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    Predefinito Asse Roma-Berlino-Tel Aviv

    ASSE ROMA - BERLINO - TEL AVIV

    un testo di Andrea Giacobazzi - edito da Il Cerchio




    Questo libro fornisce fatti, dati e documenti tanto importanti quanto puntualmente ignorati nello studio della seconda guerra mondiale e, in particolare, nell'analisi degli intensi rapporti che hanno coinvolto le più diverse organizzazioni ebraiche (religiose, non religiose, socialiste, nazionaliste, sioniste, sioniste-revisioniste) e le gerarchie politiche dell'Italia di B. Mussolini e della Germania di A. Hitler. Alcuni tra i temi affrontati saranno: la presenza massiccia di ebrei tra i dirigenti dello stato fascista, il caso del giornale ebraico-fascista "La Nostra Bandiera", gli intensi e proficui scambi tra i dirigenti sionisti e l'Italia di quegli anni in campo economico e politico, il rapporto privilegiato dei sionisti-revisionisti di Jabotinsky -- considerati i "fascisti del sionismo" -- e le organizzazioni di regime, in particolare la nascita, presso la scuola marittima di Civitavecchia, di un corso ebraico, nucleo della futura marina israeliana; in ambito tedesco: l'esistenza di gruppi organizzati di ebrei "assimilati" favorevoli all'instaurazione del nazionalsocialismo, la presenza tutt'altro che ridotta di esponenti di origine ebraica nelle forze armate e negli apparati di potere tedeschi, le fonti finanziarie del regime hitleriano, i forti legami e gli importanti accordi "nazi-sionisti" tra cui l'Haavara (per il trasferimento delle proprietà ebraiche in Palestina) e gli Umschulungslager (campi di addestramento per i pionieri sionisti presenti in Germania), le collaborazioni con i sionisti-revisionisti ed in particolare le proposte di alleanze di guerra avanzate dal Lehi al Terzo Reich in cambio d'aiuto per la creazione dello stato ebraico. A questi passaggi se ne aggiungono molti altri che per brevità non riportiamo.
    Ultima modifica di Stalinator; 12-10-10 alle 18:56

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    Predefinito Rif: Asse Roma-Berlino-Tel Aviv

    I SOLDATI EBREI AL SERVIZIO DI HITLER E MUSSOLINI

    Quando la rivista di propaganda nazista “Signal” dedicò la copertina al “soldato tedesco ideale”, nel 1939, non poteva certo immaginare che quel volto appartenesse ad un giovane ebreo, il Gefreiter Werner Goldberg. Questa la foto più sorprendente, delle tante di ufficiali, generali, ammiragli, membri del partito nazista, contenute nel libro del giovane storico ebreo Bryan Mark Rigg, laureato alla Yale University, “I soldati ebrei di Hitler” pubblicato recentemente da Newton & Compton nella collana “I Volti della Storia” (pagine 395, 16,90 euro). Uno studio accurato, una documentazione quasi esasperata, durata anni di viaggi, di incontri, di esami dettagliati di documenti pubblici e privati, superando l’ostilità e il boicottaggio degli studiosi “ufficiali” della “questione ebraica”. Nella prefazione, Rigg racconta d’essere stato ispirato alla ricerca dalla visione d’un film, “Europa, Europa” in cui si racconta la storia dell’ebreo Perel che, falsificando la propria identità, prestò servizio nella Wehrmacht e studiò in un collegio per la gioventù hitleriana dal 1941 al 1945. Il film raccontava una vicenda reale. Tornato all’Università di Yale, dove frequentava il secondo anno di college, Rigg si mise al lavoro. Gli sarebbe bastato trovare una dozzina di Perel e ne avrebbe ricavato uno studio interessante. Ne trovò 150.000 e questo sconvolse tutte le sue certezze. Gli storici avevano sempre parlato di una cifra irrisoria di ebrei o mezzi ebrei (Mischlinge) che avevano militato sotto la croce uncinata.Mai tuttavia, ricoprendo alte cariche. Rigg iniziò una corsa contro il tempo, poiché quei veterani morivano ormai a migliaia di giorno in giorno. Si avvalse dell’effetto “valanga”, nel senso che ogni intervistato faceva i nomi di altri camerati. Quasi tutti si mostrarono disposti