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    Lightbulb Esperienze e problematiche delle Chiese nazionali

    Esperienze e problematiche delle Chiese nazionali : quale avvenire ?

    Silvio Ferrari
    Dans L'Année canonique 2009/1 (Tome LI), pages 167 à 175

    I. Introduzione

    1La ricerca sulla nozione di Chiesa nazionale, che sotto la direzione di Jean-Paul Durand ha coinvolto per più anni gran parte degli studiosi europei di diritto e religione, mostra che le Chiese nazionali sono lontane dallo scomparire. Anzi esse sembrano godere di maggior salute oggi che negli ultimi decenni del secolo scorso.

    2Questa constatazione richiede una riflessione. Perchè le Chiese nazionali – nelle loro varie manifestazioni di Chiese di Stato, Chiese popolari, stabilite, tradizionali, dominanti – non sono in via di scomparsa (come molti si attendevano)? Qual è la spiegazione della loro rinnovata – e per tanti versi inaspettata – vitalità? Per rispondere a questa domanda è necessario ripercorrere sinteticamente il processo storico che ha portato alla situazione attuale, esaminandone tre tappe fondamentali.

    II. La religione nell’età dei nazionalismi

    3Il periodo storico che va dalla metà del diciannovesimo secolo alla fine della prima guerra mondiale è correntemente definito l’età dei nazionalismi. L’idea di nazione racchiude l’identità culturale e politica di un popolo e l’istituzione espressiva di questa identità, lo Stato, trova la sua legittimità nella corrispondenza ad una nazione: lo Stato, scriveva Pasquale Staninslao Mancini, è l’ordinamento giuridico della nazione.

    4Naturalmente vi sono eccezioni alla regola così come importanti differenze: i problemi non si pongono negli stessi termini nei vecchi Stati-nazione, come la Francia o la Spagna, e in quelli più nuovi, l’Italia e la Germania per esempio. Esiste però un elemento comune: il processo di costruzione o di consolidamento dell’identità nazionale passa attraverso il ridimensionamento di tutte le identità particolari. Le culture, le lingue, i mercati locali declinano ed il loro posto viene più o meno rapidamente preso dai loro corrispettivi nazionali. Lo Stato-nazione rivendica il monopolio del patriottismo e non è disposto a spartirlo con altri soggetti: la religione della patria – come si vedrà con chiarezza nella prima guerra mondiale – è l’unica a potere legittimamente pretendere il sacrificio della vita dai suoi fedeli, i cittadini.

    5Le religioni e le comunità religiose subiscono l’impatto di questo processo poiché rappresentano, almeno potenzialmente, centri alternativi di identità e di patriottismo che vanno ricondotti sotto il controllo dello Stato-nazione. Questa operazione può essere gestita in modo differente a seconda delle caratteristiche proprie di ciascuna religione. Alcune di esse si prestano infatti ad essere organicamente assorbite all’interno della dimensione nazionale. L’esempio più limpido è quello delle Chiese ortodosse: esse sono prive di un centro di governo sovra-nazionale (l’autorità del patriarca di Costantinopoli è poco più che nominale) ed il potere reale risiede nelle Chiese autocefale, che spesso hanno gli stessi confini degli Stati in cui vivono; in molti casi inoltre (si pensi ai Balcani sotto la dominazione ottomana) le diverse Chiese ortodosse hanno rappresentato il centro dell’unità nazionale che ha permesso a popoli soggetti ad una dominazione politica e militare straniera di salvaguardare la propria identità. Questi eventi storici e queste caratteristiche teologico-giuridiche rendono possibile l’identificazione della Chiesa con una nazione e quindi con lo Stato che ne è l’espressione. Le nozioni – tipicamente ortodosse – di sinfonia tra Stato e Chiesa e, soprattutto, di territorio canonico esprimono bene questa dinamica: il territorio su cui lo Stato esercita la propria sovranità corrisponde di fatto al territorio su cui la Chiesa rivendica il proprio monopolio rispetto a tutte le altre religioni. Naturalmente questa comunanza non esclude l’insorgere di conflitti, anche gravi, tra Stato e Chiesa: fornisce però un contesto di interessi convergenti che aiuta a comporre e risolvere i contrasti.

