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  1. #1
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Il fallimento del multikulti pazzo olandese

    La povera meravigliosa Olanda - Un'inchiesta di Giulio Meotti

    La povera meravigliosa Olanda - Un'inchiesta di Giulio Meotti - [ Il Foglio.it › Solo qui ]

    Perché l’Olanda? I primi di giugno anche qui ci saranno le elezioni europee e il partito con maggiori possibilità di successo, stando a sondaggi ancora virtuali, è quello di Geert Wilders, che per due anni, quando arrivava in Parlamento all’Aia, per sicurezza veniva fatto sedere in una zona non visibile dell’aula. Non si sa dove dorma, dove viva, eppure è in testa ai sondaggi e anche se non dovesse vincere ha già praticamente oscurato i tre grandi partiti da sempre al potere: laburisti, liberali e cristiano-democratici. Il politico più popolare d’Olanda è anche quello più sotto protezione forse in tutto l’occidente. Il suo convoglio di auto e agenti sembra quello del presidente afghano Karzai. Perché quella di Wilders, che il Wall Street Journal, non der Sturmer, ha definito “una vita olandese ordinaria”, è soprattutto la storia di tanti artisti, giornalisti, scrittori e accademici che in Olanda oggi si ritrovano alle prese con una cosa sola: la paura.

    C’erano quattro “estremisti” che dopo l’11 settembre denunciarono il pericolo dell’intolleranza islamista: Pim Fortuyn, Theo van Gogh, Ayaan Hirsi Ali e Geert Wilders. Il primo e il secondo sono stati uccisi per le loro idee, la terza è andata a vivere negli Stati Uniti dopo che qui le era diventato impossibile, e poi c’è lui, “l’olandese volante”. I Paesi Bassi sono unici anche rispetto all’Inghilterra, un paese in avanzato stato di decomposizione democratica, dove ci sono le corti della sharia riconosciute dallo stato. Una delle persone che abbiamo intervistato ci ha spiegato che l’Olanda è come il canarino nella miniera per l’Europa: coma va qui va per tutti noi.

    E’ il paese più densamente popolato, più liberal e orgoglioso del proprio progressismo civile, che si credeva al riparo dall’intolleranza religiosa dopo essere stato per secoli il rifugio di ogni sorta di minoranza. E che invece, nel giro di sette anni, qui non accadeva da tre secoli che qualcuno venisse ammazzato per aver espresso delle idee, ha avuto due omicidi politici, due martiri intellettuali. Entrambi critici dell’islam. Il primo, Fortuyn, era un meraviglioso omosessuale, ex marxista e cattolico. Fu ucciso da un giovane attivista dei diritti degli animali, anche lui molto di sinistra, un perbenista fanatico che vedeva in Fortuyn “il male”. Poi c’è stato il regista panzone, Theo van Gogh, anarchico erotomane terribile con i nemici, ucciso ritualmente, gola tranciata e lama ficcata nel petto, da un islamista nato e cresciuto qui, con un perfetto accento olandese. Dire Wilders è dire il tramonto del multiculturalismo nel paese che prima di tutti gli altri si è trovato alle prese con il problema dell’immigrazione, con le sue ex colonie, con un grande passato di potenza mondiale, con una placida e perversa attitudine al compromesso, sempre e comunque.

    In Olanda non sono mai esistiti estremisti di destra. Wilders non è Haider o Le Pen, è un liberale ossessionato dall’idea che il paese, uscito da decenni di politiche identitarie suicide e di ipersecolarizzazione selvaggia, debba essere salvato da chi vorrebbe sostituire il Parlamento con una corte islamica, per soggiogare i non musulmani. Wilders pensa che per far questo si debba stressare, letteralmente, l’opinione pubblica, spesso in modo più che discutibile e inusuale per il savoir fair olandese. Un personaggio eccessivo, chi lo vota non lo dirà gridandolo, in fondo qui ci abita “gente perbene”, diceva con ironia Theo Van Gogh. Ma non verrà certamente votato soltanto dalla “bassa Olanda”, i brutti ceffi analfabeti dei cantieri e dei porti, ma dalla classe media e alta, la stessa “gente perbene” che vede ogni giorno, città dopo città, il sopravvento di una ideologia pericolosa per le tante libertà che l’Olanda ha costruito su esempi luminosi e nobili di nome Locke, Spinoza, Voltaire, Descartes e altri. Un paese dove gli ebrei si rifugiarono fuggendo dall’Inquisizione spagnola e che oggi registra uno dei più alti tassi di antisemitismo in tutto l’occidente. Siamo stati in molte città olandesi (Amsterdam, Rotterdam, Leiden, Mokum) intervistato intellettuali e scrittori di ogni classe politica e culturale, alcune grandi storie di persecuzione e di libertà estrema mi hanno ricordato i mitici ugonotti che ripararono in questa palude e i Padri Fondatori che salparono verso gli Stati Uniti d’America proprio da una chiesetta nei pressi di Rotterdam. Tutto è in un certo senso iniziato qui. Per questo era importante capire e vedere. La povera meravigliosa Olanda.

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  2. #2
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Riferimento: Il fallimento del multikulti pazzo olandese

    Mandi frut

    Mandi frut - [ Il Foglio.it › Zakor ]

    O passi di tant in tant

    par puartati i miei salus

    a te anime di besole

    lontan de to patrie, che

    no ie stade tant mari par

    Te, ma pui matrigne.

    Perdone e sta in pas.

    Mandi frut.


    Passo di tanto in tanto / per portarti i miei saluti / a te, anima solitaria / lontana dalla tua patria, che / non è stata tanto madre per / Te, ma piuttosto matrigna. / Perdona e sta in pace. / Arrivederci ragazzo.

    (biglietto trovato sulla tomba di Pim Fortuyn a Provesano)

    di Giulio Meotti

  3. #3
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Riferimento: Il fallimento del multikulti pazzo olandese

    Europa multietnica

    Chiese convertite in moschee, l’islam prima religione ad Amsterdam, segregazione e sharia di stato. Il multiculti olandese è morto. Bolkestein: “Mi chiamarono razzista, oggi è realtà”. Ecco perché Wilders ha successo

    Europa multietnica - [ Il Foglio.it › Solo qui ]

    Giulio Meotti è stato due settimane in Olanda, paese multietnico all’avanguardia nella collisione fra l’islam e la democrazia occidentale. La sua è un’inchiesta sul successo di Geert Wilders e il tramonto del multiculturalismo. Questa è la prima puntata. Seguiranno una giornata con gli amici di Theo van Gogh; un racconto su Rotterdam, la città di Pim Fortuyn; l’incontro con una fotografa iraniana a cui gli ayatollah danno la caccia; un clamoroso caso di autocensura sull’antisemitismo islamico e un’intervista con un accademico sotto protezione perché condannato a morte dai fondamentalisti islamici.

    Al numero 114 di Jan Hanzenstraat c’è il cuore della moderna schizofrenia olandese. E’ lì che si trova la moschea el Tawheed, “il Monoteismo”, una delle più popolari in città. Un luogo unico al mondo, che soltanto in Olanda potrebbe esistere. Siamo nel quartiere operaio di Old West, che qui chiamano “South Bronx”. Una scritta in perfetto olandese invita a rispettare la privacy. Al di là della strada un coffeshop serve droghe leggere e graffiti di donne nude con bocche da fellatio adornano le mura attorno. Accanto alle ragazzine in t-shirt passano donne musulmane in burqa e chador. La moschea, di proprietà saudita, divenne nota il 2 novembre 2004 quando Mohammed Bouyeri, un giovane islamista che frequentava il luogo di preghiera, tagliò la gola al regista Theo van Gogh, discendente del fratello del celebre pittore Vincent. Qui pregava Samir Azzouz, condannato a otto anni per aver progettato l’assassinio di Geert Wilders, politico antiislamico che ha buone possibilità di vittoria alle prossime elezioni europee. L’imam è un egiziano che gestisce un ristorante dall’altra parte della strada e la moschea offre lezioni in olandese per i molti convertiti all’islam dalla pelle bianca. Ma anche prima che Bouyeri tagliasse “come una pagnotta” la gola a Van Gogh, la moschea era assurta alle cronache per aver venduto libri che giustificano l’uccisione degli omosessuali e la lapidazione delle adultere. E’ una delle moschee che Wilders vorrebbe chiudere.

    “Il fallimento del multiculturalismo è l’incontro fatale fra la perdita di Dio e la globalizzazione”, ci spiega Jos de Beus, filosofo della politica all’università di Amsterdam, laburista. Dati dell’ufficio centrale delle diocesi olandesi dicono che fra il 1973 e il 2002 oltre 240 chiese cattoliche sono state riconvertite in moschee, palestre o showroom. La chiesa protestante il Seminatore di Amsterdam oggi è la moschea Fatih. L’ultimo caso nel giorno di Pasqua, un mese fa, quando a Groningen una chiesa protestante è stata convertita in moschea. Il simbolo dell’ipersecolarismo è Oude Kerk, la più celebre chiesa di Amsterdam, risalente al XIII secolo, l’edificio più antico della capitale olandese. Di fronte ha molte vetrine di prostitute. La chiesa serve per esposizioni e può essere affittata per cene di gala. Davanti c’è il Sexyland che offre “Live Fuck Shows” (sesso dal vivo), l’High Time Coffeshop per le droghe leggere e l’Erotic Supermarket per i dildos, i peni artificiali venduti ovunque in città. Davanti alla chiesa un monumento: “Rispetto per le lavoratrici del sesso di tutto il mondo”. Costa sette euro visitare la chiesa che domina il quartiere. In una vetrina di oggettistica porno c’è una statua di bronzo con un energumeno che lecca una vagina. A pochi metri da qui però ci sono negozi di islamici in cui le donne non possono entrare. Siamo ad Amsterdam, dove l’islam è la prima religione. E i minorenni musulmani sono già maggioranza.

    “La vera domanda è perché è così facile integrare negli Stati Uniti e falliamo in Europa?”, dice Frits Bolkestein, teorico liberale e commissario europeo sotto Romano Prodi, accogliendoci nella sua casa sul fiume Amstel. Diciotto anni fa, quando sul giornale Volkskrant uscì un suo articolo sull’islam, Bolkestein fu tacciato di razzismo e accusato di essere un mercante di paure. Era profetico, ma all’epoca non si parlava di islam, stava crollando l’Unione sovietica, l’economia olandese non era mai cresciuta tanto quanto in quegli anni, si stava facendo la storia delle multinazionali, nasceva la Endemol del Grande fratello, l’ottanta per cento della popolazione aveva un lavoro fisso e la seconda generazione di musulmani da Marocco, Turchia e Indonesia stava facendo grandi passi in avanti. Poi, fra il 2002 e il 2004, due omicidi legati all’islam misero fine a quel sogno sinistro e dolciastro.

    Le uccisioni di Pim Fortuyn e Theo van Gogh furono i casi di violenza politica più clamorosa dai tempi di Jan e Cornelius de Witt, i due amici di Spinoza fatti a pezzi dalla folla. Ma accadeva tre secoli fa. Questo è l’unico angolo d’Europa dove non si scatenarono pogrom, dove Rembrandt dipingeva un Gesù con i tratti dell’ebreo sefardita, dove Spinoza diventava profeta di ateismo e Marx indagò le radici del capitalismo. Ma quel paese non esiste più e le città olandesi si stanno trasformando in ghetti etnici a cielo aperto. Oggi uno dei biglietti da visita più diffusi è questo: “Nome: Geert Wilders. Peccato: derisione dell’islam. Punizione: decapitazione. Ricompensa: paradiso”.

    Due omicidi multiculturali sarebbero bastati a vendicare Bolkestein. Ma l’ex eurocommissario ha dalla sua anche le statistiche. Entro sei anni la regione che comprende Amsterdam, l’Aia, Rotterdam e Utrecht sarà a maggioranza islamica. Intorno all’islam e al crollo del multiculturalismo è in corso una guerra che sta cambiando il volto dell’unico paese in cui Voltaire e Spinoza pubblicarono i loro scritti e Locke mise mano alla “Lettera sulla tolleranza”. E’ il paese con il più progressista sistema di diritti civili al mondo, ma per certi versi è quanto di più vicino agli stati americani della segregazione razziale.

    Alla scuola Rietlanden/8th Montessori di Amsterdam ci sono due ingressi, uno per gli olandesi nativi e uno per gli immigrati. La misura servirebbe a una migliore integrazione. E’ lo stesso governo ad ammettere che “un terzo delle scuole promuove la segregazione”. 680 istituti scolastici nel paese sono oggi composti in maggioranza da un gruppo etnico omogeneo. Uno studio dell’Open Society Institute parla di “quartieri concentrazionari” per il dieci per cento delle quattro più grandi città. Il trenta per cento dei musulmani olandesi vuole la sharia nei Paesi Bassi in una società-apartheid dove l’80 per cento dei figli di immigrati ancora oggi continua a “importare” le mogli dai paesi di origine, come Turchia e Marocco. La segregazione tra uomo e donna è finanziata anche dallo stato. A Utrecht il comune nel 2008 ha speso dieci milioni di euro per manifestazioni pro islam in cui gli uomini e le donne sono separate. La piscina Den Hommel ogni lunedì sera offre lezioni per soli uomini musulmani. Nella moschea Omar al Farouk ci sono due ingressi nell’ufficio informazioni del comune: uno per gli uomini e uno per le donne. La sharia è suffragata in nome della non discriminazione. Il Dutch Committee for Equal Treatment, una sorta di orwelliana commissione per l’eguaglianza, ha stabilito che un’insegnante di fede islamica può rifiutarsi di stringere la mano di un uomo. Come quando un celebre imam radicale, poco dopo l’omicidio di Van Gogh, si rifiutò di stringere la mano del ministro dell’Integrazione Rita Verdonk. Quella manina appesa nel vuoto divenne il simbolo dell’Olanda. Per il quinto anno consecutivo, l’emigrazione dall’Olanda ha superato l’immigrazione. L’Olanda è l’unico paese europeo che sta facendo esperienza dell’emigrazione.