ad aprire le loro case e i loro cuori. In più autorizzarono il libero accesso ai fascicoli personali contenuti negli archivi. Vennero fuori documenti “che nessuno aveva mai esaminato prima” (siamo tra il 1994 e il ‘98!) e “furono dette cose che non erano mai state dette prima”. Le loro vicende costituiscono la testimonianza diretta d’una storia oscura e raccapricciante. Una storia che molti professori avrebbero preferito restasse nei cassetti. Ma Rigg appartiene a quella schiera ormai folta di storici ebrei che, sulla scia di Kath, Arendt, Kimmerling, Novick, Finkelstein e altri, vogliono la verità sull’Olocausto. La critica, quando non li accusa di filo-nazismo (come accade per Hanna Arendt), li considera “revisionisti” nell’accezione staliniana del termine. Sono quelli che alla domanda «perché un ebreo scrive queste cose?», rispondono: «Perché un ebreo NON dovrebbe scrivere queste cose?». Il suo lungo studio, i suoi documenti, i suoi testimoni, ci conducono in un mondo in cui avevamo sentito parlare in fretta e per accenni, ma che mai avevamo penetrato e di cui mai prima d’ora avevamo incontrato gli abitanti: il mondo dei “soldati ebrei di Hitler”. Una popolazione, non uno sparuto gruppo come si è voluto far credere per oltre mezzo secolo. Una popolazione con i suoi generali, i suoi ufficiali, le sue truppe. L’elenco di Rigg è sconvolgente. Il feldmaresciallo Erhard Milch, decorato da Hitler per la campagna del 1940 (aggressione della Norvegia). L’Oberbaurat della Marina e membro del partito nazista Franz Mendelssohn, discendente diretto del famoso filosofo ebreo Moses Mendelssohn. L’ammiraglio Bernhard Rogge decorato da Hitler e dall’imperatore del Giappone. Il comandante Paul Ascher, ufficiale di Stato maggiore sulla corazzata Bismarck. Gerhard Engel, maggiore aiutante militare di Hitler. Il generale Johannes Zukertort e suo fratello il generale Karl Zukertort. Il generale Gothard Heinrici. Il generale Karl Litzmann, “Staatsrat” e membro del partito nazista. Il generale Werner Larzahn decorato da Hitler. Il generale della Luftwaffe Helmut Wilberg dichiarato ariano da Hitler. Philipp Bouhler, Capo della Cancelleria del Fuhrer. Il maggiore Friedrich Gebhard, decorato da Hitler. Il superdecorato maggiore Heinz Rohr, l’eroe degli U-802, i sottomarini tedeschi. Il capitano Helmut Schmoeckel… Segue una sfilza di ufficiali, sotto-ufficiali, soldati. Tutti ebrei, o mezzi ebrei o ebrei per un quarto o addirittura per il 37,5 per cento, come il Gefreiter Achim von Bredow. Poi la ricerca scava impietosa fino ad un nome terribile: Reinhardt Heydrich, “la bestia bionda”, “Il Mosè biondo”, Capo dell’ufficio per la sicurezza del Reich, generale delle SS, “l’ingegnere dello sterminio”, diretto superiore di Heichmann. Era ebreo Heydrich? Molti assicurano di sì. Di certo suo padre lo era. Di certo gli fu accordata da Hitler “l’esenzione”.È una foiba, il libro di Rigg, da cui si estraggono scheletri che si voleva dimenticare, nome e fatti da cancellare. Nomi di uomini che fecero la storia del XX secolo.
    Tra il 1848 e il 1938 la partecipazione dei cittadini di religione ebraica alle forze armate italiane fu attiva e decisiva sia in pace sia in guerra. Prendendo parte con valore a tutte le battaglie risorgimentali e a tutti i conflitti successivi, essi dimostrarono un forte senso d’identità con i destini della Patria e del regime fascista. Durante il Risorgimento il re Carlo Alberto concesse piena uguaglianza, integrazione ed emancipazione alla minoranza ebraica. Il patriottismo e il militarismo fecero il resto, sostituendo l’appartenenza religiosa, creando un’identità nazionale solida e annullando qualsiasi differenza tra cristiani e israeliti. La situazione imperturbata si protrasse anche in periodo fascista: alcuni collaboratori di spicco di Mussolini erano ebrei, circa 500 furono gli ebrei nella marcia su Roma, e il consenso non mancò, come non si esaurì il continuo affluire dei giovani israeliti in divisa.