    6Le religioni caratterizzate da una più forte dimensione sovra-nazionale – e in particolare il cattolicesimo latino – si trovano in una situazione più difficile. La Chiesa di Roma è ancora percorsa, nell’Ottocento, dalla nostalgia per un modello politico imperniato sul rapporto tra due autorità sovra-nazionali, quella del papa e dell’imperatore: questo modello ha iniziato a sbriciolarsi proprio con l’emergere, alla fine del Medioevo, degli Stati nazionali che hanno rivendicato il diritto di controllare l’organizzazione della Chiesa nel proprio territorio, inclusa la nomina dei vescovi. Fin dall’inizio, quindi, la formazione degli Stati nazionali (con la correlata possibilità della costituzione di Chiese nazionali) è stata percepita dalla S. Sede come una minaccia all’unità della Chiesa ed alla sovranità del pontefice. Questo retroterra storico spiega il sospetto con cui, ancora nell’Ottocento, alcuni Stati europei considerano i propri cittadini di religione cattolica, mettendone in dubbio il patriottismo e la lealtà alla causa nazionale: i cattolici inglesi sono definiti “papisti” ed una parte di quelli francesi “ultramontani” proprio perché accusati di guardare al di là delle Alpi e riconoscere come propria, suprema autorità una persona, il papa, che è un soggetto straniero.

    7Lentamente, nei primi decenni del Novecento, questo sospetto si stempera. Durante la prima guerra mondiale la S. Sede mantiene una stretta neutralità ed evita di appoggiare qualsiasi tra le parti in lotta; negli anni immediatamente successivi cede una parte del proprio potere agli episcopati nazionali (attraverso il rafforzamento delle conferenze episcopali) e incoraggia la costituzione di partiti cattolici, attraverso cui i fedeli della Chiesa di Roma partecipano alla vita politica degli Stati di cui sono cittadini. Ma il conflitto tra identità nazionale ed identità religiosa, che fortunatamente non assume quasi mai i contorni di una guerra, non si chiude in parità: è la prima a prevalere e a dettare le condizioni su cui si trova, tacitamente, l’accordo. In molti paesi europei il tramonto del confessionismo di Stato segnala che la religione non svolge più il ruolo di simbolo dell’identità nazionale che, almeno formalmente, aveva conservato fino alle rivoluzioni liberali di metà Ottocento: le religioni, al plurale, sono ormai identità collettive particolari che si inscrivono all’interno di un firmamento dominato dall’idea di nazione, che non ha più bisogno di alcuna stampella religiosa per affermare la propria supremazia sulla vita dei cittadini. Ed anche dove il confessionismo di Stato sopravvive, esso si riduce progressivamente a formula vuota di contenuti (come nei paesi dell’Europa settentrionale) oppure ad indicazione di una componente importante – ma settoriale e non esclusiva – dell’identità nazionale.

    III. La religione nell’età delle grandi ideologue secolari

    8La fine della prima guerra mondiale apre nuovi orizzonti. I soggetti politici e culturali dominanti a partire dalla metà dell’Ottocento, le nazioni, debbono misurarsi con un nuovo antagonista: i grandi movimenti ideologici e politici a carattere universale, come il comunismo o il fascismo. Essi sono contraddistinti da un messaggio ed un programma sovra-nazionale e sono capaci di suscitare una solidarietà ed un patriottismo che attraversa i confini degli Stati. Gli Stati nazionali, che avevano vinto la propria battaglia contro i centri subnazionali di identità collettiva, debbono ora misurarsi con un nuovo ed ancor più pericoloso soggetto identitario a carattere sovra-nazionale.

    9La risposta a questa nuova sfida non può essere cercata soltanto a livello nazionale: il confronto si colloca su un piano più alto ed esige di essere affrontato anche a questo livello. Una soluzione prende forma dopo la seconda guerra mondiale e consiste nella traduzione giuridica del discorso sui diritti universali dell’uomo. Le grandi dichiarazioni e convenzioni sui diritti dell’uomo non sono soltanto una reazione agli orrori del nazismo e del fascismo, ma anche una risposta al comunismo, l’ultima ideologia universale sopravvissuta al secondo conflitto mondiale. Esse offrono una prospettiva altrettanto globale ed aspirano a divenire l’oggetto di un nuovo patriottismo indirizzato verso la difesa del “mondo libero”: quest’ultimo – caratterizzato dalle libertà politiche, la libertà di stampa, di religione e via dicendo – viene costruito come l’alternativa a livello sovra-nazionale al mondo comunista, dove queste libertà sono largamente assenti.

