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    Predefinito Il pensiero sociale di Mazzini




    di Giuseppe Galasso – In “Mazzini e il mazzinianesimo”, atti del XIV Congresso di Storia del Risorgimento italiano (Genova, 24-28 settembre 1972), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma 1974, pp. 241-278.


    Nelle Note autobiografiche Mazzini ricordava, nelle pagine premesse al I volume dell’edizione daelliana dei suoi scritti politici, apparso nel 1861, che a spingerlo a porre come scopo della Giovine Italia – mentre la ideava – l’unità e la repubblica erano stati «gli istinti e le tendenze d’Italia, quali gli apparivano attraverso la storia e nell’intima costituzione sociale del paese»[1]. Vero è che nelle stesse pagine egli ricordava pure che il lavoro politico a cui aveva pensato, durante i mesi della sua prima prigione, di dedicarsi per il futuro avrebbe dovuto essere fondato «su principii non su teoriche d’interesse, sul dovere non sul benessere»; e che, se «la scuola straniera del materialismo» gli aveva «sfiorato l’anima… per alcuni mesi di vita universitaria», ben presto «la Storia e l’intuizione della coscienza, soli criterii di verità», lo avevano «ricondotto rapidamente all’idealismo de’ nostri padri»[2]. Non si esagera, se si afferma che in queste poche righe, scritte a distanza di trent’anni dagli avvenimenti a cui accennano, ma assolutamente attendibili, sono contenuti alcuni elementi essenziali per l’interpretazione del pensiero, e quindi anche dell’azione politica, di Mazzini.
    Per quanto riguarda, tuttavia, in maniera più specifica il nostro argomento, quel che appare subito da sottolineare è l’affermazione mazziniana, secondo la quale i grandi obiettivi dell’unità italiana e della repubblica emersero, fra l’altro, da un’analisi dell’«intima costituzione sociale del paese». Si tratta di un’affermazione che – generalmente trascurata, se non erro – è, però, da meditare. Non è che negli scritti di Mazzini nei primi anni della sua attività politica personale, una volta uscito dalla Carboneria, si incontri effettivamente un’analisi dettagliata della struttura sociale dell’Italia. Già il fatto che si parli sempre d’Italia in generale mette in guardia contro la possibilità di un’analisi di tal genere, ché altrimenti le differenze profonde tra parte e parte del paese, e non soltanto fra Nord e Sud, avrebbero dovuto dissolvere l’immagine e il termine unitari, sempre presenti negli scritti mazziniani, anche a riguardo dell’«intima costituzione» della società italiana. In realtà, ciò in cui per il Mazzini si concreta l’«intima costituzione sociale del paese» è la distinzione che egli opera fra il popolo e le altre classi dal punto di vista della potenzialità rivoluzionaria che si può fondare su questa distinzione d’interessi.
    Negli scritti degli anni fra il 1830 e il 1833 questo è, effettivamente, il motivo conduttore più rilevante sotto il profilo della formazione di un pensiero sociale che possa dirsi proprio di Mazzini. Lo scritto del 1832 su Alcune cause che impedirono finora lo sviluppo della libertà in Italia, ad esempio, è dedicato a dimostrare che «gli elementi di rivoluzione non mancano all’Italia»[3]. Ora, fra questi elementi figura, come soggetto autonomo di bisogni, il popolo. «Quand’altro non fosse – scrive Mazzini -, le moltitudini soffrono: le moltitudini sono oppresse, conculcate dall’aristocrazia, immiserite da’ dazi, dalle imposte e dalle dogane, dissanguate da’ frati, a’ quali l’altre classi son già sottratte». Il popolo, aggiunge più avanti, sta oggi davanti a noi «nella divisa della miseria e dell’ilotismo politico, lacero, affamato, stentando a raccogliere dal sudore della sua fronte un pane che la opulenza gli getta innanzi insultandolo»[4]. Poi Mazzini trova accenti che non torneranno più tanto facilmente e frequentemente sotto la sua penna. «Il barbaro – egli scrive – per l’uomo del popolo è l’esattore che gl’impone un tributo sulla luce ch’egli saluta, sull’aura ch’egli respira; il barbaro è il doganiere che gl’inceppa il traffico; il barbaro è l’uomo che viola, insultando, la sua libertà individuale; il barbaro è la spia che lo veglia ne’ luoghi dov’ei tenta obbliare l’alta miseria che lo circonda. Là, nelle mille angherie, nelle vessazioni infinite, nell’insulto perenne d’un insolente potere, d’una esosa aristocrazia stanno i guai delle moltitudini: di là avete a trarre quel grido che può farla sorgere. Gridate all’orecchio del popolo: la tassa prediale v’assorbe la sesta parte o la quinta dell’entrata; le gabelle imposte alle polveri, a’ tabacchi, allo zucchero, ad altri generi coloniali agguagliano la metà del valore; il prezzo del sale, genere di prima necessità, v’è rincarito di tanto che né potete distribuirne al bestiame, né talora potete usarne per voi medesimi; la necessità d’adoprare pe’ menomi atti, per le menome contrattazioni la carta soggetta al bollo v’è sorgente continua di spesa; i vostri figli sono strappati alle madri, e cacciati ne’ ranghi di soldati che v’appunteranno al petto le baionette, sol che il vostro gemito si faccia potente per salire al trono del tiranno che vi sta sopra»[5]. Si ricorderà – leggendo una pagina come questa – che Carlo Cattaneo, meno di venti anni dopo, avrebbe scritto che la Giovine Italia «non era popolare: non penetrava addentro nella carne del popolo, come la coscrizione e il bastone tedesco e la legge del bollo e l’esattore e il circondario confinante»[6]. Ma su questo punto bisognerà tornare. Mette conto, intanto, sottolineare ancora una volta gli accenti di Mazzini nell’analisi delle condizioni del popolo. Bisogna, anzi, aggiungere che, nell’ambito del popolo genericamente inteso, egli – quando parla della guerra d’insurrezione conveniente all’Italia – sembra guardare, come ad un elemento più specifico, «alla miseria immensa che preme la popolazione delle campagne e la tien disposta a’ tentativi i più disperati, sol che si voglia confortarla e guidarla».[7]
    Certo, l’angolo visuale sotto cui Mazzini conduce la sua analisi dell’«intima costituzione sociale del paese» è sempre quello di ciò che da essa si può dedurre per la rivoluzione nazionale italiana e per le caratteristiche che si annunciano come proprie di una nuova epoca della storia europea. Merita, tuttavia, di essere messo in evidenza, anche qui, quanto conti il motivo sociale nello sviluppo della dottrina rivoluzionaria e, più in generale, del pensiero politico di Mazzini.
    Nell’analizzare i motivi per cui i moti nazionali in Italia, fino a quelli del 1831, erano falliti dopo inizi «brillanti, unanimi, confidenti», Mazzini sottolinea, così, due elementi: da un lato, la mancanza di capi adeguati al compito di una leadership rivoluzionaria; dall’altro, la incapacità di intendere, da parte dei rivoltosi, i «mezzi» e l’«intento d’una rivoluzione». Ora, su questo secondo punto, Mazzini osserva che «ai popoli si parla efficacemente in due modi: colla virtù dell’esempio e colla utilità del fine proposto; trascinandoli coll’entusiasmo o seducendoli con l’avvenire». Si sarebbe dovuto gridare «alle moltitudini: siate con noi, però che noi veniamo a togliervi allo stento ed alla miseria». C’era «una parola, che proferita al popolo potea suscitarlo all’opre del braccio», e cioè la «parola d’eguaglianza». Inutile il parlare di libertà o di patria; si tratterebbe, osserva Mazzini, di vuoti nomi e «ai nomi il popolo è muto», «la idea è nulla…, dove non sia scesa all’applicazione»[8]. Né egli limita il suo sguardo ai soli moti italiani del suo tempo. La sua considerazione critica investe, sotto questo profilo, il più vasto ambito di tutta l’epoca rivoluzionaria apertasi in Francia nel 1789. I capi rivoluzionari son d’accordo, egli dice, nella parte negativa ed eversiva del loro programma. «Distruggere, rovesciare il vecchio edificio sociale, sperdere le reliquie del feudalesimo, rompere i ceppi agli uomini d’una nazione: in questo concordano. Più oltre s’arrestano incerti, come se a quel termine avesse fine la loro missione»[9]. Questa mutilazione del compito rivoluzionario aveva fatto sì che il popolo trovasse sopra di sé «una nuova aristocrazia al luogo della rovesciata, il privilegio dell’oro sottentrato a quello del sangue»[10]. Si era assistito, in effetti, al trionfo della borghesia, ma poteva trattarsi di un trionfo effimero. «Prima legge d’ogni rivoluzione – scrive ancora Mazzini – è quella di non creare la necessità d’una seconda rivoluzione»[11]. L’appello al popolo per l’affermazione degli interessi della borghesia aveva messo in moto forze che non si potevano ormai più trascurare. La passività delle masse negli ultimi moti rivoluzionari dipendeva appunto dal fatto che essi erano apparsi come «retaggio e monopolio d’una sola classe sociale» e tali da non poter portare ad altro che «alla sostitudizione d’un’aristocrazia ad un’altra»[12]. E Mazzini incalza ancora: «le rivoluzioni, a questi ultimi tempi, sorsero inaspettate, non preparate, artificialmente connesse; furono dirette al trionfo d’una classe sovra un’altra, d’una aristocrazia nuova sovra una vecchia, e del popolo non si fece pensiero». Le stesse rivoluzioni borghesi avevano, tuttavia, fatto del popolo un soggetto attivo di storia. «Un tempo il popolo non vivea d’una vita propria, ma dell’altrui. Era elemento di civiltà, quindi di rivoluzione, ma come stromento che aspettava chi l’adoprasse… Mancava al popolo la coscienza de’ suoi diritti». Ma bastava dare uno sguardo sommario alla «storia dello sviluppo progressivo dell’elemento popolare attraverso diciotto secoli di vicende e di guerra» per capire, dice Mazzini, che «oggi l’elemento popolare è comparso: il popolo ha innalzato la sua bandiera»; ossia, appunto, è apparso un nuovo protagonista storico, dal quale è ormai impossibile prescindere, anche perché esso aveva «trovato un simbolo n ella Convenzione»[13]. L’ascesa dell’elemento popolare e la sua lotta contro il privilegio di volta in volta rappresentato da elementi storici e sociali diversi costituiscono per Mazzini «la formula della storia di diciotto secoli» e spiegano la successiva opposizione tra «dominio e servaggio, patriziato e plebeianismo, aristocrazia e popolo, feudalesimo e cattolicesimo ne’ primi tempi della Chiesa, cattolicesimo e protestantesimo negli ultimi, dispotismo e liberalismo»[14]. In sostanza, quindi, la lotta fra i principii è vista da Mazzini anche come opposizione di classi diverse, portatrici ciascuna di un principio. Giunti al punto che il grado più basso della scala sociale era diventato a sua volta protagonista consapevole della vicenda storica, nessuna rivoluzione aveva più prospettive di successo, qualora non si fosse riusciti a contemperare e a portare avanti simultaneamente «tutti gli elementi politici, che stanno in una nazione»[15]. Perciò «una riforma sociale è viziata ne’ suoi principii, se non comprenda e non rappresenti gl’interessi e i bisogni di tutte le classi»[16]. Escludere il popolo dal partecipare alla rivoluzione significa condannare la rivoluzione all’insuccesso; tentare di strumentalizzarlo ai fini rivoluzionari di altre classi significa, nella migliore delle ipotesi, porre le condizioni inevitabili di una successiva rivoluzione. La vittoria della rivoluzione e la stabilità del regime che ne uscirà saranno, invece, assicurate dalla partecipazione del popolo come soggetto autonomo e consapevole, i cui diritti e il cui miglioramento facciano parte integrante e specifica dei fini della rivoluzione.

    (...)