    La componente germanica fu essenziale nella formazione dell’ideologia sionista a seguito dell’importanza della comunità ebrea in seno ad altre comunità dell’Europa dell’Est (in particolare gli yiddish), anche se al contrario, il sionismo non ha influito per nulla nella comunità tedesca (…). L’influenza delle organizzazioni giovanili wandervögel, del militarismo prussiano, del patriottismo generato durante la I guerra mondiale, la nozione tedesca del “Blut und Boden” (sangue e suolo) hanno portato a considerare, durante un lungo periodo di tempo il sionismo tedesco, tanto da parte dei suoi detrattori quanto da parte dei suoi sostenitori, come una semplice copia dell’ideologia nazionalista tedesca. Durante gli anni 20, la comunità ebrea tedesca ha occupato un posto di preferenza nel movimento sionista mondiale, soprattutto attraverso la cosiddetta Zionistische Vereinigung für Deutschland (ZVfD), l’organizzazione sionista tedesca (…).
    Molti dei militanti sionisti tedeschi erano ebrei provenienti dalla Russia e installati a Berlino, dove operavano intorno al Circolo della Gioventù Russa Sionista, intorno alla rivita Rassviet e alla Lega dei militanti Sionisti. I loro principali ideologi, Lichtheim e Jabotinsky, formarono il vertice esecutivo dell’Organizzazione Sionista Mondiale tra il 1921 e il 1923; anche se Jabotinsky fu allontanato dalla stessa per le tensioni che creò a causa delle sue tendenze secessioniste.
    Già delegato della O.S.M. in Palestina durante la I Guerra Mondiale, Lichtheim fu sempre ostile ad una possibile uguaglianza di diritti tra Arabi ed Ebrei, così come a qualsiasi aspirazione nazionalista da parte degli Arabi. Riteneva che l’obiettivo prioritario della O.M.S. fosse stabilire in Palestina una maggioranza ebrea di popolazione, come preludio alla proclamazione di un “Focolare Nazionale” ebreo. Per lui, la ZVfD, la principale organizzazione ebrea tedesca, composta soprattutto da ebrei “assimilati”, non lottava in realtà per un “Focolare Nazionale” ebreo in Palestina, né per uno “Stato Socialista” (…) e, difendendo la doppia nazionalità, non si opponeva sufficientemente agli Inglesi, rifiutando l’ “autodifesa” ebrea che praticavano i gruppi terroristi dell’Hagganah. Il cosiddetto “revisionismo sionista” ottenne un forte impulso con la rivista fondata da Lichtheim, Revisionistische Blätter e con la creazione di una frangia del movimento di Jabotinsky, il Landesverband der Zionisten-Revisionisten in Deutschland, il suo obiettivo principale fu di diffondere il sionismo tra la gioventù ebrea tedesca.
    I revisionisti, anche se avevano obiettivi simili ai sionisti, si differenziavano da costoro in quanto al metodo. Ottennero un numero significativo di delegati al Congresso Sionista Mondiale di Zurigo, soprattutto dopo le notizie della violenza scatenata in Palestina dagli Arabi (133 ebrei assassinati dagli Arabi e 339 feriti): 12 delegati su un totale di 149.
    Il Betar nella Germania hitleriana
    I membri del Landesverband der Zionisten-Revisionisten in Deutschland (i revisionisti tedeschi) cominciarono a prevalere qualitativamente e quantitativamente tra la gioventù ebrea tedesca. Due furono le conseguenze di questo cambio: gli attacchi continui alle altre due organizzazioni sioniste giovanili (il Blau-Weiss e la Hapeol-Hatzair), e l’arrivo a Berlino nel 1928 dell’organizzazione tedesca del Betar, presente in Austria dal 1926.
    Ne maggio 1933 il Betar fu escluso, assieme al Landesverband, dalla lista dei movimenti giovanili della O.S.M. con lo scopo di evitare problemi, mentre i revisionisti optarono per non assecondare il boicottaggio antitedesco da parte della O.S.M. Il movimento della gioventù fu ribattezzato come National Jugend Herzlia, sotto il comando di Willi Cegla. Nonostante tutto, il movimento Hertzlia è considerato dagli storici e dallo stesso Istituto Jabotinski di Tel-Aviv come un ramo del Betar durante il III Reich.
    Favorire le organizzazioni di giovani ebrei che si proponevano l’emigrazione di massa verso Israele fu un’idea personale di Reinhardt Heydrich. Il Betar potè disporre così di un locale ufficiale confiscato alla Hachomer Hazair (un movimento giovanile sionista di sinistra) nel centro di Berlino, dalla cui finestra sventolava in strada la bandiera bianca e blu con al centro la Menorah (l’insegna sionista) … a fianco del gagliardetto con la croce gammata.
    Il Betar fu senza dubbio un’organizzazione singolare. L’unica a continuare con le sue marce in uniforme a Berlino anche dopo l’ascesa al potere di Hitler. Nel maggio 1933, i documenti della polizia di Berlino testimoniano di un’affluenza di massa di Ebrei a una manifestazione organizzata dal Betar sotto la direzione di Georg Karenski, al comando delle sue squadre in uniforme.