    10Le religioni non mancano di essere coinvolte in questo cambiamento di prospettiva. Esse non possono competere con i diritti fondamentali della persona umana sul terreno dell’universalità: anche le grandi religioni sovra-nazionali – l’islam, il cristianesimo, il buddismo – non sono così universali come i diritti dell’uomo pretendono di essere. All’interno di un orizzonte definito da diritti che si applicano ovunque e ad ogni persona, le religioni debbono accontentarsi di un posto particolare e più circoscritto. Questa collocazione emerge con chiarezza nella formulazione giuridica dei diritti dell’uomo: quando l’articolo 2 della Dichiarazione del 1948 proclama che i diritti contenuti nella Dichiarazione spettano a chiunque senza distinzione di razza, colore, sesso, lingua, religione e via dicendo, esso afferma che i diritti universali debbono essere rispettati indipendentemente dalle caratteristiche particolari degli individui, tra le quali viene collocata la religione. Basta riflettere sul diritto di libertà religiosa per accorgersi che tanto gli Stati quanto le religioni devono ormai fare i conti con questa nuova universalità giuridica. Le convenzioni internazionali proteggono gli individui contro le violazioni della libertà religiosa compiute non soltanto dagli Stati ma anche dalle comunità religiose: se un gruppo religioso impedisce ai propri fedeli di cambiare la propria religione, quel gruppo diviene problematico dal punto di vista del rispetto dei diritti dell’uomo.

    11Le identità religiose e quelle nazionali, che si erano trovate contrapposte qualche decennio prima, devono ora misurarsi entrambe con i diritti fondamentali dell’uomo, che limitano tanto la sovranità delle nazioni quanto – in misura più ridotta – l’autonomia delle religioni. Il campo in cui queste si muovono non è più definito soltanto dal diritto costituzionale degli Stati in cui esse vivono ma anche dal diritto internazionale che, attraverso i diritti dell’uomo, tende ad affermare il primato della coscienza individuale sui diritti delle collettività religiose.

    IV. La religione nell’età della globalizzazione

    12Ma questa non è la fine della storia. La caduta del comunismo, nel 1989, elimina l’ultimo ostacolo alla globalizzazione: il nuovo mondo che prende forma negli ultimi venti anni è dominato da questa dimensione che interessa l’economia, la tecnologia, i mezzi di comunicazione, il mercato del lavoro e via dicendo. La sua principale caratteristica è la de-territorializzazione, l’assenza di confini e di patrie. Anche il diritto deve essere concepito in questi termini poiché, per essere applicabile globalmente, non può portare il segno di un paese o una tradizione giuridica particolare. Il trionfo della dimensione universale e globale su quella particolare e locale appare completo: né gli Stati nazionali né le religioni sembrano conservare la forza di opporsi a questo processo.

    13Ma poi accade qualcosa di strano e di imprevisto. Più la globalizzazione diviene dominante, più emerge il bisogno di una dimensione locale, radicata in un luogo specifico, con le sue tradizioni, il suo linguaggio, la sua religione; più il territorio perde significato, più si sente la nostalgia di un confine che distingua chi sta dentro da chi sta fuori, poiché l’identità non può essere costruita senza un “altro” diverso da me che mi aiuti a capire chi sono io.

    14Ancora una volta le identità religiose sono profondamente interessate da questo cambiamento di rotta, dettato dal bisogno di radici, tradizioni, appartenenza: tutti beni che le religioni sono capaci di fornire assai efficacemente, perfino meglio degli Stati nazionali che appaiono spesso troppo piccoli e indifferenziati per essere credibili antagonisti della globalizzazione.

    15Il primo risultato di questo scenario è una nuova versione della vecchia saldatura tra nazionalismo e religione: ciò che accade nei Balcani lungo gli anni ‘90 fa comprendere che il comunismo aveva congelato, ma non risolto, i problemi. Attraverso un processo cruento la cartina geografica di questa parte dell’Europa torna quella degli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale, alla fine dell’età dei nazionalismi. Non avere intuito per tempo che, saltato il coperchio del comunismo, nazionalità e religioni avrebbero rivendicato, senza fare sconti a nessuno, il loro vecchio posto è stato un errore di ingenuità: una lettura più accorta della storia di questa parte dell’Europa avrebbe mostrato che il pericolo di una identificazione tra religione, nazione e cultura era sempre vivo e avrebbe potuto tradursi in ogni momento – come infatti è avvenuto – in una tragica realtà.