    Bolkestein è noto come “il leone dei liberali”. Ex ministro della Difesa, presidente dell’Internazionale liberale e fustigatore della burocrazia, Bolkestein è stato per dieci anni il mentore di Wilders. “L’Olanda non fa parte di un destino diverso da Inghilterra, Francia, Germania e Italia, che ha legami speciali con il medio oriente”, ci dice Bolkestein. “Il multiculturalismo è letale nell’idea che la cultura è di plastica, malleabile, quando invece è rigida. Nel 1991 scrissi che l’integrazione non avrebbe funzionato se i nostri valori avessero avuto una conflagrazione con quegli degli immigrati. Fui chiamato razzista, odiatore dell’islam. Oggi in Olanda si parla di limitare la libertà di parola per evitare i conflitti. Il numero di immigrati è critico, due milioni di musulmani in Olanda. La precedente minoranza, gli ebrei, erano centomila. Una grande differenza. Ci sono quartieri dominati dai marocchini e segregazione fortissima nelle scuole”. Bolkestein critica la concezione formalista della democrazia. “Un paese una cultura, dovrebbe essere così. C’era un comico americano che disse: ‘Ho visto il nemico e siamo noi’. E’ questa l’Olanda. Avremmo dovuto insistere su alcuni valori non negoziabili, come la libertà di parola, l’eguaglianza uomo-donna, la separazione di stato e chiesa e così via. Sono le rocce della libertà che trovi nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”.

    L’ex eurocommissario Frits Bolkestein è stato il maestro, oltre che di Wilders, che oggi critica, anche di un’altra “estremista liberale” come la dissidente somala e apostata Ayaan Hirsi Ali. “Abbiamo bisogno di persone come Ayaan, la adoro, la sostengo, è uno scandalo che lei, un membro del Parlamento, avesse bisogno di una protezione totale, così come Wilders. E’ una situazione scioccante”. Jaffe Vink è l’ex direttore del settimanale “Opinio” e una firma storica del quotidiano cristiano di sinistra Trouw. E’ stato lui a pubblicare il primo articolo di Ayaan due mesi dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York. “Parliamo di culture, ma non ne vediamo le differenze”, ci spiega Vink nella sua casa di Amsterdam. “Pensavamo che noi e Ratko Mladic avessimo la stessa cultura, che avrebbe pensato come noi”. Vink parla di uno dei segreti che tormenta la coscienza olandese: Srebrenica. Con i suoi 7.500 musulmani assassinati, fu la più grande strage di civili in Europa dopo il 1945. A difendere la popolazione dai serbi era stato dislocato un battaglione di paracadutisti olandesi. Una delle cartoline più cupe del Novecento mostra il colonnello olandese Ton Karremans brindare con Mladic. Subito dopo comincerà la strage dei civili. “Eravamo molto pacifisti, non volevamo più guerre, eravamo ricchi, mai stati tanto opulenti e liberi”, prosegue Vink. “Non avevamo più idea del nemico e fu fatale a Srebrenica, una città grande quanto l’olandese Old-Leusden. Non avevamo idea di cosa fosse il male e questo è successo perché abbiamo perso ogni legame con la religione”. Vink parla di “disintegrazione” dell’Olanda multiculturale. “Wilders ogni giorno potrebbe fare la fine di Theo van Gogh e Pim Fortuyn. Nella storia passata c’è stata così tanta violenza e sangue che abbiamo pensato fosse lontana, oggi la storia è in mezzo a noi. E’ in corso una metamorfosi completa delle nostre città e il successo di Wilders passa dal mutamento della strada. Il multiculturalismo ha dimenticato i fattori educativi, religiosi, culturali, pensando soltanto a quelli sociali. Negli ultimi vent’anni ci siamo disinteressati delle minoranze, la chiamavamo tolleranza, ma era indifferenza. Mia figlia frequenta una scuola al sessanta per cento di immigrati. Il primo passo dell’apartheid è portare i figli in un’altra scuola, poi si cambia casa. E’ segregazione, ma per trent’anni non ne potevamo parlare”.

    Leon de Winter è uno degli scrittori olandesi di maggior successo. Fino a pochi anni fa era una specie di “provos”, i provocatori che qui ad Amsterdam ben prima del 1968 facevano “happening”, evento. Poi De Winter ha cambiato idea sul fallimento olandese. “Vedo ogni giorno le conseguenze del relativismo culturale e della correttezza politica che ci impedisce di essere chiari, critici e orgogliosi sui nostri valori e la nostra civiltà”, spiega al Foglio De Winter. “E’ una crisi del nostro sistema e di ciò che siamo. La grande popolarità di Wilders sta dando voce a sentimenti condivisi dalla popolazione, costringendo il resto dei partiti a parlare di immigrazione e di islam nel sistema giudeo-cristiano. Wilders riveste quindi un ruolo molto prezioso. L’Olanda è costretta a essere all’avanguardia in questi problemi perché abbiamo avuto due omicidi politici in pochi anni, una cosa che non si vedeva da secoli in un paese molto pacifico e con gerarchie rigide”. Gli omicidi di Fortuyn e Van Gogh hanno abbattuto il tabù del multiculturalismo. “Quelle morti hanno avuto come effetto, contrariamente allo scopo degli assassini, la sollevazione di un velo. Abbiamo scoperto di aver educato due persone a uccidere per mettere a tacere gli oppositori. Dopo lo shock si è aperto in modo straordinario lo spazio della discussione sull’islam. Ho appena letto l’editoriale di un giovane laburista a favore della limitazione dell’immigrazione musulmana. Se lo avesse scritto due anni fa sarebbe stato bandito dai socialdemocratici. Invece oggi esprime idée simili a quelle di Fortuyn. Nessuno oggi in Olanda può far finta che il problema non esista. Non possiamo più chiudere gli occhi”.

    Quello di Paul Cliteur, docente all’università di Leiden, la più antica e prestigiosa di tutta l’Olanda, è un punto di vista affascinante perché proviene da un ateo e liberale. Cliteur è stato l’insegnante di Ayaan Hirsi Ali e sei mesi prima dell’uccisione di Van Gogh, intuendo che la critica dell’islam stava diventando pericolosa, decise di sospendere ogni intervento pubblico. “C’è una distanza sempre più crescente fra la main street, l’uomo comune, e l’élite politica”, ci racconta Cliteur. “Forse anche per questo Wilders è il primo partito al momento. Il suo successo è il fallimento della politica tradizionale. L’Olanda è un grande esperimento sociale, negli anni Sessanta e Settanta il secolarismo ha avuto un effetto devastante sulla società, peggio che in Svezia. C’è stato poi un revival religioso molto potente con l’immigrazione islamica e si è creata una tensione incredibile nella società multiculturale. Fortuyn, Van Gogh e Hirsi Ali sono manifestazioni di questa guerra. Il relativismo postmoderno ha fallito nel capire il fondamentalismo religioso islamico. C’è come un’estraniazione liberal che finisce per accettare la teocrazia islamica e per assorbire la sharia all’interno della propria decadenza”.

    Cliteur parla del potere del senso di colpa nella questione dell’immigrazione. “Siamo stati molto naïf nel corso della storia, abbiamo condonato il male e abbiamo finito per sacrificare la libertà per la stabilità della società. Per i multiculturalisti, l’Olocausto, il nazismo, il comunismo, la schiavitù non sono deviazioni dallo sviluppo benigno della cultura occidentale, ma prodotti della cultura europea, giudicata oppressiva in sé. I multiculturalisti rifiutano l’universalità delle idee illuministiche di democrazia, diritti umani, legge, considerate manifestazioni di arroganza culturale. Le minoranze dovrebbero poter vivere secondo i propri costumi. Ma questa visione ha conseguenze gravissime sulla società liberale. Quando venne ucciso Fortuyn c’era chi diceva: ‘Wow, è successo!’. Poi è toccato a Van Gogh: ‘Wow, è successo di nuovo’. Theo era visto come un pazzo ed è stato detto che se non fosse stato così aggressivo non sarebbe stato ucciso. Un errore fatale. E vedendo quanto si deve proteggere Wilders, la gente sta smettendo di porre la questione con chiarezza. Ne deriva un silenzio culturale. Sei mesi prima dell’uccisione di Van Gogh ero in televisione e posi la questione dell’islam. Sentivo che il governo non era pronto a proteggere gli intellettuali critici, ne parlai con Theo e gli dissi che era troppo pericoloso. Lui mi rispose: ‘Non sono disposto a farmi mettere a tacere’”. Cliteur spiega così il paradosso della liberazione sociale idolatrata in Olanda. “Trent’anni fa era facile essere a favore dell’emancipazione sessuale ad Amsterdam, il progressismo la faceva da padrone, oggi l’omosessualità è un problema con i musulmani. E in nome della stessa ideologia della tolleranza si può essere tacciati di discriminazione contro i musulmani che odiano i gay. Alla fine si finisce per essere contro tutto ciò che ha prodotto di buono l’illuminismo”.

    Anche Frits Bolkestein parla del senso di colpa: “La Free University di Amsterdam, una facoltà calvinista dove quando ti iscrivi devi dichiarare a quale confessione appartieni, tiene oggi corsi di formazione per imam. Alcuni giorni fa stavo parlando ad alcuni studenti universitari della Passione sulla croce e uno mi chiese: ‘E’ nel Ramadan?’. Esistono due tipi di società nella storia: quelle basate sulla colpa o sulla vergogna. Il medio oriente è una cultura della vergogna, la nostra è della colpa. Il protestantesimo calvinista che domina in Olanda è una religione miserabile simile ai condannati a morte giapponesi, che sapevano di dover morire ma non sapevano quando. E’ disumana l’idea di essere predestinati all’inferno qualunque cosa tu faccia. L’Olanda si basa su questo senso di colpa che ha influenzato il multiculturalismo”.

    Il professor James Kennedy è un liberal americano che insegna all’università di Amsterdam. Alcuni anni fa scrisse uno studio pionieristico dal titolo “Building new Babylon”. “La maggior parte di noi, compresi gli americani, pensa che l’Olanda sia un paese libertino e libero, ma non è così. E’ una nazione legata al concetto di ordine pubblico, le cose non devono sfuggire di mano. Non vogliono che ci siano pratiche illegali, così è per l’eutanasia, la prostituzione, la droga. Come risultato c’è stata un’autentica indifferenza verso gli altri. E’ un paese pluralista e per evitare i conflitti ha preferito ignorare gli altri”.

    Al nostro arrivo il comune di Amsterdam ha approvato le “aree gay”. L’insolita indicazione compare su cartelli installati agli ingressi di un parco di Amsterdam per fare sapere dove i gay possono andare a cercare un partner e appartarsi. Siamo a Slotervaart, lo stesso quartiere dove abitava l’assassino di Van Gogh, circondato dal lago Nieuwe Meer e dai parchi Rembrandt e Vondelpark. Sui cartelloni si indicano anche le spiagge, quelle in cui sono ammessi i cani e i parchi giochi per bambini. Ma soprattutto c’è l’area di ricreazione “de Oeverlanden” che col tempo è divenuto un luogo di incontri tra omosessuali provenienti dal resto d’Europa.

    E’ anche a questo tipo di follie ideologiche che pensa Nahed Selim quando parla di “negativismo olandese”. Con la partenza di Ayaan Hirsi Ali, l’egiziana Selim è diventata la più importante voce femminile in Olanda contro la sottomissione delle donne nelle comunità musulmane. “Sono una baby-boomer, parte della generazione nata fra il 1945 e il 1955”, racconta la scrittrice al Foglio. “Ho beneficiato come nessun altro della ricchezza del dopoguerra. Però ero circondata da gente immersa in un cosmopolitismo che mi appariva piacevole e bizzarro. Gente più legata all’umanità in astratto che ai propri vicini in carne e ossa. Questo strano negativismo della cultura olandese non è mai scomparso. Parlare dell’islamizzazione della società è un tabù in Olanda. E per islamizzazione non intendo l’aumento del numero di musulmani o la conquista militare del paese da parte dei musulmani, ma un processo in cui la religione inizia a dominare ogni aspetto della vita. La partenza della mia amica Ayaan è stato un giorno molto triste per l’Olanda, oggi ci sono pochissime voci di donne islamiche nel paese. Gli olandesi amano credere che non vi siano differenze fra islam, giudaismo e cristianesimo. Pensano che le religioni siano tutte uguali, ma l’islam è anche sistema sociale e politico. Sono furiosa per come stiamo gettando al vento i diritti delle donne. La cosa più stupida che la democrazia possa fare è relativizzare se stessa. Stiamo svendendo i diritti umani. Se l’islamizzazione continuerà non vedo futuro per l’Olanda. Questa non è più tolleranza, è oppressione”.

    Per Andreaas Kinneging, accademico e figura di riferimento della cultura cattolica, si è creata una sorta di “apartheid”, come in Sud Africa. A Kinneging non piace Wilders, lo chiama “demagogo”. “La cosiddetta ‘pacificazione’, iniziata negli anni Settanta ha portato all’apartheid multiculturale. Quella olandese è una società del consenso costruita sul compromesso. La mentalità olandese è ancora molto calvinista e si basa su una visione settaria della società. Il risultato è un’apartheid, che qui però chiamiamo ‘pilastri’. Se il trend demografico continua, nel giro di qualche decennio i musulmani saranno maggioranza. L’Olanda è a un paio d’ore di aereo da Roma, i nostri problemi sono i vostri problemi. E la prospettiva nazionale non ha più senso, sono pessimista sul futuro della civiltà europea. Non so cosa sia andato storto, ma siamo deboli. E loro pretenderanno di cambiare le regole della democrazia”.

