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    Predefinito Il sodalizio di Montantelli e Spadolini. Il comune mestiere di raccontare la storia



    di Cosimo Ceccuti - «Antologia Vieusseux», n.s., a. VIII, n. 23, maggio-agosto 2002, pp. 27-37; ora, col titolo “Il cappello di Indro Montanelli”, in C. Ceccuti, “Giovanni Spadolini. Quasi una biografia”, Polistampa, Firenze 2019, pp. 47-54.


    Era il 22 febbraio 1950, allorché Indro Montanelli con un memorabile articolo sul suo «Corriere» richiamava l’attenzione generale su di un giovane giornalista appassionato di storia particolarmente precoce, Giovanni Spadolini.
    Era appena uscito il volume, dal titolo per i tempi provocatorio, Il Papato socialista. Autore quel giovane venticinquenne, che da due anni scriveva elzeviri sul «Messaggero» di Mario Missiroli e che dal febbraio del ’49 era presente, fin dal primo numero, nelle pagine del «Mondo» di Mario Pannunzio. E i pezzi sul «Mondo» avevano a loro volta suscitato l’attenzione e l’interesse di Leo Longanesi: da lì l’idea e il volume, Il Papato socialista, appunto.
    Giù il cappello: è il titolo della recensione di Indro sul «Corriere della Sera», recensione che da sola fece esaurire l’intera prima edizione in pochi giorni e fece nascere un’amicizia destinata a protrarsi per l’intero arco della vita.
    Montanelli, nel 1950, aveva quarantuno anni; Spadolini venticinque: li separava quasi una generazione. Come giornalista e come storico, o appassionato di storia, Indro aveva già messo a fuoco il giovanissimo autore. In fondo gli era bastato riflettere sul titolo. Il titolo del libro, Il Papato socialista, è già l’enunciazione di una tesi, a proposito di questo conflitto:

    La polemica, oggi, la vera polemica non è quella che si dibatte fra cattolicesimo e socialismo, conciliabilissimi, e in parte già conciliati termini: ma quella che si agita fra guelfismo e laicismo. Un sottinteso sociale il cattolicesimo lo ha nella sua immutabile dottrina, e lo ha sempre riaffermato nella sua azione mutevolissima: non per nulla a colorazione spiccatamente socialista sono quelle correnti – dette di sinistra – della democrazia cristiana che con più coerenza si proclamano confessionali; non per nulla leghe bianche e leghe rosse sono coetanee e gemelle, e perfettamente parallelo nello spazio e nel tempo, è il loro tentativo di abbattere lo Stato liberale laico trascinandolo nella lotta su un terreno extraistituzionale. Esse si combattevano fra loro per ragioni puramente elettorali; ma in realtà concordavano nel fine e nei mezzi, come d’altronde si vide ben chiaro quando, di fronte all’incalzare della manomissione fascista, don Sturzo e i socialisti preferirono entrambi spalancare le porte al nemico contingente – Mussolini – piuttosto che allearsi con quello storico e tradizione – Giolitti -: il che, intendiamoci, era perfettamente logico e coerente con le loro premesse.