    [1] G. MAZZINI, Note autobiografiche, a cura di M. MENGHINI, Firenze, 1943, p. 26. Sul lavoro del Menghini intorno alle Note cfr. la recente edizione delle Note autobiografiche, a cura del Centro napoletano di studi mazziniani, Napoli, 1972. Nel seguito si continuerà a citare dall’edizione del 1943.
    [2] Ivi, p. 28. Su questa concezione dell’«idealismo» come filosofia propria della tradizione italiana cfr. R. MONDOLFO, Il pensiero politico nel Risorgimento italiano, Roma, 1959, p. 20 sgg.; e più largamente G. GENTILE, Storia della filosofia italiana, a cura di E. GARIN, Firenze, 1969, vol. I, pp. 705-726.
    [3] Cfr. Giuseppe Mazzini e i democratici (Scrittori politici dell’Ottocento, t. I, nella collezione «Lettura Italiana Storia e Testi», a cura di F. DELLA PERUTA, Milano-Napoli, 1969, p. 364 (d’ora in poi citato come Mazzini e i democratici).
    [4] Ivi, pp. 365 e 392.
    [5] Ivi, p. 401.
    [6] Cfr. C. CATTANEO, L’insurrection de Milan e le Considerazioni sul 1848, a cura di C. SPELLANZON, Torino, 1949, pp. 19-20.
    [7] Mazzini e i democratici cit., p. 440.
    [8] Ivi, pp. 366-367, 372, 392, 374. Per gli scritti di questi primissimi anni dell’esilio converrà sempre ricordare le osservazioni di A. GALANTE GARRONE, Filippo Buonarroti e rivoluzionari dell’Ottocento (1828-1837), Torino, 1972², p. 339 sgg., circa la necessità che il «precoce cristallizzarsi del pensiero politico mazziniano in formule di origine sansimoniana» non induca a trascurare «la prima fase della formazione di quel pensiero: una fase ancora incerta e confusa, di grande recettività, non esente da una certa superficiale improvvisazione e prontezza di assimilazione, che gli toglievano di cogliere la contraddittorietà di taluni atteggiamenti dottrinali». Peraltro il Galante Garrone stesso limita temporalmente questo periodo a meno di un anno fra il marzo 1831 e gli inizi del 1832; ma la sua osservazione ha valore al di là degli stretti limiti cronologici ai quali è riferita. Per quanto riguarda più in generale la posizione di Mazzini rispetto alla cultura del suo tempo negli stessi primissimi anni dell’esilio cfr. S. MASTELLONE, Mazzini e la «Giovine Italia» (1831-1834), Pisa, 1960, vol. I, p. 133 sgg.
    [9] Mazzini e i democratici cit., p. 387.
    [10] Ivi, p. 398. Si può osservare nelle frasi qui riportate, quanto articolata sia pure nella sua finale unitarietà, sia stata la formazione dell’atteggiamento mazziniano rispetto alla rivoluzione francese e ai regimi ad essa seguiti.
    [11] Ivi, p. 397. La frase contiene, implicitamente, tutta la filosofia del riformismo come metodo normale dell’azione politica, anche se prevale, nel contesto dello scritto mazziniano esaminato, il riferimento storico puntuale alla rivoluzione francese.
    [12] Ivi, p. 374.
    [13] Ivi, pp. 356, 393, 394, 395.
    [14] Ivi, p. 395. Le frasi citate appaiono ora confermare il giudizio di N. BADALONI, in Storia d’Italia, ed. Einaudi, vol. III, Torino, 1973, p. 312, secondo cui «il punto centrale del pensiero mazziniano, quello che collega la sua filosofia etico-religiosa della storia alla realizzazione della rivoluzione italiana, è l’analisi dei compiti del ‘popolo’».
    [15] Mazzini e i democratici cit., p. 392.
    [16] Ivi, p. 374.
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    Predefinito Re: Il pensiero sociale di Mazzini

    È a questo punto che l’analisi mazziniana dell’«intima costituzione sociale del paese» sfocia in una più larga dottrina storica e filosofica; o – per meglio dire – è a questo punto che si possono notare i fondamenti dottrinari da cui Mazzini muove. Essi sono, peraltro, assai noti, e sarà qui sufficiente accennarli appena: la storia è governata dal progresso, che «è legge di Dio»; il progresso passa attraverso nodi storici, «in cui la crisi morale spinta agli ultimi termini annuncia un’operazione radicale da compiersi nella società, la scoperta d’una nuova relazione fra gli esseri che la compongono, la rivelazione d’una legge organica»; un mutamento di questo genere è appunto in corso nella prima metà del secolo XIX ed esso porta un’epoca «altamente sociale» a succedere a quella puramente individuale culminata nel secolo XVIII; in forza di esso «un principio, nella cui fede gli uomini possono riconoscersi, affratellarsi, associarsi» somministrerà «un grado di sviluppo maggiore dell’associazione civile» e dovrà essere posto, come «assioma» indiscutibile e come «verità d’un ordine superiore», a «base della riforma sociale», venendo a costituire «per tutti un’eguaglianza di natura, di missione d’intento». Ma su questi fondamenti dottrinari Mazzini consapevolmente non insiste. «Altri – egli dice – vedrà qual sia questo principio, ridotto ad espressione astratta nelle religioni filosofiche. Noi per ora rintracciamone l’applicazione politica»; e questo si riduce, in pratica, all’affermazione che «le rivoluzioni hanno da farsi dal popolo e pel popolo»[1].
    Più importante è perciò notare il programma politico in cui Mazzini concreta la sua analisi sociale e le sue convinzioni dottrinarie. Bisogna dire, innanzitutto, che – malgrado il richiamo alla Convenzione come simbolo della maturazione del popolo quale soggetto autonomo di storia – la prima preoccupazione di Mazzini è quella di evitare ogni confusione fra il tipo di azione che egli propugna e i precedenti del ’93 e del Terrore. Perciò precisa subito: «abborriamo dal sangue fraterno; non vogliamo il terrore eretto a sistema; non vogliamo sovversione de’ diritti legittimamente acquistati, non leggi agrarie, non violazioni inutili di facoltà individuali, non violazioni di proprietà». La repubblica non è altro per lui «se non il governo costituzionale più un grado d’elezione, e meno una dignità»[2]: ossia «quel governo in cui la sovranità della nazione è principio riconosciuto…; in cui tutti gli interessi sono rappresentati secondo la loro potenza numerica; in cui il privilegio è rinnegato dalla legge, e l’unica norma delle pene e de’ premi sta nelle azioni; in cui non esiste una classe, un individuo che manchi del necessario, in cui le tasse, i tributi, i gravami, gl’inceppamenti alle arti, all’industria, al commercio son ridotti al mimino termine possibile…; in cui la tendenza delle istituzioni è volta principalmente al meglio della classe più numerosa e più povera; in cui il principio di associazione è più sviluppato; in cui una via indefinita è schiusa al progresso colla diffusione generale dell’insegnamento e colla distruzione d’ogni elemento stazionario, d’ogni genere d’immobilità»[3].
    Le delucidazioni del 1833 allo Statuto della Giovine Italia avrebbero ancor più chiarito, se mai fosse stato necessario, le linee di azione già tracciate. «Le rivoluzioni – vi era scritto – si fanno col popolo pel popolo. Per produrre vivissimo nel popolo il desiderio della rivoluzione conviene infondergli la certezza che la rivoluzione si tenta per esso. Per infondergli questa certezza, è necessario convincerlo de’ suoi diritti e proporgli la rivoluzione come il mezzo d’ottenerne il libero esercizio. È necessario per conseguenza proporre come scopo alla rivoluzione un sistema popolare, un sistema che enunzi nel suo programma il miglioramento delle classi più numerose e più povere, un sistema che chiami tutti i cittadini all’esercizio delle loro facoltà e perciò al maneggio delle cose loro, un sistema che s’appoggi sull’eguaglianza, un sistema che impianti il governo sul principio dell’elezione largamente inteso e applicato, ordinato nel modo meno dispendioso e più semplice… Essa (la Giovine Italia) tende, in generale, all’abolizione di tutti i privilegi che non derivino dalla legge eterna della capacità applicata al bene; a diminuire grandemente la classe degli uomini che si vendono e di quelli che si comprano; in altri termini a ravvicinare le classi, costituire il popolo, ottenere lo sviluppo maggiore possibile delle facoltà individuali, a ottenere un sistema di legislazione adeguato ai bisogni, a promuovere illimitatamente l’educazione nazionale»[4]. Una repubblica, insomma, fondata sulla sovranità popolare esercitata mediante il suffragio universale e un regime rappresentativo proporzionale; una repubblica dai tratti democratici fortemente accentuati, con l’istruzione universale, con imposte progressive, con distinzioni basate sul merito, con una politica sociale assai sviluppata. Cioè, a dire, il programma che – nelle sue linee generali – sarebbe stato comune a tutta la democrazia repubblicana e radicale d’Europa per un buon secolo; e si spiega che, con un programma siffatto, ispirato ai «principii della pura democrazia»[5], si determinasse una vicinanza e un accordo tra Mazzini e Buonarroti, fino a quando, per le note ragioni, i due uomini non vennero a rottura.
    Le indicazioni che così chiaramente emergono dagli scritti mazziniani dei primissimi anni dell’esilio, degli anni in cui fu fondata la Giovine Italia, trovano un puntuale riscontro nelle Note autobiografiche apposte al I volume dell’edizione daelliana nel 1861. «La Carboneria», ricorda in esse Mazzini, «m’appariva come una vasta associazione liberale, nel senso attribuito a quel vocabolo in Francia sotto la monarchia di Luigi XVIII e di Carlo X», caratterizzata da «una fatale tendenza a cercar capi nell’alte sfere sociali e a considerare la rigenerazione italiana come parte più degli ordini superiori che non del popolo» e restia ed incerta nel parlare d’eguaglianza al punto che «ogni uomo poteva a seconda delle proprie tendenze interpretarla politica, civile o semplicemente cristiana»[6]. La critica alla società liberale in quanto società fondata sulla libera competizione di classi e individui in diversa condizione politica e sociale è serrata. «La teorica dei diritti, applicata a una società composta di elementi diversi e ineguali per educazione e per facoltà dovea necessariamente tendere a mantenerla divisa in frazioni, ciascuna delle quali si starebbe paga a conquistare il libero esercizio del proprio diritto e trascurerebbe, subito dopo, l’altrui. L’idea del diritto non è, in un dato periodo, generale, uniforme: esige coscienza del diritto invocato e possibilità morale di esercitarlo; e questa coscienza, questa possibilità, dove sono diverse l’educazione e la gerarchia, sono anch’esse inevitabilmente diverse»[7]. La rivoluzione di luglio appariva come il momento decisivo in cui «i moderati, gli uomini che avevano, nella lotta, rappresentato l’elemento della borghesia, si separarono deliberatamente dal popolo del quale avevano, per vincere, mendicato l’appoggio», sicché, «il campo dei vincitori era, nel 1830, il campo della borghesia: perché sperare che i moderati si collocassero in quello del popolo?»[8].

    (...)



    [1] Ivi, pp. 390-391. Le esposizioni di A. LEVI, La filosofia politica di G. Mazzini, n. ed. Napoli, 1967; di G. SALVEMINI, Mazzini, ora nei suoi Scritti sul Risorgimento, a cura di P. PIERI e C. PISCHEDDA (Opere, II, 2), Milano, 1961; di O. VOSSLER, Il pensiero politico di Mazzini, tr. it., Firenze, 1971; G. SANTONASTASO, G. Mazzini, n. ed., Napoli, 1972; di A. OMODEO, Difesa del Risorgimento, Torino, 1951; di L. SALVATORELLI, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino, 1959 [sesta ed.], sono fra le più attente alle implicazioni filosofiche-religiose del pensiero mazziniano e perciò le si ricorda fra i tanti titoli della biografia mazziniana al riguardo. Da notare, comunque, la consapevolezza di Mazzini nel non insistere qui sulla possibile integrale traduzione delle sue idee in termini filosofici.
    [2] Mazzini e i democratici cit., pp. 408-409. Con ciò siamo già oltre, come è ovvio, la fase di vicinanza tra Buonarroti e Mazzini giustamente evidenziata dal Galante Garrone (cfr. sopra la n. 8) e risultante così chiaramente dai suoi giudizi sui moti italiani del 1830-31, «improntato allo stesso spirito classista con cui in Francia la pubblicistica democratica più avanzata giudicava la rivoluzione di Luglio», tanto da non scorgere «neanche le differenze tra la situazione francese e quella italiana» e da applicare «senz’altro a quest’ultima la polemica sociale che cominciava a divampare in Francia» (GALANTE GARRONE, op. cit., p. 341). Quel che sembra, tuttavia, più importante da sottolineare è che le due posizioni si accavallano nel corso del medesimo scritto qui esaminato, confermando – come già si è detto – che il rapporto fra i vari motivi agenti nel pensiero di Mazzini (buonarrotiani, sansimoniani etc.) non è definibile in termini cronologici nettamente distinti fra loro.
    [3] Mazzini e i democratici cit., pp. 402-403. Sull’idea mazziniana di repubblica cfr. E. MORELLI, in Rassegna storica toscana, 17 (1971), pp. 189-199, che sviluppa l’aspetto religioso della concezione di Mazzini sul tema. Si veda quanto le definizioni di questi anni iniziali siano diversamente accentuate rispetto a quelle più tarde, su cui, in specie, si è fermata la Morelli.
    [4] G. MAZZINI, Note autobiografiche cit., pp. 118-119.
    [5] Ivi, p. 156.
    [6] Ivi, pp. 44-45.
    [7] Ivi, pp. 91-92.
    [8] Ivi, pp. 94 e 99.
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    Predefinito Re: Il pensiero sociale di Mazzini