    Il giornalista inglese Douglas Murray è uno dei massimi fustigatori del “silenzio olandese”, come lo ha chiamato in una column per il quotidiano Times. Appena arrivato all’hotel, ad Amsterdam, in occasione di un discorso per commemorare Pim Fortuyn, Murray si sente chiedere dalla ragazza della reception: “Vuole gentilmente scrivere qui il nome che vuole usare e qui invece il suo vero nome?”. Un’ora prima, all’aeroporto, era stato accolto da un uomo che teneva in mano un cartello con un numero precedentemente concordato. “Non mi era stato detto dove avrei alloggiato o in quale luogo avrei parlato. La segretezza era necessaria: ero venuto in Olanda per parlare di islam”. C’era una volta il paese più libero d’Europa. Quel paese oggi non esiste più e il suo politico di maggior successo è anche quello più scortato di tutto l’occidente.

    “I minatori erano soliti portare un canarino sotto terra per vedere se c’era aria velenosa”, racconta Murray al Foglio. “Per me l’Olanda è come questo canarino. E’ un paese liberal per eccellenza, ma è avanzato e interessante da studiare anche per il fatto di avere un islam totalitario e antidemocratico. L’Olanda per prima in Europa ha sperimentato cosa accade quando avviene una collisione. Le vittime si chiamano Fortuyn, Van Gogh e la mia amica e collega Hirsi Ali. Salman Rushdie ha detto giustamente che Ayaan è stata la prima profuga politica dall’Europa verso gli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale”. Murray è uno dei più espliciti nel parlare di bomba demografica. “E’ il governo olandese a dirci che entro sei, sette anni l’area fra Amsterdam e Rotterdam sarà a maggioranza islamica”. Ma gli olandesi non sembrano preoccuparsi troppo delle centinaia di moschee sorte in tutto il paese. “Good luck to them”.

    Secondo Leon de Winter, il multiculturalismo è stato un fallimento soprattutto per gli immigrati. “Ha illuso i musulmani che tutto fosse uguale, mentre abbiamo scoperto che non si può trapiantare la cultura e la religione del Marocco nel cuore dell’Olanda e nell’Amsterdam ipersofisticata. Volkert Van der Graaf, l’assassino di Fortuyn, pensava che gli animali avessero gli stessi diritti degli esseri umani e che una cultura fosse uguale a un’altra cultura. Ecco che cosa ha prodotto il relativismo, la negazione della civiltà umana, basata sulla capacità di discriminare. La discriminazione è l’essenza della civiltà. Vogliono invece imporre alla società l’idea che tutto è uguale. Così come la presunzione che l’islam è uguale alla cristianità. Sono due diversi concetti di Dio. Il multiculturalismo si basa su questa presunzione. Mohammed Bouyeri era frustrato da questo. All’inizio ero orgoglioso della famosa libertà olandese, poi ho capito che era indifferenza. Qui potevi dire quel che volevi, ma nessuno ti stava davvero ad ascoltare, ognuno viveva nel proprio gruppo. Per far sì che la tolleranza olandese funzionasse bisognava chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie. Tutto è cambiato con l’immigrazione di musulmani provenienti da tutto il mondo. E’ questa la sfida che ha posto l’islam”.

    Jos De Beus è uno storico intellettuale con la tessera del Partito laburista. Lo incontriamo nel suo ufficio pieno di libri sul conservatorismo e gli Stati Uniti all’interno dell’università, vicino al quartiere a luci rosse, in un bellissimo edificio che un tempo ospitava un ospedale. E’ con tristezza che De Beus denuncia l’estraniazione della propria cultura politica e l’alienazione prodotta dall’ideale multiculturale. “Qui non esistono problemi locali, siamo un paese piccolo, quello che accade ad Amsterdam ha riflessi ovunque. L’errore della sinistra è pensare che gli elettori di Wilders sia gente delle periferie, rozza e razzista. Il multiculturalismo si era illuso di poter fare a meno della questione religiosa. Pensavamo che l’educazione e il lavoro avrebbero integrato. Ci sbagliavamo, era materialismo e abbiamo perso ogni senso della storia. Siamo un’avventura miracolosa di democrazia e per questo si pensava che dovessimo essere fiduciosi, tutto sarebbe andato per il meglio. La situazione però è sfuggita di mano. Il nostro libertinismo non è quello di Locke, ma di ogni giorno. Gramsci parlava di ‘consenso organico’ e visti dall’esterno siamo dei conformisti. Un famoso film degli anni Sessanta spiegava bene l’Olanda. Il film si concludeva con centinaia di operai che alla fine del turno di lavoro salivano sulle proprie biciclette tutte nere e pedalavano fra i canali di Amsterdam. Ma è come se non si conoscessero. Tutti si ignoravano”. (1.continua - la seconda puntata sul Foglio di oggi in edicola: Multiculturalismo Pazzo - “Ascoltate pazzi freak, siamo qui per restarci, gli stranieri siete voi: convertitevi all’islam!”)

    di Giulio Meotti

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    Predefinito Riferimento: Il fallimento del multikulti pazzo olandese

    Tulipani e turbanti/2 - L'inchiesta di Giulio Meotti

    Multiculturalismo pazzo

    “Ascoltate pazzi freak, siamo qui per restarci, gli stranieri siete voi: convertitevi all’islam!”


    Multiculturalismo pazzo - [ Il Foglio.it › Solo qui ]

    E’ stato un milionario di nome Chris Tummesen ad acquistare la casa di Pim Fortuyn perché rimanesse intatta. Con gli stemmi dei due leoni, la corona e le corna di cervo, i candelabri, il velluto rosso, i busti e gli innumerevoli ritratti. Si parla dell’ultima sigaretta di marijuana che Pim si sarebbe fumato la sera prima dell’omicidio. Era nervoso, lo aveva detto in televisione che si era creato un clima di demonizzazione contro di lui e le sue idee. E così avvenne con quei cinque colpi alla testa sparati da Volkert van der Graaf, un militante della sinistra animalista, un ragazzotto mingherlino, calvinista, capelli rasati, occhi cupi, vestito da ecologista puro, maglia lavorata a mano, sandali e calze di lana caprina. Il vegetariano assoluto, lo studente che non si sedeva su divani di pelle, che portava solo scarpe di plastica e fabbricava palloni di bamboo, “un ragazzo impaziente di cambiare il mondo”, dicono gli amici.

    Nel centro di Rotterdam non molto tempo fa sono apparse foto mortuarie di Geert Wilders, poste sotto un albero, con una candela a lumeggiarne la morte prossima ventura. “Rinomineremo la Euromast (torre di Rotterdam, ndr) nell’edificio per le esecuzioni con il sangue di Wilders”, hanno proclamato gli islamisti. Oggi Wilders è il politico più popolare in città. E’ lui l’erede di Fortuyn, il professore omosessuale, cattolico, ex marxista che aveva lanciato una lista per salvare il paese dall’islamizzazione. E l’aveva fatta a modo suo, mettendo assieme un’ex reginetta di bellezza, un parrucchiere, studenti, intellettuali e un uomo di affari. Al suo funerale mancava soltanto la sovrana Beatrice, perché l’addio al “divino Pim” diventasse un funerale da re. Prima lo hanno mostrificato (un ministro olandese lo chiamò “untermensch”, subuomo alla nazista), poi lo hanno idolatrato. Le prostitute di Amsterdam deposero una corona di fiori all’obelisco dei caduti in piazza Dam.

    L’Economist, settimanale lontano dalle tesi antislamiche di Wilders, tre mesi fa parlava di Rotterdam come di un “incubo eurabico”. Per gran parte degli olandesi che ci vivono l’islamismo è oggi un pericolo più grande del Delta Plan, il complicato sistema di dighe che previene l’inondazione, come quella che nel 1953 fece duemila morti. La pittoresca cittadina di Schiedam, attaccata a Rotterdam, è sempre stata un luogo comune nell’immaginazione olandese. Poi l’alone fiabesco è svanito, quando sui quotidiani tre anni fa è diventata la città di Farid A., l’islamista che minacciava di morte Wilders e la dissidente somala Ayaan Hirsi Ali.

    A Rotterdam gli avvocati musulmani vogliono cambiare anche le regole del diritto, chiedendo di poter restare seduti quando entra il giudice. Riconoscono soltanto Allah. Mohammed Enait si è appena rifiutato di alzarsi in piedi quando in aula sono entrati i magistrati. Enait ha detto che “l’islam insegna che tutti gli uomini sono uguali”. La corte di Rotterdam ha riconosciuto il diritto di Enait di rimanere seduto. “Non esiste alcun obbligo giuridico che imponga agli avvocati musulmani di alzarsi in piedi di fronte alla Corte, in quanto tale gesto è in contrasto con i dettami della fede islamica”. Enait, a capo dello studio legale Jairam Advocaten, ha spiegato che “considera tutti gli uomini pari e non ammette alcuna forma di ossequio nei confronti di alcuno”. Tutti gli uomini ma non tutte le donne. Enait è noto per il suo rifiuto di stringere la mano alle donne che più volte ha dichiarato di preferire con il burqa. E di burqa se ne vedono tanti a Rotterdam.

    Che l’Eurabia abiti ormai a Rotterdam lo ha dimostrato un caso avvenuto pochi giorni prima del nostro arrivo. Siamo andati allo Zuidplein Theatre, uno dei più prestigiosi in città, un teatro modernista, fiero di “rappresentare la diversità culturale di Rotterdam”. Sorge nella parte meridionale della città e riceve fondi del comune, guidato dal musulmano e figlio di imam Ahmed Aboutaleb. Tre settimane fa lo Zuidplein ha consentito di formare un’intera balconata riservata alle sole donne, in nome della sharia. Non accade in Pakistan o in Arabia saudita, ma nella città da cui sono partiti per gli Stati Uniti i Padri Fondatori. Qui i pellegrini puritani sbarcarono con la Speedwell, che poi scambiarono con la Mayflower. Qui è iniziata l’avventura americana. Oggi c’è la sharia legalizzata.

    In occasione dello spettacolo del musulmano Salaheddine Benchikhi il teatro ha accolto la sua richiesta di riservare a sole donne le prime cinque file. Salaheddine, editorialista del sito Morokko.nl, è noto per la sua opposizione all’integrazione dei musulmani. Il consiglio municipale lo ha approvato. “Secondo i nostri valori occidentali la libertà di vivere la propria vita in funzione delle proprie convinzioni è un bene prezioso”. Anche un portavoce del teatro ha difeso il regista. “E’ un gruppo difficile da far venire in teatro, per questo siamo pronti ad adattarci”.

    Facciamo un passo indietro. Chi è stato pronto ad adattarsi è il regista Gerrit Timmers. Le sue parole sono abbastanza sintomatiche di quella che Wilders chiama “autoislamizzazione”. Il primo caso di autocensura avvenne proprio a Rotterdam, nel dicembre 2000. Timmers, direttore del gruppo teatrale Onafhankelijk Toneel, voleva mettere in scena la vita della moglie di Maometto, Aisha. Ma l’opera venne boicottata dagli attori musulmani della compagnia quando fu evidente che sarebbero stati un bersaglio degli islamisti. “Siamo entusiasti dell’opera, ma la paura regna”, gli dissero gli attori. Il compositore, Najib Cherradi, comunicò che si sarebbe ritirato “per il bene di mia figlia”. Il quotidiano Handelsblad titolò così: “Teheran sulla Mosa”, il dolce fiume che bagna Rotterdam. “Avevo già fatto tre lavori sui marocchini e per questo volevo avere degli attori e cantanti musulmani”, ci racconta Timmers. “Poi mi dissero che era un tema pericoloso e che non potevano partecipare perché avevano ricevuto delle minacce di morte. A Rabat uscì un articolo in cui si disse che avremmo fatto la fine di Rushdie. Per me era più importante continuare il dialogo con i marocchini piuttosto che provocarli. Per questo non vedo alcun problema se i musulmani vogliono separare gli uomini dalle donne in un teatro”.

    Incontriamo il regista che ha portato la sharia nei teatri olandesi, Salaheddine Benchikhi. E’ giovane, moderno, orgoglioso, parla un inglese perfetto. “Io difendo la scelta di separare gli uomini dalle donne perché qui vige libertà d’espressione e di organizzazione. Se le persone non possono sedersi dove vogliono è discriminazione. Ci sono due milioni di musulmani in Olanda e vogliono che la nostra tradizione diventi pubblica, tutto si evolve. Il sindaco Aboutaleb mi ha sostenuto”.

    Un anno fa la città entrò in fibrillazione quando i giornali resero nota una lettera di Bouchra Ismaili, consigliere del comune di Rotterdam: “Ascoltate bene, pazzi freak, siamo qui per restarci. Siete voi gli stranieri qui, con Allah dalla mia parte non temo niente, lasciatevi dare un consiglio: convertitevi all’islam e trovate la pace”. Basta un giro per le strade della città per capire che in molti quartieri non siamo più in Olanda. E’ un pezzo di medio oriente. In alcune scuole c’è una “stanza del silenzio” dove gli alunni musulmani, in maggioranza, possono pregare cinque volte al giorno, con un poster della Mecca, il Corano e un bagno rituale prima della preghiera. Un altro consigliere musulmano del comune, Brahim Bourzik, vuol far disegnare in diversi punti della città segnali in cui inginocchiarsi in direzione della Mecca.

