User Tag List

Pagina 1 di 11 12 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 101
  1. #1
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa














    Profilo di Adriano Romualdi


    1 gennaio 2000

    Autore: Alfonso Piscitelli




    Adriano Romualdi nacque in un crepuscolo e morì fin troppo giovane. E il fatto di aver pubblicato in soli 33 anni di vita libri e articoli di gran lunga più intelligenti rispetto alla media della pubblicistica di destra contribuì a far sorgere sul suo conto qualche leggenda; mai confermata, ma neppure smentita dagli affezionati.

    Suo padre era quel Pino Romualdi che fu vicesegretario del Partito Fascista di Salò e poi fondatore del MSI. Uomo con le palle, che nel 1946, quando ancora pendeva sul suo capo una condanna a morte, contrattava con il fronte repubblicano il voto dei fascisti al referendum. Forse fu proprio l’apporto dei “repubblichini” di Romualdi a far diventare l’Italia repubblicana… alla faccia del “nata dalla resistenza”!

    Ma la leggenda di Adriano risale a qualche anno prima, quando Pino Romualdi e signora vivevano fianco a fianco con il Duce. Pare che la signora fosse gagliarda e che Lui si fosse compiaciuto di lasciarle un ricordino. Il giovane Adriano – fronte monumentale, occhi brillanti – sarebbe stato un Mussolini naturale. Questa storiella gustosa è ovviamente falsa. Adriano nacque nel 1940, il padre divenne uno stretto collaboratore di Benito solo negli anni della Repubblica Sociale. Ergo, nessuna inseminazione eterologa nei saloni del regime.

    Con Mussolini non ebbe in comune il sangue, ma perlomeno l’origine romagnola e il vezzo di parlar tedesco. Mentre i nostalgici leggevano Pisanò, Romualdi studiava Spengler! E capiva che il punto di vista del piccolo nazionalismo era ormai datato, inservibile. Il fascismo aveva perso la guerra perché l’aveva impostata secondo i criteri delle rivendicazioni ottocentesche (“Nizza-Savoia-Corsica-Gibuti”), mentre invece la storia tendeva a scavalcare le nazioni e a ragionare per grandi spazi.

    I neofascisti si erano impuntati nell’errore e perpetuavano battaglie un po’ patetiche per difendere … Bolzano dai Tedeschi. Ma il ragazzo era a Berlino con il padre quando i comunisti squartarono la città e consolidarono l’unica vera frontiera che contasse nella seconda metà del Novecento: quella tra Occidente e Impero comunista. Romualdi capì che bisognava ragionare per grandi spazi e contrapporre al Moloch marxista una nuova “cultura europea”, libera dalle oleografie dei patriottismi ottocenteschi, ma proiettata verso la conquista di nuovi traguardi industriali, tecnologici, scientifici. Adriano aveva qualcosa di futurista, si compiaceva che Werner von Braun avesse portato gli Americani sulla Luna,a bordo di capsule chiamate “Saturno”, “Apollon”, “Arianna”. Considerava i comunisti dei bestioni, ma in fondo li invidiava perché avevano saputo mettere il loro naso nelle più moderne scienze: l’antropologia, la sociologia, la psicologia.

    Ecco cosa mancava all’altra parte: la capacità di assimilare le rivoluzionarie acquisizioni delle nuove discipline. La destra indugiava ancora nel salotto di nonna Speranza mentre Konrad Lorenz “dialogando” con i lupi, come un San Francesco all’incontrario, dimostrava che l’aggressività non era sempre un male; e uno psicologo ebreo Eysenck passava i guai in America per aver detto che gli uomini non sono tutti uguali…



    * * *

    Tratto da L’Indipendente del 7 dicembre 2004.



    Profilo di Adriano Romualdi | Alfonso Piscitelli

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Adriano Romualdi: una bibliografia

    1 gennaio 2000

    Autore: Alberto Lombardo





    Per i criterî di compilazione di questa bibliografia ho preso a modello quella evoliana stesa da Renato Del Ponte in «Futuro Presente» 6 (1995), pp. 27 ss.
    Ho inoltre aggiunto un’ulteriore sezione, la “III”, relativa agli scritti su Adriano Romualdi.
    Sarò grato a chi vorrà fornirmi dati relativi a ulteriori scritti da segnalare in questa bibliografia o correzioni a eventuali errori o imperfezioni che io abbia commesso nel compilarla.
    Tengo a ringraziare, per le numerose informazioni fornitemi, il dott. Leo Binetti, il prof. Renato Del Ponte e il sig. Andrea Niccolò Strummiello.

    Questo è l’ordine seguito:

    I. Opere
    Divise in:
    A. Libri
    B. Riviste o rassegne uscite sotto la direzione di Adriano Romualdi
    C. Introduzioni e prefazioni, testi di conferenze, contributi a convegni
    II. Periodici e giornali

    Questi sono ordinati in base alla prima collaborazione conosciuta. Per ciascuno di essi ho cercato di segnalare la periodicità e gli anni di edizione. Inoltre una lettera indica la completezza della mia informazione: A indica che è stata raggiunta senz’altro la completezza; B suggerisce una relativa completezza, C indica che l’elenco è incompleto.



    III. Scritti su Adriano Romualdi

    Possono esistere ulteriori contributi pubblicati altrove, oltre quelli compresi in questa bibliografia, dei quali io ignori l’esistenza, specialmente pubblicati su internet. Una bibliografia sistematica degli scritti di A. Romualdi pubblicati su internet al momento risulterebbe però vana, per via della mancanza di stabilità e affidabilità di tale strumento.

    Alberto Lombardo

    L’ultimo aggiornamento di questa pagina è stato effettuato il: 13.7.2010.

    I. Opere

    A. Libri

    1965
    Platone, Volpe, Roma 1965.
    Ristampa 1992 Edizioni Settimo Sigillo.
    Perché non esiste una cultura di destra, ed. ciclostilata come documento per il F.U.A.N. Poi ricompreso nel fascicolo Idee per una cultura di destra (vide).
    1968
    Julius Evola: l’uomo e l’opera, Volpe, Roma.
    II ed. aumentata: Volpe, Roma 1971.
    III ed.: Volpe, Roma 1979 (reca in cop. Xilografia di J. Evola).
    IV ed., a cura di Gianfranco de Turris e con un’Introduzione di Gian Franco Lami, col titolo Su Evola: Fondazione Julius Evola, Roma 1998.
    Lo scritto Congedo da Evola è stato poi riprodotto in «Orion» Settembre 2004 “Speciale Evola”.
    Tr. Francese: Julius Evola, l’homme et l’œuvre, Pardes, ? 1979.
    1971
    Nietzsche, Edizioni di Ar – Edizioni Europa, Padova – Roma.
    II ed., col titolo Nietzsche e la mitologia egualitaria: Edizioni di Ar, Padova 1981. Con una Nota dell’editore alla seconda edizione di Fr.G. Freda e il saggio finale Il caos degli scribi di Fr. Ingravalle.
    Oltre il nichilismo, Volpe, Roma. Scelta di aforismi di F. Nietzsche, pubblicata nella “collezione Europa”.
    1973
    Sul problema d’una Tradizione Europea, Edizioni di Vie della Tradizione, Palermo.
    II ed., con una premessa di Gaspare Cannizzo: Edizioni di Vie della Tradizione, Palermo 1996.
    Idee per una cultura di destra, Settimo Sigillo, Roma. Si compone dei due scritti Perché non esiste una cultura di destra e La “nuova cultura” di destra (vide).
    II ed.: Idee in movimento, Genova 1987.
    La destra e la crisi del nazionalismo, Settimo Sigillo, Roma.
    II ed.: Idee in movimento, Genova 1987.

    Opere postume

    1976
    Le ultime ore dell’Europa, Ciarrapico, Roma. Con una prefazione di Pino Romualdi.
    II ed.: Ciarrapico, luogo?, 1988. Edizione speciale con aggiunta di foto.
    III ed.: Settimo Sigillo, Roma 2004. Con un’introduzione di Alberto Lombardo e una prefazione di Pino Romualdi.
    1978
    Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni, Edizioni di Ar, Padova 1978. Con una nota introduttiva di Giovanni Monastra.
    II ed.: Edizioni di Ar, Padova 2004. Con un’introduzione di Fabrizio Sandrelli (Adriano Romualdi e l’utopia dell’eterno).
    1981
    Correnti politiche e ideologiche della destra tedesca dal 1918 al 1932, Edizioni de «L’Italiano», Anzio 1981.
    1984
    Il fascismo come fenomeno europeo, Edizioni de “L’Italiano”, s.d. Con un’Introduzione di G. Tricoli.
    II ed.: Settimo Sigillo, Roma 1984. Con un’Introduzione di M. Veneziani.
    N.B.: in questo caso si è inserita l’opera nell’anno della seconda edizione, non essendo disponibile il dato relativo all’anno della prima.
    1986
    Una cultura per l’Europa, Settimo Sigillo, Roma. Con un’Introduzione di G. Malgieri. Comprende Idee per una cultura di Destra e La Destra e la crisi del nazionalismo (vide).
    1998
    Primo schema costituzionale per uno stato dell’Ordine Nuovo (con Rutilio Sermonti), Raido, Roma. Con un’Introduzione di P. Rauti.


    B. Riviste o rassegne uscite sotto la direzione di Adriano Romualdi

    Diresse la “Collezione Europa”, i cui primi tre volumi uscirono per le Edizioni Volpe, i successivi (almeno 2) per le Edizioni di Ar. Si tratta di: Saint-Loup, I volontari europei delle Waffen SS (1967); A. Romualdi, Julius Evola, l’uomo e l’opera (1971); C. Malaparte, La razza marxista; P. Drieu La Rochelle, Idee per una rivoluzione degli Europei; H.F.K. Günther, Humanitas (1970); A. Hitler, La battaglia di Berlino (1971).

    C. Introduzioni e prefazioni, testi di conferenze, contributi a convegni

    Introduzione a R. Brasillach, Lettera ad un soldato della classe 40, Edizione Caravelle, Roma 1964.
    II ed. Volpe, Roma 1975;
    III ed. Settimo Sigillo, Roma 1997 (a cura di G. de Turris).
    Introduzione e Una visione del mondo, in M. Prisco – G. Giannettini – A. Romualdi, Drieu La Rochelle: il mito dell’Europa, Edizioni del Solstizio, 1965, pp. 101-136.
    II ed.: Edizioni La Salamandra, 1981.
    Cura e traduzione di Fr. Gaucher, Il Fascismo ed il mondo di oggi, ed. Volpe, Roma 1966;
    Introduzione e traduzione di Fr. Nietzsche, Oltre il nichilismo, ed. Volpe, Roma 1967.
    II ed.: Volpe, Roma 1971.
    Introduzione a Saint Loup, I volontari europei delle Waffen SS, ed. Volpe, Roma 1967.
    II ed.: Volpe, Roma 1971.
    Introduzione a C. Malaparte, La razza marxista, ed. Volpe, Roma 1968.
    Introduzione a P. Drieu La Rochelle, Idee per una rivoluzione degli Europei, Volpe, Roma 1969.
    II ed. ampliata: Volpe, Roma 1971.
    Premessa ad H. F. K. Günther, Religiosità indoeuropea, Edizioni di Ar, Padova 1970. Poi confluito, con altri scritti, ne Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni (vide).
    Premessa ad H.F.K. Günther, Humanitas, Edizioni di Ar, Padova 1970.
    Prefazione ad A. Hitler, La battaglia di Berlino, Edizioni di Ar, Padova 1971.
    II ed.: Edizioni di Ar, Padova 1977.
    III ed.: Edizioni di Ar, Padova 1986.
    Spengler profeta della decadenza e Bibliografia spengleriana in O. Spengler, Ombre sull’Occidente, Volpe, Roma 1973.
    Introduzione a A. De Gobineau, L’ineguaglianza delle razze, Edizioni del Solstizio, Roma 1972.
    Introduzione a Knut Hamsun, Io traditore, edizioni Ciarrapico, 1983.


    II. Periodici e giornali

    «L’Italiano»
    (mensile) (1959-?)

    1. Recensione di J. Evola, L’“operaio” nel pensiero di Ernst Jünger, 12 (1960). Poi in Su Evola (vide).
    2. L’esilio di Vintila Horia, aprile-maggio (1961), pp. 78-80.
    3. Il Gattopardo e la borghesia (rec. di T. Staiti di Cuddia, Il Gattopardo), aprile-maggio (1961), pp. 94-96.
    4. Il mito dell’impero (rec. di J. Evola, Il mistero del Graal e l’idea imperiale ghibellina), 4 (1963). Poi in Su Evola (vide).
    4. Le tentazioni della Germania, dicembre (1963) – gennaio (1964), pp. 21-26.
    5. – 6. – 7. – 8. Considerazioni sulla tragedia dell’Europa, in quattro puntate, estate-autunno (1969).
    9. Recensione di B. George, L’ondata rossa, gennaio (1970), pp. 75-76.
    10. La migrazione dei Dori e dei Latini, aprile (1970), pp. 298-304.
    11. Sulla difficile via dell’Europa – parte prima, maggio (1970), pp. 361-366.
    12. Sulla difficile via dell’Europa – parte seconda, giugno (1970), pp. 442-446.
    13. Recensione di Fr. Nietzsche, Opere complete, luglio (1970), pp. 558-559.
    14. “La nuova cultura” di destra, luglio-agosto (1970). Poi in Idee per una cultura di Destra (vide).
    15. Brandt ratifica la “pax sovietica”, agosto-settembre (1970), pp. 606-612 (con lo pseudonimo Ermanno di Salza).
    16. Bagattelle per un massacro, ottobre (1970), pp. 719-725.
    17. La Germania, la Russia e l’Europa, novembre (1970), pp. 793-800.
    17.bis. Rassegna stampa. Verso una moneta europea? – Dubbi sul trattato – Il viaggio di Pompidou e la politica russa, novembre (1970), pp. 761-763 (con lo pseudonimo Ermanno di Salza).
    18. La Germania dell’Est: un’analisi storica, dicembre (1970), pp. 886-892.
    19. Europa svegliati, a Danzica si muore!, gennaio (1971), pp. 30-38.
    20. I quattro samurai di Yukio Mishima, (prima parte), gennaio (1971), pp. 39-45 (con lo pseudonimo Ermanno di Salza).
    21. Mishima scrittore, (seconda parte), febbraio (1971), pp. 119-123 (con lo pseudonimo Ermanno di Salza).
    22. La fossa di Danzica, febbraio (1971), pp. 113-118.
    23. Il Partito come minoranza attiva, aprile (1971), pp. 267-271 (con lo pseudonimo Ermanno di Salza).
    24. L’idea di Stato (rec. di J. Evola, L’idea di Stato e id., Gerarchia e democrazia), aprile (1971). Poi in Su Evola (vide).
    25. Recensione di F. Perfetti (cur.), Il nazionalismo italiano, maggio (1971), pp. 397-398.
    26. – 27. – 28. – 29. – 30. – 31. – 32. – 33. – 34. – 35. – 36. – 37. Gli ultimi giorni dell’Europa, I maggio (1971), pp. 374-384), II luglio (1971), pp. 530-536, III agosto-settembre (1971), pp. 614-624, IV ottobre (1971), pp. 706-713, V novembre (1971), pp. 788-794, VI dicembre (1971), pp. 856-865, VII gennaio (1972), pp. 55-58, VIII marzo (1972), pp. 210-217, IX maggio (1972), pp. 288-297, X giugno (1972), pp. 359-368, XI luglio (1972), pp. 288-297, XII agosto-settembre (1972), pp. 535-544.
    38. Yalta e l’antifascismo, giugno (1971), pp. 474-480.
    39. I saggi di «Bilychnis» e della «Nuova Antologia» (rec. di J. Evola, I saggi di Bilychnis e id., I saggi della Nuova Antologia), novembre (1971). Poi in Su Evola (vide).
    40. Memorie del Terzo Reich (rec. di A. Speer, Memorie del Terzo Reich), dicembre (1971), pp. 894-895.
    41. Il tramonto dell’Occidente (rec. di O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente), gennaio (1972), pp. 77-78.
    42. Il marxismo e Hegel (rec. di L. Colletti, Il marxismo e Hegel), agosto-settembre (1972), pp. 573-574.
    43. Destra sì, qualunquismo no, novembre (1972), pp. 696-704.
    44. Le elezioni tedesche sono state vinte dalla Russia, dicembre-gennaio (1972-1973), pp. 804-811.
    45. Brandt: sì alla Germania divisa, marzo (1973), pp. 109-116.
    46. Corporativismo o tecnocrazia?, aprile (1973), pp. 192-195.
    47. – 48. – 49. I 75 anni di Julius Evola, I maggio (1973), pp. 262-271, II giugno (1973), pp. 366-374, III luglio (1973), pp. 425-433.
    50. L’Inghilterra e la sua Destra (rec. di P. Hofstetter (cur.), L’Inghilterra e la sua Destra), luglio (1973), p. 480. 51. L’illusione fascista (rec. di A. Hamilton, L’illusione fascista), ottobre (1973), pp. 655-656.
    52. La concezione del mondo in Hitler (rec. di E. Jackel, La concezione del mondo in Hitler), ottobre (1973), p. 656.
    53. Les dieux s’en vont, gennaio (1974), pp. 59-62.
    54. Il fascismo come fenomeno europeo, III parte, maggio (1976), pp. 431-448. Poi confluito nel libro omonimo (vide).