    Il linguaggio del 1861 è alquanto più puntuale – come si vede -, nell’uso dei termini relativi alla lotta politica e alle differenze di classe, di quanto non fosse quello degli anni fra il 1830 e il 1833. La differenza non è casuale e non è dovuta solamente alle differenti circostanze di tempo. Il fatto è che il giovane Mazzini era giunto alle posizioni esposte negli scritti dei primissimi anni della sua attività politica autonoma su una base che era ancora più pregna di passione e di intuizioni politiche che di riflessione sistematica e dottrinaria. Egli stesso ricorda, nel 1861, come credesse, «allora più per istinti che per dottrina, che il problema dell’oggi fosse problema religioso e tutti gli altri fossero secondi», ed è da credere che fosse «più per istinti che per dottrina» che contemporaneamente «la questione della nazionalità (gli) pareva chiamata a dare il suo nome al secolo»[1]. Se si accetta questa prospettiva, allora gli anni della vera e propria formazione, o – per meglio dire – maturazione dottrinaria di Mazzini vanno collocati tra il fallimento della spedizione in Savoia nel 1834 e la cosiddetta «tempesta del dubbio» nel 1837. All’indomani di questa, avrebbe scritto Mazzini nel 1862, «riesaminai pacatamente, poi ch’io lo poteva, me stesso e le cose. Rifeci da capo l’intero edifizio della mia filosofia morale. Una definizione della vita dominava, infatti, tutte le questioni che m’avevano suscitato dentro quell’inganno di dubbi e terrori»[2]. Basta, del resto, confrontare, nella loro forma e nella loro impostazione, gli scritti prima del 1834 con alcuni specialmente di quelli dei tre anni seguenti per avvertire tutta la differenza fra i due periodi. Nei primi il tono pubblicistico-politico balza agli occhi; i loro intenti pratici sono chiari: si tratta, in maniera evidente, di scritti che hanno la funzione precipua di supporti dell’azione agitatoria e organizzativa del giovane rivoluzionario. I supporti teorici, naturalmente, non mancano, ma restano sullo sfondo o sono appena accennati: in primo piano stanno la critica, anch’essa programmatica e operativa, dei moti italiani ed europei fino al 1831 e l’indicazione dei criteri coi quali essi possono essere più felicemente ripresi e sviluppati. Ora, invece, il tono dottrinario prevale apertamente. L’immediatezza del documento politico si sente, ancora, come è ovvio, ed è sempre assai forte, negli scritti programmatici e nelle istruzioni concernenti – ad esempio – la Giovine Europa. Ma per il resto le pagine mazziniane hanno ora un respiro assai più ampio. Fede e avvenire, certamente il maggiore degli scritti di questo periodo, è un vero e proprio trattato, in nuce, di tutta la filosofia politica mazziniana. L’elemento teorico è ormai chiaramente prevalente. Ed è ora che diventa definitivo e sistematico l’incontro col sansimonismo, che materialmente risale, nella misura più cospicua, al biennio 1831-1832; e nello stesso tempo si fa più consapevole e autonoma l’utilizzazione di elementi del sansimonismo da parte di Mazzini e si configura quella che doveva essere, in tutta la sua estensione, l’orma profonda che il sansimonismo avrebbe lasciato nel suo spirito. Mazzini stesso avrebbe ricordato nel 1846, sul People’s Journal che cosa avesse significato per lui il contatto col pensiero del grande ideologo francese e dei suoi discepoli e l’assimilazione che egli ne fece. «L’opera loro – scrisse egli allora – è connessa con la nostra…; essi ancora, con la loro parte migliore, sopravvivono in noi… Il sansimonismo offrì ai nostri occhi uno spettacolo abbastanza raro, e vorrei dire quasi unico, di armonia fra i pensieri e le azioni… Questo fu il segreto della loro forza e dei loro rapidi progressi dal 1830 al 1832: convinzioni e azioni; libri viventi, se l’espressione mi è consentita, e non semplici pensatori»[3]. Nel mettere in rilievo questa dichiarazione mazziniana del 1846, Alessandro Galante Garrone ha anche evidenziato, con felice sintesi, «i motivi sansimoniani che… ebbero una più stimolante influenza» al momento dell’«incontro tra un Mazzini all’inizio della sua azione politica e un sansimonismo all’apogeo della sua trionfale diffusione». E ha ricordato, «prima di tutto, la profonda delusione di molti sansimoniani per l’esito della rivoluzione di luglio: una delusione che, naturalmente, non fu solo dei sansimoniani, ma fu condivisa, con altrettanta o maggiore amarezza, e per ragioni anche diverse, da Buonarroti e dai suoi seguaci, da democratici e repubblicani, da patrioti italiani e polacchi». In secondo luogo, «l’influenza degli attacchi alla borghesia oziosa» insediatasi al potere, dell’aspra denuncia della lotta di classe e dell’egoistica difesa dei privilegi dei ricchi a spese della «classe più numerosa e più povera», attacchi che, per un certo tempo, i sansimoniani condussero con estrema vivacità, prima di arretrare sbigottiti di fronte al «disordine» fomentato dai repubblicani e dagli stessi partigiani sconfitti del movimento, come Laffitte e Odilon-Barrot». Infine, «l’idea di associazione…, il nesso, entusiasticamente sentito, fra il pensiero e l’azione, la svalutazione delle istanze puramente costituzionali, il coronamento necessariamente religioso di ogni rivoluzione politico-sociale che sia veramente tale e non si riduca a sterile sommossa»[4].
    L’assimilazione e lo sviluppo dei motivi sansimoniani su un piano più mediato e riflesso è contemporaneo, peraltro, alla rottura pratica col Buonarroti dopo la spedizione di Savoia. La rottura avvenne, secondo la testimonianza dello stesso Mazzini, non tanto sul fatto che quest’ultimo accettava e promoveva l’appoggio di «patrizi o ricchi lombardi» alla sua causa (il che sembrava al Buonarroti «una deviazione dai princìpi della pura democrazia»), quanto sul fatto che per il Buonarroti il centro di ogni iniziativa rivoluzionaria doveva continuare ad essere la Francia, e, anzi, nella Francia stessa, Parigi[5].

    (...)


    [1] Ivi, pp. 43 e 68.

    [2] Ivi, p. 224. Si va con ciò contro la opinione più diffusa e consolidata, secondo la quale col 1834 la formazione, in senso stretto, del pensiero mazziniano è ormai già avvenuta. Ma la storicizzazione piena di tutto il corso di questo pensiero esige la rottura di schemi troppo rigidi. Per quanta stabilità e organicità, semplicità e unitarietà si voglia dare alle manifestazioni anche dottrinarie della personalità di Mazzini, resta il fatto che il suo va trattato essenzialmente come un pensiero politico, con tutte le annesse esigenze di duttilità e di concretezza di un pensiero politico. Lo stesso periodo di maturazione qui fissato al 1834-37 va inteso come un periodo che funge da punto centrale di riferimento, non già come una fase totalmente conclusa in sé. Si capisce meglio, così, anche il permanere di Mazzini, di ispirazioni, ad es., come quelle radical-democratiche o babuviste oltre il termine tradizionalmente assegnato ad esse, secondo quanto si è già osservato alla n. 18.
    [3] Cfr. A. GALANTE GARRONE, Mazzini vivo, Bari-Santo Spirito, 1973, p. 32.
    [4] Ivi, p. 30 sgg. Per il sansimonismo in genere cfr., oltre lo stesso A. GALANTE GARRONE, Filippo Buonarroti cit., soprattutto le opere già citate di S. MASTELLONE e G. SANTONASTASO.
    [5] Note autobiografiche cit., p. 156.
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    Predefinito Re: Il pensiero sociale di Mazzini

    Ora Mazzini già di per sé, ma spinto anche qui da influenze sansimoniane, aveva sempre di più dinanzi alla mente – come è, del resto, ben noto – che la questione della nazionalità era la questione del secolo[1] e che il senso del moto nazionale in Italia era tutto nella possibilità che l’Italia assumesse una sua iniziativa che ne facesse la guida morale del secolo e delle nazioni oppresse. E a questo motivo già sufficiente di rottura col Buonarroti, se ne aggiungeva un altro per il fatto che non meno deciso era in lui il rifiuto di ogni atteggiamento puramente classista. «Se convertite una rivoluzione in guerra di classi, rovinerete o non durerete senza violenze inaudite, senza fama di usurpatori, senza accuse di novella tirannide»[2], scriveva nel 1832, rivolgendosi ai dirigenti dei moti costituzionali che non avevano fatto appello al popolo; ma è chiaro che la differenza per i motivi puramente classisti non sarebbe stata in alcun caso minore nei confronti di rivendicazioni che fossero venute dal lato opposto della scala sociale.
    Ciò che più mette conto, a questo punto, di sottolineare è che il pensiero mazziniano, proprio mentre più organica, consapevole e riflessa diventa l’assimilazione dei motivi sansimoniani, non scende a determinazioni pratiche e concrete circa le istituzioni e le forme che potrebbero o dovrebbero assicurare il superamento delle condizioni di miseria, di sfruttamento e di materiale arretratezza la cui denuncia era stata così vivace negli scritti del periodo precedente e aveva portato a vedere, per ciò stesso, nel popolo oppresso un protagonista specifico dei rivolgimenti auspicati. Dobbiamo, anzi, dire che anche la denuncia e la descrizione o gli accenni di descrizione di quelle condizioni si attenuano ora di molto e finiscono con lo stemperarsi quasi del tutto nell’impostazione etico-religiosa del discorso politico. «La nostra», scrive lo stesso Mazzini in una delle note più illuminanti di Fede e avvenire, «non è un’esposizione di dottrina, ma una serie di basi di credenza, disgiunte e puramente affermate, contenenti nondimeno quanto basta ad accennare qual sia il nostro concetto filosofico e religioso. Le nostre credenze politiche non sono che conseguenze più o meno evidenti»[3]. E, infatti, il suffragio universale, «la libertà illimitata per tutte le associazioni secondarie e speciali formate a un intento che non contraddica alla legge morale», il principio dell’istruzione elementare generale, «la libertà illimitata della stampa, l’abolizione della pena di morte, l’abolizione d’ogni altra pena che invece di sviluppare, migliorare e perfezionare l’individuo tende a sopprimerlo o limitarlo» e la «teoria del lavoro considerato come manifestazione dell’individuo e rappresentazione del suo valore» sono per Mazzini altrettante derivazioni o applicazioni immediate dei princìpi che per lui costituiscono le chiavi essenziali del suo pensiero: ossia, il «concetto dell’umanità come solo interprete della legge di Dio», il principio del popolo come «applicazione del dogma dell’umanità a ogni nazione», il principio dell’associazione «considerata come un unico metodo del progresso», ma impossibile qualora si prescinda dal «principio d’unità morale» del popolo, il «principio che dichiara sacro e inviolabile l’individuo». È in base a questi princìpi che Mazzini respinge allo stesso modo tanto le dottrine politiche che mirano solo «a sostituire una classe a un’altra, un elemento sociale a un altro», quanto quelle che privilegiano l’eguaglianza a scapito della libertà o la libertà a scapito della socialità, come il «sistema esclusivo» di Babeuf, che afferma appunto «una chimerica menzognera eguaglianza», o come il liberalismo di tipo americano, che esalta l’iniziativa e il diritto del singolo individuo considerato come centro autonomo di iniziativa e di potere e con ciò condanna «il progresso alle irregolarità d’un moto a balzi e ribelle ad ogni calcolo» e impianta «la diffidenza nell’ordinamento civile»[4]. La società che Mazzini ha in mente è, dunque, chiaramente una società ad ordinamento politico democratico-rappresentativo, in cui lo Stato non tanto garantisca, quanto promuova attivamente e programmaticamente la libertà, l’educazione, l’associazione, in altre parole il progresso morale e materiale del popolo, concepito non come unità indifferenziata di eguali, e meno che mai come somma o aggregato di classi diverse di favoriti o sfavoriti dalla sorte, ma come unità organica di individui che estrinsecano nel lavoro il loro valore e trovano in «associazioni secondarie e speciali»[5] rispetto allo Stato il mezzo per una partecipazione creativa, armoniosa e non egoistica o corporativa, alla vita civile. Per questo tipo di società Mazzini trova inadatta anche la definizione di democrazia che – egli dice -, «benché, dotata di precisione storica, esprima energicamente il segreto della vita di un mondo, del mondo antico, è, come tutte le locuzioni politiche dell’antichità, inferiore all’intelletto dell’epoca futura, che [i] repubblicani [devono] iniziare». Mazzini preferisce, perciò, l’«espressione governo sociale…, come indicatrice del pensiero d’associazione che è la vita dell’epoca». Egli vede la differenza soprattutto nel fatto che «democrazia suona lotta, è il grido di Spartaco, l’espressione d’un popolo sul primo levarsi». Invece, «governo, istituzione sociale rappresenta un popolo che si costituisce e trionfa»[6]. Naturalmente, la cura con cui è evitato il termine socialismo, pur nell’esaltazione della socialità come carattere distintivo dell’epoca nuova, non è casuale. Il materialismo è ormai, come il classismo, un principio contro il quale Mazzini resterà fermissimo, sia che esso gli appaia derivare dall’esaltazione degli interessi dell’individuo contro o al di sopra di quelli della collettività, sia che esso gli appaia derivare dalla riduzione del progresso sociale ad una delle condizioni economiche di questa o quella classe. In ultima istanza, quindi, nel toccarsi degli opposti, le ragioni per cui Mazzini respinge il socialismo sono le stesse per cui egli respinge, se lo si può definire così, il liberalismo liberista. Le due dottrine gli appaiono strettamente apparentate dal fatto di essere entrambe basate su un privilegiamento degli interessi rispetto ai princìpi. Nello scritto intitolato appunto Interessi e princìpi, che è posteriore di un anno a Fede e avvenire e ne costituisce la logica e stretta integrazione, Mazzini svolge a fondo queste implicazioni, del resto evidenti, della posizione da lui assunta.
    «Noi siamo», egli afferma, «trascinati forzatamente sul terreno dei princìpi. Dobbiamo ravvivare la credenza in essi: compire un’opera di credenza, di fede. Lo esige la logica delle cose. I princìpi soli fondano. Le idee non si traducono in fatti senza forti credenze universalmente riconosciute»[7]. Le alternative sono per Mazzini, a questo riguardo, estremamente chiare. «È indispensabile», egli scrive ancora, «un centro alla sfera sociale, un centro a tutte le individualità che s’agitano in essa… Or la teoria, che colloca l’edifizio sociale sulla base degli interessi individuali, non può darlo. Assenza di centro o scelta, fra i diversi interessi, di quello che vive di vita più vigorosa, anarchia o privilegio, lotta senza risultati o germe d’aristocrazia di qualunque nome s’ammanti: è questo un bivio dal quale non s’esce»[8]. Il liberalismo appare perciò a Mazzini incapace di risolvere in un ordine soddisfacente il «vortice che – egli nota – aggira da mezzo secolo la Francia e l’Europa»[9]. Ma, quel che è peggio, l’integralismo liberista comporta che «la conoscenza del diritto individuale può generare alla volta sua, quando quel diritto è negato, disagio, opposizione, lotta, insurrezione talora, ma insurrezione che, come quella di Lione, non frutta se non rinacerbimento d’ostilità tra le classi che compongono la società»[10]. È il liberalismo, dunque, a generare, in un parto dialettico inevitabile, la lotta di classe, a dare una consistenza psicologica e morale, prima ancora che dottrinaria, al socialismo suo antagonista. Né Mazzini può accettare, sulla base dei suoi presupposti, la validità della risposta socialista alle insufficienze del liberalismo. La risposta non si può dare, per lui, se non opponendo alla considerazione dei meri interessi, siano essi di singoli individui o di classi, la considerazione di principii che spostino il centro stesso della discussione. Ove ciò non accadesse, non si potrebbe operare neppure una vera e propria rivoluzione, perché «è necessario… tornare pur sempre, quando si vuol compire un di quei grandi fatti che si chiamano rivoluzioni, alla conoscenza, alla predicazione dei principii»[11]. Il significato della contrapposizione fra dottrina dei doveri e dottrina dei diritti culmina perciò, sul piano del pensiero sociale, nell’affermazione che «il vero stromento del progresso dei popoli sta nel fatto morale». Ed è proprio a questo punto che Mazzini scrive una delle sue pagine più importanti, una pagina centrale – direi – per intendere, nello spirito e nella lettera, l’orientamento del suo pensiero sulla questione sociale, e destinata a rimanere tale anche quando quest’orientamento verrà in qualche modo a modificarsi o ad articolarsi. Se vediamo nell’avanzamento morale il vero strumento del progresso dei popoli, egli si chiede, «trascuriamo noi, perché diciamo queste cose, il fatto economico, gli interessi materiali, l’importanza delle conquiste operate nella sfera industriale e dei lavori che la operarono? predichiamo i principii, la fede per la fede?». La risposta è netta: «non trascuriamo gli interessi materiali: respingiamo al contrario come imperfetta e inconciliabile coi bisogni dell’epoca ogni dottrina che non li comprendesse in sé o li riguardasse come meno importanti di quello che veramente sono… Ma non ammettiamo che gli interessi materiali possano svilupparsi soli e indipendenti, quasi fine della società»[12].