    Sylvain Ephimenco è un giornalista franco-olandese che vive a Rotterdam da dodici anni. E’ stato per vent’anni corrispondente di Libération dall’Olanda. E’ nato in Algeria, “in una casa circondata dall’esercito durante la guerra civile”, ed è fiero delle sue credenziali di sinistra. “Anche se ormai non ci credo più”, dice accogliendoci nella sua casa che si affaccia su un piccolo canale di Rotterdam. Non lontano da qui si trova la moschea al Nasr dell’imam Khalil al Moumni, che in occasione della legalizzazione del matrimonio gay definì gli omosessuali “malati peggio dei maiali”. Da fuori si vede che la moschea ha più di vent’anni, costruita dai primi immigrati marocchini. Moumni ha scritto un libercolo che gira nelle moschee olandesi, “Il cammino del musulmano”, in cui spiega che agli omosessuali si deve staccare la testa e “farla spenzolare dall’edificio più alto della città”. “Non è più Rotterdam, ma la Mecca sulla Mosa”, ci dice Ronald Sorenson, attivista conservatore della città. Accanto alla moschea al Nasr ci sediamo in un caffè per soli uomini. Davanti a noi c’è un mattatoio halal, islamico.

    Ephimenco è autore di tre saggi sull’Olanda e l’islam, e oggi è un famoso columnist del quotidiano cristiano di sinistra Trouw. Ha la miglior prospettiva per capire una città che, forse anche più di Amsterdam, incarna la tragedia olandese. “Non è affatto vero che Wilders raccoglie voti delle periferie, lo sanno tutti anche se non lo dicono”, ci dice l’editorialista. “Oggi Wilders viene votato da gente colta, anche se all’inizio era l’Olanda bassa dei tatuaggi. Sono tanti accademici e gente di sinistra a votarlo. Il problema sono tutti questi veli islamici. Dietro casa mia c’è un supermercato. Quando arrivai non c’era un solo velo. Oggi alla cassa ci sono soltanto donne musulmane col chador. Wilders non è Haider. Ha una posizione di destra ma anche di sinistra, è un tipico olandese. Qui ci sono anche ore in piscina per sole donne musulmane. E’ questa l’origine del voto per Wilders. Si deve fermare l’islamizzazione, la follia del teatro. A Utrecht c’è una moschea dove si danno servizi municipali separati per uomini e donne. Gli olandesi hanno paura. Wilders è contro il Frankenstein del multiculturalismo. Io che ero di sinistra, ma che oggi non sono più niente, dico che abbiamo raggiunto il limite. Ho sentito traditi gli ideali dell’illuminismo con questo apartheid volontario, nel mio cuore sento morti gli ideali d’eguaglianza di uomo e donna e la libertà d’espressione. Qui c’è una sinistra conformista e la destra ha una migliore risposta al pazzo multiculturalismo”.

    Lasciamo Ephimenco per andare da Tariq Ramadan. Il celebre islamista svizzero insegna alla Erasmus University di Rotterdam, ma soprattutto è consulente speciale del comune. A scovare dichiarazioni di Ramadan critiche sugli omosessuali è stata la più celebre rivista gay d’Olanda, Gay Krant, diretta da un simpatico e loquace giornalista di nome Henk Krol. In una videocassetta, Ramadan definisce l’omosessualità “una malattia, un disordine, uno squilibrio”. Nel nastro Ramadan ne ha anche per le donne, “devono tenere lo sguardo fisso a terra per strada”. Il partito di Wilders ha chiesto lo scioglimento della giunta e la cacciata dell’islamista ginevrino, che invece si è visto raddoppiare l’ingaggio per altri due anni. Questo accadeva mentre al di là dell’oceano l’Amministrazione Obama confermava il divieto d’ingresso a Ramadan nel territorio degli Stati Uniti. Fra i nastri in possesso di Krol ve ne è uno in cui Ramadan dice alle donne: “Allah ha una regola importante: se cerchi di attrarre l’attenzione attraverso l’uso del profumo, attraverso il tuo aspetto o i tuoi gesti, non sei nella direzione spirituale corretta”. “Quando venne ucciso Pim fu uno shock per tutti perché un uomo venne assassinato per quello che diceva”, ci dice Krol. “Non era più il mio paese quello. Sto ancora pensando di lasciare l’Olanda, ma dove potrei andare? Io sono orgoglioso del matrimonio civile olandese che non fa discriminazione. Mi sono battuto per sedici anni. E ora c’è un gruppo che vuole portarci via tutto questo. Qui siamo stati critici di tutto, dalla chiesa cattolica a quella protestante. Ma quando abbiamo mosso critiche all’islam ci hanno risposto: ‘Avete paura dei musulmani, state creando nuovi nemici!’”. Secondo Ephimenco, è la strada il segreto del successo di Wilders. “A Rotterdam ci sono tre moschee enormi, una è la più grande d’Europa. Ci sono sempre più veli islamici e un impulso islamista dalle moschee. Conosco tanti che hanno lasciato il centro e vanno nella periferia ricca e bianca. Il mio quartiere è povero e nero. E’ una questione di identità, nelle strade non si parla più olandese, ma arabo e turco”.

    Incontriamo l’erede di Fortuyn per la rubrica sul quotidiano Elsevier, Bart Jan Spruyt, è un giovane e aitante intellettuale protestante, fondatore della Edmund Burke Society, ma soprattutto l’autore della Dichiarazione di indipendenza di Wilders, di cui è stato storico collaboratore. “Qui un immigrato non ha bisogno di lottare, studiare, lavorare, può vivere a spese dello stato”, dice Spruyt al Foglio. “Abbiamo finito per creare una società parallela. I musulmani sono maggioranza in molti quartieri e chiedono la sharia. Due giorni fa ad Amsterdam un gruppo di marocchini mi ha fermato e detto: ‘Qui non vendiamo formaggio’. Non era più Olanda. Il nostro uso della libertà ha finito per ripercuotersi contro di noi, è un processo di autoislamizzazione, gran parte del lavoro lo abbiamo fatto noi”.

    Bart era grande amico di Fortuyn. “Pim disse ciò che la gente sapeva da decenni. Attaccò l’establishment e i giornalisti. Ci fu un grande sollievo popolare quando scese in politica, lo chiamavano il ‘cavaliere bianco’. L’ultima volta che parlai con lui, una settimana prima che fosse ucciso, mi disse di avere una missione. La sua uccisione non fu il gesto di un folle solitario e ho sempre pensato che fosse molto strano il modo in cui presero l’assassino. Lo paragonavano sempre a Hitler. Nel febbraio 2001 Pim annunciò che avrebbe voluto cambiare il primo articolo della Costituzione sulla discriminazione perché a suo dire, e aveva ragione, uccide la libertà di espressione. Il giorno dopo nelle chiese olandesi, perlopiù vuote e usate per incontri pubblici, venne letto il diario di Anne Frank come monito contro Fortuyn. Pim era veramente cattolico, più di quanto noi pensiamo, nei suoi libri parlava della società senza padre, senza valori, vuota, nichilista”. Spruyt spiega così la vita di Wilders. “A casa sua è come essere in una banca e quando sono con Geert non so mai dove ci stia portando la polizia. A volte, quando guardiamo dalla finestra e gli chiedo: ‘Dove siamo?’, Geert risponde: ‘Non lo so’. C’era un laghetto vicino a una di queste case sicure. Gli chiesi: ‘Perché non fai due passi con tua moglie?’. Lui mi disse: ‘Potrei, ma ci vorrebbero tre ore per preparare tutto’. Ora capirete perché Wilders sa di avere una missione. Come Fortuyn, anche Geert oggi ha due alternative: il successo in Olanda o l’esilio in America o in Israele”.

    Chris Ripke è un’artista noto in città. Il suo studio è vicino a una moschea in Insuindestraat. Scioccato dall’omicidio Van Gogh per mano di un islamista olandese, Chris decise di dipingere un angelo sul muro del suo studio e il comandamento biblico “Non uccidere” (“Gij zult niet doden”). I vicini nella moschea trovarono il testo “offensivo” e chiamarono l’allora sindaco di Rotterdam, il liberale Ivo Opstelten. Il sindaco ordinò alla polizia di cancellare il dipinto perché “razzista”. Wim Nottroth, un giornalista televisivo, si piazzò di fronte in segno di protesta. La polizia lo arrestò. E il filmato venne distrutto. Ephimenco fece lo stesso nella sua finestra. “Ci misi un grande telo bianco con il comandamento biblico. Vennero i fotografi e la radio. Se non si può più scrivere ‘non uccidere’ in questo paese, allora vuol dire che siamo tutti in prigione. E’ come l’apartheid, i bianchi vivono con i bianchi e i neri con i neri. C’è un grande freddo. L’islamismo vuole cambiare la struttura del paese”. Per Sylvain parte del problema è la decristianizzazione della società. “Quando arrivai qui, negli anni Sessanta, la religione stava morendo, un fatto unico in Europa, una collettiva decristianizzazione. Poi i musulmani hanno riportato la religione al centro della vita sociale. Aiutati dall’élite anticristiana. Quando venni qui ero giovane e pensai: ‘Ecco il paradiso’. Poi vidi che c’era qualcosa che non andava, a scuola le mie figlie erano incoraggiate a parlare francese. Una follia. Oggi è lo stesso con i marocchini. Ma guai allora a criticare l’integrazione, ti davano del fascista”.

    Ephimenco conosceva Fortuyn. “Ho capito tante cose quando disse di voler entrare in politica. Ci fu un odio incredibile contro di lui e mi ha fatto pensare che la verità della famosa tolleranza era falsa, la sinistra era rabbiosa contro un uomo di destra che raccoglieva i voti del popolo. In Olanda l’industria dell’antirazzismo è fortissima e c’è una cultura di violenza verbale che non ammette diversità. Fortuyn era un uomo di cuore ed è stato un martire della parola libera, ma alla sinistra non va perché il martirio deve essere progressista. Il proiettile era di sinistra ma il martire era di destra. L’assassino, Volkert van der Graaf, faceva parte di una organizzazione più grande, era stato aiutato da altri che sapevano quello che stava per fare”.

    Anche Sylvain sta pensando di lasciare la città. “Arrivai a Rotterdam per una storia d’amore, sono legato alla città. Ma se le cose continuano così, me ne vado”. Usciamo per un giro fra i quartieri islamizzati. A Oude Westen si vedono soltanto arabi, donne velate da capo a piedi, negozi di alimentari etnici, ristoranti islamici e shopping center di musica araba. “Dieci anni fa non c’erano tutti questi veli”, dice Sylvain. Dietro casa sua, una verdeggiante zona borghese con case a due piani, c’è un quartiere islamizzato. Ovunque insegne musulmane. “Guarda quante bandiere turche, lì c’è una chiesa importante, ma è vuota, non ci va più nessuno”. Al centro di una piazza sorge una moschea con scritte in arabo. “Era una chiesa prima”. Non lontano da qui c’è il più bel monumento di Rotterdam. E’ una piccola statua in granito di Pim Fortuyn. Sotto la testa lucente in bronzo, la bocca che accenna l’ultimo discorso a favore della libertà di parola, c’è scritto “loquendi libertatem custodiamus”. Ogni giorno qualcuno depone dei fiori.

    di Giulio Meotti

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    Predefinito Riferimento: Il fallimento del multikulti pazzo olandese

    Tulipani e turbanti/3

    Parla Wilders, l’uomo più odiato e più amato d’Olanda

    “La più grave malattia dell’Europa è il relativismo culturale di fronte all’islam”


    Parla Wilders, l’uomo più odiato e più amato d’Olanda - [ Il Foglio.it › Solo qui ]

    L’Aia. Quando Geert Wilders si alza in piedi, con la testa riesce quasi a toccare il soffitto angusto dell’ufficio. Piccolissimo e senza finestre, si trova nel punto più alto del Parlamento olandese. Non è stato scelto a caso. Gli assassini possono arrivarci da una sola direzione, rendendo più facile l’intervento della scorta. Di tanto in tanto il Parlamento deve ricollocarlo all’interno dell’aula in un punto non visibile al pubblico, per meglio tutelarlo. Non sono ammessi visitatori nel suo ufficio se non dopo una trafila lunghissima, persino le penne vengono setacciate, in cerca di ordigni. La compagnia aerea olandese Klm ha rifiutato d’imbarcarlo su un volo per Mosca, per problemi di sicurezza. Il suo entourage è perlopiù anonimo. Quando il livello d’allerta sale, Wilders non sa dove passa la notte, lo portano via e basta. Non usa il telefono e per mesi ha visto la moglie due volte la settimana, in un appartamento sicuro e quando lo decideva la polizia. Prima di questa intervista al Foglio, le sue assistenti ci hanno annullato due incontri. Per ragioni di sicurezza.

