Tratto dalla tesi di laurea in Antropologia Culturale ed Etnologia di Lorenzo Mercurio La catena infrangibile. Storia, simboli e comunicazione politica dell'indipendentismo siciliano, pp. 75-77.
I mass-media costituiscono lo strumento più importante per veicolare e proporre modelli culturali di [diverso] tipo. Essi, almeno in linea teorica, rappresentano ad oggi l’espressione più alta della vita democratica di un Paese e sono a loro volta l’indice che ne misura la democraticità, ovvero la libertà di espressione da parte della popolazione.
Ma questa brevissima analisi introduttiva mostra già una vera e propria contraddizione al proprio interno: appare infatti impossibile che una popolazione intera, formata da singoli individui, smetta anche di essere ‘società’ ed inizi a mantenersi in vita tramite un totale livellamento o abolizione degli strati sociali che ne costituiscono la stessa ragion d’essere, così che essa si mostri come modello culturale di se stessa. Non tutti gli individui di una società, infatti, hanno la possibilità di esprimersi attraverso i media, e la conseguenza di ciò è in qualche modo già chiara a Pierpaolo Pasolini, il quale asserisce senza remore, per il caso particolare del mezzo televisivo, che « un medium di massa non può che mercificarci e alienarci […]. Nel momento in cui qualcuno ci ascolta nel video ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico »[1], nel formarsi non di una nuova e rivoluzionaria società in cui non esistono più gli strati sociali per il raggiungimento del ‘potere di popolo’ in un’uguaglianza totale e finale, ma in cui vengono a crearsi nuove sedimentazioni, nuovi rapporti e dislivelli sociali. L’analisi pasoliniana, breve ma chiara e diretta, sconvolge dunque la linea teorica dalla quale si è partiti: infatti, nonostante i mass-media siano oggi chiaramente un mezzo attraverso cui è possibile esprimersi più o meno liberamente, sono anche dei veicoli nelle mani di pochi singoli, rispetto alla totalità della popolazione, che hanno la capacità di porsi – o di imporsi – come divulgatori di idee, mode e stili di vita, come se chi apparisse in televisione, parlasse da una radio o venisse letto sulla carta stampata o su un importante sito internet si ponesse su una cattedra o un pulpito ideologico, nell’atto di costruire un monologo innanzi ad una popolazione il cui ruolo è solo quello di incamerare passivamente informazioni e che di fatto non ha un reale diritto di replica. Proprio in questo starebbe la ‘spaventosa antidemocraticità’ che secondo Pasolini è propria di quei mezzi che nascono paradossalmente come espressione del raggiungimento di un altissimo livello di democraticità. All’interno della complessa matassa d’interessi tra politica e privati – già allora molto consistente –, basti pensare all’uso che dei media viene fatto durante il periodo fascista, con il principale intento di diffondere determinate idee, ma anche informazioni politiche e ideologiche, per mezzo dell’editoria e della stampa, del cinema o della radio, le cui direzioni private prendono spontaneamente ad allinearsi alla nuova situazione politica, all’alba degli anni ’20 del XX secolo, senza una reale costrizione: infatti, « i fascisti non [hanno] bisogno di reprimere o usare il pugno di ferro con le industrie culturali perché in molti casi [è] sufficiente l’allineamento e cooperazione che esse [offrono] spontaneamente, avendo capito in quale direzione [tira] il vento »[2]. Il ‘regime’, in tal senso, ha già per definizione ben poco a che vedere con il concetto di ‘democrazia’, eppure anch’esso, durante il ventennio fascista, si serve dei media di massa, indirizzando l’informazione su un determinato binario che possa garantirgli un certo appoggio ‘popolare’, proprio in virtù del fatto che nel momento in cui qualcuno recepisce delle informazioni da un medium si pone automaticamente in condizioni di subalternità sociale nei confronti di chi espone le proprie idee dallo stesso ‘pulpito’ mediatico.
[1] Da un’intervista televisiva di Enzo Biagi a Pierpaolo Pasolini, anno 1971
[2] Forgacs D., L'industrializzazione della cultura italiana, Il Mulino, Bologna, 2000, p. 84
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