    (...)



    [1] A. GALANTE GARRONE, Mazzini vivo cit., p. 31, per le influenze sansimoniane; sulla questione nazionale cfr. Note autobiografiche cit., p. 68.
    [2] Mazzini e i democratici cit., p. 396. Ciò pone anche il problema del rapporto fra Mazzini e i teorici del juste milieu, per cui cfr. S. MASTELLONE, op. cit., vol. I, p. 133 sgg.; e A. COMBA, in G. MAZZINI, Scritti politici, a cura di T. GRANDI e A. COMBA, Torino, 1972, p. 21 sgg. (d’ora in poi G. MAZZINI, Scritti politici).
    [3] G. MAZZINI, Scritti politici cit., p. 462.
    [4] Sono tutte citazioni da Fede e avvenire, per cui cfr. ivi, p. 461 sgg. È notevole che proprio in questo momento di accentuazione, se non di svolta etico-religiosa escano dalla penna di Mazzini affermazioni singolarmente energiche sul significato del lavoro come fatto individuale e sociale. «Dal principio che dichiara sacro e inviolabile l’individuo», egli scrive, scende fra l’altro «tutta una teorica del lavoro considerata come manifestazione dell’individuo e rappresentazione del suo valore» (p. 463): con un ulteriore esempio di quell’intreccio e sopravvivenza di motivi che abbiamo già affermato caratterizzare il pensiero mazziniano.
    [5] Ivi, p. 462.

    [6] Ivi, p. 454.

    [7] Ivi, p. 487.

    [8] Ivi, pp. 486-487.

    [9] Ivi, p. 487. La frase rivela in maniera chiarissima l’esigenza di ordine dell’Europa post-napoleonica e post-rivoluzionaria, di cui Mazzini partecipò appieno. Si vedano al riguardo le osservazioni di A. OMODEO, Difesa del Risorgimento cit., p. 74 sgg.
    [10] G. MAZZINI, Scritti politici cit., p. 488. Da passi come questi, frequentissimi e sempre univoci negli scritti mazziniani, dovrebbe riuscire, comunque, esclusa ogni possibilità di interpretazione neo-liberale del pensiero di Mazzini.
    [11] Ibidem.

    [12] Ivi, pp. 488-489.
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    Predefinito Re: Il pensiero sociale di Mazzini

    A metà degli anni ’30 il pensiero di Mazzini sulla questione sociale si presenta così in una formulazione ormai compiuta. I problemi di interpretazione e di collocazione storica che si pongono al riguardo non sono pochi. È da credere, comunque, che non si possa, né si debba più mettere in dubbio il criterio di studio enunciato dal Mastellone nella prefazione al suo Mazzini e la «Giovine Italia», per cui la formazione di Mazzini agli inizi del suo esilio in Francia va considerata ancora in corso; va ridotto, in proporzione, il peso tradizionalmente attribuito alle influenze familiari, alla preparazione culturale giovanile e alle prime impressioni ed esperienze politiche; e va, invece, accentuata, fino a considerarla determinante, l’influenza del contatto con l’ambiente francese degli anni fra il 1831 e il 1834 e, più in particolare, con lo «spirito dell’opposizione durante i primi anni del regno di Luigi Filippo»[1]. Questo inserimento di Mazzini in un ambito più europeo non significa, d’altronde, e lo vedremo, tagliare i fili che legano Mazzini al suo ambiente di origine e alle condizioni peculiari dell’Italia, o – meglio – di quella parte dell’Italia, dalla quale egli proveniva e che più conosceva. Ma non significa nemmeno riferirsi, per quanto riguarda il mondo francese con cui egli venne in contatto, ad un quadro indifferenziato. Anche qui è da ritenere valida la conclusione delle ricerche del Mastellone, secondo cui «il contenuto ideologico del programma della Giovine Italia non è in contrasto con idee espresse da altri esuli italiani, e concorda su molti punti con le affermazioni dei sansimoniani»; ma «Mazzini accettò il sansimonismo, più che direttamente dagli scritti di Saint-Simon, Bazard e Enfantin, attraverso l’interpretazione democratica dei collaboratori della Revue encyclopédique, i quali facevano del popolo l’elemento fondamentale della vita politica», mentre, «d’altro canto, egli è molto vicino a quei repubblicani a tendenza moderata, i quali avevano adattato alle esigenze politiche del suffragio universale le premesse umanitarie dei sansimoniani»[2]. In tal modo, Mazzini, assai vicino al repubblicanesimo francese e fortemente influenzato da esso, veniva, tuttavia, a distinguersi da quella corrente repubblicana «che – ricorda ancora il Mastellone – si ricollegava a tutta la tradizione giacobina e credeva nella continuazione storica, in senso sociale, della rivoluzione francese»[3]; e si collocava, nel quadro dello schieramento repubblicano francese, in una posizione che Galante Garrone ha definito di centro-destra, ma che, comunque, evidenziava anche in termini dottrinari la sua progressiva rottura col Buonarroti e il superstite giacobinismo di vecchio stampo[4].
    Qui sono, però, da fare alcune precisazioni. E, innanzitutto, per quanto riguarda la ricerca delle fonti del pensiero mazziniano, bisogna sottolineare che essa è di importanza fondamentale per intendere la genesi del mazzinianesimo, ma non può in generale, e non deve nella fattispecie rappresentata dal Mazzini, portare ad una risoluzione totale e globale delle vedute di quest’ultimo negli elementi costitutivi o ispiratori che se ne riesce a ravvisare, sicché poi si è costretti a domandarsi in che cosa consista l’originalità di Mazzini e magari a rispondere negativamente ad una tale domanda. Deve, invece, essere tenuto per fermo che Mazzini è stato Mazzini in quanto ha elaborato una sua intuizione della vita morale e sociale. Il fatto che la qualità teoretica di questa intuizione possa apparire discutibile non ha rilievo dinanzi al fatto che, proprio grazie ad essa, egli poté essere uno dei leaders riconosciuti della sinistra europea nel periodo romantico e il capo di gran lunga più influente e seguito della sinistra italiana nello stesso periodo. E, del resto, solo se si approfondiscono l’essenza e la consistenza dell’intuizione mazziniana è possibile capire meglio anche la genesi del pensiero mazziniano e dare alla ricerca delle fonti di esso il giusto significato di un problema di collocazione storica e non già quella di una analisi chimica dissolutrice[5].
    Ora l’intuizione mazziniana sta soprattutto nella percezione che, nell’Europa e nell’Italia del suo tempo, nel mondo politico, sociale, intellettuale in cui egli si trovava ad agire, i problemi politici, sociali, intellettuali non si potevano affrontare che su una base dottrinaria fortemente unitaria. Un’unica tendenza, un’unica idea, un unico sentimento dovevano animare il moto degli spiriti e della storia. Questa sete intima di unità, quest’aspirazione incoercibile ad attingere una radice primaria di ogni manifestazione del proprio essere e della vita del mondo era – è appena il caso di notarlo – una nota profondamente romantica, apparteneva allo spirito dell’epoca. Mazzini l’aveva derivata dall’appassionato interesse portato nella prima giovinezza alle cose della letteratura e dell’arte, per cui avrebbe scritto più di trent’anni dopo, nel 1861, che «s’affaccendavano in quel tempo nella [sua] mente visioni di drammi e romanzi storici senza fine e fantasie d’arte che [gli] sorridevano come immagini di fanciulle carezzevoli a chi vive solo», e avrebbe concluso, con una nota fin troppo scoperta di malinconia e di rimpianto, che «la tendenza della [sua] vita era tutt’altra che non quella alla quale [lo] costrinsero i tempi e la vergogna della nostra abbiezione». Le idee sull’arte esposte in gioventù, e poi sempre conservate, sono lo specchio fedele di quest’anelito unitario, e i ricordi di Mazzini sul perché del suo passaggio dalla naturale propensione artistica a «tentare direttamente la questione politica»[6] hanno perciò un valore di testimonianza irrefutabile. Il Mazzini carbonaro, il Mazzini che espatria nel 1831 e delle cui idee sociali fra il 1831 e il 1834 abbiamo già riassunto lo sviluppo è, dunque, un Mazzini che porta già con sé e in sé un’intuizione ferma di ciò che siano, e – soprattutto – debbano essere, il mondo e la vita. È in questa scaturigine romantica che bisogna cercare la ragione per cui Mazzini si atteggia nella sua particolare maniera di fronte al più vasto orizzonte di pensiero politico e sociale con cui viene a contratto nella Francia dei primi anni della monarchia orleanistica; ed è in essa che va pure ricercata la ragione per cui, dopo la delusione savoiarda del 1834, il suo pensiero prende quell’accentuazione dottrinaria che abbiamo visto. Nel 1861 Mazzini avrebbe riassunto con grande felicità il complesso delle sue idee giovanili, secondo cui «il vero è uno e domina tutte quante le manifestazioni della vita. Ad ogni stadio dell’educazione dell’umanità e d’una sola nazione presiede un pensiero sociale che rappresenta il grado di progresso sociale da compirsi. Religione, arte, politica, industria esprimono e promuovono in modi diversi, a seconda della loro missione speciale e degli elementi nei quali versano, quel pensiero». Perciò era stato anche possibile che il romanticismo apparisse come «la battaglia della libertà contro l’oppressione, la battaglia dell’indipendenza contro ogni forma o norma non scelta da noi in virtù della nostra ispirazione individuale e del pensiero collettivo che fremeva nelle viscere del paese»[7]. Così, il romanticismo da intuizione e sensibilità passava a stadio riflesso di un atteggiamento più immediato, e in questo senso è giusto «dire che l’esperienza sociale e politica francese trovò un limite nella cultura che Mazzini aveva portato con sé dall’Italia»[8]. Ma qualificare poi come moderata questa cultura non ha molto senso e lascia sfuggire il significato del limite così individuato, materializzandone la portata in determinate condizioni dell’esperienza giovanile di Mazzini[9]. La moderazione – se così si deve chiamare la mancata adesione ad impostazioni classiste o estremiste della questione sociale – è, semmai, un punto di arrivo, non un punto di partenza; ed esso deriva precisamente dal tipo di esigenze che erano maturate nel giovane Mazzini tanto nel contatto con la realtà sociale e civile che lo circondava quanto nel contatto con la problematica culturale e morale del suo tempo vissuta sub specie della polemica fra classicismo e romanticismo. In questa problematica il popolo, la nazione etc. assumevano i lineamenti di realtà rese mitiche dalla loro assai scarsa consistenza storica e politica, e si prestavano quindi senza difficoltà ad essere oggetto di una idealizzazione romanticamente tesa a nuovi moduli di vita morale, in cui fosse superata la scissione tra l’individualità e la collettività, la vita del singolo e quella dell’organismo sociale di cui essa era parte, che era un altro tema squisitamente romantico nella sensibilità che lo avvertiva e nella teorizzazione che se ne faceva. Quelle stesse realtà di popolo, nazione etc. si prestavano, invece, assai meno ad essere oggetto di un’analisi concreta di tipo economico e sociologico, volta ad individuare in essi dei protagonisti autosufficienti della prospettiva storica che appariva aperta in quella fase della storia italiana ed europea. Non erano il popolo o la nazione, che avevano assunto una tanto corposa realtà nella grande stagione rivoluzionaria in Francia o nello spettacoloso processo dell’industrializzazione in Inghilterra. Pensarli come soggetti politici e storici autonomi era non solo difficile, ma anche astratto; avrebbe significato allontanarsi dalla possibilità di propugnare coi fatti una reale promozione. Prescindere, senza ignorarne la possibilità, da un canone di impostazione classista della lotta politica e sociale significava dare alla causa democratica e nazionale un’attualità che altrimenti sarebbe dovuta apparire estremamente problematica. Ma la connotazione pragmatica di questo atteggiarsi del pensiero politico-sociale veniva riscattata non solo dalla consapevolezza rivoluzionaria a cui metteva capo, bensì anche, e forse più, dallo sforzo di costruzione di tutta una nuova etica sociale in cui veniva, per altro verso, a risolversi. E a questo livello le imputazioni vecchie e nuove che si fanno al mazzinianesimo – di avere confuso elementi politici ed elementi religiosi debilitando così la forza espansiva ed esplosiva del movimento rivoluzionario, o di avere strumentalizzato l’agitazione del problema sociale in funzione di quello politico-nazionale e di avere impedito la tempestiva formazione in Italia di un adeguato patrimonio di idee che fossero in grado di sorreggere l’inevitabile passaggio ad una fase più consapevole e matura di lotta sociale, o di avere posto le premesse di ogni possibile trasformazione del moto nazionale in acceso nazionalismo o addirittura imperialismo[10] -; queste ed altre simili imputazioni perdono di rilievo di fronte alla urgenza del compito rivoluzionario al quale Mazzini intese assolvere, e che di fatto assolse, e di fronte alla portata del problema di etica sociale che egli pure si pose e che fu il piano sul quale egli contribuì, per quanto poté, alla elaborazione di una coscienza sociale più moderna e più completa. In altri termini, da un lato, i limiti tradizionalmente imputati al pensiero sociale di Mazzini sono i limiti della situazione storica concreta (l’Italia della Restaurazione) sulla quale egli volle agire; dall’altro lato, i problemi affrontati da Mazzini possono apparire meno immediati di quelli affrontati da altri indirizzi del pensiero sociale del suo tempo, ma non sono meno essenziali per l’intelligenza e per lo sviluppo di dimensioni costitutive e primarie della realtà sociale nel mondo contemporaneo[11].