    Il punto più basso Wilders lo ha toccato quando è stato costretto a vivere in una prigione di stato, il campo Zeist, nella cella accanto a quella dei terroristi dell’aereo abbattuto nel cielo scozzese di Lockerbie. “In carcere avevo una stanza per dormire e vestirmi e una per mangiare”, ci dice Wilders. “L’Olanda dopo la morte di Van Gogh non era preparata. Ho perso la mia libertà, da sei anni vivo 24 ore su 24 sotto la protezione della polizia, ovunque vada ci sono con me molti poliziotti, devo dare loro la mia agenda, privata e professionale, con largo anticipo. Potrei andare al ristorante con mia moglie, ma la polizia dovrebbe prima evacuarlo. Quando andiamo al cinema, entriamo dalla porta di dietro, arriviamo dopo che il film è iniziato e andiamo via prima che finisca. Sono sotto scorta permanente, grazie a coloro che preferiscono la violenza al dialogo. Sono grato a chi mi protegge, fiero di vivere in una società che tutela chi viene minacciato, ma è terribile quello che sta accadendo”. Wilders è il grande scandalo che agita oggi i Paesi Bassi. Il suo atteggiamento è spesso sopra le righe, appositamente provocatorio e verbalmente incendiario. Osa irridere anche la regina Beatrice, figura sopra i partiti e amata dal popolo olandese.

    L’atteggiamento di Wilders è quello di chi sa di non avere alternative. Come quando ci dice: “Non lascerò scrivere la mia agenda a un mullah iraniano. Sono l’unico olandese più al sicuro in Israele, il mio amato Israele, che nel mio paese”. Il quarantaquattrenne Wilders, leader del “Partito per la Libertà”, ha fatto breccia nei rancori europei sullo scontro di civiltà. All’esordio elettorale, nel 2006, conquistò nove seggi. Se si votasse oggi, sarebbe il primo partito.

    “La più grave malattia dell’Olanda e dell’Europa è il relativismo culturale”, dice. “L’idea che tutte le culture siano uguali, ecco il punto. L’umanesimo europeo, costruito su basi cristiane e giudaiche, è migliore della cultura islamica, anche se una secolarizzazione estrema sta distruggendo gran parte di quel patrimonio. Il multiculturalismo funziona se sei forte abbastanza per dire che la tua cultura è migliore e dominante. Ma quando il multiculturalismo si coniuga al relativismo culturale, è suicidio. Da quando i nostri padri fondatori trasformarono questa palude, l’Olanda, in un’oasi di tolleranza, il nostro stendardo merita di essere librato in aria e in libertà. La correttezza politica ci impedisce di farlo, si ha paura di essere chiamati ‘estremisti’. L’islamizzazione ha successo nella mancanza di coraggio. Siamo diventati come tanti Chamberlain, anziché Churchill, i politici non conoscono la storia del proprio paese, non hanno identità, non sanno chi rappresentano. Non hanno più la volontà di battersi per i propri valori”. La migliore definizione di Wilders l’ha data James Taranto intervistandolo per il Wall Street Journal: “Campione della libertà o provocatore antislamico? Entrambe”. Per i suoi estimatori, il grande braccato Wilders, con il suo convoglio di automobili simile a quello che aveva Pervez Musharraf, è un pegno intorno al quale si consuma il destino del nostro continente, assieme a una caterva di opere d’arte, libri, pellicole e articoli. Per i suoi critici, è un populista aggressivo. Wilders ci spiega che non può visitare un paese straniero con l’assicurazione che non verrà arrestato e processato. In tutto il mondo, da Amman a Londra, non si contano più le azioni legali contro di lui.

    Le sue idee sull’islam sono molto problematiche. Dopo l’11 settembre gli Stati Uniti, a cominciare da Bush, hanno dibattuto a lungo su come definire il nemico. Per Wilders, l’islam è più ideologia che religione. “Una ideologia come lo fu il comunismo, l’islam non vuole competere con le altre fedi, non vuole cambiare la vita dei singoli esseri umani, ma l’intera società. A differenza del giudaismo, non vuole integrarsi nelle democrazia occidentale, l’islam vuole dominarla, sottometterla”. Una delle ultime minacce che gli hanno recapitato diceva: “Oh infedele! Non pensare di essere al sicuro. Il tuo sangue scorrerà sulle strade olandesi”.

    Dalla parte del suo allarmismo ci sono i dati più recenti forniti dalla polizia olandese. Nel 2008 ben 428 minacce di morte da parte di gruppi o individui di matrice islamista. Nel 2007 erano state 264. “La giusta risposta della sharia è tagliargli la testa e fargli fare lo stesso destino del suo predecessore, Van Gogh, spedendolo all’inferno”, recita il forum al Ekhlaas su Wilders. C’era lui in cima alla lista dei “bersagli” inchiodata al petto di Theo van Gogh, il regista ucciso da un fanatico islamista per il cortometraggio “Submission”. Il suo nome è stato trovato persino fra alcune carte a Hebron e in Iraq. Alcuni siti in arabo offrono laute ricompense per chi riuscirà a ucciderlo. Gli analisti ritengono che fin dall’inizio il vero obiettivo fosse lui.

    Molto prima dell’uccisione di Van Gogh, Wilders riceve un video: l’invocazione ad Allah, un mappamondo coperto da un Corano su cui si erge un kalashnikov. E il suo nome. “Nemico dell’islam – recita una scritta in olandese – Condannato alla decapitazione. Chi eseguirà la pena salirà in paradiso”. La polizia ha arrestato un diciassettenne in possesso di una bomba carica di chiodi, sul modello di quelle di Londra del 7 luglio 2005, che intendeva usare contro Wilders. L’ironia, dice Wilders, è che chi lo minaccia è liberissimo di andarsene in giro, mentre lui, eletto dal popolo, non può neppure annunciare i suoi comizi. “La libertà di parola è il più grande tesoro dell’occidente”, dice Wilders. “Se vogliamo rimanere liberi, se vogliamo che lo siano i nostri figli e nipoti, dobbiamo difendere la critica dell’islam come il nostro bene più prezioso. E’ il fondamento della democrazia. Ma stiamo andando nella direzione opposta. Dobbiamo riacquistare il senso dell’urgenza, è una battaglia esistenziale, chi siamo e cosa saremo nel futuro”. Qualcuno lo ha ribattezzato “l’uomo invisibile”. Guai ad accusarlo di essere simile a Le Pen o Haider, “sono un conservatore tocquevilliano”, ripete Wilders. Lui è fiero di essere invitato a parlare all’American Enterprise Institute, lo stesso pensatoio di Washington per il quale lavora Ayaan Hirsi Ali. E alla benemerita Freedom House, che non accoglie certo xenofobi e fanatici di destra.

    Molti lo accusano di usare il giudeocristianesimo a fini elettorali. “Io non sono un cristiano praticante, sono ateo, ma amo la cristianità come insieme di principi, è ciò che siamo, quello da cui proveniamo”, dice. “Se perdiamo tutto questo, qualcun altro riempirà il vuoto che lasciamo. I cristiani e gli ebrei sono le prime vittime quando facciamo appeasement nei confronti dell’islam. La cristianità ha dovuto imparare la tolleranza, ma oggi è di gran lunga superiore all’islam. Penso alla separazione di stato e chiesa, il rispetto per le donne, i diversi, gli apostati, i gay. Potrei darle 500 esempi di come la nostra cultura è superiore”.

    Sui giornali e le televisioni olandesi non passa giorno senza che non si auspichi un “cordone sanitario” intorno a lui. “Non mi sento offeso quando mi chiamano Haider o Le Pen, è semplicemente ridicolo, offendono chi mi vota, la maggioranza degli olandesi. Se domani ci fossero le elezioni, saremmo il primo partito. Abbiamo paura che le nostre scuole, le nostre strade, le nostre città, tutto cambi velocemente. Verso il peggio. Non c’è via di mezzo: mi odiano o mi amano. Ieri ho ricevuto una minaccia di morte dall’Arabia Saudita, mi dicevano che sarei stato assassinato nel momento in cui meno me lo sarei aspettato. Ci sono tante ragioni per essere pessimisti, l’Europa sta perdendo se stessa. Spero che non sia troppo tardi. Voglio che i valori di Roma, di Atene e di Gerusalemme restino i nostri valori, e non quelli della Mecca, di Rabat o di Teheran”.

    Un record, a parte le minacce di morte, Wilders lo ha già conquistato. E’ l’unico parlamentare di un paese europeo bandito dal Regno Unito. “All’aeroporto di Heathrow mi hanno negato l’ingresso, mentre ogni giorno nelle strade di Londra si manifesta a favore di Hamas e per la distruzione di Israele. Ero stato invitato da un parlamentare inglese e questo bando mi ha soltanto dimostrato a che punto siamo arrivati. Se avessi criticato la cristianità o il giudaismo, non mi avrebbero bandito. Ma l’islam è intoccabile. Ho commesso quel che George Orwell avrebbe definito ‘reato di pensiero’. Per la generazione dei miei genitori la parola ‘Londra’ era sinonimo di speranza. Quando il mio paese era occupato dai nazisti, milioni di miei connazionali ascoltavano la Bbc illegalmente. Le parole ‘Questa è Londra’ erano il simbolo di un mondo migliore. Cosa sarà trasmesso tra quarant’anni? ‘Questa è Londra’ sarà ancora un simbolo di speranza o dei valori di Medina? Che cosa offrirà l’Inghilterra, sottomissione o perseveranza? Libertà o schiavitù?”.

    di Giulio Meotti

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    Predefinito Riferimento: Il fallimento del multikulti pazzo olandese

    Tulipani e turbanti/4

    Dentro il bunker di Leiden

    Nella città dove fu scritta la Costituzione olandese vive l’unico accademico sotto protezione nei Paesi Bassi. Gli islamisti lo vogliono morto. Noi lo abbiamo incontrato, in un’ala della facoltà di Diritto che sembra una banca


    Dentro il bunker di Leiden - [ Il Foglio.it › Solo qui ]

    Leiden. “Praesidium Libertatis” è il motto dell’Università di Leiden, la più antica università olandese. Significa il bastione della libertà. Afshin Ellian ci mostra lo stemma con il tipico orgoglio dell’outsider. Risale alla metà del Cinquecento, quando gli olandesi si liberarono dell’occupazione spagnola, la fondazione dell’università da parte degli Orange. Nella sua atmosfera rilassata e cerebrale, Leiden è una città bellissima con i canaletti, le torri slanciate verso il cielo, i tetti in pietra e le scale a chiocciola. E’ uno dei simboli dell’Olanda come provocazione geografica, con la sua voglia di rubare terra al mare. Si dice “poldering”. Siamo nella città di Rembrandt e dove insegnava Johan Huizinga, il grande storico che nel 1933 da rettore ingaggiò una battaglia epocale contro una conferenza di Johannes von Leers, l’antisemita apprezzato da Joseph Goebbels. A Huizinga sarebbe costata la morte in carcere. Leiden è anche l’università del prestigioso astronomo marxista Anton Pannekoek, il mentore di Martinus Van der Lubbe, l’olandese che diede fuoco al Reichstag il 27 febbraio 1933.

    Il professor Ellian parla un inglese delicato, macchiato di malinconia orientale, non c’è traccia dell’asperità olandese. L’ufficio di Ellian non è lontano da dove insegnava anche Rudolph Cleveringa. Con l’occupazione tedesca, ai funzionari pubblici olandesi venne fatto compilare un modulo in cui dovevano dichiarare se erano “ariani” o “ebrei”. Lo fecero tutti tranne Cleveringa, perché aveva intuito le conseguenze di quel gesto.

    “Era il paese della tolleranza e della libertà, l’Unione sovietica stava crollando, era magico essere in Olanda”, racconta Ellian al Foglio. “Nel 1983 ero fuggito dagli ayatollah verso l’Afghanistan. Poi scappai anche da lì quando arrivarono i sovietici perché ero antistalinista. La mia prima impressione in Olanda furono le persone che per strada e nei caffè parlavano ad alta voce, urlavano, mentre in Iran si bisbiglia sempre a causa della paura. Non capivo come potessero avere un’agenda dei propri contatti, una cosa pericolosissima in Iran. Fu una rinascita, rinacqui alla libertà. E poi tutto quel verde e quell’acqua, da dove venivo c’era il deserto”. Leiden è la patria della carta costituzionale olandese. Johan Thorbecke, fondatore della Costituzione, già nel 1862 formulava il giudizio secondo cui “il governo non deve ergersi a giudice dell’arte e della scienza”. Questo principio è divenuto il fondamento della politica culturale olandese. Ma a giudicare dalla vita di Afshin Ellian, è un principio morto. Incontriamo il professor Ellian al secondo piano del dipartimento di Diritto. Si arriva attraverso un corridoio chiuso elettronicamente e dai vetri blindati, sembra di essere in una banca, più che in un normale dipartimento di Diritto, per giunta in Olanda, il paese dove numerosi “eretici” nel corso della storia sono venuti a pubblicare le loro opere.

    Ci apre un poliziotto olandese, controlla il passaporto e lo zaino, perquisisce con metodo. E’ il 6 maggio, un giorno di lutto per l’Olanda. “E’ il giorno in cui Pim Fortuyn venne giustiziato”, ci dice Ellian. “E scriva giustiziato, fu a tutti gli effetti un’esecuzione. E’ stato il primo assassinio politico in tre secoli in Olanda”.

    Ellian è l’unico accademico di tutto il paese sotto una scorta continua. In Olanda la protezione è rarissima, siamo nella “monarchia delle biciclette”, una “democrazia pacificata” per il sociologo Arend Lijphart, il paese in cui anche la regina fino a poco tempo fa pedalava in libertà. Per questo la protezione di Ellian, notte e giorno, genera scandalo e timore. Fu Afshin Ellian a lanciare in Olanda una giovane dissidente somala di nome Ayaan Hirsi Ali. Si conobbero a un dibattito organizzato dal giornale Trouw. Ayaan disse in pubblico: “Non negate anche a noi il diritto di avere il nostro Illuminismo”. Fu il suo esordio. Al termine dell’incontro, Ellian le si avvicinò: “Tu sei una piccola Voltaire”. Dopo l’uccisione del regista Theo van Gogh per mano di un islamista nel novembre 2004, il professor Ellian scrisse un editoriale sul quotidiano NRC Handelsblad dal titolo “Coraggio, colleghi accademici, mettete l’islam sul tavolo operatorio della filosofia”. Da allora vive sorvegliato a vista 24 ore su 24. Durante l’intervista ci prega di non divulgare informazioni sulla sua famiglia, “non voglio dare a questa gente un motivo in più per minacciarmi”.