    Claudio Marabini fu fra i tanti che appresero l’esistenza di Spadolini da quella nota di Indro Montanelli. Prima lesse la recensione e più tardi, in occasione della ristampa, il libro. E allora capì fino in fondo il plauso di Montanelli e ciò che lo aveva attratto nella costruzione mentale e nella prosa del giornalista fiorentino innamorato della storia. «A parte la tesi del libro – sono le penetranti parole di Marabini – il giuoco scintillante dell’intelligenza nella difficile e spigolosa materia filosofico-politica, il palleggio delle idee e dei concetti protratto talora sino al limite affascinante e icastico del paradosso, il toscanissimo e lucido razionalismo: tutto ciò era fatto apposta per sollecitare naturalmente l’adesione e la simpatia di quel lucido razionalista toscano, palleggiatore abilissimo e paradossale e sempre polemico di idee e di concetti che è Montanelli».
    Siamo agli inizi degli anni Cinquanta. In Montanelli è già viva la conoscenza e la curiosa passione per la storia: anche se di solito, nelle schede biografiche si è soliti fissare la nascita del Montanelli storico o scrittore di storia alla metà degli anni Cinquanta, allorché pubblica a puntante sulla «Domenica del Corriere» la Storia di Roma, su incoraggiamento di Dino Buzzati. Quella storia che alla fine del 1957 assunse la dignità di libro nella collana «Storia d’Italia» portata avanti dalla Rizzoli, destinata a ripercorrere i momenti più significativi del divenire del nostro Paese, fino all’Italia dell’Ulivo 1995-1997, e all’Italia della disfatta (2000).
    Già dalle prime puntante sulla «Domenica del Corriere» il successo dell’inviato speciale (Indro era stato fra i primi a giungere a Budapest nel ’56) che si confrontava con un lontano passato, fu pari all’intensità delle polemiche. Da un lato una storia che usciva dalla noia dei consueti insegnamenti e delle accademie, dal ripetitivo nozionismo e dall’incubo delle interrogazioni; dall’altra accuse di superficialità, di leggerezza, di faciloneria, di disfattismo.
    È quello che Montanelli in fondo voleva. Con sincera umiltà egli non ambiva a rivelazioni e scoperte, ma piuttosto a scrivere libero, senza appesantire il discorso con note e citazioni «imposte» nel mondo universitario dall’aspirazione a percorrere la «carriera accademica». Il suo interlocutore era il lettore; l’obiettivo era quello di avvicinarne alla storia il numero più elevato possibile. Eliminare la retorica, i toni aulici e apologetici; abbattere i monumenti e far vivere nella loro umanità i protagonisti: busti senza piedistallo.
    Rifacendosi direttamente ai memorialisti e alle fonti dell’epoca, Montanelli toglieva la pietra dal volto dei personaggi e restituiva loro un’anima e i limiti dei comuni mortali. «Di colpo quei protagonisti che a scuola ci hanno presentato mummificati… non uomini, ma astratti simboli persero la loro minerale immobilità, si animarono, si colorarono di sangue, di vizi, di debolezze, di tic, di piccole o grandi manie, insomma diventarono vivi e veri», scriveva nella premessa «ai lettori» della Storia di Roma nel novembre 1957. Il segreto del grande successo di Montanelli sta soprattutto qui: in un modo di affrontare fatti e figure controcorrente, da «dilettante» come amava definirsi, ma che restava valido qualunque fosse l’età o il personaggio, dal Medioevo al Rinascimento, da Garibaldi a Mazzini, da Giolitti a Mussolini. Ricostruzione di un’epoca, di un ambiente, con immagini semplici e linguaggio accessibile a tutti: e là in quell’ambiente, i protagonisti, tratteggiati nella loro genuina umanità.
    È evidente che Montanelli storico è tutt’uno col Montanelli giornalista, con lo straordinario scrittore, con l’inviato speciale e il ritrattista, capace come pochi di accaparrare l’interesse del lettore e renderlo partecipe della storia che sta vivendo o rivivendo.
    Spadolini già insegnava, dal 1950, al «Cesare Alfieri», la facoltà dove Indro si era laureato nel 1933 – seconda laurea – discutendo con Niccolò Rodolico una tesi di viva attualità, Lo splendido isolamento, acuta analisi dell’isolazionismo americano. Spadolini non aveva ancora la cattedra. Essa sarebbe arrivata, fra tante difficoltà e avversioni, solo nel 1960, prima cattedra di «Storia contemporanea» nel nostro paese. E questo perché a Spadolini gli accademici, i professori paludati, imputavano di essere un giornalista, anziché uno storico approfondito, puro, come si deve. Aveva sì pubblicato L’opposizione cattolica, ricca di note e documenti di archivio: ma quel libro era nato nelle pagine del «Mondo» di Mario Pannunzio. E Spadolini non era stato un solo giorno assistente, non aveva avuto un grande maestro-protettore, cui rendere costante omaggio per essere beneficiato in sede concorsuale, non riempiva le sue opere con note ossequiose e gratulatorie per i grandi «baroni» della Storia moderna e del Risorgimento. Già vicino, anche in questo, a Indro Montanelli.
    Poco importava che fra i primi avesse indirizzato le indagini verso una moderna concezione della storia dei partiti, che per primo avesse posto al centro dell’attenzione degli studi storici le forze politiche non ufficiali, di opposizione e di minoranza, i cattolici da un lato, i democratici (repubblicani e radicali) dall’altro, in un’Italia troppo ufficiale, quasi esclusivamente concentrata sui moderati e i liberali, i monarchici al potere, dall’unità al fascismo.
    È quindi comprensibile che fra una certa costrizione accademica e la libertà di scrivere incarnata da Montanelli, Spadolini fosse particolarmente vicino a Indro: valutando, nella sostanza, i contenuti, e la possibilità di avvicinare alla storia il più vasto numero di lettori. Egli stesso, con le varie edizioni de Gli uomini che fecero l’Italia, - il suo ultimo libro, senza una nota – ha superato le centocinquantamila copie di vendita.
    Già, l’esordio di Montanelli, con quel primo libro stampato nel novembre 1957. Una delle prime copie, se non addirittura la prima, era per il suo giovane amico Spadolini, divenuto ormai affettuosamente «Giovannone», direttore da poco più di due anni del «Resto del Carlino».
    Ho sotto gli occhi la lettera con la quale all’inizio di dicembre del 1957 Indro accompagnava la copia della Storia di Roma al collega, storico direttore del quotidiano bolognese: «Caro Giovannone… venire io, a parlare di storia con te… Ma in realtà io non volevo parlare a te, sibbene a quelli che, come me, la storia non la sanno».
    Questa è più di una dedica: è una confessione e insieme un impegno su come svolgere il mestiere di raccontare la storia. I libri degli accademici, certe opere dello stesso Spadolini, danno per scontate solide nozioni, presuppongono che il lettore abbia una conoscenza di base prima ancora di cominciare la lettura: gli addetti ai lavori appunto.
    Indro si rivolge a tutti gli altri per introdurli forse per la prima volta nell’affascinante mondo della storia, rendendo loro accessibili e familiari ambienti, avvenimenti, protagonisti.
    1955-1968. Montanelli al «Corriere», Spadolini alla direzione del «Resto del Carlino»: si sviluppa la collana della «Storia d’Italia» con i tasselli via via posti da Indro ed il «Carlino» è il quotidiano più attento nelle segnalazioni e nelle recensioni all’uscita dei volumi.
    Cito solo uno dei tanti telegrammi di Montanelli a Spadolini, datato 26 novembre 1965: «Come sempre è il tuo giornale a dare il via e nel più intelligente dei modi. Un abbraccio. Indro».