    (...)


    [1] S. MASTELLONE, op. cit., vol. I, p. 9. L’insistenza su tale affermazione apparirà più giustificata alla luce di quanto si è detto nelle note precedenti.
    [2] Ivi, p. 171.
    [3] Ibidem.

    [4] Cfr. A. GALANTE GARRONE, Filippo Buonarroti cit., p. 382.
    [5] Forse i maggiori lavori mazziniani di G. Salvemini e di A. Levi (vedi per il primo A. GALANTE GARRONE, Mazzini vivo cit., p. 81 sgg.; per il secondo S. MASTELLONE, prefazione alla nuova edizione cit., del libro di Levi) presentano un po’ di questo periodo di frammentazione, derivante dall’analisi di singole proposizioni piuttosto che di scritti o gruppi di scritti cronologicamente collocati. Né vi sfugge sempre la stessa letteratura più recente che, però – preannunciata già nella posizione di N. Rosselli – è volta appunto (da Mastellone a Galante Garrone, da Della Peruta a Berti e così via) a puntualizzare posizioni, sfumature e articolazioni del pensiero politico (e cioè, in realtà, della politica) di Mazzini.
    [6] Note autobiografiche cit., pp. 8-9.

    [7] Ivi, p. 80.
    [8] S. MASTELLONE, op. cit., vol. I, p. 330.
    [9] Il moderatismo va, infatti, inteso correttamente come una posizione del mondo conservatore, a cui certo non si può aggregare Mazzini. Ma non è solo una questione di parole, tanto più che sul carattere moderato (o provinciale) della cultura italiana che Mazzini portava con sé si può anche convenire. È questione, invece, come si dice appresso nel testo di individuare le scaturigini delle ragioni pratiche e morali che tengono Mazzini al di qua di posizioni estremiste. Il carattere progressista sia del suo pensiero che della sua azione difficilmente può essere revocato in dubbio. Significativi, in questo senso, il giudizio e l’inquadramento che ne dà N. BADALONI, in Storia d’Italia cit. Ed è, semmai, questo aspetto progressista che va accentrato non solo per intendere, ma anche per collocare storicamente in maniera adeguata la vicenda di Mazzini e del mazzinianesimo.
    [10] Non si dispone di un esame critico della bibliografia mazziniana degli ultimi venti anni, che sono stati segnati da molte novità di interpretazione. Sempre utile rimane E. MORELLI, Mazzini nella recente storiografia, nel volume della stessa A., G. Mazzini. Saggi e ricerche, Roma, 1950. Per il periodo posteriore gli scritti ben noti di G. Berti, F. Della Peruta, S. Mastellone, A. Galante Garrone, L. Valiani, E. Passerin d’Entrèves etc., già citati o che saranno citati in seguito, forniscono i punti essenziali di riferimento.
    [11] Queste affermazioni risulteranno più evidenti, se ci si riferirà alle vicende della «fortuna» di Mazzini. Cfr., ad es., T. GRANDI, Appunti di bibliografia mazziniana. La fortuna dei «Doveri» e Mazzini fuori d’Italia, Milano-Torino-Genova, 1961.
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    Predefinito Re: Il pensiero sociale di Mazzini

    Queste osservazioni possono assumere una maggiore pregnanza, se, come si è detto all’inizio, le espressioni del pensiero sociale di Mazzini non sono interpretate in uno schema sistematico totale e unitario, ma vengono riferite nella loro puntuale specificità ai singoli momenti dell’azione mazziniana. Naturalmente, l’ispirazione e l’orientamento generali sono sempre gli stessi, ma nella linea generale segnata dalla costanza di alcune idee-madri, nella stessa immediatezza perfino acritica – come rilevava Alessandro Levi[1] - di alcune di esse (immediatezza che forse alla luce delle considerazioni precedenti può assumere un nuovo significato) sono anche evidenti articolazioni e sviluppi, senza seguire i quali sfugge precisamente la storicità dell’esperienza, oltre che del pensiero, mazziniano.
    E, intanto, per tornare ancora su un punto già accennato, bisogna pur considerare non casuale l’affermazione e la ben superiore vitalità del mazzinianesimo rispetto a movimenti come il giacobinismo di tipo buonarrotiano negli anni ’30 del secolo o il radicalismo che alla fine degli anni ’40 e per buona parte degli anni ’50 portò uomini come Ferrari, o come Pisacane alle note posizioni di socialismo risorgimentale[2]. Se si attribuiscono questa affermazione e questa superiore vitalità all’accentuazione mazziniana del primato dell’elemento nazionale, si è certamente nel giusto. Ma ciò non basta, se non si completa l’osservazione ricordando che i tratti coi quali il movimento nazionale veniva presentato dal mazzinianesimo fornivano la piattaforma insieme più avanzata e più ampia che potesse essere dettata dalla volontà politica di un’azione con obiettivi a breve scadenza in quelle circostanze storiche. Una piattaforma che possa essere oggi considerata più avanzata avrebbe drasticamente ridotto l’ampiezza del movimento e avrebbe incontrato limiti internazionali pressoché invalicabili. L’esperienza non italiana soltanto, ma europea del 1848 avrebbe clamorosamente dimostrato che il quadro internazionale era ancora aperto a rivoluzioni nazionali e borghesi, e neppure ad ogni rivoluzione di questo tipo, ma non certo a rivoluzioni di altro tipo[3]. E perciò si può anche dire che «Mazzini s’inserisce in quel movimento di pensiero politico che dopo il 1830 tende a moderare il significato della repubblica», per cui «la repubblica non è necessariamente giacobina e non porta come conseguenza il terrore»[4]. Ma il senso di una tale osservazione non deve comportare un giudizio limitativo, perché – se mi è lecito dire così – non è tanto da guardare, nel caso di Mazzini, al restringimento dell’apertura rivoluzionaria che si vuole da lui operato verso il basso quanto piuttosto all’allargamento operato verso l’alto[5]. Il restringimento era così poco rilevante che – con tutte le varianti necessarie – si può ripetere, credo, per la sconfitta subìta dal mazzinianesimo in Italia negli anni decisivi tra il 1859 e il 1861, qualcosa di simile al giudizio dato da Albert Mathiez sulla morte di Robespierre, che aveva a suo parere allontanato di un secolo l’avvento della repubblica democratica in Francia[6]. L’allargamento dell’attrazione rivoluzionaria operata da Mazzini non solo consentì, invece, di dare al movimento nazionale unitario una forza morale e politica che – come è universalmente riconosciuto – fu il presupposto del suo successo, ma consentì pure di mobilitare le classi medie e gli intellettuali in misura tale da fornire quasi per intero la serie di quadri che formarono la prima intelaiatura della sinistra democratica e socialista in Italia dopo l’unità[7]. E nello stesso tempo, né l’allargamento né il restringimento procedevano da un mero calcolo di opportunità politica. Il problema di etica sociale che egli intese risolvere sulla base dei suoi concetti di popolo e di dovere non era una evasione misticheggiante, né un escamotage per contrabbandare le sue petizioni interclassiste. Quel problema si è riaffacciato puntualmente in tutti i grandi momenti e in tutti i maggiori episodi della storia contemporanea. Le tinte vagamente religiose e moraleggianti che esso assume in Mazzini ne rappresentano la parte caduca[8]. Ma, al di là di questa, ne emerge egualmente il contrappunto costante delle convinzioni mazziniane. Il problema della libertà – è questo, in fondo, tutto il senso del discorso di Mazzini quale si viene progressivamente sviluppando nel tempo – è destinato ad emergere imperiosamente come problema centrale di ogni società moderna. È necessario garantire alla libertà alcune condizioni istituzionali ed economiche, affinché essa si possa esplicare. Ma né gli ordinamenti repubblicani e democratici, né il conseguimento del massimo di benessere o di eguaglianza materiale per tutti valgono di per se stessi ad assicurare la realizzazione di una umanità migliore e più alta. Questa si consegue soltanto se la vita istituzionale e materiale della società è sorretta ed è mossa da una idea che sia diventata sostanza del vivere e dell’agire quotidiano dei singoli e delle collettività. La vera rivoluzione suppone che si riesca, come Mazzini scrive in Interessi e principii, a «modificare, riformare, trasformare l’uomo tutto quant’è nell’unità della vita»; e perciò la pedagogia rivoluzionaria non può che essere «desunta da una fede»[9]. Altrimenti, risolti i problemi di liberazione delle nazionalità oppresse, contestato e superato l’ordinamento oppressivo e iniquo della società fondata sul privilegio e sull’esaltazione dell’individuo e dei diritti della proprietà, potremmo trovarci di fronte a forme nuove, e non meno deprecabili, di compressione e di distorsione della vita morale e materiale dei popoli o ad una parodia di regime di libertà. E non si può dire che il corso della storia contemporanea da un secolo a questa parte abbia dimostrato che questa preoccupazione centrale e fondamentale nel pensiero sociale di Mazzini fosse vana e mal fondata.

    (...)



    [1] Cfr. A. LEVI, op. cit., pp. 26-27 e 42-45.
    [2] L’espressione «socialismo risorgimentale» rappresenta – come è noto – il clou di gran parte del dibattito sul movimento democratico italiano pre-unitario. Per un punto di vista recente cfr. la «premessa» all’antologia Mazzini e i democratici cit., di F. Della Peruta, che riprende le posizioni della tradizione gramsciana. Una più articolata visione in R. HOSTETTER, Le origini del socialismo italiano, tr. it., Milano, 1966, e A. Romano, Storia del movimento socialista in Italia, Roma, 1953-55. Sono, inoltre, da ricordare, L. BULFERETTI, Socialismo risorgimentale, Torino, 1949, e Introduzione alla storiografia socialistica in Italia, Firenze, 1949; e C. FRANCOVICH, Albori socialisti nel Risorgimento, Firenze, 1962.
    [3] Per questa valutazione del ’48 cfr., fra gli altri, L. B. NAMIER, La rivoluzione degli intellettuali, tr. it., Torino, 1957; nonché G. D. H. COLE, Storia del pensiero socialista, tr. it., vol. I, Bari, 1967, pp. 319-323.
    [4] Cfr. S. MASTELLONE, op. cit., vol. I, p. 323.
    [5] In questo senso, e solo in questo senso, credo si possa parlare di una funzione del mazzinianesimo analoga, sul versante di sinistra, a quella svolta, sul versante di destra, dal moderatismo nell’avvicinare con maggior calore al moto nazionale ceti e gruppi che avrebbero altrimenti potuto restarne lontani. Che è cosa ben diversa dalla teorizzazione gramsciana circa la funzione del mazzinianesimo (e, per esso, del partito d’azione) rispetto alla dirigenza moderata del Risorgimento, per cui cfr. A. GRAMSCI, Il Risorgimento, Torino, 1949, p. 69 sgg.
    [6] Cfr. A. MATHIEZ, La rivoluzione francese, tr. it., Torino, 1950, vol. III, pp. 334-335.
    [7] Cfr. le opere già citate d A. ROMANO e R. HOSTETTER nonché il classico N. ROSSELLI, Mazzini e Bakunin, n. ed. a cura di L. VALIANI, Torino, 1967; e A. ROMANO, L’unità italiana e la prima Internazionale. 1861-71, Bari, 1966.
    [8] Cfr., da ultimo, le giuste osservazioni di A. COMBA, in G. MAZZINI, Scritti politici cit., p. 52 sgg.
    [9] Ivi, pp. 492-493.
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    Predefinito Re: Il pensiero sociale di Mazzini