    Ellian viene da Teheran, era un membro del partito di sinistra Tudeh, auspicava riforme costituzionali contro l’autoritarismo dello Scià e dei mullah. Venne perseguitato dagli ayatollah una volta che questi presero il potere. “All’epoca eravamo tutti di sinistra”, ci racconta l’accademico olandese. Uscì dall’Iran a dorso di un cammello e trascorse sette anni a Kabul. Nel 1989, con il sostegno delle Nazioni Unite, viene mandato in Olanda, dove si laurea in Filosofia, Diritto internazionale e Diritto penale. “In Olanda ci sono molti iraniani perché, dopo l’arrivo nel mio paese degli ayatollah, ci fu un grande esodo. Il mio popolo è responsabile della propria situazione. Fecero la rivoluzione per la libertà, ma hanno avuto la tirannia. Mio cugino è stato fucilato, non aveva fatto nulla, i mullah uccidevano senza un perché. Venne giustiziato anche il marito di mia cugina. Non sappiamo dove sia sepolto”.

    La città in miniatura di Madurodam, famosa in tutto il mondo, rappresenta in piccolo i simboli dell’Olanda, gli edifici lungo i canali di Amsterdam, il mercato del formaggio di Alkmaar, il Palazzo Reale di Piazza Dam e il campanile del Duomo di Utrecht. “L’Olanda per me è come una miniatura dei problemi, una sorta di riproduzione miniaturizzata del dramma dell’Europa”, continua Ellian. “L’Olanda è un paese piccolo, ma questa area ha resistito all’invasione spagnola con coraggio, da qui sono partiti i Padri Fondatori americani, qui gente come Cartesio, Rousseau, Locke, Sade e Spinoza pubblicavano i loro scritti, l’Olanda è stata la speranza data all’Europa. Era un paese senza colpa, c’era sempre stata una sorta di purezza, come un’infanzia. E’ per questo che gli olandesi sono naïf, fino a fidarsi di Milosevic. Non conoscevamo violenza politica, come voi con le Brigate rosse. Era un dolce sogno, ma stava crescendo una violenza nichilista. Con le uccisioni di Pim Fortuyn e Van Gogh è finita l’illusione kantiana della pace”.

    Ellian è oggi il più grande critico della cultura olandese del compromesso. “Ciò che più mi preoccupa non è l’islamizzazione dell’Olanda, ma l’appeasement degli olandesi. Il problema non sono i musulmani ma gli europei. Penso alla decisione dell’Inghilterra di bandire dal suo territorio Geert Wilders, il primo parlamentare europeo cacciato dal Regno Unito. Oggi è in gioco la solidarietà democratica”. La cultura europea non vuole un dibattito autentico sull’islam, Ellian parla di “atteggiamento mafioso di riverenza. A Ratisbona il Papa ha tenuto un discorso molto importante, Ratzinger ci ha offerto un grande dialogo su ragione e fede, un regalo soprattutto ai musulmani”. Assieme a lui, in tanti avrebbero bisogno della protezione. “Il problema è che il governo non sostiene la libertà di parola e qui ormai non ci sono quasi più persone coraggiose dopo la morte di Fortuyn e Van Gogh e l’uscita di scena di Ayaan. Servirebbe una legislazione europea per proteggere i dissidenti islamici e le persone minacciate. Mi preoccupa questo grande cambiamento di valori in Europa, in nome dei diritti umani si vuole arrestare la libertà d’espressione. Mentre i diritti umani nascono a protezione dell’individuo contro lo stato. La prima condizione della libertà non è la Costituzione, ma che ci siano persone coraggiose. Qui la libertà è stata difesa da non olandesi come Ayaan e Sooreh Hera”.

    Di tanto in tanto, durante l’intervista, vengono a controllare gli uomini del servizio di protezione. “E’ un incubo vivere così, noi che volevamo cambiare il medio oriente dall’Europa ci siamo ritrovati l’Europa cambiata dal medio oriente. La mia paura più grande è la balcanizzazione dell’Europa, vedo nascere zone islamiche pure in mezzo a noi”. Non è d’accordo sul tracollo multiculturale il filosofo ateo Hermann Philipse, anche lui di Leiden e che pure ha parlato di tribalizzazione dei Paesi Bassi: “L’immigrazione crea sempre tensioni ma possiamo essere positivi”, dice Philipse al Foglio. “Il modello olandese resta un successo se pensiamo a cosa significhi integrare due milioni di musulmani. Per questo sono ottimista, a patto che il numero di immigrati non superi una certa quota”. Se in Inghilterra e in Spagna il jihadismo è ricorso ai kamikaze, in Olanda ha usato l’assassinio e l’intimidazione di singole personalità pubbliche. E’ un metodo più efficace.

    Mettendone a tacere uno, è l’intero paese a essere sotto scacco. “Dopo la morte di Van Gogh, non posso muovermi senza essere seguito da un paio di poliziotti”, prosegue Ellian. “Spesso la minaccia si fa intensa e i miei spostamenti rarissimi, altri giorni è più normale, per così dire. Io credo però che la cultura europea abbia ancora il potere di cambiare le persone, nessuno conosce la fine di questa guerra, ma non abbiamo il diritto di perdere la speranza. Ho sempre buone ragioni per capitolare, ma non posso fermarmi. Sarebbe un giorno triste per l’Europa. La storia è mossa da esempi, non dai partiti, gli uomini fanno la storia”.

    Sull’apostasia islamica, dopo la vicenda Hirsi Ali, si è consumato un caso politico eclatante. Decine di intellettuali olandesi scelsero l’11 settembre 2007 per annunciare all’Aia una “Dichiarazione universale di tolleranza”. Sono scrittori, editorialisti, politici e accademici, perlopiù di sinistra. Il pronunciamento pubblico a favore degli apostati è scattato dopo che un giovane politico laburista, Ehsan Jami, fondatore di un comitato di protezione degli ex musulmani, è stato aggredito da un gruppo di islamisti. “Essere musulmano non è un fattore genetico”, dice Jami. “Con questo comitato voglio dire ai giovani che, come me, amano la libertà, di uscire allo scoperto”.

    La storia di Jami è per certi versi simile a quella di Hirsi Ali. Nel 1994 Ehsan arrivò in Olanda e ottenne la nazionalità. Dieci anni dopo entrava nel Partito laburista. Il 4 agosto del 2007, dopo essere assurto alla notorietà per aver lasciato l’islam, venne attaccato a Voorburg da tre islamisti. Due giorni dopo gli fu assegnata una scorta permanente. Ehsan vive vicino all’Aia in una “casa sicura”. Il mese scorso a Copenhagen ha ricevuto il Danish Free Press Award. Lo incontriamo per un’intervista. “La mia iniziativa di sostegno agli ex musulmani, come io sono, è stata fin dall’inizio ostacolata dai multiculturalisti che pensavano avrei arrecato danno alla loro immagine. L’islamismo reagì negando il problema, ‘non esistono gli ex musulmani’. Qui abbiamo perso la libertà di espressione e di parola. Così, dico che i più grandi nemici della democrazia non sono gli islamisti, siamo noi che consentiamo loro di farlo. Il mio partito, il Labour, mi ha cacciato perché ho detto che in Olanda oggi gli ex musulmani sono perseguitati, si nascondono dalla famiglia, sono minacciati di morte. Quando arrivai qui ero fiero dell’Olanda, oggi ne sono tristemente deluso. Deluso”. Il professor Meindert Fennema, storico esponente dei Verdi olandesi, ha firmato la lettera di sostegno a Jami, ma non concorda con la sua diagnosi. “Il vecchio consenso sul multiculturalismo è stato spezzato”, ci dice Fennema, direttore dell’Istituto di ricerca sull’immigrazione dell’Università di Amsterdam. “Ma la democrazia olandese ha la forza per vincere questa sfida”.

    Assieme a Ellian e Jami, c’è una terza esule iraniana che incarna il “dramma del multiculturalismo” olandese, come ebbe a chiamarlo nel 2000 il sociologo di sinistra Paul Scheffer. Si chiama Sooreh Hera, ha una voce esilissima, quasi impercettibile, è piccola e ha un’alta dose di alterigia persiana che manifesta durante l’intervista. La incontriamo con la sua guardia personale al Sofitel Hotel di Amsterdam, il bellissimo albergo che si affaccia sui canali del quartiere a luci rosse. Sooreh aveva presentato al Museo dell’Aia un’installazione di fotografie che ritraeva coppie omosessuali. In una fotografia, i modelli indossano maschere di Maometto e Alì. In questa intervista al Foglio, l’artista racconta la sua vicenda. “Sono arrivata in Olanda otto anni fa a causa di un libro di poesie che gli ayatollah bollarono come offensivo dell’islam. Gli iraniani che si trovano qui non sono come gli altri immigrati, gente in cerca di lavoro. Noi siamo rifugiati. Il giorno dopo il mio arrivo da Teheran, quando spalancai le finestre, vidi così tante donne velate, sembrava di essere in Iran. Era molto strano”.

    Il Museo Municipale dell’Aia aveva scelto le opere di Hera. “E’ uno dei migliori musei di tutta l’Olanda. Mi chiamò un esponente della comunità islamica dell’Aia per dirmi che la mia opera non l’avrebbero mai esposta. Altri chiamarono per minacciarmi di morte, venne creata una associazione islamica dal titolo ‘Rispetto per te, rispetto per me’. Ma io ho sempre pensato che fosse meglio chiamarla ‘Rispetto per me, rispetto per me’. Mi hanno minacciato per telefono: ‘Ti bruceremo viva’, ‘ti prenderemo’, ‘ti uccideremo’ e così via. Ho ricevuto una telefonata anonima: ‘Abbiamo ucciso una volta siamo pronti a farlo una seconda…’. Un celebre sito arabo pubblicò la mia fotografia, dissero che ero un’apostata e che per questo dovevo essere punita. Il quotidiano iraniano Keyhan pubblicò un editoriale di Hossein Shariatmadari, un capo dei pasdaran responsabile della morte di scrittori e intellettuali. Diceva che dovevo essere uccisa e che le frontiere non dovevano fermare l’omicidio. Disse che Amsterdam era la Capitale del movimento antislamico, citando con me anche Geert Wilders”. “Il fuoco del proiettile nella testa di questa dannata e blasfema è un’assoluta necessità”, recitava la fatwa di Shariatmadari.

    “Dal museo speravano che avrei ritirato la mia opera, facendo un’esibizione parziale”, prosegue Hera. “Dissero di voler acquisire le foto senza pubblicarle e che un giorno, forse, quando la situazione fosse stata più calma, le avrebbero esposte. Ma io penso che un giorno sarà peggio. Sempre peggio. Non accettai, era autocensura, sarebbe stato un giorno triste per l’occidente. Alla fine il mio spazio rimase vuoto. Come un quadro postmoderno. L’influenza islamica in Olanda e in occidente è più forte di quanto si pensi. E’ un incubo essere minacciata da più parti. Qui sotto la bandiera del rispetto e della libertà religiosa hanno gettato via la libertà d’espressione. Per un occidentale è più difficile da capire, ma se uno viene dall’Iran sa di cosa parlo. Ho paura dei fanatici, per i quali la morte è una lussuria. Il potere dell’arte visiva è molto forte, ma quando in Olanda si parla di islam ti assumi un rischio non solo fisico, ma anche di esclusione culturale e sociale, sei isolato, non hai editori, giornali, gallerie d’arte. Ci sono gallerie che vorrebbero lavorare con me, ma hanno paura a esporre il mio nome. E’ tragico che l’Iran sia così lontano ma con un tale potere nel decidere della nostra vita qui. Oggi temo soprattutto per la mia famiglia, sono molto religiosi e vivono in Iran, chissà cosa può succedergli”.

    Come Sooreh, il pittore musulmano Rachid Ben Ali ha dovuto abbandonare di notte il proprio letto e riparare in albergo a causa delle minacce. “Non sono affatto ottimista sulla libertà di parola in Olanda, la politica è piena di codardi e di superficiali, non andremo lontano”, conclude Hera. “E ne sono vittime anche i musulmani. Mi conforta che, nonostante la paura e il pericolo, ci sia gente che continua a scrivere e a battersi. E’ positivo che non vi sia silenzio, possiamo nominare la paura e forse anche l’islam ne beneficerà”. Afshin Ellian spiega così il prezioso ruolo dei dissidenti islamici. “Sono i dissidenti dell’islam quelli che possono fermare la balcanizzazione dell’Europa. Ci sono milioni di musulmani fra di noi, serve dialogo critico e non resa, bisogna prevenire l’apartheid. E la libertà e la dignità umana vanno rafforzati con la legge. Abbiamo il dovere morale di aiutare i dissidenti, temo la paura europea perché così come Vaclav Havel, Anna Achmatova e Josip Brodskij hanno contribuito ad abbattere il comunismo, così oggi abbiamo bisogno dei dissidenti dell’islam. Se cambiamo i musulmani qui abbiamo delle possibilità di cambiare il medio oriente. Altrimenti è finita”.

