nei confronti della politica di sostegno del regime fascista; ed anche la Chiesa comincia a prendere prudentemente le distanze da un alleato divenuto sempre più incontrollabile e pericoloso. Sono gli anni in cui gli ex-popolari tornano a raccogliersi a Roma, particolarmente attorno a De Gasperi e a Spataro, e cominciano a ricostruire una rete di rapporti coi loro vecchi amici in varie regioni d’Italia; contemporaneamente si costituiscono altri piccoli nuclei di opposizione, nelle file dei laureati cattolici o in quelle della Fuci, attorno al gruppo neoguelfo di Malvestiti o al gruppo di intellettuali che nei primi anni di guerra cominciò a riunirsi assieme a Dossetti all’Università cattolica di Milano. E cominciarono a comparire i primi documenti e i primi programmi, come le Idee ricostruttive della Democrazia cristiana, stampate e diffuse nell’estate del 1942.
    È dunque solo con la guerra di liberazione (e ciò vale, del resto, anche per altre formazioni politiche) che l’opposizione cattolica acquista una dimensione di massa: e non si trattò solo di una rapidissima estensione quantitativa, ma di un vero e proprio salto di qualità. In particolare, per estese masse cattoliche la partecipazione o l’adesione alla lotta contro i fascisti e tedeschi rappresentò, secondo l’acuta osservazione di Curiel, un’esperienza in cui si bruciavano pregiudiziali e diffidenze, nei confronti della democrazia, che avevano radici molto lontane in tutto il problema dei rapporti tra il mondo cattolico e lo Stato moderno e che la stessa esperienza del Partito popolare non era valsa a superare: si trattava perciò di un processo che incideva sugli orientamenti della grandi masse e il cui significato andava quindi al di là di una intesa contingente tra forze politiche interessate a una lotta comune contro un comune nemico.
    Anche a questo riguardo è di grande valore la testimonianza di un osservatore come Curiel, particolarmente attento alle modificazioni nell’esperienza politica delle masse. «L’unione che si è andata cementando in questa lotta – egli scriveva nell’articolo già citato – l’unione profonda di tutte le masse popolari non si esaurisce nel patto che stringe i sei partiti nel Fronte nazionale, ma la supera per il concorrere, in quell’unione, di masse che nessun partito può presumere di rappresentare, e specialmente di masse cattoliche lontane, ancora, da una politica che possa dirsi di partito. Questo concorso spontaneo nella lotta di liberazione indica che qualcosa di profondo è andato compiendosi nella struttura politica e sociale del popolo italiano, poiché non è soltanto alchimia di partiti quella che tiene legate le masse cattoliche alle altre nella lotta di liberazione, ma concordanza profonda di interessi e nuova comprensione delle naturali diversità ideologiche».
    Alla base di queste modificazioni c’era certamente – osservava Curiel – la naturale reazione agli orrori della guerra, all’oppressione, alla barbarie nazista: ma questa reazione diventava anche riflessione sull’esperienza passata e poneva su basi nuove il problema del rapporto con la democrazia. «L’interesse della masse cattoliche e della Chiesa alla democrazia e alla libertà è una realtà che venti anni di oppressione fascista hanno reso inoppugnabile: la distruzione delle fiorenti istituzioni sociali promosse dai cattolici nelle città e soprattutto nelle campagne, la continua coazione che finì per ridurre entro limiti intollerabili la vita delle organizzazioni cattoliche e specialmente di quelle giovanili (…) infine il lento avvilimento di ogni dignità individuale sono il prezzo che le masse dei lavoratori cattolici e la Chiesa hanno pagato all’uomo del Concordato». Per questo – concludeva Curiel – la partecipazione cattolica alla lotta di tutto il popolo «non deriva da circostanze contingenti, ma dall’esistenza di obiettivi comuni».

