Thyssen,omicidio volontario. 16 anni e mezzo all'ad
Loredana Biffo, 15 aprile 2011, 21:24
Fiamme alte dieci metri, un inferno di fuoco. Era la notte del 6 dicembre 2007 quando allo stabilimento delle acciaierie ThyssenKrupp di Torino in corso Regina Margherita divampò un devastante incendio alla linea 5. Un operaio, investito in pieno dal rogo, morì subito. Altri sette rimasero feriti. Si salvò soltanto Antonio Boccuzzi, mentre morirono nei giorni successivi a causa delle gravissime ustioni altre sei persone. Il verdetto odierno segna la storia del diritto, oltre che di Torino. La ferita inferta dalla tragedia della Thyssenkrupp ha cambiato la sensibilità nazionale nei confronti delle morti bianche, ma, soprattutto, ha permesso alla procura di contestare per la prima volta un'accusa capace di scuotere le coscienze degli imprenditori
La Corte di Assise di Torino ha riconosciuto l'omicidio volontario con dolo, per la morte dei sette operai coinvolti nel rogo della Tyssenkrupp la notte del 6 dicembre 2007.
Harald Espenhah, accusato di "omicidio volontario" con dolo eventuale, condannato a 16 anni e mezzo di reclusione; imputata anche l'azienda come persona giuridica, e altri 5 dirigenti: Cosimo Cafueri, Daniele Moroni, Gerald Prigneitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno, accusati di omicidio colposo aggravato e condannati a 13 anni e sei mesi i primi quattro, e il quinto a nove anni, Pubblico ministero è Raffaele Guariniello.
Il violento incendio nel dicembre 2007 è divampato all'interno dell'acciaieria in corso Regina Margherita, da una vasca fuoriesce una grande quantità di olio bollente in pressione, che ha causato fiamme enormi.
E' morto il primo operaio dopo pochi minuti, e gli altri uno dopo l'altro, sono deceduti nei giorni successivi.
L'ad della Tyssenkrupp, Espenhahn, un po' di tempo prima dell'incendio che ha causato la morte degli operai, aveva scritto una lettera ai vigili del fuoco, nella quale dichiarava l'intenzione di terminare le opere antincendio (in realtà mai iniziate) entro la fine del 2007, data "l'onerosità" degli interventi.
Secondo il pm, i dirigenti mentivano, erano ben consapevoli del fatto che non sarebbero mai state realizzate le necessarie misure di messa in sicurezza degli impianti, perchè per la data designata, lo stabilimento sarebbe già stato chiuso.
La "consapevolezza" riguardava proprio l'eventuale danno che si sarebbe verificato in caso di incendio, in una fabbrica, dove gli incendi avvenivano con molta frequenza.
Infatti un incidente simile, si era già verificato, ma non vi erano state vittime.
Sarebbe stato sufficiente che i datori di lavoro si fossero adoperati per ridurre le situazioni fortemente rischiose per la vita degli operai, che si sarebbero potute rilevare con delle semplici ispezioni della fabbrica.
Il fatto che vi siano state omissioni gravi nella prevenzione degli infortuni, e quello che è stato maggiormente contestato agli imputati, che hanno così messo in conto la possibile tragedia, reato che si configura indipendentemente che si realizzi o meno l'infortunio.
Questa è certamente una novità positiva che si profila nella tutela negli incidenti sul lavoro. La Tyssen, per tutta la sua esistenza, ha proseguito la sua attività senza mai mettere in sicurezza la fabbrica, mentre avrebbe dovuto farlo per legge; vi è quindi il riconoscimento di questa fondamentale violazione che ha poi causato la morte degli operai. La fabbrica, ha quindi "risparmiato" sulla pelle dei lavoratori, in quanto era prevista la chiusura dello stabilimento. Quindi niente investimenti tecnologici finalizzati alla sicurezza, e facilmente reperibili sul mercato degli impianti antincendio, se questo fosse avvenuto, "nessuno avrebbe perso la vita".
La Corte d'Assise ha respinto la costituzione da parte civile per oltre 50 operai: che firmarono un verbale di conciliazione accettando la concessione di una somma in cambio della rinuncia alla richiesta di risarcimento.
Centinaia di testimoni sono stati ascoltati da entrambe le parti. Il 13 febbraio 2009 è stato mostrato in aula un video choc della polizia scientifica che mostrava le immagini del cadavere di Antonio Schiavone, il primo operaio deceduto nel rogo; molti parenti non hanno retto al dolore e sono usciti dall'aula. Nelle successive udienze sono poi emerse la mancanza delle misure di sicurezza. Sono inoltre stati chiamati a testimoniare i tre ispettori della Asl 1 di Torino, accusati di aver favorito la multinazionale con "controlli annunciati" e prescrizioni tardive; si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.
Questa è una sentenza storica, per i lavoratori, che finalmente vedono riconosciuto il diritto alla sicurezza, a dispetto delle demenziali e arroganti dichiarazioni di Tremonti qualche mese fa, il quale sosteneva che nell'attuale situazione in cui si trova l'economia italiana, le imprese non possono "perdere tempo e produttività" rincorrendo la "questione" della sicurezza sul lavoro.
E' una sentenza storica anche per la città, che ha subito la politica ricattatoria di Marchionne, ed è soprattutto stata fatta giustizia alla morte di questi lavoratori, e di tanti altri, troppi, che continuano ogni giorno, secondo le implacabili statistiche, a perdere la vita per il lavoro e per la "produttività".
I volti tetri dei parenti delle vittime mentre si attendeva la sentenza erano strazianti, qualcuno di loro si è sentito male durante la lettura della sentenza ed è stato soccorso dal 118, la tensione era alta.
Questi sono un processo e una sentenza che faranno storia, una nota positiva che ci viene dal diritto, in questo tempo buio per il paese, in cui si fa di tutto per rendere obsoleta la giustizia, almeno oggi la giustizia ha vinto.
"Questa è una svolta epocale, non era mai successo che per una vicenda di morti sul lavoro venisse riconosciuto il dolo eventuale": questa la prima dichiarazione del pm Raffaele Guariniello dopo la lettura della sentenza Thyssen, accolta in aula da un applauso. "Una condanna - ha detto - non è mai una vittoria o una festa. Però questa condanna può significare molto per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Credo che da oggi in poi - ha concluso - i lavoratori possano contare molto di più sulla sicurezza e che le imprese possano essere invogliate a fare molto di più per la sicurezza".
"Hanno avuto ragione le famiglie, hanno avuto ragione i lavoratori della Thyssen, abbiamo avuto ragione noi ad avere fiducia nella magistratura torinese". È il commento di Giorgio Airaudo, della Fiom. "Quando il lavoratore viene ferito o muore sul lavoro - osserva Airaudo - non è mai un caso, c'è sempre una responsabilità. È una sentenza importante, che farà scuola in Italia e in Europa. Resta il dolore per chi ha perso la vita e per chi non ha più i propri affetti. La nostra solidarietà sarà sempre insufficiente".
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