    Prendiamo un treno alla volta di Utrecht, attraversando un paesaggio rurale di mulini a vento, paludi e fattorie. Dobbiamo incontrare il professor Pieter van der Horst. Il suo è un caso unico in tutta Europa. Dopo trentasette anni di insegnamento, decine di pubblicazioni e una fama consolidata di antichista che parla ebraico e aramaico, il meno che ti aspetti dalla tua università è che ti lasci totale libertà per la lezione di congedo, la più attesa di una vita. Incontriamo il professore vicino all’aula che avrebbe dovuto ospitare la sua ultima lezione prima del pensionamento. Doveva intitolarsi “Il mito del cannibalismo ebraico”. L’accademico ci fa notare con ironia che il motto dell’Università di Utrecht è tratto dal profeta Aggeo dell’Antico Testamento: “Il sole della giustizia”. “Doveva essere la mia ultima lezione”, dice Van der Horst a colloquio con il Foglio nel faculty club. “Decisi di tracciare le origini del mito del cannibalismo ebraico dall’antica Alessandria al medioevo, e poi il nazismo e l’islam. Oggi nel mondo islamico gli ebrei vengono ogni giorno descritti come cannibali e animali. Due settimane fa, in occasione della Pasqua ebraica, la tv di Hamas per sette giorni ha mandato in onda un documentario in cui si spiega che gli ebrei ogni anno devono uccidere un certo numero di musulmani per farci il pane azzimo. Ayaan Hirsi Ali scrisse un articolo in cui raccontava come nel mondo islamico le fosse stato insegnato che gli ebrei erano mostri e di quanto fosse rimasta scioccata nello scoprire, una volta in Olanda, che erano degli esseri umani. Volevo parlare di tutto questo”.

    E’ consuetudine che la lezione di congedo non venga revisionata da nessuno. “Io sempre per consuetudine avevo preparato alcuni libretti per il pubblico. Una ricercatrice, contro ogni regola, lo lesse e vide che parlavo di antisemitismo islamico. Si recò dal preside, Willemin Otten, denunciando quanto scrivevo. Otten mi chiese di eliminare la parte sull’islam. Mi disse che era ‘insensibile’. Accadeva a due settimane dalla lezione. Mi chiamò il rettore, Willem Hendrik Gispen, e per intimidirmi aveva convocato altri quattro professori. Mi dissero che era irresponsabile parlare di islam e che correvo seri rischi. Chiesi al rettore se aveva elementi di minacce. Lui disse di sì e soltanto dopo venni a sapere che non ce ne erano affatto. Mia moglie, impaurita, mi chiese di eliminare quei passaggi e se non lo avessi fatto il rettore avrebbe avuto il potere di impedirmi di tenere la lezione. E così feci. Fu pura autocensura perché non ho mai ricevuto alcuna minaccia. Alcuni colleghi scrissero una lettera aperta in sostegno del rettore, che fu appoggiato da tutto il corpo docente. Ma da tutto il paese, ebrei e non, mi è arrivato tanto amore. Mi hanno lasciato fiori davanti alla porta di casa e un avvocato di Amsterdam si è offerto di darmi assistenza legale gratuita. Da Israele mi hanno poi invitato a tenere quella lezione”.

    Il professore trae questo bilancio dal suo caso. “Non capisco, dopo quello che è successo con Anne Frank e negli anni Quaranta, come facciamo ad accettare che gli ebrei non possano circolare liberamente per strada con i paramenti religiosi. Gretta Duisenberg, la moglie del banchiere europeo, un giorno stava raccogliendo firme per boicottare Israele. Un giornalista le chiese quante ne volesse raccogliere. Lei rispose: ‘Sei milioni’. Ho tanti amici ebrei che non usano più la kippà per paura dei musulmani e non portano più al collo la stella di David. E noi accettiamo questo come se fosse normale, accettiamo che in Olanda le sinagoghe siano presidiate dalla polizia e che ogni evento pubblico ebraico sia protetto dalla polizia. Dall’altra parte sono triste per la libertà accademica. Spinoza qui aprì la critica ai libri sacri e alla libertà intellettuale. Ma Spinoza doveva farlo spesso senza nome, mentre noi possiamo farlo alla luce del sole. Però abbiamo preso la strada dell’autocensura. Quale sarà la fine?”.

    E’ tragico e fatale che i tre più importanti difensori della libertà d’espressione in Olanda, i tre più noti disturbatori della quiete multiculturale, siano tre immigrati iraniani che, come il portoghese Spinoza, arrivarono qui in cerca di libertà. Alle spalle del professor Van der Horst c’è un quadro dell’Età dell’Oro del XVII secolo. Tutto appare in ordine, dai colletti bianchi dei mercanti calvinisti alla calma luminosa di un paese “soddisfatto”, come diceva Huizinga di Leiden. Il primo impatto con l’Olanda è dominato da quest’immagine di pittoresca e placida tranquillità. Ma se gratti via con forza il decoro, scorgi che dietro all’ordine germina la paura. (4. continua)

    di Giulio Meotti

  7. #7
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    Giovedì scorso sul Foglio cartaceo ho letto la quinta e ultima parte dell'inchiesta, dedicata a Theo Van Gogh. Spero mettano anche quella online a breve, così da postarla qui.

  8. #8
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    Beh della libertà degli ebrei poco mi importa... gli ebrei meritano lo stesso trattamento degli arabi...
    Temo che tale wildeers non sia altro che la mera neorappresentazione politica che gli ebrei vogliono impostare in europa che di certo non sarà a favore degli europei...
    .

  9. #9
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    Predefinito Riferimento: Il fallimento del multikulti pazzo olandese

    Citazione Originariamente Scritto da Bèrghem Visualizza Messaggio
    Giovedì scorso sul Foglio cartaceo ho letto la quinta e ultima parte dell'inchiesta, dedicata a Theo Van Gogh. Spero mettano anche quella online a breve, così da postarla qui.
    Ultima puntata dell'inchiesta sull'Olanda

    "Il Ground Zero dell’Olanda"

    Oggi, dove fu sgozzato Theo Van Gogh, niente ricorda la sua macellazione rituale. Soltanto due fori di proiettile sulla pista ciclabile. "Theo non può diventare un simbolo della libertà, dovrebbero ammettere che aveva ragione"