    16Ma al tempo stesso prende forma un fenomeno di diverso e di più nuovo. Nell’età della globalizzazione, la patria dell’identità ha sempre meno la dimensione del territorio e sempre più quella dell’appartenenza: l’identità si libera dal legame ad un territorio e si configura come appartenenza capace di attraversare i confini. Proprio le grandi religioni, con i loro collaudati apparati rituali e giuridici, forniscono questa possibilità: da un lato essi rimandano a qualcuno o qualcosa in grado di produrre senso, di fornire una chiave interpretativa della realtà capace di dare valore all’agire umano; dall’altro le loro regole – che prescrivono pellegrinaggi, giorni di festa, periodi di digiuno per l’intera comunità – costruiscono e scandiscono nella vita quotidiana un senso di appartenenza che scalda il cuore e motiva all’azione. Ma soprattutto le grandi religioni si collocano in una dimensione capace di superare, senza rinnegarla, la propria origine territoriale: la loro capacità di valicare i confini, senza perdere la forza di attrazione che deriva da una identità e da una appartenenza storicamente e geograficamente collocate, è l’elemento che più è venuto alla ribalta negli ultimi anni. Gerusalemme, Roma, La Mecca e tanti altri luoghi e città sante restano il punto di riferimento delle grande religioni ma non ne limitano le potenzialità espansive. L’islam europeo è un buon esempio di questa appartenenza che, in nome di un diritto sacro, si pone in alternativa tanto al diritto territoriale degli Stati europei quanto al diritto globale del mercato: l’umma, la comunità musulmana travalica i confini degli Stati e delle etnie a partire da una identità fondata nella comune fede e pratica religiosa. Ma non si tratta di un caso isolato: una dinamica analoga attraversa la comunità ebraica sparsa nel mondo o i movimenti evangelici dei “born again” che accomunano il manager statunitense che vive a New York al campesino messicano del Chiapas. In tutti questi casi il luogo dell’identità e dell’appartenenza non è definibile in termini geografici: esso attraversa i confini territoriali senza però annullarsi nella dimensione anonima della globalizzazione.

    17Se si volessero riassumere queste osservazioni in uno slogan (con tutti i rischi di semplificazioni e forzature che sono connesse a questa operazione), si potrebbe dire che le religioni sono le nuove nazioni trans-nazionali. Da un lato, esse sono radicate in una tradizione ed in una storia condivisa, forniscono una narrativa in cui è possibile riconoscersi, indicano una direzione per la vita di ciascuno e generano solidarietà tra i membri della comunità, alimentano la fede in un destino comune e sono capaci di scaldare i cuori dei loro fedeli ben più della universalità fredda dei diritti dell’uomo, che rischiano di essere i veri perdenti di questa partita: sono tutti caratteri che tradizionalmente hanno definito una nazione. Ma le religioni non sono immobilizzate su un territorio, attraversano i confini e, soprattutto, sono capaci di muoversi e di emigrare: cose che le nazioni difficilmente riescono a fare.

    18Le religioni, con i loro diritti e rituali così carichi di identità e appartenenza, sembrano dunque essere la risposta (o almeno una delle risposte più importanti) all’anonimo e spersonalizzante diritto spaziale prodotto dalla globalizzazione. Ma questa risposta non è senza problemi. La nuova valenza identitaria delle religioni e la loro capacità di movimento e di insediamento in territori nuovi genera conflitti: tra le religioni stesse, in difficoltà a sviluppare una convincente teologia dell’ “altro” e un efficace dialogo ecumenico; con gli Stati nazionali, preoccupati della propria sicurezza e con le macro-aree caratterizzate da una storia e cultura comune (si pensi alle tensioni conseguenti alla presenza musulmana in Europa e protestante in America latina); con le dinamiche sottese al processo di globalizzazione, fondato su una razionalità efficientista che raramente le religioni condividono.

    V. C’è un fururo per le chiese nazionali ?

    19E’ tempo di rispondere alla domanda con cui si è aperto questo scritto: quale futuro è possibile prevedere per la Chiese nazionali? Alcuni decenni or sono esse sembravano destinate a cadere sotto i colpi della secolarizzazione. Nella previsione di molti osservatori, la riduzione della religione a fatto privato avrebbe inevitabilmente segnato il declino di Chiese che avevano il proprio punto di forza nel riconoscimento pubblico della loro esistenza e funzione. Ciò non è avvenuto: il processo di de-secolarizzazione che ha interessato negli ultimi trent’anni quasi tutta l’Europa ha ricostituito un habitat congeniale alla sopravvivenza di Chiese di Stato (Danimarca, Finlandia, Islanda), popolari (Danimarca), tradizionali (Lituania), dominanti (Grecia), stabilite (Inghilterra) e ha fatto comprendere che l’abbandono della Chiesa di Stato già avvenuto in Svezia e prossimo ad avvenire in Norvegia non equivale all’abbandono dell’idea di Chiesa nazionale, come è indicato dal fatto che il sovrano norvegese continuerà ad essere il capo della Chiesa anche quando essa non sarà più la Chiesa di Stato.