    (...)
    Ultima modifica di Frescobaldi; 24-05-21 alle 00:46
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    Predefinito Re: Il sodalizio di Montantelli e Spadolini. Il comune mestiere di raccontare la stor

    In quello stesso giorno la terza pagina del «Resto del Carlino» si era aperta con un elzeviro di Claudio Marabini, dal titolo (del direttore) emblematico e rivelatore: Montanelli storico dei secoli bui.
    Il 17 giugno 1962 Spadolini – designato oratore ufficiale dal Comitato per le onoranze a Giuseppe Montanelli nel centenario della scomparsa – è a Fucecchio accanto al lontano discendente e «amico di sempre» Indro: là, nel teatro Puccini gremito di gente, di tanti bambini, che si apre sulla statua del fino ad allora dimenticato protagonista del Risorgimento toscano (a parte gli studi, forzatamente interrotti, di Nello Rosselli).
    Spadolini affrontò con tale impegno l’incarico ricevuto e si appassionò a tal punto al personaggio che estese le ricerche negli archivi e pubblicò un agile, suggestivo volume sul profeta della Costituente: Un dissidente del Risorgimento, nel 1962 appunto. «Dedico queste pagine con cuore fraterno a Indro – si legge a conclusione della prefazione – che porta lo stesso nome e conserva nel cuore lo stesso culto dell’amicizia che accompagnò ogni ora, a Firenze come a Parigi, nella buona come nell’avversa fortuna, il suo lontano antenato Giuseppe Montanelli».
    Il riferimento all’«amicizia» non è casuale. Nell’ottobre 1961, pochi mesi prima del discorso di Fucecchio, Giovanni Spadolini aveva ‘rischiato’ di diventare direttore del «Corriere della Sera». Tale almeno era il desiderio della proprietà, dopo l’uscita da via Solferino del suo maestro Mario Missiroli. L’operazione non riuscì, poiché alla designazione «si opposero alcune firme autorevoli… unicamente per la giovane età del candidato»: aveva 36 anni.
    Fra quelle firme – contrariamente a quanto scrisse «L’Espresso» nel 1995, pochi mesi dopo la scomparsa di Spadolini – non c’era quella di Indro.
    Preziosa, in tal senso, la testimonianza di Gaetano Greco-Naccarato, personaggio bene informato sul mondo del «Corriere» e sui retroscena, che pubblicai nella «Nuova Antologia», quasi documentata risposta all’«Espresso».
    «Indro Montanelli si rifiutò di aderire non tanto per la vecchia amicizia che lo legava a Spadolini quanto per la stima e la considerazione che aveva e che ebbe per lui»[1]: così Greco-Naccarato.
    Arriva Alfio Russo, dalla «Nazione», fino all’inizio del 1968. Quindi è finalmente il turno di Spadolini, dopo la rinuncia di Montanelli – dicembre 1967 – alla offerta della direzione da parte della proprietà, nel solco del crescente logoramento dei rapporti fra Russo e lo stesso Montanelli.
    1968-1972. Sono gli anni della direzione di Spadolini, direzione non facile, come ebbe a rilevare in una rara testimonianza lo stesso Indro, specie per i rapporti con la redazione.