    Contro la decisione presa il 19-12-1934 che proibiva ai membri dei movimenti giovanili ebrei qualsiasi tipo di manifestazione pubblica, il 13-4-1935 la polizia bavarese, feudo personale di Himmler e Heydrich, permise al Betar di sfilare in uniforme: “Non esiste alcuna ragione di esercitare pressioni amministrative contro le attività sioniste in Germania, perché il sionismo non si oppone al programma del Partito Nazional-Socialista dei Lavoratori Tedeschi”, avevano scritto i dirigenti sionisti in una lettera diretta al Ministero degli Interni. La B’rith Haschomrim e la Herzlia-Betar furono le uniche organizzazioni ebree autorizzate ufficialmente a sfilare in pubblico con le loro uniformi (camichia kaki, pantaloni marrone scuro, stivali, casco, cinturone militare, etc.) al fine di aumentare il proselitismo tra i giovani ebrei, “perché i sionisti non si oppongono allo Stato, e di fatto i loro obiettivi si orientano ad ottenere l’emigrazione dei loro membri verso la Palestina; e mentre diffondono la politica di emigrazione coincidono con gli obiettivi del governo del Reich di favorire l’uscita degli Ebrei dalla Germania”… Per i pochi storici che hanno studiato questo avvenimento, questa autorizzazione era ristretta alle sole riunioni interne. Però succedevano anche alcuni casi, di cui esistono documenti fotografici, di sfilate per le GoetheStrasse di Berlino, di attività militari in campi all’aria aperta. Le autorità nazional-socialiste autorizzarono, in ogni caso, il Betar a continuare le sue attività senza problemi (riunioni, assemblee generali, campi di allenamento, escursioni, attività sportive, manifesti e bandiere, formazione agricola, etc.).
    Un episodio completamente surreale, allo sguardo dei contemporanei, si verificò quando, secondo la documentazione esistente,un gruppo di SS attaccò un campo estivo del Betar: il capo del movimento si presentò al quartier generale della Gestapo a Berlino, con il risultato che pochi giorni dopo l’ufficio della polizia segreta annunciò la condanna degli assalitori (…).
    Le assemblee e i meetings sionisti furono molto comuni nella Germania nazional-socialista. Il 20-3-1938, un emissario straniero della O.M.S., Arthur Rupin, fu autorizzato ad entrare in Germania come oratore, per informare sulle conseguenze della rivolta araba del 1936 in Palestina. Nel mese di settembre del 1939, scoppiata da poco la guerra, la Gestapo autorizzò una delegazione di sionisti tedeschi a partecipare al XXI Congresso Sionista, organizzato a Ginevra.
    Georg Kareski: capo del Betar e collaboratore dei nazi.
    Lichtheim emigró in Palestina nel 1933 per assumere la presidenza del Judenstaatspartei, partito politico che usufruiva di un ufficio generale in Tel-Aviv e di una delegazione a Londra. Nell’aprile del 1934, i revisionisti tedeschi riescono a riunificarsi e si raggruppano in una nuova organizzazione, Staatzionistische Organisation, indipendente da tutte le organizzazioni internazionali. Questa organizzazione fu diretta da Georg Kareski, il quale è stato presentato, anche attualmente, come il prototipo dell’ebreo collaboratore dei nazisti. Originario di Poznan, Kareski fu attratto dall’antisocialismo e dallo stile politico dei revisionisti, ed era in contatto con i capi ebrei dell’Europa orientale.
    Contrario al ZVfD, che riteneva troppo di sinistra, però allo stesso tempo moderato, Kareski si dedicò per mesi a fare propaganda tra la stampa ebrea del Zentrum Partei di Franz von Papen, del quale fu membro durante gli anni 1919 e 1920. In un periodo in cui si moltiplicavano i matrimoni misti nei “felici anni venti” berlinesi, Kareski creò, nel 1926, il Jüdisches Volkspartei, un partito “isolazionista”, dedicato a preservare gli ebrei da tutte le influenze straniere nei campi della vita sociale, culturale, religiosa. Nel gennaio del 1929, rifiutò di essere eletto Gemenindevorstand all’assemblea rappresentativa della comunità ebraica berlinese, però fu eletto presidente del Vorstand, vale a dire, presidente della stessa comunità, anche se i liberali gli strapparono la carica un anno dopo. Il suo partito esercitò un’influenza minima in seno al sionismo tedesco, non riuscendo ad ottenere più di 1200 degli 8500 voti necessari per inviare un delegato al Congresso Sionista Mondiale del 1931.