    Si trattava, del resto, di una preoccupazione che nel Mazzini stesso sarebbe emersa più forte con l’andare del tempo. Certo, essa può ancora apparire più sullo sfondo che sul proscenio del suo pensiero nel periodo fino al 1837 al quale ci siamo finora particolarmente riferiti. Gli anni fra il 1837 e il 1840 sono anni di raccoglimento, una volta superata la famosa «tempesta del dubbio»: anni di raccoglimento intorno alle idee che Mazzini aveva fino ad allora elaborato. Poi alla vigilia della fondazione della seconda Giovine Italia emerge, fra il 1838 e il 1839, un atteggiamento che si riflette negli scritti degli anni dopo il 1840 e che segna nel pensiero sociale mazziniano certamente non un nuovo corso, ma altrettanto indubbiamente l’accentuazione e la specificazione di quei motivi che, già così vivaci fra il 1831 e il 1834, abbiamo visto poi più rigidamente comporsi nell’atteggiamento degli anni successivi.
    Tradottosi sul terreno pratico nella costruzione dell’Unione degli Operai italiani come organizzazione autonoma degli operai nel seno della Giovine Italia, questo atteggiamento, propugnato attraverso l’Apostolato popolare sul piano pubblicistico[1], porta alle prime prese di posizione di Mazzini sul rapporto fra capitale e lavoro come punto centrale del problema sociale. Mazzini stesso ricordava nel 1863 che erano «le conseguenze logiche» del suo stesso pensiero a portarlo «a lavorare non solamente pel popolo, ma col popolo» e che, però, «le opportunità per addentrar(si) nello studio di quel prezioso elemento gli erano finora mancate» e che fu Londra ad offrirgli tale opportunità con lo spettacolo di una misera emigrazione italiana abbandonata a se stessa e vittima di una disumana speculazione[2]. Ma è da credere che il paese che egli dichiarava essergli stato «quasi seconda patria»[3] sollecitasse le sue riflessioni non solo per questa via, bensì anche, e forse più, con tutto il complesso impressionante della sua dinamica trasformazione economica e sociale che lo metteva di gran lunga all’avanguardia del processo di industrializzazione nel mondo contemporaneo. Si trattò, per Mazzini, di una esperienza che valeva, per profondità di stimoli e di sollecitazioni, quella compiuta in Francia nei primissimi anni della Giovine Italia sul piano delle idee più propriamente politiche. La conoscenza dell’Inghilterra non solo lo confermò nella convinzione della validità del sistema democratico rappresentativo, del rifiuto del totalitarismo giacobino o d’altro tipo che fosse e del valore che l’esercizio della libertà aveva come educazione alla libertà stessa e come formatrice di «un’alta coscienza della dignità e del rispetto dell’individuo»[4]; ma valse anche a suggerirgli le formule per cui la denuncia dell’ingiustizia sociale venne per lui a tradursi nell’indicazione di nuovi rapporti da auspicare e promuovere per il progresso sociale al di là di quanto già non fosse contenuto nel programma democratico-repubblicano elaborato precedentemente. L’Apostolato popolare portava – ad esempio – il motto lavoro e frutto proporzionato. Ma, naturalmente, non agirono su Mazzini solo la conoscenza e l’osservazione diretta della realtà inglese, bensì anche il contatto con tutta una letteratura ed una pubblicistica in cui il problema del lavoro cominciava ormai ad essere uno dei problemi dominanti e che allargò ulteriormente la riflessione mazziniana al di là dei limiti provinciali italiani donde essa era mossa[5].
    Nello scritto Agli Italiani, e specialmente agli operai italiani, del 1840, troviamo così un abbozzo di diagnosi delle ragioni per cui le condizioni della classe operaia non sono migliorate con lo sviluppo dell’industria e del capitalismo nemmeno in quei paesi che erano passati «innanzi all’Italia in libertà, potenza, sviluppo d’industria, attività di commercio e produzione di ricchezza»[6]. Troviamo, inoltre, un’analisi di ciò che il salario significa in concreto nella vita del singolo operaio, in assenza di ogni sistema previdenziale, assistenziale e assicurativo; e la constatazione della nascita di una coscienza operaia per cui «in Inghilterra, in Francia, nel Belgio, la classe degli uomini che vivono del lavoro delle proprie braccia è svegliata non solamente al senso della propria miseria, ma al presentimento d’un migliore e vicino avvenire»[7]. L’appello agli operai italiani come partecipi di un movimento che si presenta ora come nazionale e sociale è indubbiamente riportato, attraverso questi confronti, che denunciano l’arretratezza dell’organizzazione operaia in Italia, ai principii mazziniani dell’«adempimento dei loro doveri e della legge di Dio in terra» e della «dignità della propria anima». Ma ora il contenuto delle rivendicazioni da opporre al regime vigente del privilegio si fa – come si è detto – più concreto e circostanziato nell’indicazione di un regime diverso, in cui «il lavoro incombe a tutti, retribuiti secondo la difficoltà, l’importanza e il frutto dell’opera loro, volenterosi a scegliere e seguire come direttori sociali i migliori tra loro per virtù, ingegno e religione attiva del bene comune, pronti a dare in sacrificio i loro beni e le loro persone non all’assoluta, sregolata volontà d’un uomo o dei molti, ma al miglioramento della società, alla salute dei loro fratelli»[8]. Il legame tra causa nazionale e causa sociale riceve poi una particolare evidenziazione. Mazzini sottolinea – infatti – la necessità di una azione, e di una azione rivoluzionaria, per l’unità e l’indipendenza italiane anche e soprattutto nell’interesse delle classi lavoratrici, «perché unicamente da una rivoluzione [quelle classi otterranno] una marina nazionale, una industria nazionale, e con esse, trattati con l’altre nazioni, nuovi sbocchi ai [loro] prodotti, estensione e protezione al commercio, attività di lavori pubblici, sistema nuovo ed equo d’imposte, economie, porti, cantieri, vie di comunicazione e ogni cosa che riguardi il miglioramento materiale; e da una rivoluzione unicamente [quelle classi otterranno] una educazione nazionale, un voto nell’elezioni di quelli che devono governar[le], eguaglianza di diritti, e una patria indipendente e dignità d’uomini e tutto insomma che concerne il miglioramento individuale»[9]. La conclusione dello scritto fa presente il «fermento» della classe operaia «su mezza Europa; lo sviluppo di “associazioni vastissime d’operai” in Inghilterra e in Francia, donde “si diramano in Germania ed altrove”; la diffusione della discussione sulle questioni concernenti il lavoro e le moltitudini»; il fatto evidente che «gli operai italiani non possono rimanere lungamente addietro nel moto generale de’ loro fratelli europei». Ma già qui Mazzini recrimina in modo fermo e accorato il fatto che «tra molti operai degli altri paesi prevalgono pur troppo, per errore o passione dei capi, sistemi di comunione dei beni, d’owenismo, di leggi agrarie, d’abolizione di proprietà, funesti, assurdi, contrari al progresso o alle virtù della specie umana»; e a questi sistemi contrappone i «rimedi… di natura pacifica» da lui proposti e che si risolvono «nell’amore di tutte le classi, nell’aborrimento d’ogni riazione e d’ogni ingiustizia»[10].
    L’altro scritto Agli Italiani, del 1841, insiste nel sostenere che «lo sviluppo dell’elemento popolare sarà di vantaggio incalcolabile alla causa nazionale»; e constata che «il numero degli operai convinti che la nazione italiana non può fondarsi da una classe sola, ma abbisogna degli sforzi del popolo tutto quanto, e che i principii professati dalla Giovine Italia sono i soli che possono dirigere utilmente l’educazione del popolo è cresciuto»[11]. Lo sviluppo preso dalla lotta sociale e dal movimento operaio in Francia e in Inghilterra dopo il 1830 è messo in forte evidenza. «L’Europa – scrive testualmente Mazzini – è in fermento per l’eguaglianza, come un tempo per la libertà»[12]. L’orientamento generale dello scritto è teso, però, piuttosto ad ammonire le classi medie sulla necessità di una iniziativa riformatrice che prevenga un moto altrimenti inevitabile, inarrestabile e incontrollabile delle masse popolari.
    Nel terzo, infine, degli scritti più significativi di questo periodo (Necessità dell’ordinamento speciale degli operai italiani, apparso, sempre sull’Apostolato popolare, nel 1842) Mazzini rivendica la connessione fra la sua azione presente e i principii fissati dieci anni prima, all’atto della fondazione della Giovine Italia. Soprattutto, egli riporta in primo piano, con una energia e un’insistenza che da tempo non si avvertivano più eguali, la diagnosi data allora «dell’impotenza dei tentativi rivoluzionari passati»[13]. Egli aveva ravvisato allora la causa degli insuccessi «nello scopo imperfetto, aristocratico, antinazionale che s’era dai capi prefisso a quei tentativi», e aveva affermato che «non si fondava nazione, se non si fondava per tutti, se non si chiamavano tutti a fondarla»; e che «le forze della nazione non erano scese mai sull’arena, perché non s’erano chiamate mai, perché le insurrezioni s’erano appoggiate or sulla milizia e sul patriziato, or sulle classi medie, non mai sull’universalità degli uomini che costituiscono la nazione, perché i capi avevano sempre parlato d’indipendenza dallo straniero, di libertà politica, di diritti politici, dimenticando che tutte [le] rivoluzioni sono nella loro essenza sociali, che l’ordinamento politico è la forma e non altro dei mutamenti, e che non s’ha diritto di chiamare i milioni al sacrificio della quiete e della vita, se non proponendo loro uno scopo di perfezionamento collettivo, di miglioramento morale e materiale comune a tutti, di educazione fraterna senza eccezione»[14]. Sembra quasi, nel leggere queste righe, e sia detto per inciso, di leggere le critiche che politici e storici posteriori avrebbero mosso al mazzinianesimo e ai limiti del suo pensiero sociale piuttosto che le critiche di Mazzini ai moti carbonari. Ma, al di là della chiarezza e dell’energia, certo maggiori di dieci anni prima, con cui ora sono dette queste cose, merita di essere sottolineato il rifiuto mazziniano di riconoscere alla condizione operaia una qualsiasi diversità sul piano della funzione e del valore sociale rispetto ad altre classi. «Diciamo operaio – egli scrive – come diciamo avvocato, mercante, chirurgo, ingegnere. Tra codeste occupazioni non corre divario alcuno quanto ai diritti e ai doveri di cittadini. Ognuna di esse dà soddisfacimento a un bisogno, tutte sono, più o meno, essenziali allo sviluppo comune. Le sole differenze che noi ammettiamo tra i membri di uno Stato sono le differenze d’educazione morale». In prospettiva, tuttavia, Mazzini delinea qui il quadro di una società in cui «l’educazione generale uniforme ci darà una comune morale», «saremo tutti operai, cioè vivremo tutti sulla retribuzione dell’opera nostra in qualunque direzione s’eserciti» e «l’esistenza rappresenterà un lavoro compito»[15]. È, forse, la prima volta o, almeno, una delle prime volte che il quadro della società futura, dell’epoca nuova auspicata da Mazzini viene prospettato con riferimento al lavoro come elemento primario di qualificazione; e, allo stesso modo, riceve un’analoga specificazione la nozione di operaio come condizione caratterizzata dal vivere esclusivamente del frutto del proprio lavoro. Ma il senso politico dello scritto sta principalmente nell’appello, anch’esso rinnovato ora con maggiore chiarezza ed energia di quanto fosse mai accaduto prima, ad un’alleanza organica fra ceti medi e classi lavoratrici, garanzia per gli uni e le altre della necessaria integrazione fra le loro esigenze e di un pieno rispetto dei propri particolari bisogni. È in questo quadro che viene giustificata la «formazione d’una sezione composta esclusivamente d’operai nell’associazione nazionale» e viene posta la questione se «hanno o non hanno gli operai bisogni speciali ch’esigono provvedimento»[16]. Un’organizzazione specifica di classe per gli operai è dettata dalle condizioni di debolezza politica e di sofferenza economica in cui essi vivono nella società. «A condizioni siffatte – scrive Mazzini – i rimedi meramente politici non bastano, le rivoluzioni saranno sempre meramente politiche finché saranno fidate all’impulso dell’altre classi»[17]. Un’organizzazione operaia classista è il solo mezzo per evitare che si ripeta ciò che è accaduto in Francia nel 1789 e nel 1830, in Inghilterra all’atto delle riforme del 1831, in Italia nel 1831; e cioè che la «massa si frammise a movimenti originati e diretti dalle classi medie» e l’operaio «scese in piazza a combattere, com’uomo, come cittadino, non come operaio»[18], ma i benefici realizzati o auspicati riguardarono esclusivamente le classi medie.
    Siamo ormai nella maturità del pensiero sociale mazziniano. I Pensieri sulla democrazia in Europa, apparsi in inglese nel 1846 e dall’autore stesso tradotti e in parte rimaneggiati e ripubblicati in italiano col titolo I sistemi e la democrazia nel 1850, sono forse lo scritto dottrinario più impegnato del Mazzini nello sforzo di affermare le peculiarità del suo insegnamento nei confronti del restante movimento democratico europeo e delle scuole liberali di cui è scelto a rappresentante Bentham. Non c’è dubbio, però, che la parte e l’impegno maggiori siano riservati a quelle formulazioni del socialismo che Marx e i marxisti avrebbero definito «utopistiche» per distinguerle dalla loro formulazione «scientifica» della stessa dottrina. Resta, invece, immutato il fatto che la discussione si svolga nell’ambito delle esperienze politiche e dottrinarie del mondo franco-inglese[19].
    Dal punto di vista che qui ci interessa è da notare il riconoscimento apertamente dato al sansimonismo – giudicato ormai «spento, sepolto, dimenticato» - come «la più importante, la più inoltrata manifestazione del nuovo spirito che suscita gl’intelletti» e quella che aveva seminato «maggior copia di verità, idee più fertili e vaste che non le più tra le scuole del socialismo»[20]. Sono, inoltre, da notare l’interesse portato alla dottrina di Fourier in quanto essa propone «un ordinamento, un sistema agricolo, industriale di convivenza fondato sull’associazione»[21]; la cura polemica nell’identificazione del comunismo come la frazione più pericolosa del moto e delle dottrine socialiste in quanto triplice negazione della patria, della famiglia e della proprietà[22]; la sottovalutazione e la semplificazione completa delle dottrine di Proudhon[23]; la ripulsa del sistema di «ordinamento del lavoro» del Blanc in quanto incapace di assicurare un’associazione e una gestione degli ateliers da lui proposti che garantisca la convenienza economica per i consumatori e la competitività data dalla concorrenza sul mercato nazionale e, soprattutto, internazionale[24]. Dall’esame così condotto Mazzini traeva la conferma che la questione sociale fosse innanzitutto una questione di educazione, che essa andava risolta sulla base di una collaborazione fra classi medie e classe operaia e che istituzioni basilari come la famiglia e la proprietà non potevano essere messe in discussione nel tracciare il piano di qualsiasi futura e migliore società.
    Sempre negli anni posteriori al 1840, come ha notato il Della Peruta, «Mazzini cercava … di delineare in modo più articolato l’insieme dei provvedimenti che avrebbero dovuto consentire alla società di avviarsi verso il nuovo e superiore stadio di organizzazione interclassista». Perciò «accanto alle misure già indicate negli anni della prima Giovine Italia egli affermava ora – tenendo presenti soprattutto i problemi specifici dei lavoratori delle città – l’esigenza di una riduzione della giornata lavorativa e di un accrescimento sostanziale dei salari … ed avanzava l’idea della costituzione di forme speciali di credito per i lavoratori più capaci, così da far accedere con minori difficoltà gli operai alla proprietà degli strumenti di produzione». Ma soprattutto è proprio ora che l’idea di associazione da «principio generale e non determinato della nuova epoca storica» viene a configurarsi, «con evidente derivazione dalle dottrine societarie di Fourier, come associazione “del capitale, dell’intelletto e del lavoro”, diretta dal governo»[25].
    Il sopravvenire dell’ondata riformistica prima e rivoluzionaria in seguito tra il 1846 e il 1848 mutava poi, com’era ovvio, il quadro delle preoccupazioni più urgenti per Mazzini. È, tuttavia, notevole che – su un piano generale, più europeo – nella edizione dei Pensieri sulla democrazia nel 1850 egli attribuisse proprio alla diffusione delle tendenze e delle dottrine socialiste l’avvento di un nuovo bonapartismo in Francia. Le classi medie, egli osservava, erano state spaventate con l’agitazione di obiettivi estremistici e sovversivi; le classi lavoratrici erano state condotte a ritenere che il loro problema fosse esclusivamente un problema di benessere materiale. Il cesarismo napoleonico, che garantiva agli uni la sicurezza e agli altri il benessere, aveva avuto così buon gioco[26]. Quanto all’Italia, lo stesso Della Peruta ha rilevato che, anche dopo la esperienza del 1848 e del 1849, Mazzini «continuò … a trascurare ed eludere quello che era forse il problema di fondo che la democrazia italiana si trovava a dover affrontare», il problema cioè di «come legare in modo permanente le masse popolari alla rivoluzione» e di «quali programmi adottare, quali parole d’ordine agitare per tradurre in una formula rivoluzionaria le aspirazioni al miglioramento delle moltitudini»[27]. Il che significa ripetere la tradizionale imputazione di aver privilegiato fortemente il momento nazionale rispetto a quello sociale; e anzi addirittura, come scrive il Della Peruta, di aver soffocato «in germe quella discussione sulle linee di sviluppo della rivoluzione italiana che da più parti era invece sollecitata dall’interno dello schieramento democratico»[28] dopo il 1849. Ora, essendoci già soffermati sulle linee generali di questa valutazione, non è il caso che ci ripetiamo. Vale la pena, tuttavia, di aggiungere, su un piano più pratico, che a Mazzini si doveva l’avvio del moto più intransigente sul punto della nazionalità, e questo aveva a lungo rappresentato per lui un cospicuo vantaggio politico; sicché c’è da chiedersi in qual modo egli avrebbe potuto o dovuto rinunciare a considerare centrale questo elemento che attestava la sua capacità di percezione delle tendenze di fondo della sua epoca, e tutto ciò nel momento in cui fra il 1849 e il 1860 la storia d’Europa e d’Italia gli dava ragione e la classe che era il perno della situazione, ossia la borghesia si veniva lentamente, ma definitivamente orientando verso l’obiettivo che Mazzini aveva indicato fin dal 1831[29].
    Del resto, proprio il Della Peruta nota come non solo all’indomani del 1849, ma anche del 1853, il prestigio di Mazzini si mantenesse tale che la sinistra italiana doveva continuare a vedere in lui il suo maggiore punto di riferimento, sicché anche un uomo attestato su posizioni ideologiche così lontane delle sue, come Pisacane, non esitava a legarglisi per un ennesimo tentativo di azione rivoluzionaria. Ed ancora il Della Peruta nota pure come gli anni «’50 segnino in Mazzini una rinnovata insistenza sul momento sociale della rivoluzione nazionale …, accennando a spunti nuovi, come quello delle più eque relazioni tra contadini e proprietari, mentre anche il concetto di associazione prendeva contorni più netti precisandosi in senso cooperativistico»[30].
    In effetti, con la definizione delle sue idee cooperativistiche come realizzatrici della formula «capitale e lavoro nelle stesse mani», a cui proprio in questi anni egli approda, il pensiero sociale di Mazzini sembra trovare il suo culmine e la conclusione pratica di uno sforzo ormai pressoché trentennale.
    Ciò ha fatto giudicare al Della Peruta che col compimento formale dell’unità nazionale nel 1861 «la funzione storica del mazzinianesimo era ormai in via di esaurimento»[31]; e il giudizio da lui così dato si è materialmente tradotto nello spazio veramente esiguo dato, nella nota introduttiva, da lui dedicata a Mazzini nella sua antologia[32], agli ultimi anni del pensiero mazziniano.
    Il rilievo non vuole avere – come è fin troppo ovvio – alcun significato meramente quantitativo, anche se esso si può estendere, più o meno pari pari, a tutti i lavori complessivi su Mazzini. Si tratta, invece, di un elemento di valutazione fondamentale. Gli anni dal 1861 al 1872 sono precisamente quelli in cui il pensiero e l’azione di Mazzini si configurano in modo rinnovato, se non originale, e contribuiscono in misura ancora da riconoscere e da ricostruire meglio alla storia dell’Italia contemporanea e della democrazia sociale in Europa.
    Del resto, già dalla pubblicazione del Mazzini e Bakunin di Rosselli nel 1927 ciò apparve subito evidente. Con quel libro per la prima volta veniva dedicata all’ultimo periodo della vita di Mazzini un’attenzione proporzionata alla reale importanza di esso nella vita e nell’azione del grande rivoluzionario. All’usuale raffigurazione di un Mazzini, che, dopo l’unificazione del paese e il trionfo della causa nazionale fra il 1859 e il 1861, non faceva altro che svolgere una sempre appassionata, ma sempre più infeconda azione di disturbo della soluzione risorgimentale tanto fortunosamente raggiunta, veniva sostituito il profilo nuovo di un Mazzini che – tanto nazionale quanto sul piano internazionale – svolgeva in quegli anni un’azione di ben diversa portata storica e ideale: la mobilitazione delle classi popolari nel nuovo quadro politico-istituzionale dell’Italia unita per i nuovi obiettivi e l’organizzazione del primo movimento operaio italiano; la collaborazione di prim’ordine data alla costituzione della Prima Internazionale; la polemica con Marx culminata nell’opposto giudizio dato sulla Comune parigina; una fitta attività di lotta sociale in molte parti d’Italia; la separazione dell’Internazionale e la rabbiosa polemica con Bakunin.
    Era veramente un’opera di riscoperta e di restauro storiografico che il giovanissimo Rosselli (aveva allora ventisei anni) aveva realizzato con grande scrupolo documentario, ma che soprattutto era nata da una sensibilità e da una intuizione particolari e di grande valore politico. Il passaggio dalla considerazione puramente o predominantemente nazionale della figura di Mazzini ad una considerazione essenzialmente sociale della sua azione politica significava cogliere un punto fondamentale della storia italiana contemporanea, ossia il rapporto estremamente problematico fra la nuova dimensione nazional-unitaria acquisita dal paese e la natura effettiva del movimento e delle trasformazioni che avevano inizio nel quadro della nuova dimensione. Nello stesso tempo ciò significava riconquistare il senso della figura di grande rivoluzionario europeo, che era stata propria di Mazzini fin dal primo esilio nel 1831, e, insieme, il senso del contributo dato, attraverso di lui, dall’Italia alla prima fase della storia della democrazia sociale in Europa[33]. Dall’uno e dall’altro punto di vista Mazzini veniva riproposto da Nello Rosselli come simbolo di valori risorgimentali di una pregnanza e di una attualità che appaiono ancor oggi sorprendenti e degni della massima meditazione. Essi venivano allora proposti e richiamati proprio nel momento in cui il fascismo e Mussolini si erano definitivamente consolidati come regime totalitario[34]. E si badi che Rosselli aveva realizzato il suo sforzo mantenendosi nell’ambito di una ricostruzione, a volte quasi cronachistica, dello svolgimento dei fatti, astenendosi da giudizi polemici e da esaltazioni giustapposte. La sua conclusione era, anzi, realisticamente limitativa. Per quanto riguardava più specificamente l’Italia, egli osservava, alla fine del suo volume, che «il tentativo fatto da Mazzini per interessare i ceti medi alla questione operaia e risolverla con la collaborazione della borghesia era fallito per dificiente attività sua o per insufficienza intrinseca»[35].
    Nella prefazione alla riedizione del libro di Rosselli nel 1967 Leo Valiani rilevava giustamente che le ricerche svolte dal 1927 in poi sull’argomento al cui studio Rosselli aveva dato il primo e così vigoroso impulso hanno apportato molti contributi ad integrazione, e anche a correzione, dell’opera rosselliana; ma che questa conserva la sua validità per grandissima parte degli argomenti in essa toccati[36]. Bisogna, tuttavia, notare anche che la via tracciata da Nello Rosselli non è stata forse sviluppata in tutta la misura in cui era suscettibile di essere sviluppata. In effetti, la ricostruzione dell’azione concreta svolta da Mazzini nell’ultimo dodicennio della sua vita ha troppo largamente prevalso sulla ricostruzione della reazione ideologica dello stesso Mazzini dinanzi al mutare – non rapidissimo, ma neppure lento – delle circostanze e dell’ambiente storico in cui egli si muoveva. Da questo punto di vista può dirsi che lo studio del pensiero di Mazzini è continuato a rimanere fissato nelle linee che lo contraddistinguono più o meno fino al 1848-1849; e neppure opere importanti riescono a dare il senso pieno del suo sviluppo nel tempo, proprio soprattutto per quanto riguarda il periodo finale. E, invece, per quanto Mazzini avesse dichiarato fin dal 1835-36 che tutta la sua politica si reggeva su tre o quattro principii che egli non abbandonava mai, gli svolgimenti del suo pensiero vi sono, sono molteplici e danno alla sua azione un carattere assai meno dottrinario, assai più «politico», di quanto di solito non si pensi.