    «Secolo d’Italia»
    (quotidiano)

    1. Il ritorno di un dadaista, 12 dicembre 1963. Poi in Su Evola (vide).
    2. Recensione di J. Evola, Il Cammino del Cinabro, 14 gennaio 1964. Poi in Su Evola (vide).
    3. Il frassino del mondo, 14 marzo 1964.
    4. L’idea scintillante di un ordine spirituale, 7 agosto 1964.
    5. Recensione di J. Evola, Il Fascismo. Saggio di un’analisi critica dal punto di vista della destra, 7 novembre 1964. Poi in Su Evola (vide).
    6. Recensione di R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, ?.?.1965.

    «Pagine Libere»
    (mensile)

    1. Perché non esiste una cultura di destra, settembre (1966).

    «L’Italia che scrive»

    1. I settant’anni di J. Evola, agosto-settembre (1968), pp. 121-123. Poi in Su Evola (vide).

    «Origini»

    1. La cultura delle anfore globulari e della ceramica a cordicella (rec. di T. Sulimirski, Corded Ware and Globular Amphorae north-east of the Carpatians), III (1969). Poi confluito, con altri scritti, ne Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni (vide).

    «Ordine Nuovo»
    (1970-?)

    1. Contestazione controluce, 1 (1970), pp. 18-28.
    2. Le migrazioni indoeuropee, marzo-aprile (1970), pp. 61-66 (con lo pseudonimo Ermanno di Salza).
    3. L’Occidente e i limiti dell’occidentalismo, maggio-giugno (1970), [pp.49-54].
    4. Scienza razziale e unità dell’Europa, maggio-giugno (1970), pp. 98-103 (pubblicato senza indicazione del nome dell’Autore).
    5. Lo stato dell’ordine nuovo, dicembre (1970), pp. 113-120. Poi in Primo schema costituzionale per uno stato dell’Ordine Nuovo (vide).
    6. Le origini dei Latini, 4 (1971). Poi confluito, con altri scritti, ne Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni (vide).
    7. Destra sì, qualunquismo no, novembre (1972), pp. 696-704.

    «Il Conciliatore»

    1. La grande fuga (rec. di T. Thorwald, La grande fuga), gennaio (1965), p. 10.
    2. L’Opera omnia di Nietzsche, aprile (1971), pp. 185-187.
    3. Recensione di J. Evola, Cavalcare la tigre, settembre (1971), pp. 380-382.
    4. Perché il Reich crollò nella guerra, dicembre (1971), pp. 524-526.
    5. I “Pensieri” di Hitler, settembre (1972), pp. 376-377.

    «Il Cavour»
    (?)

    1. Il fascismo fenomeno europeo nelle interpretazioni degli storici, settembre (1971), pp. 42-43.

    «Il Giornale d’Italia»
    (quotidiano)

    1. Romanticismo fascista, 16-17 marzo 1972, p. 3.
    2. Una proposta culturale di Destra: “Gli uomini e le rovine” (rec. di J. Evola, Gli uomini e le rovine), 13-14 aprile 1972, p. 3.
    3. I libri sul fascismo, 6-7 luglio 1972, p. 3.
    4. “Citazioni” di J. Evola e “La società tradizionale” di R. De Mattei, 6-7 luglio 1972, p. 3.
    5. Corporativismo o tecnocrazia?, 14-15 marzo 1973, p. 3 (corrispondente a quello pubblicato col medesimo titolo ne L’Italiano dell’aprile 1973).
    6. Il volto dell’avvenire, 31 luglio 1973.
    7. Nietzsche (rec. di Fr. Nietzsche, Schopenhauer educatore, Vanni Scheiwiller, Milano 1973).

    «Civiltà»
    (1973-?)

    1. Franz Altheim e le origini di Roma, settembre-ottobre (1973), pp. 27-37. Poi confluito, con altri scritti, ne Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni (vide).

    «La torre»
    (1970-?)

    1. Nietzsche e il senso della vita (rec. di R. Reininger, Nietzsche e il senso della vita), settembre (1971), pp. 13-14.
    2. Dal taccuino di Adriano, 100-101 (1979).

    «Avanguardia»
    (1982-…)

    1. Platone: le tre anime dello Stato, 60 (1989).
    2. Introduzione a Io traditore, 60 (1989).
    3. Bibliografia sul fascismo, 60 (1989).
    4. Lo Stato dell’Ordine Nuovo, 60 (1989).

    «Arthos» nuova serie [A]
    (1997-…) (semestrale)

    1. Due lettere inedite di Adriano Romualdi (a cura di R. Del Ponte), 3-4 (1998), pp. 121-125.

    «La Destra»
    (?)

    1. Oltre il nazionalismo, febbraio (1972), pp. 35-52.

    «Algiza»
    (1995-…) (aperiodico)

    1. Due lettere inedite di Adriano Romualdi, 16 – marzo (2003), pp. 4-6.

    «Margini»
    (?-…) (mensile)

    1. Recensione di A. de Gobineau, Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, 42 – aprile (2003), p. 5.

    III. Scritti su Adriano Romualdi

    1973

    G. de Turris, La civiltà che uccide, «Vie della Tradizione» 11 (1973). Poi in A. Romualdi, Sul problema di una tradizione europea, Edizioni di Vie della Tradizione, Palermo 1996 (II ed.). Poi in id., La dittatura occulta, Sveva Editrice, Andria 1997, pp. 93-97.
    J. Evola, Per Adriano Romualdi, «L’Italiano» agosto-settembre (1973). Poi ripubblicato nel volume P. Romualdi, Ricordo di Adriano, Edizioni de «L’Italiano», 1974 (vide). Poi ripubblicato nel volume di A. Romualdi Su Evola (vide). Poi ripubblicato in «Margini» 47 (2004).
    P. Rauti, Nel suo nome la battaglia continua, «Civiltà», anno I – n°2 (Settembre – Ottobre 1973).
    G. Maceratini, Ricordo di Adriano, «Civiltà», anno I – n°2 (Settembre – Ottobre 1973).
    Ricordo di Adriano Romualdi, in «Giovani Contro», a cura del FdG di Asti, anno II – n°7 (Ottobre 1973).

    1974

    P. Romualdi (cur.), Ricordo di Adriano, Edizioni de «L’Italiano», Roma. Raccoglie scritti e articoli dedicati alla scomparsa di Adriano Romualdi.

    1976

    A. Plebe, Quando battono le ali dell’Angelo della Storia (rec. di Le ultime ore dell’Europa), «L’Italiano» ?.
    C. Terracciano, Recensione di Le ultime ore dell’Europa, «Diorama letterario» 2 (1976), pp. 9-10.

    1977

    Anonimo, Nota introduttiva alla seconda edizione di H.F.K. Günther, Humanitas, Edizioni di Ar, Padova 1977.

    1978

    G. Malgieri, Recensione di Il fascismo come fenomeno europeo, «Diorama letterario» 10 (1978), pp. 6-7.

    1979

    G. Monastra, Recensione di Gli Indoeuropei, «Diorama letterario» 19 (1979), pp. 3-4.

    1980

    M. Tarchi, Recensione della terza edizione di Julius Evola: l’uomo e l’opera, «Diorama letterario» 26 (1980), pp. 7-8.
    G. Volpe, Intervista al Tg2 (Novembre 1980) – Testo completo in «La Torre» (anno XI n°128, Dicembre 1980)

    1981

    M. Tarchi, Recensione di Correnti politiche e ideologiche della Destra tedesca, «Diorama letterario» 38 (1981), pp. 7-8.
    Fulvio Fede, Adriano Romualdi – “Gli Indoeuropei” – Hans F.K. Günther – “Religiosità Indoeuropea”, «Heliodromos», 14 (Giugno-Luglio 1981).

    1983

    AA.VV., Adriano Romualdi a dieci anni dalla sua scomparsa, Atti del convegno svoltosi a Forlì il 26 novembre 1983, in «L’Italiano» (Dicembre 1983 – Gennaio 1984 – Febbraio 1984).

    1984

    Maurizio Lattanzio, Adriano Romualdi – Le ultime ore dell’Europa,«Heliodromos», 21 (Aprile-Maggio-Giugno 1984).

    1985

    C. Terracciano, Adriano Romualdi: anima della rivoluzione, rivoluzione dell’anima, «Risguardo» IV, pp. 15-16.

    1989

    L. Fonte, Adriano Romualdi, «Avanguardia» 60 (1989).
    L. Fantini, Adriano Romualdi: un legionario, «Avanguardia» 60 (1989).
    E. Rolli, L’Europa e la civiltà indoeuropea, «Avanguardia» 60 (1989).
    G. Locchi, Essenza del fascismo quale fenomeno europeo, «Avanguardia» 60 (1989).
    G. Candelo, Una breve recensione, «Avanguardia» 60 (1989).

    1993

    G. de Turris, La “rivoluzione conservatrice” di Adriano Romualdi, «Pagine Libere» 11-12; poi in id., Politicamente scorretto. Diario Out 1988-1994, Terziaria, Milano 1996, pp. 181-186; poi in «Algiza» 10 (1998), pp. 19-21.

    1996

    G. Cannizzo, Premessa ad A. Romualdi, Sul problema d’una Tradizione Europea, II edizione, Edizioni di Vie della Tradizione, Palermo 1996, pp. 5-6.

    1997

    A. Lombardo, Recensione di Sul problema d’una Tradizione Europea, «Algiza» 7, pp. 26-27.
    D. Verzotti, Recensione di Sul problema di una Tradizione europea, «Arthos» 2, pp. 88-92.

    1998

    D. Roli, Adriano Romualdi nostro fratello maggiore, «Orientamenti» 1 (1998), pp. 53-54.
    G. Perez, “Affinità elettive”. Julius Evola e Adriano Romualdi fra Politica e Visione del Mondo, «Orientamenti» 1 (1998), pp. 55-61.
    Id., Adriano Romualdi. Una certa idea della destra politica, «Civiltà» I/1 (marzo).
    R. Paradisi, Il discepolo ortodosso, «Area» 5 (1998).

    1999

    Fr. Germinario, Con Evola, oltre Evola. Europeismo, riattualizzazione del nazismo e nuova identità politico-culturale della destra negli scritti di Adriano Romualdi, in C. Adagio – R. Cerrato – S. Urso (cur.), Il lungo decennio. L’Italia prima del ’68, Cierre Edizioni, Verona, pp. 345-372.
    A. Lombardo, Adriano Romualdi e il problema di una Tradizione europea, «Italicum» 3-4 (1999), p. 9.

    2000

    G. Malgieri, Adriano Romualdi, “un fratello maggiore”, in La memoria della Destra, Editoriale Pantheon, Roma 2000.

    2001

    S. Arcella, Memoria di Adriano, «Area» 59 (2001).

    2003

    R. Del Ponte – A. Lombardo, Due lettere inedite di Adriano Romualdi, «Algiza» 16 (2003), p. 4.
    G. Damiano, Il Nietzsche di Romualdi, Ingravalle e Losurdo, «Margini» 42 (2003), pp. 1-2.
    G. D. (G. Damiano), Recensione di A. Romualdi, Nietzsche e la mitologia egualitaria, «Margini» 42 (2003), p. 1.
    P. Di Vona, Recensione di A. Romualdi, Su Evola, «Margini» 42 (2003), p. 3.
    R. Melchionda, Su Adriano Romualdi e Platone, «Margini» 42 (2003), p. 4.
    A. Piscitelli, L’Europa archeofuturista di Adriano Romualdi, «Area» 82 (2003), pp. 72-73.
    A. Lombardo, La sorte e la battaglia, «Area» 82 (2003), p. 74.
    N. Cospito, Adriano ancora con noi, avanti a noi, «Orientamenti» sett.-ott. (2003).
    G. Perez, Adriano Romualdi a trent’anni dalla morte, «Orientamenti» sett.-ott. (2003).
    M. Cabona, Dis Manibus Adriano Romualdi, «Margini» 43 (2003).
    M. Bozzi Sentieri, Adriano Romualdi, l’anti-qualunquista, «Secolo d’Italia», 10.8.2003
    A. Lombardo, L’idea europea di Adriano Romualdi – cenni generali, «Vie della Tradizione» 131 (2003), pp. 159-164.
    U. Bianchi, Il pensatore scomodo, «Rinascita», 19.11.2003, p. 12.
    F. D’Imera, L’attualità del pensiero di Adriano Romualdi, «Rinascita», 28.11.2003, p. 11.
    M. Della Venere, Il mito dell’Europa nel pensiero di Adriano Romualdi, Nuovi Orizzonti Europei, (?).
    Sideri, Merlino, Rossi, De Turris, Romano, Adriano Romualdi: l’Uomo, l’Azione, il Testimone, Ass. cult. Raido.

    Anonimo (G. Adinolfi?), Adriano per esempio – In memoria di Adriano Romualdi, «Orion», settembre 2003.

    2004

    A. Lombardo, Adriano Romualdi, poeta dell’Europa, in A. Romualdi, Le ultime ore dell’Europa, Settimo Sigillo, Roma 2004 (2^ ed.), pp. 5-13.
    F. Sandrelli, Adriano Romualdi e l’utopia dell’eterno, Introduzione ad A. Romualdi, Gli Indoeuropei, Edizioni di Ar, Padova 2004, (2^ ed.).
    P. Buttafuoco, Recensione di A. Romualdi, Gli Indoeuropei, «Il Foglio», 24 luglio 2004.
    L. L. Rimbotti, Le radici dell’Europa? Dobbiamo cercarle nel neolitico, «Linea», 1 agosto 2004.
    Alfonso Piscitelli, Profilo di Adriano Romualdi, «L’Indipendente», 7 dicembre 2004.

    2005

    A. Rossiello, Europa Nazione. L’idea forza di Adriano Romualdi, «Rinascita», 9 gennaio 2005.
    Fr. Germinario, Recensione di A. Romualdi, Gli Indoeuropei. Origini e Migrazioni, «L’Indice», Novembre 2004; poi ripubblicato su «Margini», 49 (Gennaio 2005).
    E. Monsonis, Hommage à Adriano Romualdi, «Tierra y Pueblo», 9, (juillet 2005).

    2008

    A. N. Strummiello, Testimone ideale, «Il Borghese», Giugno 2008.
    A. N. Strummiello, Recensione di Drieu La Rochelle. Il mito dell’Europa, «Il Borghese», Agosto 2008.


    Alberto Lombardo




    Adriano Romualdi: una bibliografia | Alberto Lombardo

  3. #3
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Gli ultimi dei bianchi

    22 settembre 2010

    Autore: Adriano Romualdi






    Quando gli Olandesi si impadronirono del Capo di Buona Speranza compresero presto che i territori dell’Africa meridionale, riproducendo nell’altro emisfero le felici condizioni climatiche dell’Europa, si prestavano ad essere popolati da bianchi. Nel 1652 sbarcavano al Capo i primi 18 coloni, con l’incarico di costituire una stazione di rifornimento sulla via dell’india. Col passare degli anni il loro numero crebbe rapidamente. Alla maggioranza olandese si aggiunsero molti tedeschi e protestanti francesi esuli dopo la revoca dell’Editto di Nantes.

    La cosa prosperava. Alcuni abitavano la città costruita presso il Capo, Kaapstad, altri si sparsero nell’interno fondando fattorie. La terra, nel mite clima temperato, dava grano, vino, frutta e i coloni, per parte loro, erano gente dura, solida, fattiva, risoluta a conquistarsi una patria e a difenderla contro le scorrerie degli indigeni. Essi presero il nome di “boeren” che in olandese significa appunto “contadini”. Ma i Boeri avevano fatto i conti senza l’Inghilterra, che andava estendendo i suoi domini in ogni parte del globo. Nel 1806, approfittando del fatto che l’Olanda era legata a Napoleone, gli Inglesi occuparono Kaapstad, nonostante l’eroica e disperata resistenza del governatore olandese Jansen.