    L’uscita di Richard Lichtheim aveva creato un vuoto giusto nel momento in cui il movimento sionista-revisionista si preparava a prendere decisioni in vista di fronteggiare i problemi derivati dall’ascesa al potere del Partito Nazional-Socialista. Kareski rimase separato per lungo tempo dal movimento revisionista internazionale, soprattutto a causa delle sue continue crisi (nel marzo del 1933, Jabotinski sciolse l’esecutivo dell’Unione Sionista Mondiale con il fine di rinnovarlo mediante un plebiscito popolare tra la base. In modo autonomo, nel 1932, uno dei principali dirigenti del Partito nazional-Socialista, Gregor Strasser, aprì la via del dialogo nelle pratiche ufficiali, per trattare direttamente con la comunità ebrea tedesca, in concretto con la corrente revisionista, con il ZVfD, rivolgendosi direttamente a Karenski e a Kurt Blumenfeld per discutere sul problema ebraico, senza previe condizioni, secondo la testimonianza di Karenski a Gerusalemme nel 1937. Karenski accetta, mentre Blumenfeld rifiuta, dichiarando che il NSDAP non aveva ancora conquistato il potere. L’incontro non si verificò mai a causa della perdita di influenza ed ai problemi politici di Strasser (…).
    Il Judenstaatspartei organizzó una serie di riunioni ufficiali in Germania nel 1934, fino al suo raggruppament in aprile nella già citata Staatszionistische Organisation, dove la questione del “revisionismo” fu il fatto dominante. L’organizzazione era diretta da Georg Kareski, Adolf Hirschfeldt e Willi Cegla, capo della National Jugend Herzlia, nuova denominazione del Betar tedesco. Il suo organo ufficiale fu il Der Staatszionist, bimensile diretto da Max Schulmann. La prima Conferenza Generale del Reich ebbe luogo a Berlino tra il 13 e il 14 ottobre del 1934. Tutti gli oratori attaccarono il ZVfD, accusandolo di favorire l’assimilazione e di opporsi all’installazione degli Ebrei in Palestina. Questa propaganda continuò fino al 1938, data dello scioglimento del ZVfD, organizzazione che di fatto disponeva del monopolio del rilascio dei certificati di emigrazione verso la Palestina.
    L’ostilità di Karenski e della sua Staatszionistische Organisation contro il ZVfD per ottenere la supremazia nel movimento sionista tedesco, arrivò a livelli mai visti in nessun altro paese tra i sionisti, acuito soprattutto dal processo instaurato a Gerusalemme da Karenski, nel novembre 1934, contro la Hitachduth Olej Germania, un’associazione che raggruppava sionisti di tutte le tendenze emigrati dalla Germania, tra i quali figuravano alcuni revisionisti. La HOG, dai suoi organi, lanciò contro Karenski quattro accuse: quella di pretendere, con l’appoggio dei nazisti e contro la volontà delle organizzazioni ebreee tedesche, di imporsi come leader di questa comunità; quella di cospirare per distruggere la ZVfD prima della sua esclusione nel 1933 e di attaccarla costantemente come una organizzazione marxista favorevole all’assimilazione ebrea; quella di aver pubblicato su una rivista minacce di morte contro Sigfrid Moses, uno dei rappresentanti della ZVfD; e quella di dirigere l’Ivria Bank, una organizzazione finanziaria che fallì nel 1937 e che causò la rovina di molte famiglie ebree e inoltre di utilizzare le sue relazioni con la Gestapo contro i suoi accusatori. Nel giugno del 1938, il Rabbinatsgericht di Berlino, lo accusa di pianificare il suo arresto con l’aiuto della Gestapo, denuncia la fine della carriera politica di Karenski.
    Alla fine del 1937, l’organizzazione di Kareski contava non più di 1000 membri, 500 dei quali erano betarim. La sua influenza nella comunità ebrea tedesca era nulla, come testimoniano i documenti dei servizi d’informazione tedeschi. Anche così, la SD era convinta che Karenski e il suo partito erano legati in segreto al sionismo revisionista internazionale. Nel 1938 si decise a sciogliere il suo movimento essendosi legato con la nuova organizzazione sionista di Jabotinsky. Però il costante rifiuto di visti da parte dell’Ufficio della Palestina (ricordiamo, visti rilasciati dal governo inglese) ai membri del Betar tedesco, provocò la rottura tra Kareski e Jabotinski.