    Informazione Corretta

    Amsterdam. Linnaeusstraat si trova in un quartiere popolato in maggioranza da musulmani. E’ qui che Mohammed Bouyeri tese un’imboscata a Theo van Gogh il 2 novembre del 2004. Il regista si fermò a un attraversamento pedonale della pista ciclabile. L’islamista gli sparò un colpo con una pistola di fabbricazione croata. Theo cadde dalla bicicletta, riuscì a sollevarsi e a trascinarsi dall’altra parte della strada. Bouyeri lo seguì fino al cestino delle immondizie a cui Van Gogh si era aggrappato, esplose altri due colpi, davanti al caffè “L’Olandese”, mentre la vittima lo implorava di non farlo. Estrasse un coltello per decapitarlo, prima di appuntargli una lettera al petto con una lama più piccola, simile a un machete ricurvo. La lettera conteneva minacce di morte contro Geert Wilders e la parlamentare di origine somala Ayaan Hirsi Ali. Addosso all’assassino fu trovata anche una poesia: “Agli ipocriti dico: se non volete morire, tenete chiusa la bocca”. Sulla Linnaeusstraat oggi nulla ricorda la macellazione rituale del regista. Non esiste un Ground Zero olandese. E’ un’assenza che si avverte molto in un paese che monumentalizza tutto ed è ossessionato dal passato. La popolazione di Amsterdam alcuni mesi fa individuò nel “Ganoderma applanatum” l’incarnazione del male. E’ il fungo assassino che stava uccidendo l’ippocastano che Anna Frank vedeva ogni giorno dal suo nascondiglio. Il comune voleva abbatterlo, ma i bravi cittadini di Amsterdam si sono opposti in nome della tolleranza. Un paese dove il 4 di maggio ogni anno ci si ferma per due minuti, come in Israele, ricordando i caduti in guerra. Alle venti esatte la regina depone una corona di fiori in piazza Dam. Ogni anniversario dell’assassinio di Theo passa invece inosservato, senza cordoglio né retorica nazionale condivisa. Sulla pista ciclabile color rosso in Linnaeusstraat ci sono due piccole incisioni, gente del posto ci dice che sono i segni lasciati da due proiettili. E’ più facile che qualcuno vada a portare fiori sulla Pythagorasstraat, davanti all’ultima di una serie di villette di mattoni rossi tutte uguali, dove abitava Van Gogh. Il giorno della sua morte le bandiere rimasero a mezz’asta, un onore che per legge deve essere tributato solo alla regina. “Se avessero fatto di Theo un simbolo della libertà, i multiculturalisti avrebbero dovuto ammettere che aveva ragione”, racconta al Foglio Theodor Holman passeggiando per la Damrak, la squallida arteria di Amsterdam da cui partono i battelli turistici e dove si concentra gran parte della teppa giovanile. Holman è un cinquantenne grassoccio dall’aspetto spavaldo e trasandato, era il migliore amico del regista, nonché il suo storico sceneggiatore e l’editorialista del principale quotidiano di Amsterdam, Het Parool. “Se avessero fatto di Theo un simbolo, avrebbero dovuto cambiare politica, ma loro non vogliono cambiare. Theo non potrà diventare un eroe”. Con Holman andiamo negli studi della Column di Giys de Vestelaken, un fumatore incallito sulla cinquantina che guida auto d’epoca. Giys creò la Column dieci anni fa assieme a Van Gogh. E’ lui ad aver prodotto “Submission”, la pellicola sulla sottomissione della donna nell’islam che costò la vita a Theo. Lo studio si affaccia su Warmoesstraat, vicino a piazza Dam, fra decine di darkrooms, locali di sesso dal vivo, coffeeshops e un bizzarro negozio che vende ogni tipo di condom, ce ne sono di colorati, profumati, di ogni dimensione e afrore erotico. Non lontano dagli studi di Theo van Gogh, una splendida mattina di sole di un anno fa sei ufficiali di polizia entravano in un piccolo appartamento. Erano lì per un vignettista con un crudo senso dell’umorismo, il preferito da Van Gogh. “Non mi sarei mai aspettato l’Inquisizione spagnola”, dice l’uomo che si firma Gregorius Nekschot e che tutela ossessivamente il proprio anonimato a causa delle minacce. Il 13 maggio 2008 il vignettista trascorse la notte in cella, mentre la polizia spulciava nel suo computer, accusandolo di violazione di un articolo della Costituzione olandese che proibisce la discriminazione. “La Danimarca protegge i vignettisti, noi li arrestiamo”, denuncia Geert Wilders, uno dei favoriti per le elezioni europee del prossimo 4 giugno con il suo “Partito per la libertà”. Il sito internet di Gregorius Nekschot, che in olandese significa “giustiziato alla nuca”, è preso ogni giorno d’assalto e le sue opere, spesso di pessimo gusto, sono esposte al Parlamento dell’Aia dove un politico liberale ha allestito uno “spazio dedicato alla libertà di pensiero”. Nekschot, che disegna per il settimanale HP/De Tijd, ha detto che l’arresto ricorda “i metodi dei fascisti e dei comunisti”. La sua vignetta più celebre ritrae la scritta “Islamsterdam” e un imam con un coltello fra i denti. Il caso Nekschot dimostra che l’Olanda è nel caos più totale di fronte alla campagna intimidatoria dichiarata contro giornalisti, studiosi, vignettisti, scrittori e cabarettisti in seguito all’assassinio del regista. Lo avevano promesso: “Questa da ora in poi sarà la tassa che dovrà pagare chiunque offenderà Allah”. Un anno fa alla pittrice olandese Ellen Vroegh sono stati ritirati i dipinti dalla galleria comunale di Huizen, perché “offensivi dell’islam”. Nei suoi quadri non c’erano imam con bombe in testa, ma donne nude. Quanto basta per far scattare la censura preventiva. Lo scettro di Van Gogh è oggi nelle mani del suo amico, Hans Teeuwen. Ma anche lui, guarda caso, ha scelto di non esibirsi più in Olanda per paura di fare la stessa fine di Theo. “E’ ancora difficile per me capire ciò che è successo”, spiega Nekschot al Foglio nella prima intervista a un quotidiano italiano. “Dopo un anno, c’è ancora un’inchiesta preliminare, sono vittima di un cinico gioco politico. Il ministro della Giustizia in Parlamento ha detto che, prima del mio arresto, c’erano stati sette incontri sul vignettista Nekshot. Il mio arresto è una specie di scambio: il governo dimostra di combattere i terroristi e arresta i vignettisti per placare i musulmani. In altre parole, ci sono importanti politici in Olanda disposti a sacrificare i nostri diritti costituzionali, come la libertà di parola, per mantenere la ‘pace’. La situazione oggi è molto pericolosa per accademici, scrittori, giornalisti, vignettisti. Una volta che mercanteggi la tua libertà di parola, sei finito”. Cosa sta diventando l’Olanda? “Il regno dell’autocensura”, dice il vignettista. Una settimana prima del nostro arrivo, l’apostata musulmano Mark Gabriel, docente di islamistica riparato negli Stati Uniti dopo anni di insegnamento all’università egiziana al Azhar, su sollecitazione del servizio segreto olandese ha dovuto abbandonare in fretta l’aeroporto di Amsterdam per il timore di attentati. La nostra inchiesta sull’Olanda multiculturale si chiude ad Amsterdam, Islamsterdam, la città dove tutto ha avuto inizio, sulle tracce di Theo van Gogh. Il grande rimosso. L’olandese dagli occhi azzurri, il bastian contrario e forsennato radicale, il columnist che non conosceva diplomazia, l’agitatore grassissimo che beveva molto e fumava Gauloises senza filtro. Con la sua gola squarciata e la lettera di invocazione ad Allah infilzata nel petto, Van Gogh avrebbe dovuto diventare un monito contro l’odio e l’intolleranza nella capitale mondiale della libertà. Ma ha ragione Daniel Schwammenthal quando sul Wall Street Journal scrive che “ogni senso dell’urgenza che gli olandesi possono aver provato dopo l’uccisione di Van Gogh è andato definitivamente perduto”. Quando venne ucciso anche un timoroso speaker del Parlamento, Josiah van Arisen, disse: “Il jihad è arrivato in Olanda”. Nella folla riunita a piazza Dam c’era anche l’allora consigliere municipale Ahmed Aboutaleb, oggi sindaco di Rotterdam dove la sharia è stata portata persino nei teatri comunali. Migliaia di olandesi alzarono cartelli con scritto: “No alla sottomissione al fontamentalismo” e “Lunga vita all’Olanda e al mondo libero”. Fu a casa di Theodor Holman che Van Gogh conobbe Ayaan Hirsi Ali, con la quale avrebbe lavorato a “Submission”, girato proprio negli studi della “Column”. “La morte di Theo è stata la fine della libertà di parola in Olanda”, ci dice Holman. “Le nostre strade erano così tolleranti fino ad allora e a un tratto ti accorgi che non puoi dire quello che vuoi. Da allora non è più possibile dire quello che vogliamo. Theo era un columnist molto duro e i politici hanno detto che era per la sua durezza che è stato ucciso. Dopo la sua morte tutti hanno pianto, ma cinque anni dopo si sente dire che Van Gogh era un provocatore e un pessimo regista. Gli intellettuali olandesi soffrono della sindrome di Stoccolma”. “Quasi che avesse chiesto di morire”, interviene il produttore Gys de Westelaken. “E lo stesso vale per Pim Fortuyn, si ripete che era gay, che aveva due cani etc… come se la sua eccentricità giustificasse la morte”. “In aula Bouyeri ha invece detto di aver ucciso Theo per motivi religiosi e non perché fosse un cattivo ragazzo”, dice Holman. “Fino ad allora ero stato molto orgoglioso della storia del mio paese, ci troviamo a cinquanta metri dalla casa di Spinoza, non lontano c’è quella di Cartesio. E’ in corso una guerra in città, la gente non ne può più di tutto ciò che sentono sui musulmani. Questo divide la città, la politica, il paese, il giornalismo. Molti scrittori e intellettuali oggi sono ancora politicamente corretti perché questo conviene alla loro carriera. Cinque anni dopo la morte di Theo la situazione è peggiorata e diventa sempre più oscura. Oggi c’è tanta paura, autocensura, continuano a dire ‘let’s debate’, dibattiamo, ho partecipato a una ventina di dibattiti dopo l’uccisione di Theo e non vedo soluzione. La correttezza politica sta crescendo, la gente è confusa, chi era di sinistra sinistra oggi è di destra. Io che sono di sinistra l’ultima volta ho votato i liberali di Hirsi Ali”. Chi era Theo? “Era prima di tutto uno scrittore, un regista, un columnist, giocava con le cose, era sempre tagliante, in un certo senso era un clown, diceva ‘chi vuole uccidere il pazzo del villaggio?’. Bouyeri ha scelto Theo per due motivi. Per ciò che aveva scritto nel libro ‘Allah knows better’, Bouyeri doveva ucciderlo perché Theo era un ‘kaffir’, un infedele. Theo poi era amico di Ayaan, il film lo abbiamo fatto qui in questo edificio, Theo era un simbolo della libertà di parola anche per i nostri nemici. Bouyeri ha detto di averlo ucciso per questo, non perché si sentiva offeso da Theo. Inoltre Theo e Bouyeri erano simili, erano due scrittori, Bouyeri era molto integrato, ottima istruzione, era nato qui e aveva avuto la possibilità di capire quel che voleva. L’islam divenne la sua ragione di vita. E una volta diventato fanatico, doveva trarne le conseguenze del suo fanatismo”. Al processo Bouyeri confessò di essere pronto a “rifare la stessa cosa” se avesse avuto una seconda occasione. In aula indossava una tunica araba e aveva una copia del Corano. Prese la parola dopo una preghiera islamica. “Voglio che sappiate che ho agito per convinzione e che non ho preso la sua vita perché era olandese o perché io sono marocchino e mi sono sentito insultato”. E rivolto alla madre di Van Gogh, Anneke: “Non odiavo suo figlio, non era un ipocrita e non mi sono sentito offeso da lui. Non sento il suo dolore in quanto lei è un’infedele”. “Ero seduto accanto alla mamma di Theo quando Bouyeri, in aula, le disse che non odiava suo figlio, ma che era un simbolo, che era orgoglioso di quello che aveva fatto e che se fosse uscito lo avrebbe fatto ancora e ancora”, prosegue Holman. “Dopo la morte di Theo abbiamo dovuto ritirare il film, ci sono state minacce di morte”, riprende De Westelaken. “La gente può vederlo su Internet, ma la smocking gun è stata rimossa dal pubblico. E’ un film proibito, in senso drammatico. All’epoca non ero orgoglioso di produrre ‘Submission’, era un film come un altro, anche molto facile, Theo diceva ‘non è il mio miglior film’. Potremmo trasmetterlo in televisione, ma c’è una regola non scritta che lo proibisce. Guarda cosa è successo al film di Wilders, ‘Fitna’, è così facile sedersi al computer e minacciare di morte qualcuno e non c’è più bisogno nemmeno di essere legati ad al Qaida. Nessuno immaginava cosa sarebbe successo con questa pellicola. Non è il film in sé che conta, è come le vignette danesi sul Profeta, è ciò che rappresentano e l’atmosfera che si crea attorno a queste opere. A me manca moltissimo l’energia e l’ironia di Theo, quando piombava nel mio ufficio e buttava all’aria tutto. Dopo Theo il servizio segreto ci proteggeva, chiunque fosse coinvolto era sotto tiro. Guarda quel che è successo al traduttore giapponese di Salman Rushdie, è stato accoltellato a morte”. Il giorno in cui è stato ammazzato Van Gogh stava andando a lavorare al suo film su Pim Fortuyn. “Theo e Pim erano amici, si vedevano, parlavano di politica, Theo ha scritto alcuni discorsi di Pim”, spiega Holman. “Fortuyn si diceva che fosse ‘pericoloso’ e un ‘fascista’, ma era tutto il contrario. Non aveva l’aspetto di un uomo di destra, era omosessuale, aveva un coiffeur personale, una macchina sportiva, aveva tanto humour, era pro libertà di parola contro l’islamismo. Il suo assassino lo ha ucciso perché Pim disturbava l’ordine olandese, dicono che era un ‘fascista’ perché non rientrava negli schemi. Theo e Pim, la loro morte, sono accomunata dal fatto che per primi sollevarono il tema dell’islam. Pim diceva sempre, ‘non ho niente contro i musulmani, possono anche succhiarmi il cazzo, ma l’islam vuole uccidere gli omosessuali, io sono un omosessuale e devo difendere la nostra cultura’. Era fatto così. Theo diceva lo stesso, aveva girato film con giovani marocchini, ma sapeva che lo consideravano un ‘infedele’”. Hans Jansen insegna Pensiero islamico all’Università di Utrecht ed è un’istituzione in Olanda. Ha conosciuto Theo mentre girava “Najib and Julia”, la storia di una ragazza olandese che si fidanza con un marocchino. “Theo voleva essere sicuro che i suoi attori parlassero un arabo corretto, un dialetto vero. Mi chiese una consulenza e fui felice di lavorare con lui. Amava i dettagli e ci lavorammo sopra. La sua morte ha reso la gente impaurita, molti hanno smesso di parlare di islam. Theo era un eccentrico e molte persone non hanno maturato l’interesse nella libertà di espressione perché hanno pensato che ‘i musulmani hanno ucciso un folle’, ma si sbagliano. C’è grande paura fra giornalisti, scrittori e artisti. In molti hanno smesso di parlare, soprattutto chi ha figli ha preferito una vita quieta. Le uniche novità di rilievo sono ‘Fitna’ e l’ascesa di Wilders”. Jansen rigetta gli studi fino ad ora condotti sull’assassino di Van Gogh. “C’è la tentazione di spiegare Mohammed Bouyeri attraverso canoni materialisti e sociologistici. Io ho sempre pensato che il caso di Mohammed fosse tipico dell’odio che chi riceve un dono matura verso chi glielo ha donato. Abbiamo dato tutto agli immigrati musulmani, ma loro hanno maturato odio per la democrazia. Sono pessimista sull’Olanda, non abbiamo l’energia per resistere. La popolazione islamica qui è del tutto immune dalle forze del liberalismo, della scuola, persino della lingua olandese. Il fallimento del multiculturalismo è una tragedia disarmante, c’è un grande disorientamento nell’educazione, nell’esercito, nella società. Siamo prossimi alla barbarie”. Jansen è legato anche alla sceneggiatrice somala di “Submission”. “Ayaan Hirsi Ali ha parlato agli olandesi come se fossero suoi pari. Ma questa élite olandese pensa che gli immigrati non siano uguali a noi, ma gente da accudire, il mio paese non ha mai capito i musulmani. Ayaan ripeteva che se gli apostati dell’islam non fossero stati difesi dalla democrazia olandese, l’Olanda si sarebbe avviata in una brutta direzione. Ed è quello che è successo, il destino di Ayaan è un esempio tragico per gli altri immigrati, sanno adesso che se parlano olandese e si comportano come dei secolaristi, non saranno difesi dagli olandesi e attaccati dai propri simili”. A Jansen chiedamo se ritiene oggi possibile un altro caso Van Gogh. “Non ho mai voluto rispondere a questa domanda, non voglio neanche pensarci”. Van de Westelaken interrompe la discussione: “Ayaan è stata cacciata dal paese”. Lo dice come se quel che è successo sia stato un momento di non ritorno. “L’Olanda è un paese piccolissimo senza Ayaan, da un punto di vista intellettuale”, dice Holman. “Una donna, una donna nera, ex musulmana, senza clitoride, che nasce a sinistra e passa con i liberali, odiatissima dalle donne olandesi, Ayaan era troppo bella per la politica. Un diamante nero, parlava tante lingue, Theo adorava Ayaan, li ho fatti incontrare io nella mia casa. Ayaan disse subito: ‘Voglio fare un film con te’. Qui tutti pensavano che le cose potessero cambiare, avevamo un omosessuale cattolico come Pim, poi Ayaan, era strano averli in Olanda tutti e due, due persone così intelligenti e con una visione internazionale dei problemi. E’ un paese molto più piccolo senza di loro”. “L’omicidio di Theo è stato molto efficace”, dice Holman prima di concludere l’intervista. E’ come se uccidendo quel ragazzone che amava provocare, che era orgoglioso di avere uno zio ucciso dai nazisti e che si sentiva come investito di una missione sulla libera parola, l’islamismo sia riuscito a congelare l’anima dell’Olanda. “E’ stata una bomba intelligente”, dice Van de Westelaken porgendoci una copia di “Interview”, uno dei film di Theo di cui il celebre attore americano Steve Buscemi ha appena realizzato il remake. “Quell’omicidio ha cambiato la vita delle persone. La bomba di Madrid non ha avuto questo effetto, perché il giorno dopo, nonostante tutti quei morti, la gente doveva continuare a prendere il treno. Con Theo hanno ucciso una sola persona e la sua libertà di parola. Ma con lui molti altri hanno chiuso la bocca”. Due settimane prima di morire, Theo van Gogh doveva andare negli Stati Uniti. Aveva una paura matta di volare e a Holman diede disposizioni per il suo funerale. “Voglio tanta vodka, tutti devono fumare Gauloises, le donne devono indossare i tailleur e una collana di splendide perle bianche”. Aveva preparato anche il suo ultimo capolavoro. Al centro della sala rotonda del teatro, dove la sera dell’omicidio si runirono gli amici e la famiglia, c’era la bara del regista, il suo cellulare, l’agenda e la bicicletta nera su cui pedalava anche il giorno della morte. “Piangemmo e ridemmo tutta la notte, come quando muore un amico”, dice Holman. Accanto alla bara anche una bottiglia di champagne. Sulla pancia di Theo una rosa bianca e un foglio con scritto “Maarty”. Una delle sue tante fidanzate. A mezzanotte, sotto le note di “A perfect day” di Lou Reed, una limousine entrò nella sala e se lo portò via. E’ stato il primo martirio multiculturale in Europa.

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    Predefinito Riferimento: Il fallimento del multikulti pazzo olandese

    Ed infatti gli olandesi stanno cercando un referente politico qualsiasi ,diciamo cosi' ..a "destra",che sia commestibile.
    Tutti gli olandesi con i quali ho parlato,per lavoro,persone di classe medio alta produttiva o alta,mi hanno detto questo e dicono di non essere totalmente convinti da Wilders ma lo voteranno lo stesso,per pura disperazione e mancanza di alternative.
    O perche' son in cerca di qualsiasi cosa,"destra o sinistra " non gliene efrega nulla,ma qualsiasi cosa non sia multietnicamente corretto e moralmente totalmente criminale,qualsiasi soggetto politico non venga reso illegale dallo status quo ,o ucciso,per poter ,come si dice ,"svoltare a destra".
    Ma ,attenzione,le democrazie di questi paesi del Nord Europa e Germania sono spesso anche peggio della nostra.
    Qualsiasi soggetto che si possa comparare a Lega et similia viene reso illegale e quasi impossibilitato ad operare,o ,appunto "in qualche modo" ammazzato.
    "Tanti amici tanto amore!"

 

 
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