    (...)



    [1] Vale la pena di notare che L’Apostolato popolare recava un lungo sottotitolo, assai indicativo delle sollecitazioni mazziniane in questo periodo: «Libertà, eguaglianza, umanità, indipendenza, unità – Dio e Popolo – Lavoro e frutto proporzionato».
    [2] Note autobiografiche cit., p. 238 sgg.
    [3] Ivi, p. 233. Per tutto l’argomento cfr. E. MORELLI, L’Inghilterra di Mazzini, Roma, 1965.
    [4] Note autobiografiche cit., p. 233.
    [5] Ciò non significa che da Mazzini risultasse pienamente intesa la trasformazione strutturale che noi indichiamo come «rivoluzione industriale». Da questo punto di vista rimane indiscutibile che il suo pensiero non si distacca dalla fisionomia produttiva dell’Italia in cui egli si era formato. Ciò che in lui viene ad essere più profondamente influenzato è la reazione politica e morale all’accentuarsi delle sperequazioni comportate dall’industrialismo. Le osservazioni che seguono nel testo confermano che l’analisi strettamente economica del fenomeno industriale moderno rimane sostanzialmente estranea agli interessi mazziniani.
    [6] Mazzini e i democratici cit., p. 468.
    [7] Ivi, p. 470.
    [8] Ivi, p. 472.

    [9] Ivi, p. 475.

    [10] Ivi, pp. 478-479.

    [11] Ivi, p. 480.

    [12] Ivi, p. 482.

    [13] Ivi, p. 487.