    Fatto sta che, in un modo o nell’altro, Karenski si impose come leader della comunità ebraica tedesca, cosa che obbligò i tedeschi a cambiare i loro piani. Lo “reclutarono” come rappresentante della “Reichverband Jüdischer Kulturbunde” (Lega Culturale Ebrea del Reich), un’organizzazione incaricata di trovare lavoro agli ebrei nei settori artistici. L’operazione abortì per l’opposizione degli artisti ebrei. Altre operazioni montate dalla Gestapo per proteggere Kareski, fallirono.
    Le basi della politica di Kareski non si riducevano ad una cooperazione passiva nella liquidazione controllata del giudaismo tedesco, ruolo che corrispondeva alla ZVfD, bensì al contrario fu una politica attiva di collaborazione per raggiungere gli obiettivi perseguiti dai nazisti. In numerosi discorsi, Kareski affermò che la liquidazione degli ebrei tedeschi da parte di Hitler, era in realtà positiva, un elemento essenziale del sionismo, che avrebbe dovuto essere raccolto con entusiasmo dalla comunità ebraica. Era solito finire i suoi discorsi con una formula per nulla ambigua: “Un popolo, un paese, un Dio!”. In un discorso del marzo 1935, affermò di nuovo che gli ebrei dovevano riconoscere i vantaggi reciproci e i benefici che derivavano dalla politica del momento, tanto per loro come per i tedeschi, facendo un appello a dirigere gli sforzi verso un’autodissoluzione organizzata, denunciando le illusioni di un cambio nella politica tedesca. Lancia infine un appello ai tedeschi, perché facilitino l’uscita degli ebrei verso la Palestina, promuovendo una formazione professionale che li aiuti a ricominciare una vita nel nuovo paese. La Staatszionistische Organisation si pronunció allora per un’uscita ordinata di tutta la comunità ebrea tedesca verso l’”Eretz Israel”. Kareski ideò un piano dio emigrazione secondo la scala delle specializzazioni, delle professioni, dell’età, etc.
    L’adozione delle Leggi di Norimberga nel settembre del 1935, diede a Kareski una nuova occasione per sviluppare le sue attività. Der Angriff, il giornale di Goebbels, pubblicó in prima pagina un’intervista con Kareski dove questi salutava le nuove leggi razziali come un’occasione propizia per conservare la purezza della razza ebrea. Secondo lui, i nazisti dovevano assicurare agli ebrei un’esistenza autonoma, particolarmente nell’ambito dell’economia.
    Differenze puramente tattiche
    Come ha detto F.R. Nicosia, “Le nuove realtà imposte agli ebrei dal nazionalsocialismo hanno provocato un consenso tra i gruppi sionisti e gli obiettivi sono sempre stati gli stessi tra i critici e i membri della ZVfD; essenzialmente e logicamente, riflettevano solo i fondamenti della filosofia sionista.” Kareski, a differenza degli altri, pensava che per i nazisti egli poteva essere il rappresentante dei “buoni ebrei”. Niente gli ha mostrato maggiormente il suo errore che la reazione delle autorità tedesche contro le sue posizioni: la Staatszionistische Organisation non beneficò mai di nessuna considerazione particolare rispetto alle altre organizzazioni sioniste, se non per un’autorizzazione speciale concessa al Betar (National Jugend Herzlia) di sfoggiare le proprie uniformi durante le riunioni. Per il resto, la posizione ufficiale oscillò tra il sospetto e l’indifferenza. La federazione sionista tedesca (ZVfD) accusò di debolezza e tradimento Kareski per aver moltiplicato i suoi propositi di alleanza con il regime nazionalsocialista. Però la ZVfD inviò un memorandum di appoggio al NSDAP il 21 giugno 1933. Nel memorandum possiamo leggere: “Il sionismo non si fa alcuna illusione sulla difficoltà della condizione ebraica che di fondo consiste in una struttura sociale anomala ed in una posizione intellettuale non radicata in una tradizione propria. Il sionismo da tempo si è reso conto che le tendenze assimilatrici presuppongono un deterioramento della purezza dei gruppi ebrei e tedeschi. Una rinascita della vita nazionale, come quella che si è prodotta in Germania come conseguenza della sua adesione ai valori cristiani e nazionali, deve egualmente prodursi nel gruppo nazionale ebreo. Anche per gli ebrei, l’origine nazionale, la religione, il senso di un destino comune e il senso della loro singolarità, devono avere