    5. Certo, anche nell’esperienza della Resistenza un problema restava irrisolto: come la capacità di operare una saldatura fra le due ali della borghesia era stato uno dei punti di forza per l’affermazione e per il consolidamento della dittatura fascista, così la capacità di costruire una intesa duratura fra il movimento operaio comunista e socialista e le forze popolari e democratiche di ispirazione cattolica era una condizione essenziale non solo per una mobilitazione vittoriosa della grande maggioranza del popolo nella lotta contro il fascismo, ma per avviare e dirigere un diverso sviluppo politico, economico e sociale del paese. In realtà, invece, l’intesa raggiunta nella Resistenza fu sufficiente per gettare le basi del nuovo assetto costituzionale; ma non riuscì a reggere alla rottura internazionale dell’immediato dopoguerra e all’acuirsi dei conflitti sociali interni. Ciò determinò la spaccatura del 1947 e le vicende successive sino ai nostri giorni, aprendo la strada non solo a un’interpretazione della democrazia come accettazione e difesa dell’assetto capitalistico, ma anche a pericolose involuzioni integraliste negli orientamenti politici e ideali del mondo cattolico.
    Tuttavia, anche nei periodi di massima acutizzazione del clima di guerra fredda sul piano internazionale e all’interno e anche nei momenti di più accentuata involuzione conservatrice dello schieramento cattolico, l’esperienza compiuta da larghe masse cattoliche nella partecipazione alla Resistenza rimase un ancoraggio fondamentale, per tanta parte dei cattolici italiani, contro i pericoli di cedimento a suggestioni autoritarie. Senza tale esperienza non sarebbe infatti possibile intendere – basti pensare all’attrito con la proposta geddiana del blocco di destra nel 1952 e nel 1953, o alla partecipazione di larghi settori di lavoratori e di democratici cattolici alla reazione popolare contro Tambroni nel 1960, e alla vasta e combattiva unità antifascista realizzatasi in questi ultimi anni – le vicende politiche italiane e in particolare quelle del mondo cattolico in questo periodo.

    Giuseppe Chiarante

    https://musicaestoria.wordpress.com/...attolici-1975/
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  10. #10
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    Predefinito Re: Le forze politiche antifasciste nella Resistenza (1975)

    I comunisti

    di Gian Carlo Pajetta - «Il Contemporaneo», in «Rinascita», a. XXXII, n. 17, 25 aprile 1975, pp. 28-29.


    Abbiamo chiesto al compagno Gian Carlo Pajetta di illustrare il ruolo del partito comunista nella Resistenza. Ecco la sua risposta.