    La colonia del Capo, compresa tra l’oceano e il fiume Orange, contava allora 90.000 abitanti, di cui 10.000 bianchi e il rimanente negri. Questi ultimi erano o indigeni liberi nelle loro tribù, o schiavi di cui i Boeri si servivano nella loro opera di estensione delle culture. L’Inghilterra, per controbilanciare l’elemento olandese ostile, mandò suoi coloni nell’Africa australe. Essa cercò di reggere la situazione. Ma vari motivi di discordia contribuirono a farla precipitare. Primo tra tutti l’abolizione della schiavitù, imposta dall’Inghilterra ai coloni recalcitranti che si vedevano privati di un’indispensabile mano d’opera. Questa risoluzione prescindeva dalla sociale della colonia. Essa sconvolgeva le strutture e l’organizzazione dell’economia boera, che abbisognava della schiavitù per dissodare ampie estensioni di nuove terre, e aprirle alla civiltà. E i Boeri, che avevano conquistato la loro patria pezzo per pezzo, lottando contro i selvaggi, non potevano certo tollerare i missionari anglicani, sostenuti dal governo, che parteggiavano per i negri contro di loro nella speranza di cattivarseli. Per porre fine a questo assurdo stato di cose e sfuggire all’invisa oppressione britannica essi si risolsero ad un atto di grande coraggio. Nel 1836 i Boeri, con le mogli, i figli, gli schiavi e le bestie varcarono in massa i fiume Orange, abbandonando le loro fattorie per stabilirsi negli altopiani stepposi dell’interno. Essi si spostavano sui cape carts, grandi carri tirati da otto coppie di buoi, vivendo una leggendaria vicenda che sta tra la conquista del West e la migrazione germanica. Guidati da capi esperti e risoluti come Moritz, Uys, Retief, Pretorius, Potgieter, si aprirono il passo a fucilate tra le bellicose tribù negre.



    Andries Pretorius (27 novembre 1798 – 23 luglio 1853)
    Le Repubbliche Boere

    Questa prima emigrazione prende il nome di Grande Trek. Parte dei Boeri si stanziò nel territorio chiuso dai fiumi Orange e Vaal, parte discese nel Natal. Nacquero così le repubbliche dell’Orange e del Natal. Ma nel 1842 il Natal veniva proclamato dominio inglese, mentre i più tenaci Boeri. Si rimettevano in marcia sotto la guida di Andrea Pretorius per raggiungere l’Orange. L’Inghilterra, timorosa di questo popolo, piccolo ma fiero, nel 1848 proclamava l’annessione dell’Orange. Pure moltissimi dei Boeri trovarono ancora l’energia e il coraggio di andare oltre verso nuove lotte. Andrea Pretorius li guidò di la dal fiume Vaal, dove fondarono la repubblica del Transvaal. Intanto gli Inglesi nel 1854 avevano dovuto abbandonare l’Orange data l’impossibilità di controllare la popolazione ostile.



    Boeri durante il Grande Trek
    Le due repubbliche ebbero allora più di vent’anni di tranquillità sviluppando il loro ordine caratteristico, agrario e pastorale. Ma la scoperta dei ricchissimi giacimenti d’oro e di diamanti attirò nuovamente la cupidigia dell’Inghilterra, che nel 1876 costrinse l’Orange a cedere il dipartimento occidentale del Griqualand. Essa compensò ipocritamente la repubblica con una somma che, trent’anni dopo, rappresentava la millesima parte della sola produzione diamantifera del territorio. Un anno più tardi gli Inglesi, bramosi d’oro e di diamanti, invadevano il Transvaal. Ma i Boeri non erano piegati. Il 13 dicembre 1880 si riuniva a Parde Kraal l’assemblea popolare, il Volksrad, che deliberava la lotta a oltranza allo straniero sotto la dittatura triumvirale di Kruger, Joubert e Pretorius il giovane. I Boeri prendevano le armi giurando di non deporle prima di aver cacciato gli Inglesi. Questi, sconfitti sanguinosamente a Majuba Hill, dovettero riconoscere l’indipendenza del Transvaal. Ancora una volta un pugno di uomini ostinati aveva avuto ragione del più potente impero del mondo. Ma nuovi problemi si venivano delineando. La febbre dell’oro avev fatto affluire nel territorio delle repubbliche boere turbe disordinate di cercatori, per lo più inglesi. Questa gente, immigrata provvisoriamente e senza tradizioni che la legassero a quelle terre, non poteva subito essere ammessa sul piede di paità con i Boeri, radicati a quel suolo che avevano conquistato a prezzo del sangue e conservato tra ogni disagio. Questo ben comprendeva Kruger, presidente del Transvaal, uomo duro e tenace, venuto da bambino in quelle regioni sul Cape cart della sua famiglia. Egli si rifiutava di concedere agli “uitlanders”, gli “stranieri”, i diritti politici dei Boeri, difendendo la natura aristocratica di quelle democrazie di piccoli proprietari.


    Stephanus Johannes Paul Kruger (10 ottobre 1825 – 14 luglio 1904)
    Rhodes contro Kruger

    Contro Kruger e la sua “politica reazionaria” si scagliava Cecil Rhodes, governatore del Capo e uomo di punta dell’imperialismo britannico. Rhodes sognava una ferrovia che unisse l’Egitto al Sud-Africa attraversando una fascia initerrotta di territori inglesi. Ma i Boeri non erano disposti a cedere. Non erano più soli di fronte agli Inglesi. Da quando i Tedeschi, nel 1884, avevano fondato la loro colonia dell’Africa del Sud-Ovest, molto sangue germanico scorreva nelle vene dei Boeri e, in fondo, l’afrikaans, il dialetto olandese da loro parlato, altro non era che una varietà del basso tedesco. Di fronte al pericolo di un collegamento tedesco-boero Rhodes si adoperava per isolare le repubbliche annettendo alla provincia del Capo la Beciuania e il territorio delle due Rhodesie. Nel 1895 egli tentava un colpo di mano. Una banda inglese capeggiata dal suo luogotenente Jameson penetrava nel Transvaal tentando di fare insorgere gli uitlanders. Bastavano poche precise carabine boere e l’ennesima manovra britannica naufragava nell’insuccesso. Jameson e compagni, generosamente risparmiati dai Boeri, venivano rispediti ai loro connazionali, mentre il Kaiser mandava a Kruger un celebre telegramma di congratulazioni. Ma l’Inghilterra, umiliata, non pensava che a vendicarsi di questo piccolo popolo di uomini eroici e ostinati che tante volte le avevano dato scacco matto. Nell’ottobre del 1899 si giungeva alla guerra tra l’Impero Britannico e le repubbliche del Transvaal e dell’Orange.

    Gli Inglesi erano sicuri che tutto si sarebbe risolto in una passeggiata armata contro poche bande disperse. Ma per spezzare la resistenza dei Boeri furono necessari tre anni di guerra, spese colossali, trecentomila uomini contro soli trentamila, rovesci sanguinosi ed umilianti. Intanto l’opinione pubblica europea si accendeva di entusiasmo per la causa boera. Nella prima fase della guerra i Boeri presero persino l’offensiva invadendo il territorio inglese e sconfiggendo le truppe britanniche su tutti i fronti. Solo quando gli Inglesi poterono concentrare le truppe armate da tutto l’impero le repubbliche furono occupate. Ma qui incominciò la seconda fase della lotta. I Boeri, esperti cavalieri, tiratori infallibili, conoscitori del terreno, impegnarono l’esercito inglese in una snervante guerriglia protrattasi per ben due anni. Ogni fattoria era un fortilizio, ogni donna, ogni bambino, un nemico. Per piegare i Boeri gli Inglesi dovettero ricorrere a sistemi mai veduti di guerra totale. Le fattorie furono incendiate, la popolazione civile ammassata in grandi campi di concentramento dove i disagi e le malattie fecero strage. Solo con questa devastazione sistematica del popolo e del territorio se ne potè ottenere la resa. Il 14 giugno 1902 il generale Smuts annunciava la resa con queste tragiche parole: «Figli miei, le due repubbliche che si chiamavano Transvaal e Orange non esistono più… Sappiate che sui loro campi è scorso il sangue delle nostre donne e dei nostri ragazzi. Ventunmila donne e bambini sono giá morti. Se la guerra dovesse continuare morirebbero tutti e la nostra razza scomparirebbe». A questo prezzo si comperò la pace.

    L’Unione Sudafricana


    Hendrik Frensch Verwoerd (8 settembre 1901 – 6 settembre 1966)
    Nel 1910 i territori delle due repubbliche, insieme con la Colonia del Capo e il Natal, venivano a far parte di un’Unione Sudafricana nell’ambito della quale godevano di molte garanzie, tra cui l’uso dell’afrikaans accanto all’inglese come lingua ufficiale. Questo tuttavia non impedì che una parte dei Boeri, allo scoppio della guerra mondiale, sperasse nella vittoria della Germania. Interpreti di questo diffuso stato d’animo si fecero due generali, Beyers e De Wet, che si ribellarono cercando di collegarsi con i Tedeschi che difendevano la vicina Africa del Sud-Ovest. Ma, scomparsa anche quest’ultima speranza di libertà, i Boeri si adattarono a vivere nell’ambito dell’Impero Inglese che, dopo averli sconfitti aveva adottato nei loro confronti una politica intelligente e generosa. La lotta tra Sudafricani di origine inglese e Sudafricani di origine boera si trasferì sul terreno politico. E i Boeri riuscirono a vincerla nelle file del partito nazionalista creatore della politica di apartheid. Oggi vivono nell’Unione Sudafricana quasi 15 milioni di uomini di cui 3 milioni bianchi e 12 milioni di colore. L’elemento boero, che rappresenta il 60% della popolazione bianca, controlla la situazione. Il leader boero Verwoerd è venuto alla ribalta in questi ultimi tempi per l’ostinazione con cui difende contro tutto il mondo dei piagnoni e dei calabrache la sua politica di separazione delle razze. Verwoerd non è uomo che si lasci impressionare. Nato ad Amsterdam da genitori presto emigrati nel Sud Africa ha rivissuto le origini della nazione boera. Durante la prima guerra mondiale, appena ragazzo, si fece cacciare da scuola per aver sostenuto il diritto del suo popolo di insorgere contro l’Inghilterra. Studente, rifiutò una borsa di studio inglese e andò a studiare in Germania. Nel corso dell’ultimo conflitto fu incriminato perché sospettato di nazismo. Verwoerd è un difensore a oltranza della tradizione boera e, insieme, un uomo duro e ostinato della razza tenace dei Kruger e dei Pretorius. Il sistema dell’apartheid non vuole sancire l’oppressione dei negri ma soltanto il loro sviluppo in aree separate. Il governo sudafricano spende cifre altissime per l’educazione e l’assistenza della popolazione negra che ha forse il più alto tenore di vita tra tutti i negri africani. Ma, d’altra parte, poiché le repubbliche sudafricane sono state create dai bianchi è giusto che lo Stato, che si identifica con la minoranza dirigente creatrice di storia, rimanga nelle mani di chi lo ha edificato a prezzo di gravi sacrifici. Il Sud-Africa non esisterebbe senza i bianchi e a loro spetta dirigerli. D’altra parte esso è grande abbastanza perché i negri possano organizzarsi liberamente nei loro territori in seno alla confederazione sudafricana. Naturalmente l’esercito, la direzione politica rimarranno cosa della razza-guida.

    È un’organizzazione complessa che richiede anni di lavoro per la creazione delle aree negre indipendenti, i “bantustans”, ma è anche l’unica che renda possibile all’Unione di rimanere uno stato bianco pur avendo una maggioranza di negri.



    Monumento ai Voortrekkers, Pretoria
    Verwoerd è odiato dagli Inglesi ma i Boeri sono decisi a seguirlo fino all’ultimo. Lo dimostrò il plebiscito dell’anno scorso in cui la maggioranza dei sudafricani si dichiarò favorevole alla forma repubblicana troncando così l’ultimo legame nominale con la corona d’Inghilterra. E la rivincita boera sugli Inglesi è stata totale quando Verwoerd, pochi giorni fa, ha annunciato che il Sud Africa, non accettando intromissioni nella sua politica razziale, uscirà dal Commonwealth il 30 maggio prossimo, giorno della proclamazione della repubblica. Ancora una volta i Boeri, idealmente, hanno passato il fiume. Le decisioni estreme sono caratteristiche di questo popolo che tanto si è battuto per la sua libertà e che oggi si batte per una libertà non meno fondamentale: quella di rimanere se stesso. Perché un popolo ha, innanzitutto, il diritto di non snaturarsi, la facoltà di conservare la sua fisionomia etnica, genio creatore della sua storia e della sua cultura.

    * * *

    Luogo e data di pubblicazione incerti (ma probabilmente pubblicato nella prima metà del 1960 sul mensile L’Italiano).




    Gli ultimi dei bianchi | Adriano Romualdi
    Ultima modifica di Avamposto; 14-10-10 alle 11:58

  4. #4
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    L’idea scintillante di un ordine spirituale

    6 luglio 2010

    Autore: Adriano Romualdi




    «Chiamo classico il sano e romantico il malato»: queste severe parole di Goethe non abbisognano, nella loro glaciale chiarezza, di alcun commento. Ma accanto ad esse, a scopo integrativo, si potrebbe ricordare quella profonda e notturna sentenza del romantico Novalis secondo la quale ogni malattia non è che il tendere doloroso di un organismo limitato verso un più ampio e pieno equilibrio. Le stesse malattie distruttive, la stessa morte non sono forse crisi radicali attraverso cui la persona, spezzati gli angusti limiti dell’individualità, si trasferisce in un più vasto piano dell’essere? In realtà, a considerare la malattia da un punto di vista metafisico, traendo dai fatti le estreme conseguenze, il germe della malattia e della morte è deposto dalle origini in ogni organismo finito appunto perché finito, e quindi destinato a passare in un ordine più vasto, in uno stadio dell’essere più prossimo alla totalità.

    Queste brevi considerazioni qui svolte sulla malattia degli organismi individuali valgono, per analogia, per i grandi organismi sociali che chiamiamo civiltà. Anche le civiltà hanno le loro malattie. Quanto più un ordine sociale è insufficiente, limitato, chiuso alla realtà spirituale dell’uomo e alla totalità dell’essere, tanto più acutamente esso si ammala e, logorato da una febbre liberatrice, aspira a dissolversi. Quando una società si inaridisce per un crescente processo di «umanizzazione», quando dimentica i sentieri che conducono ai giochi montani della trascendenza, le forze elementari dello spirito, sia quelle positive, ignee, diurne, che quelle oscure, notturne, catastrofiche, si volgono congiuntamente contro di lei. Le energie spirituali che una civiltà rifiuta di organizzare si adunano mareggianti contro le sue incerte frontiere per cancellarle.

    Le civiltà tradizionali (usiamo la parola tradizionale nel senso che dà ad essa Evola nelle sue opere) hanno sempre posto al vertice della società valori eroici ed ascetici. Esse culminavano in un’aristocrazia che non rappresentava soltanto la guida politica ma la salda connessione con l’invisibile, col mitico, con l’eroico. Mediante questa connessione il mondo tradizionale si dilatava oltre i suoi confini apparenti in uno spazio spirituale dove la potenza interiore cresceva fino a cancellare i vincoli del mondo fisico. Esso non si curava tanto di allontanare il pericolo, il bisogno e la morte quanto di vincerli. Per quanto aspri e rigidi potessero essere i suoi ordinamenti, essi tendevano alla libertà e cioè ad educare spiriti limpidi ed inesorabili capaci di portarsi di là dai propri limiti fisici e intellettuali.

    A volte l’armatura sociale poteva sembrare aspra e ferrea ma l’armatura sprituale, come uno schermo trasparente di vetro, si affacciava su regioni alte e gelide dove, in un’atmosfera rarefatta, bruciava ogni residuo di oggettività e di passività. L’uomo delle grandi civiltà preistoriche, del mondo antico, del Medioevo, delle culture asiatiche d’impronta tradizionale doveva affrontare pericoli e difficoltà ma gli era sconosciuta questa angoscia da topo preso in trappola che sempre più s’impadronisce dell’uomo contemporaneo. Esso non aveva bisogno d’evasioni romantiche. La via stava aperta davanti a lui perché aveva avuto la ventura di nascere in seno ad un autentico ordine.