un significato decisivo per costruire il futuro. Possiamo dire che l’individualismo forgiato durante l’epoca liberale deve lasciare il posto a un senso della comunità e della responsabilità collettiva (…) crediamo che precisamente la Nuova Germania quella che, grazie ad una volontà determinata di risolvere il problema ebraico, possa risolvere un problema che corrisponde a tutti i popoli europei (…) Il nostro riconoscere la nazionalità ebrea potrà gettare le basi di una sicura amicizia con il popolo tedesco e le sue realtà sociali e razziali. E soprattutto in quanto ci pronunciamo contro i matrimoni misti e ci impegnamo a conservare la purezza del gruppo razziale ebreo, noi rifiutiamo qualsiasi mescolanza culturale. Noi, che non siamo né linguisticamente né civilmente tedeschi, manifestiamo la nostra ammirazione e la nostra sincera simpatia per la cultura e i valori tedeschi (…) Per puntare ai suoi obiettivi pratici, il sionismo spera di essere capace di collaborare anche con un governo ostile agli ebrei, perché nella soluzione del problema ebreo, non c’è posto per il sentimentalismo, dovendo affrontare il problema cercando di risolverlo nel modo più interessante per tutti e due i popoli e, principalmente, in questo momento, per il popolo tedesco (…) La realizzazione del sionismo non passa per il risentimento degli ebrei stranieri contro la propaganda tedesca (…) La propaganda favorevole al boicottaggio contro la Germania è, essenzialmente, non sionista, perché il sionismo non è per la distruzione ma per ostruire ed edificare”. La ZVfD doveva così sforzarsi di “sollevare tra gli ebrei stranieri il boicottaggio antitedesco, (con la condizione) di essere considerata come l’organizzazione ebrea più rappresentativa al momento di trattare con la Nuova Germania”.
    Lungi dal denunciare questa politica, lo stesso congresso dell’Organizzazione Sionista Mondiale, rifiutò una mozione che chiamava alla mobilitazione contro Hitler, per 240 voti contro 43. “Nel momento in cui iniziava il congresso, Hitler annunciò la conclusione di un accordo commerciale con la Banca Anglo-Palestina dell’OSM, accordo che ruppe il boicottaggio ebreo contro il regime nazista in un’epoca nella quale l’economia tedesca era straordinariamente vulnerabile, soffrendo ancora della Grande Depressione che avava lasciato il marco senza valore effettivo sui mercati. La OSM ruppe il boicottaggio e si convertì in uno dei principali distributori di merci naziste in Medio Oriente e in Europa del nord. La OSM fondò l’ Ha’arara, una banca con sede in Palestina, destinata a ricevere denaro dalla borghesia ebrea tedesca, nella quale i commercianti nazisti compravano a credito importanti quantità di merci (…)”.
    Contro i matrimoni misti
    Ciò nonostante, in quel periodo Jabotinsky si proninciava a favore del boicottaggio antitedesco. Dichiarava che nella lotta contro la Germania, il boicottaggio era una delle armi principali. Nel 1934, un emissario della comunità ebrea tedesca, Siegfried Stern, andò a Parigi con l’intenzione di persuadere Jabotinsky affinché moderasse la sua campagna antitedesca, e lo fece con il consenso tacito del Ministero degli Interni, della Gestapo e dell’ufficio per la Politica Razziale del NSDAP. A differenza delle altre organizzazioni ebree, i dirigenti del sionismo tedesco furono autorizzatib a mantenere tutte le relazioni che avevano con i loro colleghi stranieri.
    Dopo le Leggi di Norimberga, riguardanti la proibizione dei matrimoni misti e le relazioni sessuali tra ebrei e tedeschi (con un articolo che indicava espressamente che gli Ebrei costituivano una nazionalità straniera minoritaria), il Jüdische Rundschau, controllato dalla ZVfD, si congratulò per l’adozione di queste misure: “Las Germania ha soddisfatto le richieste del Congresso Sionista Mondiale dichiarando che gli ebrei residenti in Germania costituiscono una minoranza nazionale (…) Le nuove leggi offrono alla minoranza ebreqa in Germania la loro propria via culturale, la loro propria via nazionale. Nel futuro sarà loro possibile fondare proprie scuole, propri teatri, proprie associazioni sportive. In breve, il popolo ebraico potrà forgiare il proprio avvenire in tutti gli aspetti della vita nazionale”.