    Le vicende del Partito comunista italiano nella seconda metà degli anni trenta sono per tanta parte legate agli avvenimenti internazionali del tempo in cui il fascismo, dopo avere trionfato in Germania, minaccia il resto dell’Europa e aggredisce la repubblica spagnola. Questo collegamento, di solito, viene inquadrato nella storia e, diciamo pure, nella storia interna della Terza Internazionale. Il riferimento che intendo fare io è diverso. Concerne la partecipazione diretta, nei limiti consentiti a un partito che allora contava poche migliaia di aderenti, dei comunisti italiani agli avvenimenti internazionali anche attraverso la partecipazione alla vita di altri partiti comunisti. Solitamente, ci si riferisce al VII Congresso e alla parte che vi ebbero i comunisti italiani, in particolare Togliatti, e si dimentica che quel tempo trova i comunisti italiani pronti non soltanto a dare la loro opera nelle organizzazioni internazionali, impegnati in una analisi intesa a rintracciare una nuova prospettiva e a definire quella politica di unità che portò alla formazione dei fronti popolari, ma anche ad agire largamente come protagonisti di quella svolta e di quelle vicende politiche. Essi furono partecipi, per esempio in Francia, di una politica di massa e, in parte, della politica di governo del fronte popolare. Quel tempo trova gli italiani impegnati nella ricerca di un modo nuovo di porsi i problemi internazionali, attivi, sia pure nella loro condizione di emigrati, nel fare politica. In Spagna essi assolveranno un compito di grande rilievo sia nell’organizzazione politica e più ancora in quella militare per la difesa della repubblica. Credo che questo riferimento sia necessario perché questa loro presenza attiva si dispiega proprio nel momento in cui qualcuno crede che essi siano definitivamente sradicati dalla realtà e battuti. Invece, in quegli anni, i comunisti italiani non solo resistono come partito, ma estendono e consolidano la loro presenza proprio perché, nella loro esperienza internazionale, non si sentono né sono dei profughi, aggrappati agli altri partiti come a zattere capaci di salvarli dal naufragio organizzativo in Italia. Nell’emigrazione, essi assumono sempre più la fisionomia e la forza di un partito capace di incidere nella realtà attraverso un’azione che, se da una parte consolida una lunga esperienza internazionalista, dall’altra forma militanti capaci di acquisire in modo nuovo la coscienza di ciò che deve essere l’internazionalismo della nostra epoca, rivendicando, attraverso la consapevolezza della presenza italiana il carattere nazionale del partito.
    Nei difficili anni della vigilia della seconda guerra mondiale e nei primi, durissimi anni di guerra, eravamo ben poca cosa come organizzazione; ciò nonostante non siamo stati mai un piccolo partito, isterilito dalla mancanza di contatti con la realtà. I quadri del partito comunista di allora, numericamente limitato, non vivevano del ricordo di un tempo passato e di una realtà lontana; non erano irrigiditi nel settarismo o nel difficile gioco della cospirazione; né erano sottratti alla conoscenza della realtà in cui maturava la fine del fascismo da una sorta di incubo, dal sospetto di chi è braccato e colpito: sicché non è retorica celebrativa, ma affermazione storica che va al di là di qualunque cifra sulla consistenza organizzativa del partito di allora, dire che la Resistenza già comincia nel momento in cui i comunisti tornano a radicarsi in Italia. Quando essi costituiscono un centro interno, si muovono subito in uno spazio che già conoscono: non partono da un’esperienza di cui sono costretti a compilare l’abc, ma realizzano immediatamente l’incontro tra il partito, che si è formato nell’esperienza degli ultimi anni trenta e dei primi anni di guerra, e la realtà potenziale del paese. Quello che i comunisti costruiscono in quegli anni, nell’impatto con la realtà internazionale e interna, è già un partito nuovo che corrisponde ai bisogni di una realtà nuova. Quando l’Unità torna a uscire in Italia, è un piccolo giornale che diffonde poche migliaia di copie, eppure è già la voce di una movimento di massa. Paradossalmente, si potrebbe dire che è il giornale di un movimento di massa che ancora non c’è, ma che è in via di formazione. Mentre altri rimettono insieme i pezzi che sono riusciti a ritrovare tra le rovine del periodo prefascista, i comunisti radicano in Italia un partito che ha già dimostrato la sua vitalità e la sua capacità di crescere e che, con i suoi quadri, per quanto ha potuto, è stato anche protagonista delle vicende succedutesi in quel tempo. La Resistenza è la verifica di una linea che si è venuta elaborando e che ora deve svolgersi in una situazione nuova. I comunisti si pongono con realismo problemi che possono essere affrontati e risolti e, al tempo stesso, problemi che nello svolgersi degli avvenimenti si situano a un livello più avanzato. Non portano «dal di fuori» esperienze che tentano di incidere in una realtà diversa, sconosciuta, non impiegano metodi di lavoro che vengono adoperati in attesa che la realtà corrisponda alle previsioni, ma partecipano attivamente al farsi di questa realtà che, a sua volta, propone loro nuovi problemi e nuove possibilità.
    Vale la pena di ripetere che questa non è una sistemazione a posteriori. La convalida è stata offerta allora dal convergere di quadri e di gruppi provenienti da esperienze diverse: da quella diretta e limitata della cospirazione in Italia a quella compiuta nelle stesse organizzazioni sindacali e giovanili del fascismo, fino a quella aperta e legale dell’emigrazione e a quella costretta nel carcere. Il partito trova subito una sua unità politica e organizzativa che non ha l’uguale in nessun altro partito antifascista.
    Quali sono gli elementi fondamentali di questa politica che deve essere definita via via che si trova di fronte a problemi sempre più avanzati?

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