    Ma l’ordine borghese, instaurato in Europa dalla rivoluzione del Terzo Stato, non è un vero ordine. Il sistema sociale e politico dell’homo oeconomicus, il mondo ateo razionalista, democratico, progressista quale si venne configurando nella pubblicistica filosofica del secolo XVIII, quale si affermò in tutta Europa col liberalismo, il capitalismo, il socialismo e il comunismo è un sistema parziale, una grottesca contraffazione del vero ordine. Per conservarsi esso bandisce il sacro e l’eroico fuori della sua cinta protettiva, dichiara che lo Stato serve al benessere dei più e che quel che la massa chiama felicità è il fine più alto che l’umanità possa proporsi. Questo mondo sovvertito chiama irrazionale ciò che non comprende, antistorico ciò che non può corrompere e fascista ogni tentativo di ritorno alla normalità. Esso è il mondo dell’ultimo uomo di nietzscheana memoria, l’ultimo uomo la cui immagine Zarathustra contrappone a quella del Superuomo: «Allora la terra sarà diventata piccola e vi saltellerà l’ultimo uomo che tutto rimpicciolisce. La sua razza è indistruttibile come quella della pulce; l’ultimo uomo vive più a lungo degli altri».

    Noi abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini, e ammiccano.

    Hanno abbandonato le contrade dove la vita era aspra: han bisogno di calore. Si ama ancora il proprio vicino e ci si frega contro: si ha bisogno di calore.

    Ammalarsi, diffidare è pericoloso ai loro occhi: si procede con cautela. Folle colui che inciampa ancora nei sassi degli uomini!

    E un po’ di veleno di tanto in tanto: procura piacevoli sogni. E una buona dose di veleno, alla fine, per piacevolmente morire.

    Ancora si lavora, ché lavorare è divertimento. Ma si ha cura che il divertimento non stanchi troppo.

    Non più la vicenda di diventar ricchi o poveri: troppo faticosa l’una cosa e l’altra. Chi vuole ancora governare? e chi obbedire? Troppo faticosa l’una cosa e l’altra.

    Niente pastore e un solo gregge! Tutti vogliono la stessa cosa. Tutti uguali. Chi la pensa diversamente va da sé al manicomio.

    «Una volta erano tutti pazzi», dicono i più astuti, e ammiccano.

    Altrove rievocheremo nelle sue linee generali il processo che ha permesso di giungere a tutto questo. Qui ci basta affermare in maniera netta e categorica che la società in cui viviamo non può considerarsi normale. Il danaro ha scacciato il sangue e l’onore, il ceto borghese si è sostituito ad un clero e a una nobiltà vacillanti ma il bisogno di vero ordine, di una autentica gerarchia dei valori spirituali non può morire. Dall’epoca in cui il mondo borghese ha disteso la sua cappa di piombo sull’Europa le élites spirituali sono allo sbaraglio. La loro rivolta si chiama romanticismo. Agli albori del secolo XIX, nella Germania del Sacro Impero in cui ancora permanevano le pie vestigia del passato feudale un gruppo di scrittori sentì, confusamente, un desiderio di restaurazione medioevale contro un mondo minacciato dal mercantilismo e dall’egualitarismo plebeo. Alcuni di loro scesero sul terreno politico e collaborarono da vicino alla creazione della Santa Alleanza. Caduta la prospettiva di una restaurazione il romanticismo crebbe in tumulto e disordinata rivolta contro la bétise bourgeoise. Nella sua furia di vendetta contro un mondo decaduto dimenticò le sue origini di destra e vagheggiò rivolte d’ogni specie. Naufragò nell’alcool, nel sogno, nella morte.



    Joseph Goebbels al Reichs Parteitag di Norimberga del 1933
    Ma, nel 1914, le fiamme della Grande Guerra, che Nietzsche, profeticamente, aveva veduto salire da lontano, bruciarono l’involucro dell’Europa borghese e positivista, dell’Europa ottocentesca. Da queste fiamme uscì la forma politica del romanticismo, quello che noi tutti chiamiamo fascismo, le fascisme immense et rouge che affascinava Brasillach con le sue maree di bandiere, di torce, di canzoni. Goebbels lo definì «romanticismo di acciaio».

    Questa grande rivolta romantica è, secondo le parole di Goethe citate all’inizio, una malattia. Ma la malattia, come la morte, non contiene in sé alcun particolare valore negativo. Essa si limita a manifestare l’insufficienza dell’organismo in cui fa la sua comparsa. I borghesi possono ben chiamare i romantici e i fascisti «malati» ma essi rimangono i testimoni ingombranti del fallimento di un mondo che si crede completo senza esserlo.

    * * *

    Tratto dal Secolo d’Italia del 7 agosto 1964.




    L'idea scintillante di un ordine spirituale | Adriano Romualdi

  5. #5
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Nietzsche lettore di Schopenhauer

    24 giugno 2010

    Autore: Adriano Romualdi



    Avviatosi sulla strada della filosofia classica, Friedrich Nietzsche fece due incontri che influenzarono profondamente la sua immaginazione giovanile e finirono per portarlo molto lontano dalla tranquilla carriera scientifica che aveva scelto. Uno fu quello con la musica di Riccardo Wagner, l’altro con l’uomo Schopenhauer e la sua filosofia. Non vi è dubbio infatti che il giovane Nietzsche venne colpito oltre che dalle pagine dense e fascinose de Il mondo come volontà e rappresentazione, dalla figura grandiosamente solitaria di questo personaggio che sembrava ripresentare ai nostri giorni quella fisionomia eroica, nobilmente statuaria d’un Eraclito e toccava profondamente la sensibilità del giovane studioso dei presocratici. Schopenhauer era agli occhi di Nietzsche il filosofo non accademico, remoto da quella che sprezzantemente definiva «la filosofia professorale dei professori di filosofia». Era anche l’aristocratico, l’umanista uscito da una ricca famiglia anseatica di Danzica, che non si era mai piegato alle menzogne politiche del secolo e aveva lasciato eredi dei suoi beni le famiglie dei poliziotti prussiani caduti negli incontri con gli insorti nel 1848.

    Nietzsche si accinse a questo ritratto morale di Schopenhauer nel contesto delle quattro Considerazioni inattuali; «inattuali», scritte al di fuori del proprio tempo, contro il proprio tempo. La «inattualità» di Schopenhauer consisteva nell’aver creato una filosofia di respiro cosmico, lontana da compromessi con la politica e con la storia, remota dalla ciarlataneria e dai giochi di parole degli idealisti «trascendentali» e dalla loro retorica dello spirito. Mentre descriveva Schopenhauer, Nietzsche andava accorgendosi di descrivere anche se stesso, quale avrebbe dovuto essere, non un semplice uomo di scienze, ma un educatore del popolo tedesco e un rinnovatore della cultura.

    Non c’è dubbio che l’esempio di Schopenhauer fu fondamentale nell’indurre Nietzsche a rompere con l’ambiente accademico, come anche fu fondamentale per l’orientamento non razionalistico e vitalistico del suo pensiero più tardo. La concezione del mondo come una forza, un’energia, di cui lo spirito umano non è che un’incarnazione, Nietzsche la trasse da Schopenhauer non meno che dai presocratici.

    Questo libro – scritto con l’abituale splendore stilistico – ci viene riproposto in elegante edizione dall’editore Vanni Scheiwiller in una traduzione del 1915, che vede uniti i nomi prestigiosi di Vincenzo e Vladimiro Arangio Ruiz. Di esso, citeremo solo una frase, in cui si raccoglie tutta la speranza del Nietzsche «inattuale»:

    «Io cammino per le strade nuove delle nostre città, e penso che di tutte queste case orribili che la generazione degli uomini dell’opinione pubblica si è costruite, di qui a un secolo non resterà in piedi niente, e che allora saranno cadute le opinioni dei costruttori. Di quanta speranza invece possono essere partecipi tutti coloro che sentono di non essere di questo tempo! Se lo fossero, coopererebbero ad uccidere il loro tempo e a morir con lui; e invece preferiscono risvegliare il tempo alla vita, e in questa vita essi sopravvivere».

    Parole che, nel frattempo, non hanno perduto la loro attualità.

    Friedrich Nietzsche, Schopenhauer educatore, Vanni Scheiwiller, Milano 1973, pag. 121, lire 2.500.

    * * *

    Tratto da Il Giornale d’Italia del 27-28.7.1973 (ove venne pubblicato col titolo Nietzsche).




    Nietzsche lettore di Schopenhauer | Adriano Romualdi

  6. #6
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Orientamenti per una nuova cultura di destra


    4 maggio 2010

    Autore: Adriano Romualdi




    Quali potrebbero essere i compiti di una destra culturale?

    Nel campo della visione del mondo, la definizione di una concezione organica, e non meccanica, qualitativa e non quantitativa, una Ganzheitslehre per la quale esistono tutta una serie di punti di riferimento da Schelling fino a Othmar Spann. Ma anche taluni filoni dell’idealismo — depurati da una certa mitologia storicistica — possono costituire dei punti di riferimento contro il neomarxismo e il neoilluminismo. Dall’Hegel de La filosofia del diritto fino al miglior Gentile, taluni elementi possono essere utilizzati. Non da trascurarsi è la critica della scienza e della concezione matematica del cosmo, nella quale sia la critica al concetto della legge di natura d’un Boutroux, e perfino l’élan vital di Bergson possono servire quali elementi di rottura per una concezione non matematica, ma volontaristica e spiritualistica dell’universo.

    Così, in questo dominio esistono dei punti di riferimento abbastanza numerosi. L’importante è rendersi conto che una visione del mondo dev’essere formulata anche in termini logici, e non solo mitici. L’importanza di un Evola rispetto a un Guénon è che egli ha alle spalle una Teoria e una Fenomenologia dell’Individuo Assoluto, e cioè un vero e proprio pensiero, e della massima consequenziarietà e coerenza. In un’epoca di razionalismo dominante, non si può pretendere di fare accettare un «tradizionalismo» che si presenti in termini più o meno fideistici.

    Per ciò che riguarda la vera e propria scienza, sono innanzitutto da utilizzare le riserve formulate da grandi scienziati contemporanei come un Heisenberg e un Weiszacker di fronte al metodo scientifico come strumento di conoscenza assoluta. È importante rendersi conto che la più moderna fisica non conosce una «materia» ma una serie di ipotesi intorno a un quid concettualmente indefinibile.

    Un secondo dominio è quello dell’antropologia. Antropologi come l’americano Jensen (The heritability of intelligence) e l’inglese Eysenck (Race, Intelligence and Education) hanno analizzato lo scarto intellettuale tra bianchi e neri dando risalto ai fattori ereditari. Un altro americano, Carleton S. Coon nel suo The origin of races — considerato il più importante studio sulle origini dell’uomo dopo quelli di Darwin — ha mostrato come le razze umane non abbiano un comune progenitore ma abbian superato separatamente la soglia dell’ominazione. Si tratta di affermazioni fondamentali, che i mass-media si sforzano di ignorare ma di cui una Destra non può disinteressarsi per le loro conseguenze anti-egualitarie.

    Ai margini della scienza si colloca uno degli argomenti oggi più discussi: l’ecologia. Ebbene, sarebbe assurdo che la Destra abbandonasse alle sinistre questo tema quando tutto il significato ultimo della sua battaglia si identifica proprio con la conservazione delle differenze e delle peculiarità necessarie all’equilibrio spirituale del pianeta, conservazione di cui la protezione dell’ambiente naturale è una parte.

    Quello della storia è uno dei campi più violentemente battuti dall’offensiva avversaria. Dimostrare che la Destra è contro «il senso della storia» è uno dei mezzi più a buon mercato per screditarla agli occhi d’un’epoca pronta a scambiare il progresso tecnico col progresso in assoluto.

    È necessario innanzitutto far posto a una concezione non banalmente evolutiva della storia. Un Oswald Spengler, un Toynbee, un Günther, uno Altheim possono offrire dei punti di riferimento. Alla concezione della storia come un meccanico «progresso» va opposta una visione storica che conosce periodi di sviluppo e periodi di involuzione. In genere, non esiste una storia dell’umanità, ma solo una storia delle differenti stirpi e civiltà, ad esempio — una storia dell’Europa come divenire delle stirpi indoeuropee attraverso i cicli preistorico, greco-romano e medievale-moderno.

    Questa concezione d’una «cultura» europea è anche quella che ci aiuta a comprendere la storia più recente. Tutta la storiografia di destra dall’800 in poi è stata scritta in chiave nazionale e nazionalistica. Questo schema non era metodologicamente errato, ma angusto. Esso mostrò i suoi limiti quando il fascismo si pose come movimento europeo per la ristrutturazione dell’intera civiltà europea. È per questo che i libri degli epigoni del nazionalismo come un Tamaro (Vent’anni di storia) ci lasciano insoddisfatti per la mancanza d’una adeguata prospettiva storiografica.

    Un cenno particolare merita il dominio dell’arte. Qui non basta la chiarezza degli orientamenti ma occorre integrare le tesi «giuste» con quell’infallibilità del gusto che conferisce ad un sentimento del mondo nobiltà artistica. Che cos’è l’arte di destra? Non si tratta semplicemente di fare dei buoni romanzi o delle poesie diversi per il contenuto ma di esprimere una differente tensione stilistica. Vi sono libri di autori «impegnati» a destra in cui difficilmente si potrebbe rinvenire questa nuova dimensione. Essa può affiorare invece in scrittori meno engagé. Si veda, ad esempio, Sulle scogliere di marmo di Jünger. Questo autore, se in un certo periodo è stato molto vicino al Nazismo, in seguito se ne è distaccato assumendo atteggiamenti critici. Ma difficilmente potremmo trovare qualcosa che sia più «a destra» di questo racconto: l’impersonalità aristocratica della narrazione, lo stile impeccabile e scintillante, l’assenza della sia pur minima scaglia di psicologismo borghese ne fanno un modello difficilmente dimenticabile.

    In genere, questi caratteri si ritrovano in tutte le migliori opere di Jünger. Il contenuto letterario di Jünger è un poco prezioso. Ma un sentimento artistico «di destra» può animare anche una materia scarna, povera, «naturalistica». Così i romanzi del norvegese Hamsun, in gran parte storie di paesani del Nord: pescatori, marinai, contadini. Anche qui, sia pure in tono minore, una ferma e misurata dignità e — al tempo stesso — un elemento mitico nelle vicende di queste anime semplici che lottano contro il destino nell’atmosfera magnetica del paesaggio boreale.

    Qui dobbiamo limitarci a un paio di esempi, i primi che ci vengono in mente. Ma ognuno può comprendere quello che abbiamo voluto dire e integrare questi accenni con la sua sensibilità e le sue conoscenze. Queste riflessioni valgono per tutte le arti: il contenuto passa in seconda linea di fronte alla forma. Si veda ad esempio la disinvoltura con cui il Fascismo si è appropriato dell’architettura moderna per esprimere un sentimento del mondo che «moderno» non è. Si veda l’architettura classico-moderna dell’Università di Roma o quella del Foro Mussolini. Si tratta di opere minori, ma di opere ben riuscite, e lo spirito che emana da quella scintillante geometria non è l’aridità dei grattacieli, ma la sostanza dura e lucente dell’anima antica: ordine, misura, forza, disciplina, chiarezza.

    E veniamo ad un’arte minore, il cinema. Anche qui faremo alcune riflessioni sparse che possono servire a inquadrare il problema. Ognuno può vedere che L’assedio dell’Alcazar è un buon film di propaganda fascista. Ma, a rigore, con lo stesso linguaggio, si sarebbe potuta fare anche una epopea antifascista. Vi sono invece talune inquadrature dell’ebreo comunista Eisenstein (abbiamo in mente alcuni fotogrammi di Ivan il Terribile) che, per il loro misticismo nazionalista e autoritario non possono non esser definite «di destra». Così è noto che Fritz Lang, il regista de I Nibelunghi, era un comunista convinto che abbandonò la Germania all’avvento di Hitler. Ma pochi films più del suo capolavoro riescono ad esprimere la Stimmung eroica, mitica e pagana della Germania nazista. E Goebbels dimostrò una notevole intelligenza quando pensò a lui per la regia del film del Congresso di Norimberga.

    Ancora un esempio: Ingmar Bergman. Questo autore non può certo essere detto «fascista» (sebbene i comunisti una volta ci abbiano provato). Ma vi è in talune sue opere una potenza simbolica, che — trasportata dall’arte nel dominio sociale — non può non esercitare talune, precise suggestioni che gli avversari definirebbero volentieri «irrazionalistiche e fasciste». Abbiamo presenti alcune inquadrature de Il settimo sigillo. Si ricordino i paesaggi mitici e solenni, la presenza dell’invisibile nel cuore del visibile, il dramma dell’eroe. Qui non si vuol bandire nessun messaggio politico, ma l’impressione che lo spettatore ricava dallo insieme è tutt’altro che «democratica», «sociale» ed «umanistica».