    Prima di tutto perché la redazione lo vide un po’ come un corpo estraneo (Spadolini non veniva dalla gavetta, non aveva mai fatto il redattore): Spadolini era entrato come una specie di uragano nel mondo del giornalismo. Ripeto, era arrivato alla vetta «senza pagare dazio» (diciamo così) ai gradi intermedi. E questo lo doveva al suo talento.[2]

    Montanelli gli è a fianco. «Di Spadolini sono stato, credo, il più stretto collaboratore nei quattro anni in cui egli diresse il «Corriere della Sera»: dirà Indro in altra sede.
    Il «Corriere» in mano ai due toscani, in quei quattro anni, e quali anni, durante e dopo il ’68.
    Due protagonisti, due personalità forti, in costante rapporto costruttivo ma dialettico.
    Legati da una profonda personale stima ed amicizia, dalla comune passione per la storia, dalla vocazione per il giornalismo, diciamo pure il giornalismo di una volta. Ognuno dei due coerente, sempre, con se stesso, con le proprie idee. Col suo spirito ironico e tagliente, Indro ha qualche volta tratteggiato certe caratteristiche del direttore, illuminandoci sul loro rapporto.

    Dove Spadolini non riesce a persuadere (ma questo capita di rado) – si legge in una riflessione del giugno 1981 – travolge. Quando si lavorava insieme al «Corriere» e lui voleva che non scrivessi un certo articolo (e questo capitava spesso) mi teneva per un’ora nel suo ufficio a parlarmi magari del patto Gentiloni e della Banca di Roma; uscivo barcollando, col cervello lavato, e incapace di vergare una cartolina illustrata.[3]

    E ricordandolo – come sempre senza retorica – nel 1994, all’indomani della scomparsa, Montanelli annotava:

    leggeva tutto, non gli sfuggiva un trafiletto. E di qualunque problema si trattasse, purché di qualche rilevanza, se non per iscritto, interveniva per telefono, creando spesso – almeno a me – problemi angosciosi. «Ho visto quell’articolo a p. 3 del tuo giornale…», e qui cominciava il mio smarrimento perché io non sapevo cosa ci fosse a p. 3 del mio giornale «guarda che il riferimento è inesatto. Non fu Quintino Sella a dire che la tassa sul macinato era… Fu Depretis. Controlla sul carteggio che abbiamo prodotto sulla «Nuova Antologia» di marzo dell’89…». Ogni volta che mi capitava di citare qualche padre della patria, vivevo nell’incubo di Spadolini. L’Italia del post-Risorgimento e dei Notabili era il suo cavallo di battaglia. Ne sapeva tutto e, con la sua memoria da elefante, preveniva ogni contestazione citando le fonti.[4]