    20Oggi i maggiori pericoli sembrano provenire da un’altra direzione: non il tramonto della religione ma quello della nazione, la cui compattezza e solidità è erosa dai flussi migratori, dalla dislocazione dei centri di potere economico al di fuori dei confini statali, dalla globalizzazione dei mercati finanziari e dei mezzi di comunicazione. Può esistere una Chiesa nazionale se la nazione – intesa come comunità di persone che parlano la stessa lingua, condividono la stessa cultura, si riconoscono in memorie comuni – non esiste più e cede progressivamente il posto ad un conglomerato di differenti etnie, tradizioni culturali, fedi religiose?

    21Paradossalmente, la risposta è affermativa ma, per comprenderne i motivi, bisogna evitare l’errore di guardare le cose troppo da vicino. La rapidità e l’imponenza delle trasformazioni che hanno investito il Vecchio Continente possono facilmente far perdere il senso delle proporzioni ed indurre a credere che l’Europa si sia già convertita in una terra di pluralismo culturale, religioso ed etnico, quando invece si trova soltanto all’inizio di un processo di pluralizzazione destinato a protrarsi per molto tempo. Osservando la realtà attraverso la lente dell’incipiente pluralizzazione (anziché quella, deformante, di un realizzato pluralismo) molti tasselli del puzzle europeo – tra cui anche quelli riguardanti le Chiese nazionali – trovano il proprio posto.

    22La persistenza delle Chiese nazionali è infatti un epifenomeno della rinascita, in tutte Europa, dei nazionalismi. All’indebolimento degli Stati nazionali sul terreno dell’economia della finanza, della capacità di controllare il flusso delle informazioni ed il trasferimento delle popolazioni – tutti fenomeni che stanno sotto i nostri occhi – corrisponde la richiesta di rafforzare l’identità nazionale sul terreno dei simboli, dei valori e delle tradizioni. In questo campo ciascuno Stato nazionale rivendica con crescente fermezza la propria sovranità: In Italia la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha dichiarato illegittima l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane è stata percepita innanzitutto come un’indebita ingerenza di un organismo sovranazionale in un settore dove soltanto il popolo italiano ha il potere di decidere. Il dato più interessante, a prescindere dal (discutibile) contenuto della decisione della Corte di Strasburgo, è proprio la rivendicazione del primato della sovranità nazionale nel decidere cosa significhi libertà ed uguaglianza religiosa all’interno di ciascuno Stato.

    23E’ impossibile comprendere questo nuovo nazionalismo senza analizzarne la caratteristica più rilevante. Non si tratta infatti di un nazionalismo fondato sul una precisa ideologia politica, come era stato per esempio il caso del nazionalismo fascista: si tratta invece di un nazionalismo a sfondo populista, dove l’appello diretto al popolo ed alle sue tradizioni viene talvolta utilizzato per legittimare scelte che non rispettano pienamente le regole di una società liberale (come è avvenuto nel caso del referendum svizzero che ha proibito la costruzione di minareti).

    24In questo nazionalismo a basso contenuto ideologico ma a forte impulso populista l’appello alle tradizioni religiose del popolo ha un posto centrale. Esse infatti costituiscono un insieme di valori, principi e regole in cui i non credenti ed i non praticanti possono riconoscersi altrettanto bene dei fedeli di una religione, come è mostrato dal fatto che nei paesi nordici il mantenimento di qualche forma di Chiesa nazionale è sostenuto da un numero di persone molto più alto di quelle che frequentano regolarmente le chiese.

    25E’ difficile dire se questo risveglio delle Chiese nazionali sia un fenomeno di lungo periodo, ma tutto fa pensare che esso non scomparirà nei prossimi anni. In questa situazione il compito del giurista è quello di cercare una difficile mediazione tra il desiderio di larga parte della popolazione di ciascuno Stato europeo di riaffermare le proprie radici culturali e religiose e la necessità di rispettare i principi di libertà ed uguaglianza tra tutti i cittadini. Non si tratta, credo, di un compito facile.

    https://www.cairn.info/revue-l-annee-canonique-2009-1-page-167.htm
    “Qualche calcio in culo a qualche giornalista servo infame cominceremo a tirarlo. Diamogli almeno un motivo per dire che siamo cattivi.”
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  2. #2
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    Predefinito Re: Esperienze e problematiche delle Chiese nazionali

    Citazione Originariamente Scritto da Lecca d’Assalvini Visualizza Messaggio
    V. C’è un fururo per le chiese nazionali ?

    Le chiese nazionali potranno salvarci dalla globalizzazione religiosa che tende al potere sinarchico?

    Chi lo sa. Ma mi sembra che l'articolo sottovaluti il ruolo universalista della Chiesa cattolica e insieme l'universalismo massonico della Contro-Chiesa che influenza la povera Chiesa d'oggi.
    "Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" Mt 28, 19


 

 

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