    Naturalmente, anche qui chi decide è l’istinto. Chi è veramente di destra, chi è interiormente improntato da taluni valori, da un particolare ethos saprà immediatamente distinguere le impressioni artistiche che appartengono al suo mondo. Estetica viene da aisthànomai, un conoscere per sensazione immediata.

    Le considerazioni qui svolte non hanno carattere sistematico. Esse vogliono solo affrontare un problema, non definirlo. D’altronde, in questo campo bastano anche degli orientamenti generici. Di là da questi ognuno deve procedere con le sue conoscenze e le sue capacità.

    Bastano pochi cenni per tracciare le linee di sviluppo di una cultura di destra. Ma questo astratto orientamento incomincerà a prendere forma quando dei singoli si metteranno a scrivere e a fare.




    Orientamenti per una nuova cultura di destra | Adriano Romualdi

  7. #7
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Fascismo, nazismo e cultura di destra

    27 marzo 2010

    Autore: Adriano Romualdi


    Essenzialmente si è detto. Infatti, il mito imprecisato del «popolo» serve ancora a contrabbandare una quantità di idee che di destra non sono. Di qui la scarsa capacità di presa dei regimi fascisti d’Italia e Germania nel campo della cultura. Fascismo e Nazismo, se ebbero chiara la loro contrapposizione ai movimenti scaturiti dalla rivoluzione francese, se osarono far fronte contro il mito borghese e quello proletario, contro capitalismo anglosassone e bolscevismo russo, non riuscirono a creare all’interno dello Stato una cittadella ideologica che potesse sopravvivere alla catastrofe politica.

    Basti pensare che in Italia la leadership culturale fu affidata a Gentile, un uomo che seppe pagare di persona, ma — ideologicamente — solo un patriota di spiriti risorgimentale, legato a filo doppio col mondo della cultura liberale. Non a caso, tutti i discepoli di Gentile (quelli intelligenti, che contano qualcosa nella cultura), militano oggi in campo antifascista e persino comunista. Chi legga Genesi e struttura della società non può non rimanere perplesso di fronte allo spirito democratico-sociale di quest’opera che, degnamente, culmina nell’ideale bolscevico dell’«umanesimo del lavoro». Così, non può meravigliare che un gentiliano come Ugo Spirito si atteggi, di volta in volta, ora a «corporativista», ora a «comunista», senza bisogno di cambiare un rigo di ciò che ha scritto.

    In Italia durante il ventennio si parlò molto di patria, di nazione, ma non ci si preoccupò mai di far circolare le idee della più moderna cultura di destra. Il tramonto dell’Occidente di Spengler (che pure Mussolini conosceva nell’originale), Der Arbeiter di Jünger, Der wahre Staat di Spann non furono mai tradotti; romanzi come Gilles di Drieu La Rochelle o I proscritti di von Salomon furono completamente ignorati dalla cultura fascista ufficiale.

    In queste condizioni, era naturale che l’opera d’un Julius Evola venisse ignorata. Un libro come Rivolta contro il mondo moderno che, tradotto in Germania, destò grande interesse (Gottfried Benn scrisse di esso: «Un’opera la cui importanza eccezionale apparirà chiara negli anni che vengono. Chi la legge si sentirà trasformato e guarderà l’Europa con sguardo diverso») in Italia valse come non scritto.

    All’ombra del Littorio, dietro la facciata delle aquile e delle divise, continuò a prosperare una cultura neutra, insipida, talvolta fedele al regime per un intimo patriottismo piccolo-borghese, più spesso in celato atteggiamento polemico e sobillatorio.

    Oggi sono di moda i memoriali alla Zangrandi in cui alcuni mediocri personaggi della politica e del giornalismo si vantano di aver fatto carriera come fascisti senza esserlo in realtà. È evidente la malafede di questi squallidi figuri ma, tra tante menzogne, una verità rimane: la «cultura fascista», quella ufficiale dei Littoriali della gioventù, dietro a una facciata di omaggi adulatori al Duce, al Regime, all’Impero, restava un miscuglio di socialismo «patriottico», di liberalismo «nazionale» e di cattolicesimo «italiano».

    Caduta l’identità Italia-Fascismo, crollato nel 1943 il concetto tradizionale di patria, i socialisti «patriottici» sono diventati socialcomunisti, i liberali «nazionali» soltanto nazionali e i cattolici «italiani» democratici cristiani. È indubbio che l’opportunismo ha contribuito a questa fuga generale, ma è certo che se il Fascismo avesse fatto qualcosa per creare una cultura di Destra, un’imprendibile cittadella ideologica, qualcosa ne sarebbe rimasto in piedi.

    Il Nazismo si trovò a lavorare su di una base migliore. La cultura di Destra tedesca aveva dietro di sé una prestigiosa serie di nomi, a cominciare dai primi romantici fino a un Nietzsche. Lo stesso Goethe ha lasciato non equivoche parole di sfiducia per l’infatuazione liberale dei suoi tempi. Inoltre, tra il ‘18 e il ‘33, in Germania era fiorita la cosiddetta «rivoluzione conservatrice» con autori di fama europea: Oswald Spengler ed Ernst Jünger, Othmar Spann e Moeller van den Bruck, Ernst von Salomon ed Hans Grimm sono nomi noti anche fuori dai confini tedeschi. Lo stesso Thomas Mann aveva dato con le Considerazioni di un impolitico un contributo fondamentale alla causa della destra tedesca.

    Anche qui però il mito del «popolo» prese la mano ai governanti e la Gleichschaltung fece ammutolire ogni critica, anche quella costruttiva.

    Ma, nei confronti del Fascismo, il Nazismo ebbe il merito di costringere la cultura neutra a una resa dei conti. Esso, molto più del regime italiano, ebbe la coscienza di rappresentare un’autentica visione del mondo, violentemente ostile a tutte le putrefazioni e le storture dell’Europa contemporanea. La mostra dell’arte degenerata, il rogo dei libri ebbero, se non altro, un significato ideale rivoluzionario, un carattere di aperta rivolta contro i feticci di un mondo in decomposizione.

    Ma anche qui si esagerò; ci si accanì contro personaggi che potevano anche esser lasciati in pace come un Benn, e un Wiechert, mentre a loro volta gli epuratori mostravano tare populiste e giacobine. C’è un libretto intitolato An die Dunkelmänner unserer Zeit («Agli oscurantisti del nostro tempo») in cui Rosenberg risponde ai critici cattolici del suo Mythus con una volgarità che non ha nulla da invidiare a Voltaire o ad Anatole France.

    Comunque, fu in ambiente nazista che si concepì l’ambizioso progetto di creare un weltanschaulicher Stosstrupp, una «truppa di rottura nel campo della visione del mondo» per aprire un varco nel grigio orizzonte della cultura neutra e borghese.

    E la stessa concezione delle SS, il loro superamento del semplice patriottismo tedesco nel mito della razza ariana, la concezione dello Stato come Ordine virile (Ordenstaatsgedanke), l’idea d’un impero europeo di nazione germanica, pongono il Nazismo all’avanguardia nella formulazione dei contenuti ideologici d’una pura Destra.

    * * *

    Brani tratti da Idee per una cultura di Destra.




    Fascismo, nazismo e cultura di destra | Adriano Romualdi

  8. #8
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Che cosa significa essere di Destra

    9 febbraio 2010

    Autore: Adriano Romualdi




    Con queste affermazioni che, come tutte le affermazioni veritiere, scandalizzeranno più d’uno, crediamo di aver posto il dito sulla piaga. Che cosa dovrebbe propriamente significare «esser di Destra»?

    Esser di Destra significa, in primo luogo, riconoscere il carattere sovvertitore dei movimenti scaturiti dalla rivoluzione francese, siano essi il liberalismo, o la democrazia o il socialismo.

    Esser di Destra significa, in secondo luogo, vedere la natura decadente dei miti razionalistici, progressistici, materialistici che preparano l’avvento della civiltà plebea, il regno della quantità, la tirannia delle masse anonime e mostruose.

    Esser di Destra significa in terzo luogo concepire lo Stato come una totalità organica dove i valori politici predominano sulle strutture economiche e dove il detto «a ciascuno il suo» non significa uguaglianza, ma equa disuguaglianza qualitativa.

    Infine, esser di Destra significa accettare come propria quella spiritualità aristocratica, religiosa e guerriera che ha improntato di sé la civiltà europea, e — in nome di questa spiritualità e dei suoi valori — accettare la lotta contro la decadenza dell’Europa.


    Arno Breker, Die Partei È interessante vedere in che misura questa coscienza di destra sia affiorata nel pensiero europeo contemporaneo. Esiste una tradizione antidemocratica che corre per tutto il secolo XIX e che — nelle formulazioni del primo decennio del XX — prepara da vicino il fascismo. La si può far cominciare con le Reflections on the revolution in France in cui Burke, per primo, smascherava la tragica farsa giacobina e ammoniva che «nessun paese può sopravvivere a lungo senza un corpo aristocratico d’una specie o d’un’altra».

    In seguito, questa pubblicistica cercò di sostenere la Restaurazione con gli scritti dei romantici tedeschi e dei reazionari francesi. Si pensi agli aforismi di Novalis, col loro reazionarismo scintillante di novità e di rivoluzione («Burke hat ein revolutionäres Buch gegen die Revolution geschrieben»), alle suggestive e profetiche anticipazioni: «Ein grosses Fehler unserer Staaten ist, dass man den Staat zu wenig sieht… Liessen sich nicht Abzeichen und Uniformen durchaus einführen?». Si pensi ad un Adam Müller, alla sua polemica contro l’atomismo liberale di Adam Smith, la contrapposizione di una economia nazionale all’economia liberale. Ad un Gentz, consigliere di Metternich e segretario del Congresso di Vienna, ad un Gorres, a un Baader, allo stesso Schelling. Accanto a loro sta un Federico Schlegel con i suoi molteplici interessi, la rivista Europa, manifesto del reazionarismo europeo, l’esaltazione del Medioevo, i primi studi sulle origini indoeuropee, la polemica coi liberali italiani sul patriottismo di Dante, patriota dell’«Impero» e non piccolo-nazionalista.

    Si pensi a un De Maistre, questo maestro della controrivoluzione che esaltava il boia come simbolo dell’ordine virile e positivo, al visconte De Bonald, a Chateaubriand, grande scrittore e politico reazionario, al radicalismo di un Donoso Cortes: «Vedo giungere il tempo delle negazioni assolute e delle affermazioni sovrane». Peraltro, la critica puramente reazionaria aveva dei limiti ben evidenti nella chiusura a quelle forze nazionali e borghesi che ambivano a fondare una nuova solidarietà di là dalle negazioni illuministiche. Arndt, Jahn, Fichte, ma anche l’Hegel de La filosofia del diritto appartengono all’orizzonte controrivoluzionario per la concezione nazional-solidaristica dello Stato, anche se non ne condividono il dogmatismo legittimistico. La chiusura alle forze nazionali (anche là dove, come in Germania, si trovano su posizioni antiliberali) è il limite della politica della Santa Alleanza. Crollato il sistema di Metternich, per la miopìa della concezione di fondo (combattere la rivoluzione con la polizia, e restaurando una legalità settecentesca) la controrivoluzione si divide in due rami: l’uno si attarda su posizioni meramente legittimistiche, confessionali, destinate ad esser travolte, l’altro cerca nuove vie e una nuova logica.

    Carlyle polemizza contro lo spirito dei tempi, l’utilitarismo manchesteriano («non è che la città di Manchester sia divenuta più ricca, è che sono diventato più ricchi alcuni degli individui meno simpatici della città di Manchester»), l’umanitarismo di Giuseppe Mazzini («cosa sono tutte queste sciocchezze color di rosa?»). Egli cerca negli Eroi la chiave della storia e vede nella democrazia un’eclissi temporanea dello spirito eroico.

    Gobineau pubblica nel 1853 il memorabile Essai sur l’inegalité des races humaìnes fondando l’idea di aristocrazia sui suoi fondamenti razziali. L’opera di Gobineau troverà una continuazione negli scritti dei tedeschi Clauss, Günther, Rosenberg, del francese Vacher de Lapouge, dell’inglese H. S. Chamberlain. Attraverso di essa il concetto di «stirpe», fondamentale per il nazionalismo, viene strappato all’arbitrarietà dei diversi miti nazionali e ricondotto all’ideale nordico-indoeuropeo come misura oggettiva dell’ideale europeo.

    Alla fine del secolo, la punta avanzata della Destra è nella polemica di Federico Nietzsche contro la civilizzazione democratica. Nietzsche, ancor più di Carlyle e Gobineau, è il creatore di una Destra modernamente « fascista », cui ha donato un linguaggio scintillante di negazioni rivoluzionarie. Nietzschiano è lo scherno dell’avversario, la prontezza dell’attacco, la rivoluzionaria temerità («was fall, das soll man auch stossen»). La parola di Nietzsche sarà raccolta in Italia da Mussolini e d’Annunzio, in Germania da Jünger e Spengler, in Spagna da Ortega y Gasset.

    Intanto, anche all’interno del nazionalismo si è operato un «cambiamento di segno». Già nelle formulazioni dei romantici tedeschi la nazione non era più la massa disarticolata, la giacobina nation, ma la società standisch, coi suoi corpi sociali, le sue tradizioni, la sua nobiltà. Una società — insegnava Federico Schlegel — è tanto più nazionale quanto più legata ai suoi costumi, al suo sangue, alle sue classi dirigenti, che ne rappresentano la continuità nella storia.

    Alla fine del secolo, una rielaborazione del nazionalismo nello spirito del conservatorismo è compiuta. Maurras e Barrés in Francia, Oriani e Corradini in Italia, i pangermanisti e il «movimento giovanile» in Germania, Kipling e Rhodes in Inghilterra, han conferito all’idea nazionale una impronta tradizionalistica e autoritaria. Il nuovo nazionalismo è essenzialmente un elemento dell’ordine.

    * * *

    (Brani tratti da Idee per una cultura di Destra).




    Che cosa significa essere di destra | Adriano Romualdi

  9. #9
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Ernst Jünger e la Rivoluzione Conservatrice

    7 ottobre 2009

    Autore: Adriano Romualdi



    Il più significativo esponente della generazione del fronte tedesco, il teorico del nazionalismo militante e della totale Mobilmachung[1], è Ernst Jünger. Nato ad Heidelberg nel 1895, volontario di guerra a diciannove anni, tredici volte ferito, comandante di truppa d’assalto sul fronte di Verdun, decorato con la rara onorificenza Pour le mérite, Jünger si affermò nel dopoguerra con le narrazioni autobiografiche In Stahlgewittern[2], Der Kampf als inneres Erlebnis[3], Das Wäldchen 125[4], Feuer und Blut[5].

    Intorno al 1926-1927 egli raccoglie intorno a sé un certo gruppo di giovani intellettuali come Franz Schauwecker, Ernst von Salomon, Friedrich Hielscher, Albrecht Erich Günther, Helmut Franke, Werner Best, etc. Comune caratteristica di questo gruppo, che diffonde le sue parole d’ordine da Berlino, è quella d’assumere l’esperienza del fronte come punto di partenza della critica dei valori e della società.

    Jünger non ha rapporti con alcun partito. L’iniziale simpatia per Hitler (egli lo aveva sentito parlare al circo Krone, a Monaco, e gli aveva mandato i suoi libri con la dedica) si era presto mutata in un’attitudine critica e la sua conoscenza personale di Goebbels non servirà a migliorare le cose. Sostanzialmente, il gruppo intorno a Jünger si mantiene in equilibrio tra ambienti conservatori della Reichswehr e dello Stahlhelm e quelli nazionalbolscevichi di un Ernst Niekisch.