    Mi preme qui richiamare un’altra testimonianza di Montanelli, sul lavoro di quegli anni. A Spadolini – sottolinea Indro – interessava quasi esclusivamente la politica interna. «Il resto – cito direttamente le sue parole – la cronaca, le altre pagine, eccetera, le guardava poco perché non lo interessavano. E anche della politica gli interessava non soprattutto, ma soltanto la politica italiana. Mi ricordo che io allora viaggiavo un po’ in tutto il mondo; quando ritornavo lui non mi chiedeva mai cosa avevo visto perché (io era stato in Indocina, in Tailandia, in America) questo lo interessava poco. Lui voleva sapere le cose italiane…»[5].
    Le cose italiane. C’è della verità in ciò che afferma Indro. Certo, se si scorrono solo i titoli della centinaia di articoli scritti da Montanelli in quei quattro anni, nell’elenco che mi hanno fornito gli amici della Fondazione Montanelli Bassi, ci si rende conto della vastità e della intensità del suo lavoro, delle iniziative personali e delle continue sollecitazioni.
    Mi voglio qui limitare a ricordare una iniziativa, di cui Indro Montanelli, con altre autorevoli firme del «Corriere» (e anche non del «Corriere», del giornalismo e della cultura italiana in genere) fu magna pars. Una iniziativa dove il giornalista di razza, l’artefice dell’inchiesta si fonde e si confonde con il conoscitore delle vicende della storia: La Carta delle Regioni.
    1970. Nascono le Regioni. Il «Corriere della Sera» avvia una delle più straordinarie inchieste sulle regioni italiane che siano state condotte, per autorevolezza delle firme e per la ricchezza dei contenuti. I singoli pezzi, condotti con taglio problematico, appaiono via via sul quotidiano e vengono quindi raccolti in tre volumi, La Carta delle Regioni.
    La presentazione è del direttore, Spadolini, ma accanto a lui Indro Montanelli con il pezzo di apertura, dal titolo tutto suo, Il paese da rifare: riferito alla Lombardia, ma in realtà di carattere generale.

    L’autogestione regionale richiede da parte di tutti, amministratori e amministrati, un’educazione civica e una coscienza nazionale di cui non sappiamo se gli italiani siano provvisti – sono le sue parole conclusive. E tuttavia dobbiamo riconoscere che solo il suo esercizio può formare sia quella educazione che questa coscienza. Lo Stato unitario, bisogna riconoscerlo non è riuscito a crearle. Ed è proprio in questo fallimento che l’ordinamento regionale trova la sua legittimazione.

    Sono parole del giornalista Montanelli, ma avrebbero potuto essere tali e quali, dello storico Spadolini. Montanelli si occupa, nel quadro generale dell’inchiesta di tre regioni.
    Prima, la Lombardia, ho detto, la sua Milano, la città di adozione. Il dilemma della Ruhr italiana, di una regione industriale proiettata verso l’Europa, a trazione veloce, quasi trattenuta e imbrigliata dal resto della penisola. Non illudiamoci – è il suo ammonimento - «Delle due l’una: o l’Italia si adeguerà sempre più al modello lombardo o la Lombardia si staccherà progressivamente dall’Italia».
    In Milano dal diluvio a Megalopoli Indro fa ancora ricorso alla storia: per ammonire gli urbanisti a non snaturare il patrimonio storico artistico della città, per risolvere razionalmente, soddisfacendo le inderogabili esigenze di crescita nel rispetto del passato, il problema dell’angustia degli spazi. «I programmatori si ricordino che Milano non è Brasilia, una città che, nascendo dal nulla e sul nulla, può consentirsi tutto. Milano deve far i conti con la propria storia, con la propria tradizione, col proprio costume. E anche i programmatori dovranno fare i conti con tutto questo. Gli piaccia o no».
    Milano, la città più meridionale d’Italia, per l’origine di tanti suoi abitanti. Un legame, fra Nord e Sud, un delicato rapporto trattato da Montanelli in quelle pagine davvero in punta di penna: L’industria nel fazzoletto, Milano capolinea della speranza. La complessa questione dell’immigrazione. Impossibile, non rileggere le parole di questo eccezionale inviato speciale che si guarda intorno, alla stazione centrale di Milano, e coglie il dramma umano nel quale si trova a vivere, del quale è partecipe, proprio in quanto cittadino di Milano.