    Georg Kareski non arrivò oltre nella sua famosa intervista al giornale di Goebbels: “Dopo lunghe riflessioni, sono convinto che una separazione completa tra le culture dei nostri due popoli è la condizione necessaria per una coesistenza senza conflitti (…). Da molto tempo sono favorevole ad una separazione così, che riposa su di un rispetto delle nazionalità straniere (…). Le Leggi di Norimberga, al di là delle loro considerazioni giuridiche, propongono una vita separata sulla base del mutuo rispetto (…) Questa interruzione del processo di dissoluzione di numerose comunità ebraiche, dissoluzione che si realizzava nei matrimoni misti, è, dal punto di vista ebraico, recepita favorevolmente”. Come lo scrittore Brenner, i dirigenti sionisti “erano convinti che le leggi razziali, opponendosi ai matrimoni misti, dessero l’occasione di considerare di Ebrei come stranieri residenti in Germania e questo avrebbe obbligato Hitler a esercitare su di loro una protezione diplomatica”. Non c’è da meravigliarsi che il giornale revisionista palestinese Hapoel Hatsaïr dichiarasse che le persecuzioni agli Ebrei tedeschi erano un “castigo” contro coloro che volevano integrarsi in una società che non era la loro: “Gli Ebrei tedeschi non sono perseguitati oggi per i loro sforzi per creare una nazione, ma per il loro poco impegno nel conseguirla”.
    Favorire l’emigrazione ebrea
    La cooperazione tedesco-sionista riposava su di un accordo firmato nell’agosto del 1933, lo Ha’avara (”trasferimento”, on ebraico), tra il governo tedesco e Chaim Arlozoroff, segretario politico dell’Agenzia Ebrea, il braccio palestinese dell’OSM. Furono create due compagnie: la Ha’avara Company, a Tel-Aviv, e la Paltreu, a Berlino. Ogni emigrante ebreo tedesco avrebbe depositato la propria quota (minimo 1000 lire sterline, imposte dal governo britannico) in un fondo speciale in Germania; le 1000 sterline (più o meno il salario di 3 anni di una famiglia borghese) sarebbero state poi rimborsate, per valigia diplomatica, in Palestina, facendosi così beffe dei controlli doganali.
    Lungi dal preoccuparsi per le condizioni degli Ebrei tedeschi, l’Agenzia Ebrea, responsabile dell’emigrazione verso la Palestina e controllata dai sionisti, si preoccupava più per la qualità degli immigrati, per la loro capacità di lavoro, etc. “Il materiale umano arrivato dalla Germania è ogni volta più scadente”, denunciava l’Agenzia Ebrea nel 1934. “Non arrivano con l’idea di lavorare, ma per ricevere assistenza sociale”. Tom Serguev osserva che, nel 1935, l’Agenzia “inviò a Berlino una nota sul numero di persone che bisognava inviare in Palestina”. Lo stesso Serguev rivela che i responsabili del lavoro sociale dell’Agenzia Ebrea avvertirono che delle persone giunte con malattie e in stato di bisogno, sarebbero state rispedite nella Germania nazista. Nel 1935 si decise di consegnare i certificati di immigrazione “con la condizione che nulla autorizzi a pensare che gli immigrati possano rappresentare un peso per il paese (…) Ogni persona dedita al commercio o ad altre attività simili non riceverà il certificato in nessun caso, a meno che non si tratti di un veterano militante sionista”.
    Dal 1933 al 1935, la OSM rifiutò il visto a oltre i due terzi dei richiedenti, dichiarando tra l’altro di privilegiare i giovani sugli anziani. Berrel Katznelson, editore del giornale sionista di sinistra Da’var, descrisse questo “crudele criterio del sionismo”: “Gli Ebrei tedeschi sono costretti a inviare i giovani senza compagnia; senza i mezzi necessari per costruire una colonia sionista in Palestina. Non parlano ebraico e non capiscono che cosa sia il sionismo. Di fronte agli Ebrei che si vedevano condannati allo sterminio, l’OSM non solo non fece nulla per evitarlo, bensì si opposero a tutti gli sforzi che venivano fatti per trovare rifugio agli Ebrei che fuggivano”.
    http://www.qlibri.it/saggistica/stor…-di-mussolini/
    http://www.libreriauniversitaria.it/…/9788882899899
    SODALITIUM)

  3. #3
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    Predefinito Rif: Asse Roma-Berlino-Tel Aviv

    strano, gli israeliani vogliono fare un monumento ai soldati sovietici non a quelli tedeschi..
    ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=22753

  4. #4
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    Predefinito Rif: Asse Roma-Berlino-Tel Aviv

    Le fonti storiche parlano chiaro. Io non credo a nessun complottismo. E' evidente che in ogni caso, nessuno può dichiararsi "duro e puro", tanto più coloro che per una vita hanno vissuto col mito fasullo dell'antisemitismo.
    Ultima modifica di Stalinator; 15-10-10 alle 00:18

 

 

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