    Le riviste pubblicate da Ernst Jünger, Arminius, Der Vormarsch, Die Kommenden, Standarte, sono senza dubbio tra le più notevoli del nazionalismo tedesco del dopoguerra e in esse si possono trovare tutti i nomi più significativi del giovane movimento nazionale. Esse si pongono come l’espressione di un “nuovo nazionalismo”, che poco vuol sapere d’una certa retorica patriottica e che punta direttamente sull’elemento soldatesco come su quello necessario per costruire un nuovo tipo umano. Così si legge nell’introduzione della presentazione del primo numero di Standarte:

    «Noi, i combattenti di ieri, di oggi e di domani, ci siamo trovati in un’epoca nella quale tutto ciò in cui abbiamo creduto e per cui abbiamo visto morire un’innumerevole massa di uomini, sembrava sprofondare in un mare di inutilità. Quando ci riunivamo in vari posti ed attorno a varie personalità, ciò avveniva soprattutto per l’intima convinzione della necessità di difesa. Non potevamo rinunciare a ciò per cui avevamo sacrificato tutto. Dovevamo tener viva la nostra fede che tutto ciò che avveniva aveva un senso profondo e ineluttabile. La nostra prima decisione doveva essere quella di restare fedeli alla tradizione e di dare rifugio, nei nostri cuori, alle bandiere che non potevano più esporsi senza vergogna. Così dovevano allora sentire i migliori, e quindi i più decisi di ieri dovevano anche essere i più decisi di domani, i reazionari del passato divenire i rivoluzionari del futuro. Perché nel frattempo abbiamo appreso che il nostro compito è più grande e più importante. La parola “tradizione” ha per noi assunto un nuovo significato, noi in essa non vediamo più la forma compiuta, bensì lo spirito vitale ed eterno della cui formazione ogni generazione risponde solo a sé stessa. E noi siamo, e ciò lo sentiamo ogni giorno con rinnovata coscienza, noi siamo una generazione nuova, una stirpe che attraverso le vampate e i colpi di maglio della più grande guerra della storia si è indurita e trasformata nel suo intimo. Mentre in tutti i partiti si sta completando il processo di dissoluzione, noi pensiamo, sentiamo e viviamo già in una forma del tutto diversa, e non vi è dubbio fin d’ora che aumentando la consapevolezza di noi stessi, noi sapremo esternare questa forma. Per questo noi ci sentiamo combattenti eletti per un nuovo stato».

    Questa nuova forma, questo nuovo stato di cui Jünger si fa portavoce, è il regime della “mobilitazione totale”, trasferita dal dominio militare a quello civile. Il fattore rivoluzionario del XX secolo è costituito per Jünger dalla guerra totale, sorella della mobilitazione tecnico-industriale del pianeta. Il problema che egli si pone è quello di adeguare gli stati e i singoli ai compiti politici e spirituali cui la mobilitazione totale mette di fronte. Die totale Mobilmachung si chiama appunto il saggio in cui egli delinea questa sua concezione[6], il cui ordine di idee viene ripreso con maggiore ampiezza in Der Arbeiter. La mobilitazione totale è il fenomeno che ha messo in crisi i fondamenti del liberalismo d’anteguerra destando un nuovo spirito di fronte al quale l’individualismo borghese, la tolleranza politica, appaiono come valori inadeguati all’era dei conflitti totali.

    In quest’era «non esiste più una vera differenza fra combattenti e non-combattenti; in essa ogni città, ogni fabbrica è una fortificazione, ogni bastimento è una nave da guerra, ogni genere alimentare è merce di contrabbando, ogni misura attiva e passiva ha carattere militare»[7]. Dalla mobilitazione totale è sorto il nuovo clima totalitario in cui la vita torna ad essere concepita come servizio, sacrificio, responsabilità e non come una partita d’affari o un campo di “rivendicazioni”. Essa restituisce al nazionalismo quell’anima di cui la realtà quotidiana del liberalismo borghese l’aveva privato. Lo stato cessa di essere «un piroscafo di passeggeri o da crociera, e diventa una nave da guerra in cui deve regnare la massima semplicità e sobrietà e ogni atto dev’essere compiuto con istintiva sicurezza»[8].

    Da questa prospettiva, Jünger accomuna bolscevismo e nazionalismo, come espressioni d’una stessa volontà totalitaria che deve farsi strada. Entrambi contribuiscono a distruggere un certo tipo borghese ormai inutile e concorrono a creare il protagonista della nuova epoca, il “soldato politico”, pel quale non esiste più differenza tra la guerra e la pace, la propaganda e la rivoluzione: è il tipo del militante della SA (all’epoca in cui Jünger scriveva Die totale Mobilmachung, essi si contavano a centinaia di migliaia) al quale quello della Rote Front, anch’esso in divisa e stivali, si avvicina sensibilmente. Contro il tipo del borghese Jünger enuncia il suo famoso paradosso che «è infinitamente più lodevole cercare di diventare un criminale che un borghese» (unendlich erstrebenswerter sei, Verbrocher als Bürger zu sein).

    Questa nuova sostanza umana del “soldato politico”, uscito dal trauma della guerra e dalla bancarotta dei valori borghesi, Jünger lo ha caratterizzato in molte delle sue pagine: «Cominciano a muoversi strati sociali che è molto difficile definire, tanto per l’origine che per la composizione. È un miscuglio umano intelligente, esasperato, pronto a esplodere, che si serve a modo suo d’una sfrenata libertà di associazione, di parola, di stampa. Qui le differenze tra reazione e rivoluzione si fondono in strano modo: affiorano teorie dove i concetti “conservatore” e “rivoluzionario” sono identificati disperatamente. Le prigioni si riempiono d’un nuovo tipo d’uomini… La mirabile resurrezione degli antichi lanzichenecchi in quelle squadre che, dopo quattro anni di guerra, ripresero a marciare all’Est di loro iniziativa, la difesa dell’Alta Slesia, il massacro dei separatisti renani a colpi d’ascia e di bastone, la protesta contro le sanzioni a suon di bombe, e altre imprese, nelle quali si rivela l’infallibilità d’un arcano istinto, sono segni che la futura storiografia dovrà considerare pietre miliari»[9].

    Anche questa disperata passione nazionale – come non solo la Germania l’ha conosciuta nel dopoguerra – è un sintomo della “mobilitazione totale” che afferra gli spiriti e non consente ritorno alla vita borghese. È il sintomo d’un nazionalismo che trapassa dalla fase patriottica e celebrativa alla fase propriamente rivoluzionaria. Quella mobilitazione totale proclamata nel fatale agosto 1914 è, per Jünger, il principio della rivoluzione del nazionalismo, destinata a trasformare la società europea. Il socialismo ne viene fatalmente risucchiato, poiché, nel suo aspetto di rivendicazione individualistica, esso è colpito con la stessa società borghese, mentre nel suo aspetto militante e solidaristico si trova ad assomigliare pericolosamente al suo avversario. La totale Mobilmachung realizza il “socialismo senza socialisti”.

    La guerra del 1914 è stata la prima guerra totale della storia. È stata anche la prima guerra popolare, combattuta da masse quali mai prima si erano scontrate. Jünger vede in essa il mezzo attraverso il quale il nazionalismo, fino ad allora limitato a un certo ceto istruito, scende nella coscienza della necessità di un’economia strettamente pianificata, d’una guida politica, militare e produttiva insieme:

    «All’inizio della guerra nessuno aveva potuto prevedere una mobilitazione di tale portata. Essa già si delineava però in alcune misure prese, come, ad esempio, nell’aumentato arruolamento di volontari e riservisti fin dall’inizio della guerra, nel divieto di esportazione, nelle norme della censura, e nei provvedimenti riguardanti la moneta. Nel corso della guerra questo processo andò sempre crescendo; valgano come esempi: il razionamento delle materie prime e dei generi alimentari, la militarizzazione dei dipendenti dell’industria, l’obbligo del servizio civile, l’armamento del naviglio mercantile, l’imprevedibile estensione dei poteri degli stati maggiori, lo Hindenburg-Programm, l’impegno di Ludendorff per l’unificazione della guida politica e militare. Ciò malgrado non si giunse ancora alle possibilità estreme, nonostante lo spettacolo tanto grandioso quanto spaventoso delle ultime grandi battaglie di mezzi nelle quali il talento organizzativo dell’uomo celebrava il suo cruento trionfo. Del resto, anche limitandosi all’aspetto puramente tecnico di questo processo, a queste possibilità estreme si può giungere solamente se il programma della guerra rientra già nelle previsioni dello stato di pace. Così vediamo come nel dopoguerra in molti stati i nuovi metodi di armamento tengono già conto di un’eventuale mobilitazione totale. A questo proposito si possono citare manifestazioni quali l’annientamento radicale del concetto, già di per se stesso assai discutibile, della “libertà individuale” in stati come la Russia e l’Italia, dove la tendenza è quella di sopprimere tutto ciò che non sia in funzione dello stato… La mobilitazione totale è un atto che non tanto viene compiuto quanto si compie da se stesso; in guerra e in pace essa è l’espressione della misteriosa e inevitabile necessità alla quale ci condiziona la vita in questa epoca di massa e di macchine»[10].

    Il concetto della mobilitazione totale mette in crisi la libertà, assunta come valore politico fine a se stesso. Jünger, come già Nietzsche, non crede nella libertà per la libertà, e cita quella frase di Zaratustra dove si dice che l’importante non è essere liberi da qualcosa, ma per qualcosa. Il problema del nostro tempo, dopo che il liberalismo ha innalzato sugli altari una libertà priva di contenuto – e che altro non era se non la mitologizzazione dell’economia di mercato – è quello di ritrovare un’anima positiva alla libertà. La guerra incide sull’idea di libertà creando un nuovo tipo umano pel quale la libertà «non è più il principio per la formazione di un’esistenza a sé, ma consiste nel grado in cui l’esistenza del singolo si esprime nella totalità del mondo in cui è inserito».

    Quest’ordine più vasto in cui il singolo deve essere inserito è, agli occhi di Jünger, la nazione. Questa scelta del nazionalismo – poiché, apparentemente, con la stessa logica, ci si potrebbe gettare in braccio a un qualunque altro ordine totalitario, ad asempio al comunismo – trova in Jünger una giustificazione diversa da quella etnica o sentimentale. In Jünger non si può trovare nessun riferimento al patriottismo più convenzionale, o il richiamo ai vincoli di sangue. L’ideologia del “sangue e terra” è per lui roba da museo (die musealgewordene Ideologie von Blut und Boden), le teorie nazional-razziali (völkisch) che han tanta parte nel movimento nazionale tedesco dalla fine dell’Ottocento al nazismo, «idee, attaccate alle scuole di maestri di scuola di trent’anni fa».

    La scelta del nazionalismo è determinata dalla constatazione che il socialismo non ha nessun ideale da sostituire ai valori del mondo borghese, anzi li vuole più largamente realizzati. Il proletario, secondo la classica definizione jüngeriana degli Anni Venti, è il “borghese senza colletto”, è colui che non è ancora riuscito a diventare un borghese. Il mondo del socialismo ha anch’esso come valori supremi i valori borghesi del benessere e del quieto vivere e, come sfondo, non una disciplina o una formazione spirituale, ma la “cultura”. Per Jünger, è il nazionalismo, col culto dei valori gerarchici e militari, che può sviluppare quell’etica del soldato politico uscita dalla guerra mondiale e anche dalla rivoluzione russa. In questa prospettiva, torna a essere concepita «quell’obbedienza che è un’arte dell’udire, e di quell’ordine che vuol dire esser pronti per la parola, esser pronti pel comando che come una folgorazione corre dalla cima fino alle radici». Questa unità di libertà e servizio è rimasta estranea alla società borghese: «L’era del terzo stato non ha mai conosciuto la forza meravigliosa di questa unità perché ad essa gioie troppo facili e troppo umane sono sembrate le sole degne d’essere ricercate»[11].

    L’adeguazione della realtà di pace alla realtà di guerra: ecco il nucleo fondamentale della teoria della totale Mobilmachung. Adeguamento politico, economico, morale, riduzione di quello scarto rivelato dalla guerra tra la generazione dei politici e la generazione del fronte. È la coscienza del nazionalismo che sente d’avere ancora di fronte a sé nuovi compiti, muove guerre, e intende procurarsi delle strutture adatte a sostenerle. Di qui l’impazienza verso il parlamentarismo tedesco, considerato non all’altezza del valore e della perizia del soldato tedesco:

    «I deputati al parlamento sbavano come neonati troppo cresciuti, mentre giovani tenenti di vascello, nel soffocante vapore oleoso dei loro sottomarini, sono intenti a conciliare il dominio intellettuale della tecnica con la condizione primitiva del guerriero»[12].

    Il trapasso dal nazionalismo borghese a quello imperialista – fatale in un mondo che si riorganizza per spazi più grandi – crea, di riscontro, l’aspirazione a nuove forme politiche capaci di interpretarlo.

    La visione della nuova umanità affiorata dalla esperienza della “mobilitazione totale” trova piena espressione in quello che molti continuano a considerare il più importante libro di Jünger, Der Arbeiter, “L’Operaio”, in cui non si esamina l’operaio come esponente di una determinata classe, ma, genericamente, l’uomo d’opera quale protagonista della nuova mobilitazione tecnico-industriale.

    “L’operaio” vuole essere una specie di filosofia della civiltà, anzi, la descrizione dei lineamenti della nuova civiltà in fieri.

    Punto di partenza, è, anche qui, la critica del mondo borghese sorto dalla rivoluzione dell’89, veduto come uno stadio tra anarchia transitoria tra un tipo e un altro tipo di ordine organico. La colpa maggiore del mondo borghese è, per Jünger, quello d’aver creato un mondo inautentico, senza relazione con le forze profonde dell’elementare – dove col termine “elementare” si intende tutto ciò che è inafferrabile alla semplice ragione, sia esso di natura spirituale o materiale. Il mondo borghese ha organizzato una sola parte della persona umana, ed è destinato a esser messo in crisi da questi movimenti che aspirano a reintegrare la totalità.

    Il mondo del terzo stato ha esorcizzato le figure del santo, del guerriero, del signore, anzi, ha fatto molto di più, le ha dichiarate inutili. Ha posto il concetto della sicurezza al centro della vita e della società, ha ridotto tutte le valutazioni a quella dell’utile ma ha evocato, per reazione, una rivolta contro i valori della ragione quale mai se n’era vista l’eguale. L’irrazionalismo, che si afferma sempre di più nelle tarde correnti romantiche dell’ottocento, è un tentativo disordinato di compensare le distruzioni spirituali causate dalla “razionalizzazione” della società. Esso sfocia nella grande corrente della guerra mondiale, dalla quale, pel contatto con le forze elementari della tecnica e della distruzione, esce un nuovo tipo, familiarizzato con la tecnica ma ostile alla modernità, padrone d’un nuovo armamentario di cose e di cognizione, ma non intenzionato a servirsene nel senso che la società borghese suggerisce.

    “L’operaio” – che discende direttamente dal combattente delle grandi “battaglie del materiale” – è una specie di soldato della società industriale pel quale la tecnica è divenuta una misura fine a se stessa, non un mero ritrovato sulla via del benessere e della borghesizzazione. L’“operaio” svincola la tecnica dal servizio della società borghese e la afferma come una grandezza autonoma, unità di idealità e di pratica, di fede e di stile. Egli appartiene al tipo umano messo a nudo dalla guerra, non quella facile ed entusiastica del ’14, ma quella aspra, arida, durissima del ’16, del ’17, del ’18, che ha educato a una tenacia mai conosciuta, una pazienza fine, fredda, metallica. È un tipo che lo Jünger, con quella mistura d’osservazione astratta e concreta che salda in lui il teorico al letterato, descrive fisicamente: «il viso ha perduto la varietà dei tratti individuali mentre ha guadagnato quanto a decisione e durezza dei lineamenti. È divenuto più metallico, quasi galvanizzato alla superficie; l’architettura delle ossa ha più risalto, vi è una semplificazione e una tensione delle linee. Lo sguardo è fermo e calmo, addestrato alla osservazione di oggetti da cogliere in stati di alta velocità. È, per questo, il volto di una razza che comincia a trasformarsi nelle esigenze speciali d’un nuovo ambiente, nel quale l’individuo non rappresenterà più una persona o un individuo, ma un tipo»[13].