    [14] Ivi, pp. 487-488.
    [15] Ivi, p. 488. Vale la pena di citare anche il passo immediatamente precedente: «La parola operaio non ha per noi alcuna indicazione di classe nel significato comunemente annesso al vocabolo…: esprime un ramo d’occupazione speciale, un genere di lavoro, un’applicazione determinata dell’attività umana, una certa funzione nella società: non altro». Mazzini specifica, però, che «codesto è l’avvenire» e che «il presente è diverso», dato che «esistono in Italia, come dappertutto, due classi d’uomini: gli uni possessori esclusivamente degli elementi d’ogni lavoro, terre, credito o capitali; gli altri, privi di tutto fuorché delle loro braccia»; e dato che «esiste in Italia, come per ogni dove, una educazione diversa per queste due classi, o meglio, esiste una educazione quale i mezzi individuali possono procacciarla, per la prima classe, [e] non esiste educazione alcuna per la seconda».
    [16] Ivi, pp. 490-491.
    [17] Ivi, p. 492.
    [18] Ivi, p. 491.
    [19] È probabilmente da insistere, su questo punto, in maniera particolare. La dialettica – con le sue note di novità, la sua capacità di durata e le sue stesse contraddizioni o apparenti superficialità – del pensiero mazziniano è continuamente tesa, a nostro avviso, fra il carattere, certamente non dei più avanzati, della realtà sociale italiana a cui si ispira e in cui vuole agire e il carattere, invece, di vera e propria avanguardia del pensiero e della realtà con cui esso venne a contatto nell’area franco-inglese.
    [20] Mazzini e i democratici cit., p. 530.
    [21] Ivi, p. 547.

    [22] Ivi, p. 548 sgg.

    [23] Ivi, p. 565.

    [24] Ivi, p. 561 sgg.

    [25] Ivi, p. 235.
    [26] Ivi, p. 566.

    [27] Ivi, p. 245.

    [28] Ibidem.

    [29] Si cfr. le brevi, ma pregnanti osservazioni di R. ROMEO, Il Risorgimento in Piemonte, ora nel volume dello stesso A., Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale, Torino, 1964, in particolare pp. 151-152.
    [30] Mazzini e i democratici cit., pp. 249-250.
    [31] Ivi, p. 265.

    [32] Ivi, pp. 262-266. La parte precedente occupa le pp. 205-262.
    [33] Significativo, da tutti questi punti di vista, è anche il sottotitolo apposto all’opera: Dodici anni di movimento operaio in Italia, con la specificazione cronologica 1860-1872; ma, soprattutto, l’intero primo capitolo, con la sua delineazione del pensiero mazziniano e delle condizioni dell’Italia unita.
    [34] Si vedano al riguardo, per la consapevolezza con la quale lavorò Rosselli, i suoi pur cauti accenni, nell’«Avvertenza» premessa al volume, sulla attualità della materia da lui trattata.
    [35] Cfr. N. ROSSELLI, Mazzini e Bakunin, nuova ed. cit., p. 359.
    [36] Ivi, p. 7 sgg.
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    Predefinito Re: Il pensiero sociale di Mazzini

    Proprio gli scritti dei suoi ultimi anni lo dimostrano appieno. È vero – come giudicò Nello Rosselli – che il tentativo mazziniano di organizzare il movimento operaio con i quadri e la collaborazione della borghesia fallì fra il 1860 e il 1872. Bisogna, però, giudicare meglio e approfondire il problema se il fallimento si verificasse veramente «per deficiente attività» o «per insufficienza intrinseca» dello stesso Mazzini oppure non, piuttosto, per altre e più basilari ragioni. L’attività di Mazzini non poteva che essere o risultare «deficiente» in anni in cui egli era costretto ad operare, per molti aspetti, anche più clandestinamente di quanto non avesse fatto fino al 1861 ed era considerato dal nuovo governo italiano un sovversivo non meno pericoloso dei borbonici e dei clericali. La sua azione politica avrebbe richiesto il supporto di una politica sociale riformatrice quali i governi succedutisi dopo il 1861 non sarebbero stati in grado, per lungo tempo, di portare avanti: in quella fase della storia italiana contemporanea i problemi del completamento territoriale con Roma e Venezia, dell’assetto istituzionale, dell’equilibrio e dell’autonomia finanziaria e della sicurezza politica del nuovo Stato unitario erano talmente prevalenti e l’asse politico del paese era talmente orientato in senso liberal-moderato da rendere inattendibile una politica sociale attivamente impegnata in senso riformatore[1].
    D’altra parte, è vero che Mazzini ebbe forse a sottovalutare il Parlamento come livello di lotta adeguato alle esigenze della sua azione; e in ciò non poté essere seguito neppure da parte dei suoi più vecchi e fidati aderenti. Inoltre, alla nuova dimensione operaia e sociale che Mazzini andava suscitando su scala nazionale ed internazionale faceva da ostacolo la stessa realtà sociale italiana dalla quale egli concretamente cercava di trarre ispirazione. Bisogna ancora ripetere, a questo riguardo, che egli aveva pur sempre dinanzi alla mente il vecchio e tradizionale artigianato delle città italiane assai più che il proletariato industriale moderno che erano il soggetto storico al quale socialisti e comunisti intendevano rivolgersi[2]. E ciò era tanto più importante in quanto Mazzini non sentì l’esigenza di dare una fondazione analitica e critica delle sue dottrine sociali sul terreno dell’economia politica e restò, di conseguenza, sempre sul piano dell’analisi politica e della ricerca morale.
    Proprio negli anni dal 1860 al 1872 le conseguenze politiche e dottrinarie di questo atteggiamento si fanno più sensibili. Mazzini accentua progressivamente il suo rifiuto dei principii collettivistici e della lotta di classe come canone di interpretazione storica e politica e come criterio di azione politica; così come accentua la sua percezione del nesso fra i problemi del miglioramento sociale e quelli del potere, ossia – come egli scrive - «l’organizzazione del potere in senso favorevole al progresso intellettuale ed economico del popolo e tale che renda impossibile l’antagonismo alla causa del progresso». Anche dopo che si è concluso il processo di unificazione nazionale, la lotta di classe continua perciò ad apparirgli altamente negativa sul piano dei valori morali e della nuova fede nei principii del dovere e del progresso che egli propugna e che non conosce distinzioni né verso l’alto né verso il basso della società. Parallelamente all’interesse per le questioni e le lotte sociali cresce quindi in Mazzini, nell’ultimo Mazzini, la convinzione circa la loro natura squisitamente etica ed educativa, e si fa più netta e recisa anche l’opposizione al collettivismo e al comunismo nel senso stretto di questi termini. Nello stesso tempo diventa più radicale la sua critica all’ordinamento della società capitalistica e si fa anche più ferma la sua rivendicazione del diritto dell’uomo, di ogni uomo, alla proprietà. Egli mantiene, da questo punto di vista, inalterate la sua convinzione della perfetta parità del lavoro intellettuale con quella manuale e con ogni altra manifestazione della vita morale e l’affermazione del lavoro come unica fonte legittima della proprietà. Né queste convinzioni rimangono fatti puramente dottrinari. Esse portano direttamente alla elaborazione di un criterio politico fondato tutto sulla esaltazione dei metodi gradualistici e riformistici e resteranno perciò come un patrimonio fondamentale della tradizione democratica italiana.
    Lo scritto – pubblicato a pochi mesi dalla morte, tra il novembre e il dicembre del 1871 – su La questione sociale può giustamente essere considerato, da questo punto di vista, come il testamento spirituale di Mazzini. Quel vecchio combattente della libertà vi riaffermava che la promozione politica e sociale dei ceti più popolari costituiva la forma e il campo di impegno più attuale, ora che l’unità del paese era stata sostanzialmente completata. Oggi possono apparire ingenui gli esempi da lui addotti per provare la possibilità di unire «capitale e lavoro nelle stesse mani». Bisogna, però, ancora una volta, guardare allo spirito e alle idee animatrici dello scritto. Deve, ad esempio, essere sottolineata la decisione con la quale si afferma radicalmente errato il guardare alla lotta sociale «non come a fatto provvidenziale e ineluttabile, ma come a frutto di tempi politicamente agitati e fenomeno che un migliore assetto governativo e alcuni lievi miglioramenti ai mali più urgenti dileguerebbero». Mai, forse, come in questo scritto, i problemi del rapporto tra potere e riforme, tra riforme e rivoluzione vennero puntualizzati da Mazzini con tanta chiarezza di idee e pertinenza di termini. «Nessuna trasformazione sociale – egli afferma – può compirsi senza l’impianto d’istituzioni politiche corrispondenti al principio che le dà vita e potenza: chi tentasse operarla isolata susciterebbe una serie interminabile di tremende guerre civili. Nessuna rivoluzione politica può, d’altro lato, farsi legittima e riescire a buon porto se non modifichi gli ordini sociali e non inizii alla vita nazionale una classe d’uomini fino a quel giorno diseredati: dove nol faccia, crea irrevocabile la necessità di una nuova rivoluzione dopo non lungo intervallo di tempo e una sorgente di perenni contese civili in quell’intervallo». Egli auspica, dunque – come si vede da queste frasi -, una democratizzazione integrale, un processo universale di partecipazione, come compito e obiettivo precipuo della nuova fase della vita nazionale italiana e della vita politico-sociale dell’Europa contemporanea. Non si tratta di una astratta petizione di principio. Mazzini ha un senso assai concreto della natura e della portata assunta dalla lotta sociale. «La questione sociale – egli afferma – ha una vita propria, immanente, indipendente dall’altro di tanto che, affacciata una volta, non può spegnersi per cosa ch’altri faccia in manifestazioni diverse della vita della nazione. Tutte le libertà amministrative possibili non varrebbero a farla retrocedere; [e], se le grandi questioni politiche o di principii non fossero, il moto sociale vivrebbe pur sempre». E proprio perché ha questa comprensione così piena della natura e della portata del problema, egli auspica che la lotta sociale venga totalmente riportata e risolta nel quadro politico: «la politica, - scrive – come deve intendersi, è consacrazione, non cagione, del moto ascendente operaio». D’altra parte, l’impegno delle classi medie per una politica socialmente avanzata e il varo di una politica economica mirante, come dice Mazzini, al «riordinamento del lavoro sotto la legge dell’associazione sostituita all’attuale del salario» costituiscono gli altri punti fondamentali di quest’ultimo scritto mazziniano di grande impegno[3]. Ma tutto ciò non configura un puro e semplice quadro di socialismo utopistico, come sembrava a Gramsci[4]. Configura, invece, quelli che sono stati e sono tuttora gli obiettivi e gli orientamenti della democrazia sociale in Italia e in Europa. Certo, Mazzini mantiene fermo il presupposto etico-religioso di tutto il suo pensiero. Egli è sempre l’uomo che ha teorizzato i doveri come base della convivenza civile nel mondo moderno e che al centro della sua riflessione mantiene la persona umana come nucleo di vita morale e come energia dello spirito con tutte le sue esigenze di liberazione e di sviluppo, e non già la classe come realtà economica, materialmente intesa nella innegabile immediatezza della sua presenza sociale. Ma la persona umana non è e non può essere, per lui, una individualità isolata e proiettata su se stessa. Lo sviluppo comunitario della persona umana ritorna anche ora, in ultimo, come il pensiero centrale in cui concretamente si risolve la dottrina mazziniana dei doveri.
    Così, non è un Mazzini socialista quello che viene fuori dal suo periodo di maggiore impegno nella lotta per una nuova democrazia sociale. Il primato della politica e della morale su ogni questione di assetto materiale della società rimane – come si è accennato – uno dei cardini fondamentali, anzi l’idea di base del pensiero mazziniano. Ma non si tratta – giova ripeterlo – di una petizione dottrinaria o astratta. L’idea mazziniana della repubblica si fa in questi ultimi anni sempre più complessa e sempre più aperta alle istanze che Mazzini percepiva nel movimento storico contemporaneo. Le sue tinte vagamente religiose o moraleggianti ne rappresentano la parte caduca. Ma, al di là di questa, si consolida il tronco robusto di un pensiero democratico e popolare ispirato ad un’alta idealità e ad una vigorosa e concreta percezione delle riforme come strumento di rinnovamento insieme morale e politico.

    Giuseppe Galasso

    https://musicaestoria.wordpress.com/...le-di-mazzini/



    [1] Lo stesso Rosselli avrebbe svolto in gran parte queste considerazioni, ed altre simili, nel saggio sulla Destra poi pubblicato nel suo volume postumo Saggi sul Risorgimento e altri scritti, Torino, 1946.
    [2] È da notare lo scambio istintivo che Mazzini opera frequentemente tra l’espressione di «classe artigiana» e quella di «classe operaia»: si veda lo scritto, importante anche dal punto di vista dell’analisi condotta nel nostro testo, appunto su Le classi artigiane, del 1871, in Mazzini e i democratici italiani cit., p. 829 sgg. Nello stesso scritto (p. 832, p. 834) fa notare egli stesso la differenza fra queste classi in Italia e fuori d’Italia: «questa nostra classe operaia delle città che gli stranieri ammirano superiore, se non per istruzione, per moralità di principi e sobrietà di condotta a quante altre classi artigiane ha l’Europa»; «gli artigiani delle nostre città … non trascorrono a pensieri di violenza o mutamenti ingiusti e arbitrari». La notazione può apparire ispirata a moralismo, ma non è priva di valore politico per il momento in cui fu fatta.
    [3] Vedilo in Scritti politici cit., p. 1097 sgg.
    [4] Da L’Unità del 22 ottobre 1926, ora in A. GRAMSCI, La costruzione del partito comunista. 1923-1926, Torino, 1971, p. 361.
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