    (...)


    [1] Gaetano Greco-Naccarato, Febbraio 1968: la crisi del «Corriere», «Nuova Antologia», CXXX, n. 2196, ottobre-dicembre 1995, p. 208.

    [2] Indro Montanelli, Spadolini, la Bocconi, il Corriere: quella certa idea di Milano, «Nuova Antologia», CXXXIV, n. 2212, ottobre-dicembre 1999, pp. 241-242.

    [3] Indro Montanelli, Ce l’ha fatta (per ora), «Il Giornale», 19 giugno 1981.

    [4] Indro Montanelli, L’odore della carta stampata, «Nuova Antologia», CXXIX, n. 2192, ottobre-dicembre 1994, p. 206.

    [5] Indro Montanelli, Spadolini, la Bocconi, il Corriere: quella certa idea di Milano, cit., p. 242.
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    Predefinito Re: Il sodalizio di Montantelli e Spadolini. Il comune mestiere di raccontare la stor

    Seduti su valigie di fibra legate con lo spago, o su sacchi di grezza tela, o su zaini, si guardano intorno sgomenti, in attesa che una mano amica gli offra un impiego purchessia, una minestra e un giaciglio. Ogni anno, da almeno quindici anni, Milano si vede piombare addosso un’altra città di cinquanta o sessantamila abitanti. Nel ’62 furono addirittura ottantamila. E non deve provvedere soltanto a trovargli un lavoro. Deve anche prepararveli con un minimo d’istruzione, dargli un alloggio, «integrarli».

    Integrazione: ecco la parola magica, la «sfida» delle società avanzate, bene identificata da Indro nel 1970, che non ha perduto la sua drammatica attualità.
    Dalla sua Lombardia, alla sua Toscana, la regione di Fucecchio, della amatissima terra d’origine.
    Se nel pezzo di apertura, Scelte obbligate, Montanelli fa l’analisi del quadro politico della regione «rossa», sottolineando come ancor più che nel resto della penisola l’istituto regione sia nato in mezzo al generale scetticismo («la stragrande maggioranza degli italiani non ci crede, crede che essa sarà soltanto un’altra centrale di sperperi. Questo scetticismo è generale, ma nella patria di Guicciardini tocca punte particolarmente acute»), nel Divorzio dei toscani dalla terra Montanelli coglie il profondo cambiamento del volto della nostra regione, il minor peso dell’agricoltura nell’economia generale della Toscana, ma rende omaggio ai contadini toscani («Forse nessuno al mondo ha saputo lavorare meglio di loro» e cita Cattaneo, che definì la Toscana «un immenso deposito di fatica»). E ricorda – sul filo della memoria storica – che protagonista della storia della regione è stato il Comune, non quello agricolo ma quello dei ceti cittadini, dei banchieri e dei mercanti, che fecero di Firenze, fra Quattrocento e Cinquecento, il centro dell’Europa.
    Ricorda i meriti della mezzadria e insieme le dedizione delle grandi famiglie, i Corsini, i Ricasoli, i Frescobaldi, gli Antinori, i Serristori, i Ridolfi. Una dedizione al bene privato pari a quella della gestione della cosa pubblica, come ci insegna nell’Ottocento Gino Capponi, presidente del consiglio del granduca Leopoldo II. «Amministrare lo Stato come un podere», era il suo monito. E noi sappiamo che cosa rappresentava per quei proprietari terrieri, per quegli aristocratici illuminati, il proprio podere.
    Fra cronaca e storia, sempre. Montanelli esamina con identico metodo il passaggio Dalla fattoria alla fabbrica, fino a tracciare prospettive future, L’avvenire della regione.
    Dalla Toscana al Veneto, la sua terza ed ultima regione. Ma perché Venezia?
    Per la coraggiosa, irriducibile battaglia in difesa di Venezia, della sua laguna, del suo patrimonio ambientalistico.
    Oggi ci si riempie la bocca di ambientalismo, di ecologia, di tutela della natura. Ebbene, non dimentichiamo che allora, all’inizio degli anni Settanta, Indro Montanelli – che firmava gli articoli – e il suo direttore responsabile Giovanni Spadolini furono denunciati alla magistratura dal Sindaco della città lagunare per la loro campagna in difesa di Venezia, contro lo scempio che stava subendo in nome della industrializzazione, della crescita e dello sviluppo della città.
    «Primo: sopravvivere»: è l’apertura di Indro Montanelli delle pagine dedicate al Veneto.