    Per ciò che riguarda la genesi del tipo de “L’operaio”, lo Jünger non vede in esso l’avvento d’una classe in luogo di un’altra, ma l’adeguamento di tutta la società a un certo modello. Ciò che si manifesta è una “figura” (Gestalt), con caratteristiche che trascendono quelle d’una particolare categoria e tendono a determinare un’epoca. La storia non produce le figure ma si muta con la figura: questa è una delle più caratteristiche affermazioni di Jünger che mostra come egli veda nelle sue trasformazioni come delle mutazioni biologiche. Il mondo dell’industria e la classe operaia sono state, fino a oggi, una parte della realtà borghese, legata a quelle finalità del guadagno e del benessere dominanti nei secoli scorsi. Con l’affermarsi dell’“operaio” come Gestalt è invece la società intera che viene afferrata da un nuovo ritmo: «Tutta la superficie terrestre è ricoperta dalle macerie di immagini spezzate. Assistiamo allo spettacolo di una fine paragonabile alle catastrofi geologiche. Sarebbe un perder tempo associarsi al pessimismo dei vinti o al superficiale ottimismo dei vincitori… si ha a che fare con quelle rivoluzioni materiali che coincidono con l’apparire di razze, a disposizione delle quali stette una magia di nuovi mezzi quali il bronzo, il ferro, il cavallo, la vela. Come il cavallo prende un significato solo attraverso il cavaliere, il ferro attraverso il fabbro, la nave attraverso il tipo del navigatore, del pari la metafisica dello strumentario tecnico si paleserà solo nel punto in cui apparirà la razza dell’operaio come una grandezza a essa sopraordinata»[14].

    Ciò che è difficile a stabilirsi nella visione di Jünger è fino a che punto il nuovo spirito che egli descrive corrisponda effettivamente al mondo del lavoro – quasi che esso fosse capace di esprimere delle valutazioni non utilitarie – o rifletta invece sul mondo del lavoro delle categorie spirituali tratte dalla guerra e coltivate dal nazionalismo. È una visione sorta nel clima di forzata austerità della Germania del primo dopoguerra, che sbiadisce alquanto se trasferita in quello di miracolo economico del secondo dopoguerra. “L’operaio” è influenzato, almeno nel titolo, dalla terminologia marxista, ma i valori da esso sottintesi sono meno quelli del quarto stato che non quelli dello stato maggiore prussiano. Esso è comunque l’espressione d’una simbiosi spirituale realizzatasi per breve tempo nella Berlino del 1930 tra le avanguardie del comunismo e del nazionalismo, riecheggiata da quella celebre frase di Gregor Strasser sulla antikapitalistiche Sehnsucht del popolo tedesco.

    “Nostalgia anticapitalistica”: un termine impreciso nel quale resta incerto se si vuol effettivamente ristrutturare la società in senso marxista, o se quel che si vuole è l’introduzione d’un sistema di vita solidaristico. Jünger propende piuttosto per la seconda soluzione. Ad esempio, per quel che riguarda la proprietà, egli dice che non si tratta di negarla o d’affermarla in base a criteri preconcetti, ma di valutarla nella misura in cui è in grado di servire alla “mobilitazione totale”: «Nulla vi è da eccepire contro l’iniziativa privata nel punto in cui le si assegna il rango d’un carattere speciale del lavoro nell’ordine complessivo». Fondamentale è la coscienza che le forze economiche devono essere controllate dal potere politico, che l’economia non deve dettare il “senso” dell’esistenza: «Col negare il mondo economico come quello che determina la vita, cioè come un destino, se ne vuol contestare il rango, non già l’esistenza». A questo fine, però, devono esistere dei valori sovraordinari.

    Tutta la polemica tra terzo e quarto stato, tra borghesia e proletariato, presuppone che il senso della storia si esaurisca nella creazione delle più facili condizioni di vita per il maggior numero, e ha ben poco da dire a chi si colloca fuori da questa prospettiva: «È inevitabile che in questo mondo di sfruttatori e di sfruttati non sia possibile alcuna grandezza che per ultima istanza non abbia il fatto economico. Vengono bensì contrapposte due specie di uomini, di arti, di morali, ma non occorre aver molto acume per accorgersi che unica è la sorgente che le alimenta. Così è anche da un medesimo tipo di progresso che i protagonisti della lotta economica traggono la loro giustificazione. Essi s’incontrano nella pretesa fondamentale di essere ognuno il vero fautore della prosperità sociale, per cui ognuno è convinto di poter minare le posizioni dell’avversario quando riesce a contestargli ogni diritto di presentarsi come tale»[15].

    “L’operaio” jüngeriano si pone al di fuori di questo contesto: «egli assume la tecnica come un linguaggio fine a se stesso che ha un valore, prima ancora che nella sua utilità, nella sua azione educatrice. Egli non è il rappresentante d’una classe, nel senso della dialettica marxista, e ancor meno il tipo dello sfruttato “fatto oggetto” d’un nuovo sentimentalismo, diverso dal precedente solo per la sua maggior meschinità». Nota lo Jünger che «in chiunque sa ben vedere resterà solo dello stupore nell’accorgersi come si sia creduto di scalzare il mondo borghese affermando proprio le istanze che lo hanno più univocamente consolidato».

    Il punto in cui il mondo borghese è messo in crisi è quello in cui le caratteristiche valutazioni del terzo stato vengono spezzate da un nuovo tipo umano, indifferente sia a un certo idealismo ottocentesco sia al materialismo. È una “figura” (Gestalt) capace d’un grado di disindividualizzazione quale solo i grandi ordini monastici e militari sono stati in grado di produrla, e quale la tecnica, in guerra ma anche in pace, sarebbe in grado di risvegliare. Quale figura (Gestalt), l’uomo andrebbe a riconnettersi a quella totalità dello spirito che conobbero le epoche organiche del passato, e che è andata perduta nella fase critica per la quale ci troviamo a passare:

    «L’individuo si trova inserito in una grande gerarchia di figure, di poteri che non potranno mai essere concepiti in modo abbastanza reale, plastico, necessario. Di fronte ad esse, egli diviene un simbolo, un rappresentante, e la possanza, la ricchezza e il significato della sua vita dipendono dalla misura in cui egli partecipa all’ordine e alla lotta delle figure…

    In quanto figura l’uomo è più della somma delle sue energie e delle sue facoltà, è più profondo di quel che può credere di essere nelle sue cogitazioni più profonde, è più potente di quel che può dimostrare nelle sue imprese più grandi…

    L’incarnare una figura nulla promette; al massimo è segno che la vita è di nuovo in una fase ascendente, ha un rango e si crea nuovi simboli»[16].

    La concezione di Jünger è influenzata sia dall’immagine d’un certo bolscevismo, sia da quella del nazionalsocialismo. Essa tende a porre se stessa come un “realismo eroico”: il credo d’una personalità levigata a un’asperità aspra e asciutta dalle esigenze d’una grandiosa mobilitazione alla lotta. Essa potrà apparire poco tranquillizzante, e persino sprezzante e cinica ai custodi dell’umanesimo democratico ma quanto più cinico, quanto più prussiano, più spartano e più bolscevico, e tanto meglio. Si tratta di ridestare veri valori spirituali, fondati sul sacrificio e sul coraggio, sulla serietà e l’ampiezza dell’impegno, sì che «il disprezzo del nuovo tipo per gli pseudo-valori umanistici non sarà mai abbastanza grande» e «quanto meno cultura ci sarà, in tale strato, tanto meglio sarà». Jünger ha rispetto della cultura delle epoche organiche – epoca in cui ogni creazione artistica era l’atto di una fede e un servigio alla totalità – ma condanna gli epigoni della cultura borghese, la cultura come accademia, salotto, museo, la quale «è una specie di stupefacente».

    Già nei suoi diari di guerra aveva scritto: «Godiamo nel mondo la fama di distruttori di cattedrali: ciò vuol dir molto in un’epoca in cui la coscienza della propria sterilità allinea un museo accanto all’altro».

    Come lo Jünger si ponga il problema della presa del potere di questa nuova élite tipo dell’“operaio” non è chiaro del tutto. Egli ha in mente comunque una specie di partito unico su base d’élite, un ordine secondo il modello prospettato da anni dagli ideologhi bündisch. In taluni punti egli parla di quest’ordine come della “coscienza armata dello stato”. Esso è il detentore del potere politico che domina, in asperità e semplicità di vita, le forze della ricchezza e dell’economia:

    «Come fa piacere vedere libere tribù del deserto che, vestite di cenci, per unica ricchezza hanno i loro cavalli e le loro armi preziose, così pure piacerebbe vedere il grandioso e prezioso armamentario della civilizzazione servito e diretto da un personale vivente in una povertà monacale e soldatesca. È questo uno spettacolo che dà una gioia virile e che si è rinnovato ovunque, in vista di grandi compiti, all’uomo sono state poste esigenze superiori. A tale riguardo fenomeni come l’Ordine dei Cavalieri Teutonici, l’esercito prussiano, la Compagnia di Gesù sono dei modelli, e si deve rilevare che a soldati, a sacerdoti, a scienziati e ad artisti è proprio un rapporto naturale con la povertà»[17].

    Di tutti i dottrinari della “rivoluzione conservatrice”, lo Jünger – per la sua mescolanza di socialismo e nazionalismo “soldateschi” – è quello che più si avvicina al nazionalsocialismo, assai più dei teorici corporativismi alla Spann, o dei conservatori prussiani alla Spengler. Non sorprende che i nazisti abbian cercato di guadagnarselo per sé, offrendogli un mandato parlamentare, e che Goebbels lo abbia lungamente corteggiato per farne un “intellettuale fiancheggiatore”. E tuttavia Jünger si tenne da parte:

    «I “nazionali” all’inizio credevano che i libri di guerra di Jünger avessero fatto di lui uno dei loro. Ma egli in fondo si disinteressava di loro. I comunisti hanno voluto vedere ne L’operaio il cantico dell’Unione Sovietica. Jünger invece si tenne da parte. I nazionalsocialisti speravano di guadagnare a sé il teorico della mobilitazione totale nel loro areopago letterario. Egli ringraziò con un inchino ironico e rifiutò. Dopo il 1945 i propugnatori di un’Europa democratica se la presero con l’autore dello scritto più acuto sulla fine dello stato nazionale e sulla necessità di una soluzione europea perché egli si rifiutò di figurare nell’intestazione della loro carta da lettere. Jünger si è dovuto difendere anche troppo spesso da alleati non desiderati, in particolare da quelli “che ci appoggiano anche nei nostri lati più deboli purché siamo d’accordo con loro nella polemica”»[18].

    A prescindere da particolari considerazioni sull’individualismo d’uno Jünger, il suo atteggiamento di diniego è comunque quello di tutto un certo settore dell’intellighenzja di destra tedesca, che si rifiuta di avvallare con la sua firma il crescente conformismo partitico del nazionalsocialismo. Il gennaio del 1933, in cui il nazionalsocialismo raggiunge il potere, rappresenta al tempo stesso il momento di massima popolarità del movimento, ma anche quello in cui esso comincia ad alienarsi le simpatie d’un certo settore qualificato che aveva contribuito alla sua ascesa. Mentre una parte dei dottrinari della “rivoluzione conservatrice” passa al nazionalsocialismo – e qui sian nominati, oltre i razzisti Clauss e Günther, anche i filosofi conservatori come un Bäumler o un Krieck – tutta un’altra parte si tiene al di fuori, in atteggiamento di critica più o meno dissimulata. È la cosiddetta “emigrazione interna”, di cui si è fatto un gran parlare nella Germania del dopoguerra – non solo per l’alibi offerto dalla formula, ma perché corrispose effettivamente a un sentimento diffuso. Da questo punto di vista, tre libri di memorie come Jahre der Okkupation di Jünger, Doppelleben di Gottfried Benn e Der Fragebogen di Ernst von Salomon sono esemplari, in quanto ci permettono di cogliere in tutte le sfumature l’iniziale simpatia per l’hitlerismo che si muta col tempo in perplessità e poi in ostilità consapevole. È tutto un lento movimento che si può far cominciare già alla vigilia della Machtergreifung – o al più tardi col 30 giugno 1934 – e che si continua fino al 20 luglio del ’44.

    Von Salomon, che ne I proscritti ci ha fornito un reportage senza uguali del periodo compreso tra la rivolta del 1919 e l’assassinio di Rathenau, e in Die Stadt un quadro della Berlino degli ultimi anni della Repubblica di Weimar, rappresenta in Io resto prussiano (titolo italiano di Der Fragebogen) una delle fonti principali per conoscere dappresso quegli ambienti in cui maturò l’opposizione contro la repubblica che doveva sfociare nel nazismo. È una realtà complessa, un intrico di uomini e di posizioni, dalla quale emergono personaggi oggi dimenticati, come il capitano Ehrardt – l’uomo che aveva marciato su Berlino con la sua brigata realizzando il Putsch di Kapp – che fu una delle maggiori speranze del nazionalismo, e che collaborò inizialmente con Hitler a Monaco. Anzi, molte pagine di Mein Kampf furono scritte successivamente in velata polemica col capitano Ehrardt.

    In genere, ciò che mortifica gli esponenti della “rivoluzione conservatrice”, sono il conformismo di massa imposto dal nuovo regime (spiacevole anche per molti convinti nazisti, come un Hans F.K. Günther: si veda il recente libro Mein Eindruck von Adolf Hitler, München 1968), il rigore con cui esso procede contro elementi dell’opposizione nazionale che esitano ad allinearsi, e la persecuzione contro gli Ebrei.

    Non che la “rivoluzione conservatrice” non fosse, più o meno, colorata d’antisemitismo, ma le forme assunte dalla persecuzione degli Ebrei nel Terzo Reich, che non s’arresta neppure di fronte ai pochi ebrei “nazionali” – come, ad esempio, un Hans Joachim Schoeps, animatore d’una Jüdische Vortrupp (Avanguardia ebrea), accesamente nazionalista e antirepubblicana – creano un generale disagio. Ad esempio, i fratelli Jünger si dimettono dalla lega degli ex-appartenenti al 73° reggimento di fanteria quando questa decreta l’espulsione dei membri ebrei. Per parte sua Spengler aveva scritto in Anni decisivi, apparso nel 1934, «chi parla troppo di razza, dimostra di non averne nessuna».

    In particolare, la purga del 1° luglio 1934 costituisce un forte shock per i dissidenti della destra nazionale: se da una parte, con Röhm e la sua banda, vengono eliminati alcuni degli elementi più spiacevoli del nazionalsocialismo, Hitler lascia però un “biglietto da visita insanguinato” nella casella di ciascuno dei gruppi dissenzienti. L’uccisione di Strasser è un avviso ai nazionalrivoluzionari e agli eretici di sinistra, quella di Walter Schotte un avvertimento ai conservatori cattolici, quella di Edgar Jüng una minaccia anch’essa destinata a gruppi conservatori di Monaco. Non per nulla gli scritti politici di Oswald Spengler erano usciti non molto prima con una fascetta col giudizio elogiativo di Jüng.

    Con la “notte dei lunghi coltelli”, colpendo a destra e a sinistra, il nazismo recise il cordone ombelicale che lo teneva legato a quel complesso mondo dei circoli, dei cenacoli, delle sette che aveva costituito, negli Anni Venti, il vivaio della “rivoluzione conservatrice”. E tuttavia una specie di dialogo continuò fino alla fine tra il regime e gli uomini dell’opposizione nazionale: essi appartenevano, per l’ambiente, le relazioni, le amicizie, al fronte che aveva abbattuto la Repubblica di Weimar: per quanto scontenti potessero essere del nuovo stato di cose, non avrebbero comunque potuto prendere la via dell’esilio. Accusati all’estero come “precursori”, costretti in Germania al silenzio, scelsero la via della cosiddetta “emigrazione interna”. Non cambian di fronte, ma tra di sé accusano Hitler di dissipare e di tradire le speranze, gli entusiasmi, le energie del nazionalismo tedesco. È la reazione di von Salomon che ascolta alla radio il discorso di Hitler che annuncia l’eccidio delle SA e si ribella contro una ragion di stato che gli pare crudele e ipocrita. È il melanconico bilancio di Ernst Jünger che dopo la guerra ripensa alla schiera dei suoi lettori sacrificati su tutti i fronti. È la disillusione d’un Gottfried Benn, espostosi come sostenitore del nuovo regime nei primi mesi del ’33, ma presto messo a tacere dalle gerarchie culturali del partito come “artista degenerato”. Benn sceglie quella che egli definisce “la forma aristocratica dell’emigrazione”, e cioè il servizio nella Wehrmacht, dove dal 1935 al 1945 espletò le funzioni di medico militare. Anche per Jünger, ritiratosi in un’estetica torre d’avorio e, durante la guerra, nell’aristocratico consesso del comando di von Stülpnagel a Parigi, la Wehrmacht è il rifugio che consente di mantener le distanze da quelle spiacevoli realtà che sono il partito e la Gestapo.

    E tuttavia, sarebbe troppo semplice ridurre l’atteggiamento di questi personaggi alla netta “opposizione”. Se è “opposizione”, lo è d’un genere particolare e privilegiato. Von Salomon redige una pubblicazione semiufficiale che rievoca le lotte dei Corpi Franchi. E il romanzo di Jünger, Sulle scogliere di marmo[19], non è in nessun modo un romanzo antinazista: contro il Forestaro, simbolo di quelle forze del caos e dell’anarchia che vogliono livellare le antiche stratificazioni affermatesi nel paesaggio della civiltà, il personaggio di Braquemart – il nichilista discepolo di Nietzsche, che riscopre le primordiali civiltà schiaviste – è pur sempre l’alleato del principe Sunmyra, rappresentante dell’aristocrazia, e dei due protagonisti, che altro non sono che l’autore e il fratello Friedrich Georg. Jünger stesso ha raccontato come per le Scogliere di marmo il Reichsleiter Bouhler abbia chiesto la sua testa, e come Hitler in persona, che apprezzava i suoi libri di guerra, si sia intromesso.

    In realtà, i fronti della rivoluzione nazionale eran stati in origine confusi l’un l’altro, e dalle stesse file vennero i sostenitori e gli oppositori del regime, i persecutori e i perseguitati, le vittime e i carnefici. E come ha rievocato Ernst Jünger molti anni dopo, nei suoi diari:

    «I circoli nazionalistici mi appaiono oggi come i fuochi degli accampamenti che annunciano la partenza generale. Questo sarebbe stato il loro posto naturale: le mansarde berlinesi e le cantine di Amburgo non facevano che fornire lo stile dell’epoca. La mattina, il gruppo si disperdeva, per conservarsi, come si legge nelle saghe nordiche. I più fortunati cadevano sui campi di battaglia. Altri dovevano fuggire al di là dei confini nazionali, venivano cacciati, ammazzati a colpi di bastone, impiccati, torturati oppure, accerchiati, si suicidavano. Altri ancora diventavano comandanti, capi di polizia, luogotenenti, ribelli, ergastolani, per poi essere spogliati di tutti questi attributi, come fossero un mazzo di carte che a partita finita viene raccolto e messo da parte. Come avviene che alcune di queste serate mi sono rimaste così impresse nella memoria? Probabilmente perché in esse tutto ciò, tutto quel che doveva avvenire, era già contenuto, sia pure in modo divinatorio, in una maniera spirituale, sublime, che accomunava tutti, mentre non vi era ancora traccia alcuna della futura grossolanità a senso unico, della irrevocabilità che sopraggiunge con l’azione. Così, il ricordo portava una specie di armistizio tra coloro che si incontravano in campi nemici. Qualche volta, nei periodi di crisi, avevo la sensazione che questo spirito fosse ancora vivo, tanto da agire dietro le quinte, per esempio nel far archiviare un procedimento, nel far sparire dei documenti, oppure nel far trovare pronto per la fuga un aereo».

    * * *

    Note

    [1] [Mobilitazione totale].


    [2] [E. Jünger, In Stahlgewittern. Aus dem Tagebuch eines Stoßtruppführers. Von Ernst Jünger, Kriegs Freiwilliger dann Leutnant und Kompanieführer im Füs. Regt. Prinz Albrecht von Preußen (Hann. Nr.73), Leutnant im Reichwehr-Regiment Nr.16 (Hannover), Hannover 1920. Traduzione italiana di Attilio Zampaglione Tempeste d’acciaio, Edizione del Borghese, Milano 1966. Ultima edizione italiana Nelle tempeste d’acciaio, Guanda, Parma 1990.]

    [3] [E. Jünger, Der Kampf als inneres Erlebnis, Mittler & Sohn, Berlino 1922.]

    [4] [E. Jünger, Das Wäldchen 125. Eine Chronik aus den Grabenkämpfen 1918, Mittler & Sohn, Berlino 1925. Traduzione italiana di Alessandra Iadicicco Boschetto 125, Guanda, Parma 1999.]

    [5] [E. Jünger, Feuer und Blut. Ein kleiner Ausschnitt aus einer großen Schlacht, Stahlhelm Verlag, Magdeburg 1925. A i libri di guerra jüngeriani elencati da Romualdi si può aggiungere il coevo (ma tardivamente pubblicato) Sturm, Klett-Cotta, Stuttgart 1978 (traduzione italiana di Alessandra Iadicicco Il tenente Sturm, Guanda, Parma 2000). Cfr. anche i tre volumi pubblicati sotto il titolo Scritti politici e di guerra, Editrice Goriziana, Gorizia 2003-2004, che raccolgono la pubblicistica giovanile jüngeriana].

    [6] E. Jünger, Die totale Mobilmachung, Verlag für Zeitkritik, Berlin 1931. [La prima edizione del saggio jüngeriano è nel già citato E. Jünger (cur.), Krieg und Krieger, Berlin 1930, pp. 9-30. L’autore rimise mano al testo, con correzioni e aggiunte, in occasione di quattro successive edizioni].

    [7] E. Jünger, Der Arbeiter, cit. presso J. Evola, L’operaio nel pensiero di Ernst Jünger, Volpe, Roma 1960, p. 57.

    [8] E. Jünger, Der Arbeiter, cit. presso J. Evola, L’operaio nel pensiero di Ernst Jünger, Volpe, Roma 1960, p. 76.

    [9] E. Jünger, Der Arbeiter, cit. da Delio Cantimori nell’introduzione a Principi politici del nazionalsocialismo di Carl Schmitt, Firenze 1935, pp. 4-7. [E. Jünger, Der Arbeiter. Herrschaft und Gestalt, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg 1932. Traduzione italiana di Quirino Principe L’operaio. Dominio e forma, Longanesi, Milano 1984. Cfr. anche A. de Benoist, L’Operaio fra gli dei e i titani. Ernst Jünger “sismografo” dell’era della tecnica, Terziaria - ASEFI, Milano 2000.]

    [10] E. Jünger, Die totale Mobilmachung, cit. pp. 14-15.

    [11] Cit. da J. Evola, L’Operaio nel pensiero di Ernst Jünger, cit. p. 16.

    [12] A. E. Günther, Die Intelligenz und der Krieg, in Krieg und Krieger, cit., p. 88.

    [13] Cit. da J. Evola, L’Operaio nel pensiero di Ernst Jünger, cit., p. 52.

    [14] Cit. da J. Evola, L’Operaio nel pensiero di Ernst Jünger, cit., p. 48.

    [15] Cit. da J. Evola, L’Operaio nel pensiero di Ernst Jünger, cit., p. 19.

    [16] Cit. da J. Evola, L’Operaio nel pensiero di Ernst Jünger, cit., p. 34.

    [17] Cit. da J. Evola, L’Operaio nel pensiero di Ernst Jünger, cit., p. 75.

    [18] K. O. Paetel, Ernst Jünger in Selbstzugnissen und Bilddokumenten, Hamburg 1962, pp. 56-57.

    [19] [E. Jünger, Auf den Marmorklippen, Hamburg 1939. Traduzione italiana di Alessandro Pellegrini Sulle scogliere di marmo, Mondadori, Milano 1942. Ultima ed. italiana Guanda, Parma 1998.]

    * * *

    Brano tratto dal libro Correnti politiche e ideologiche della destra tedesca dal 1918 al 1932, Edizioni de «L’Italiano», Anzio 1981 (di prossima ripubblicazione per i tipi di Settimo Sigillo).





    Ernst Jünger e la Rivoluzione Conservatrice | Adriano Romualdi

  10. #10
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Il volto dell’avvenire

    24 agosto 2009

    Autore: Adriano Romualdi




    Un filosofo contemporaneo, Augusto Del Noce, ha parlato d’una “non santa allenza” tra gli Stati Uniti d’America e la Russia per mantenere lo status quo europeo. La definizione è appropriata: la prima Santa Alleanza creata dai governi d’Austria, Russia e Prussia nel 1815 e la “non santa alleanza” russo-americana ci appaiono entrambe rivolte contro il mutamento dell’ordine stabilito e una presa di coscienza politica degli Europei. Allora si parlava di religione e di legittimità, oggi di “distensione” e di “sicurezza internazionale”, ma il contenuto sostanzialmente immobilistico è lo stesso.

    Tuttavia, bisogna riconoscere alla prima alleanza – quella “Santa” – una eleganza diplomatica, una nobiltà di concezione, un senso di responsabilità verso l’ordine spirituale dell’Europa, che la “non santa alleanza” non può minimamente vantare. E il principe di Metternich, per poco simpatico che egli possa apparire a molti italiani, non ha meritato d’essere accostato a Gromyko, anche perché la paternalistica moderazione dei suoi sistemi polizieschi non può neppure essere paragonata al meccanismo di oppressione e terrore instaurato dalla Russia nei Paesi satelliti.

    Queste considerazioni ce le suggerisce quella grossa farsa internazionale che è stata la “Conferenza per la sicurezza europea”. Una Conferenza in cui l’agnellino – e cioè gli Stati europei – sedevano ad uno stesso tavolo con il lupo – ossia con la Russia sovietica – per garantirsi la “reciproca sicurezza”. E’ un vero peccato che oggi non vi sia favoliere della stoffa di Esopo per illustrarci degnamente la scena. Ricordate: “Superior stabat lupus…“.

    Ed è un vero peccato che il vincitore morale della seconda guerra mondiale, Stalin, non abbia potuto godersi la scena, ma talvolta par quasi di sentire la sua risata stridere fuori dalla bara come quei cigolii e quello sferragliare che si odono nelle case abitate dai fantasmi.

    Abbaimo scritto che Stalin è il vero vincitore morale della seconda guerra mondiale. Ciò forse richiede un chiarimento.

    Poiché forse vi sono ancora dei valentuomini che credono che dopo la seconda guerra mondiale il mondo sia stato riorganizzato sulla base del diritto internazionale e della libertà dei popoli di disporre di sé stessi. Se esistessero, le solenni dichiarazioni ripetute durante la confernza di Helsinki in merito alla “inviolabilità dei confini” e alla “non ingerenza reciproca” dovrebbero bastar ad aprire loro gli occhi.

    Poiché la “inviolabilità” dei confini significa soltanto che è inviolabile la cortina di ferro, il muro di Berlino e inviolabili i confini di rapina imposti alla Germania con la espulsione di 14 milioni di Tedeschi dalla Polonia e dalla Cecoslovacchia. E la “non ingerenza reciproca” significa soltanto che gli occidentali devono disinteressarsi dei metodi con cui, nei Paesi dell’Est, una minoranza di funzionari comunisti asservisce i propri connazionali. Che la “non ingerenza” possa significare qualche altra cosa è stato escluso dallo stesso rappresentante sovietico, il quale ha candidamente dichiarato che essa non riguarda l’intervento sovietico in Cecoslovacchia – tutt’altro.

    Altro che Carta Atlantica, che diritti dell’ONU! A vent’anni dalla data della sua morte Stalin è più vivo che mai. La sua politica di sopraffazione portata avanti con successo tra il 1945 e il 1949 trionfa in una solenne assise internazionale in cui la usurpazione si maschera da diritto e la garanzia sulla refurtiva “sicurezza europea”. La “sicurezza” alla quale si è intitolata la Conferenza altro non è che la sicurezza della Russia, la sicurezza dello status quo stabilito nel 1945 con la cortina di ferro. Questa è la vittoria morale di Stalin, la vittoria del diritto di preda del barbaro asiatico sul magniloquente e farisaico umanitarismo delle democrazie anglosassoni.

    Che ciò avvenga in nome dei grandi princìpi, della “inviolabilità” e della “non ingerenza è naturalmente una beffa. Ma non fu già una beffa l’atto che resta il fondamento morale del mondo politico contemporaneo, il suggello morale della “non santa alleanza” tra Russia e America, e cioè il processo di Norimberga? Una beffa, si guardi bene, non tanto perché vi si giudicò in base a un diritto delle genti mai codificato in nessun luogo, ma perché a giudicare dei “crimini” nazisti sedettero i rappresentanti di uno dei regimi più “criminali” della storia.

    Quando si permise a Stalin – che aveva edificato il potere sovietico su venti milioni di morti – di mandare i suoi giudici a Norimberga a condannare quei nazisti coi quali si era alleato nel 1939, ogni nozione del diritto internazionale affogò nella farsa. È in nome di questa logica beffarda che i sovietici, dopo aver represso nel sangue ogni moto di libertà nell’Europa orientale, discettano seriosamente – ieri a Helsinki, domani a Ginevra – di “sicurezza” e di “inviolabilità”. D’altronde, la Russia è maestra nell’arte di unire la prepotenza alla beffa.

    Un talento in cui la ferocia un poco sorniona dell’Asia si mescola al sottile, crudele formalismo bizantino e al terrorismo gesuitico comunista. Si ricorderà che la Russia chiese – ed ottenne – di occupare un seggio per l’Ucraina nel consesso dell’ONU. Non le era bastato di aver represso nel sangue il nazionalismo ucraìno; scuoiata la vittima, volle anche indossarne la pelle.

    Quale senso ha che le nazioni europee siedano allo stesso tavolo con i rappresentanti di una potenza che calpesta la libertà di nove popoli europei? E che senso ha che esse si facciano garantire la loro sicurezza da quelli stessi che la minacciano? Ma la diplomazia segreta americana e la logica della “non santa alleanza” spingevano all’incontro di Helsinki, un incontro che continuerà a Ginevra in settembre nel solito clima di beffa e di equivoco. La Conferenza per la “sicurezza europea” non serve né alla libertà né alla dignità dell’Europa ma ribadisce – contro gli interessi storici europei – la volontà delle due superpotenze di mantenere lo status quo del 1945.

    È abbastanza singolare che l’unica voce coraggiosa che si sia levata contro la Conferenza sia quella dell’Albania, la quale, senza mezzi termini, ha denunciato le mene della Russia. L’Albania parlava evidentemente a nome della Cina. Ora, è doloroso, e nello stesso tempo pericoloso, che i cinesi si prendano a cuore l’indipendenza e la dignità dell’Europa più degli stessi governi europei. È pericoloso, perché nel vuoto morale e politico che regna nel nostro continente, potrebbe portare delle conseguenze.

    Si pensi ad esempio a cosa potrebbe accadere se il partito cinese in Europa – oggi ancora rappresentato da sparute avanguardie di extraparlamentari – diventasse domani l’unica voce libera nei confronti delle due superpotenze, al prestigio che guadagnerebbe presso le nuove generazioni, alla risonanza tra i giovani.

    Intanto, la Russia continua a cogliere successo dietro successo. Nel 1944-45, col consenso degli Alleati occupò tutta l’Europa orientale e centrale. Tra il 1945 e il 1949 con una serie di colpi di mano le riuscì di trasformare questa occupazione in una dominazione perpetua. Tra il 1949 e il 1968, stroncando le rivolte di Berlino, Budapest, Poznan e Praga ha soffocato ogni moto d’autonomia nelle nazioni occupate. Oggi, con la Conferenza europea essa compie un altro passo avanti legittimando la sua usurpazione nel nome della “inviolabilità dei confini” e della “non ingerenza”.

    Cosa essa si prefigga domani è ormai chiaro a tutti. È l’Europa “finlandese”, l’Europa smilitarizzata che godrebbe di una relativa autonomia in cambio della rinuncia a ogni pregiudiziale anticomunista e alla libertà di parola nei problemi riguardanti l’Est europeo. Questa Europa addomesticata, definitivamente emarginata come forza politica, rappresenterebbe un utile complemento della sua economia aiutandola a colmare le deficienze del suo sviluppo economico. Così gli Europei aiuterebbero il regime sovietico a superare le proprie contraddizioni economiche facilitandine lo sviluppo militare e ribadendo le catene della Europa orientale.

    Questo è il volto dell’avvenire, dietro la maschera della distensione e della sicurezza europea. Un avvenimento che forse porterà con sé la “pace” – la sottomissione è anch’essa una forma di pace – ma non certo la libertà.

    * * *

    Tratto da Il Giornale d’Italia del 31 luglio 1973.




    Il volto dell'avvenire | Adriano Romualdi

 

 
Pagina 1 di 11 12 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Adriano Romualdi
    Di julius nel forum Destra Radicale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 24-10-10, 17:27
  2. Adriano Romualdi
    Di Malaparte nel forum Destra Radicale
    Risposte: 38
    Ultimo Messaggio: 01-04-10, 19:11
  3. Adriano Romualdi
    Di Commissario Basettoni nel forum Destra Radicale
    Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 29-11-08, 15:46
  4. Adriano Romualdi
    Di Commissario Basettoni nel forum Destra Radicale
    Risposte: 12
    Ultimo Messaggio: 08-12-07, 16:11
  5. Adriano Romualdi
    Di araknerosso nel forum Destra Radicale
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 28-04-05, 20:14

Chi Ha Letto Questa Discussione negli Ultimi 365 Giorni: 0

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226