    L’invecchiamento di Venezia è precipitato a picco, e da fisiologico si è tramutato in patologico, proprio dal momento in cui essa si è messa su questa nuova strada: la strada, tanto per intendersi, dello sviluppo industriale. Nessuno nega, intendiamoci, che Venezia possa e debba avere le sue industrie. Ma l’esperienza dimostra che ne ha clamorosamente fallito tutta l’impostazione. Ebbene, chiunque lanci un appello a un colpo di freno per un ripensamento del problema e una rettifica di rotta, viene accusato di voler sacrificare i veneziani e Venezia facendo di quest’ultima un museo per gli svaghi estetici dei turisti… Noi mettiamo il lettore in guardia da questa malizia. Sia chiaro che la nostra tesi non è la mummificazione di Venezia. Sappiamo benissimo che una città ridotta a museo non è salvabile e non vale la pena di essere salvata, anche se si chiama Venezia. Ma sappiamo altrettanto bene che non potremo restituire una vita a Venezia, se prima non gliela avremo salvata dalla catastrofe che la incalza. Per questo, e solo per questo, diamo la priorità ai problemi della sopravvivenza.

    Cifre alla mano, Montanelli porta il suo serrato e commentato attacco. Far West sulla laguna, I tre veleni di Venezia (il più grave, l’inquinamento derivante dall’insediamento industriale di Marghera-Mestre, dove «Venezia è considerata un’ingombrante maceria, un’imbarazzante rottame. Il regime a cui è stata sottoposta in questi ultimi vent’anni si spiega solo come un tentativo di eutanasia»), La battaglia per il vincolo, Il fronte dei giovani, La fuga nella regione.
    Non è un caso che una volta lasciata la direzione del «Corriere della Sera» e divenuto Senatore di Milano, il primo discorso pronunciato da Spadolini a Palazzo Madama sia dedicato a Venezia, alla salvezza di Venezia, l’11 ottobre 1972, in occasione del voto della legge per gli interventi straordinari sulla città lagunare, fortemente emendata proprio per volontà dei repubblicani. «Venezia rappresenta qualcosa di più della città storica da sottrarre alle mani rapaci dell’avventura e della speculazione. Venezia è il simbolo di una cultura e di una civiltà che noi intendiamo salvaguardare nel momento stesso in cui rivendichiamo la difesa dei valori dell’uomo». Sono parole di Spadolini, che avrebbe potuto pronunciare Montanelli. Sospesi sempre, l’uno e l’altro, fra cultura e giornalismo, fra memoria storica e impegno civile.
    Ma torniamo, per concludere, al 1970. Montanelli giornalista, Montanelli storico. E non solo dei volumi della «Storia d’Italia» che continuano mano a mano ad apparire. Nel ’68 è uscita L’Italia del Seicento, nel ’70 L’Italia del Settecento, tutti con Roberto Gervaso (e nello stesso anno tante ristampe e riedizioni di opere precedenti) e nel ’73 apparirà – tutto suo – L’Italia dei notabili. Montanelli è storico anche nelle tavole rotonde, nei grandi dibattiti storiografici a più voci. Due soli esempi, due ricorrenze. Il 20 settembre 1970, centenario di Porta Pia, Montanelli è nel «Corriere» accanto a Wandruszka, a parte Martina, ad Arturo Carlo Jemolo. E nel 1972, centenario della scomparsa di Mazzini, eccolo insieme ad Alberto Maria Ghisalberti, a Franco Valsecchi, a Leo Valiani, ad Alessandro Galante Garrone. In una parola chiamato da Spadolini accanto ai grandi storici e studiosi del Risorgimento, impegnati nel comune mestiere di raccontare la storia. Proprio per insegnarla – lui che dichiarava di non saperla - «a coloro che la storia non la sanno».

    Cosimo Ceccuti

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