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    Mazzini e l’organizzazione della democrazia italiana tra la prima e la seconda «Giovine Italia»


    di Franco Della Peruta – In “Mazzini e il mazzinianesimo”, Atti del XIV Congresso di Storia del Risorgimento italiano (Genova, 24-28 settembre 1972), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma 1974, pp. 489-520


    Oggetto di questa relazione è il mazzinianesimo tra il 1831, data di fondazione della Giovine Italia, e l’inizio degli anni ’40, quando si concretò la decisione di Mazzini di riprendere in prima persona il lavoro di orientamento e di organizzazione delle forze democratiche richiamando in vita la Giovine Italia: un arco di tempo all’interno del quale la periodizzazione è scandita dapprima dalla spedizione di Savoia del febbraio 1834, che con il suo fallimento coronò la crisi dell’associazione mazziniana inducendo il rivoluzionario genovese a volgere le sue energie alla creazione di una organizzazione sopranazionale della democrazia europea, la Giovine Europa; e poi dalla così detta «tempesta del dubbio», la crisi motivata dalla disgregazione della Giovine Italia e dall’esaurimento della Giovine Europa, che Mazzini visse nei primi anni del suo esilio in Inghilterra, tra l’inizio del ’37 e la metà del ’39. L’accento batterà però, più che sul mazzinianesimo come ideologia o dottrina, nella sua genesi, nelle sue derivazioni, nei suoi apporti originali, nel suo svolgimento, sul mazzinianesimo come movimento politico, come organizzazione o elemento propulsore delle forze che intendevano battersi per l’unità e l’indipendenza sulla base di un programma democratico e repubblicano; e questo sia perché il «sistema» mazziniano arrivò presto a una definizione che si cristallizzò, senza lasciare spazio a modificazioni di rilievo, sia perché questo particolare aspetto è stato approfondito, anche in lavori relativamente recenti, come quelli del Galante Garrone, del Berti, del Mastellone, del Passerin d’Entrèves. La scelta di questo taglio non escluderà però, ovviamente, il riferimento alle idee del Mazzini più immediatamente «politico», impegnato di fronte alle concrete e mutevoli situazioni storiche e che a quelle reagiva modificando parole d’ordine, scelte tattiche e linee d’azione, anche se pur sempre all’interno di direttrici saldamente coerenti.
    Il Mazzini che, a mezzo il 1831, prendeva a dare corpo in Marsiglia all’«antico disegno di Savona», la creazione della Giovine Italia, era un uomo già passato attraverso esperienze culturali e politiche che, sedimentando, avevano lasciato tracce profonde nella sua formazione. Era cioè il Mazzini che, nei suoi interventi di letterato militante – dagli scritti per i due Indicatori al più organico saggio «D’una letteratura nazionale» - aveva condotto un’assidua battaglia ideale, incentrata sul motivo del «progresso» e sulla funzione del «genio» come interprete profetico dei futuri destini delle nazioni e dell’umanità, per un romanticismo di impronta laica e democratica in cui il concetto di «popolo» si allargava ben al di là del ristretto ambito della classe media delimitato dalla teorizzazione di un Berchet, e per una letteratura che corrispondesse ai bisogni della società, che interpretasse le aspirazioni dei tempi e che, superando le borie nazionali, si rannodasse alle altre letterature europee per avviare quell’alleanza dei popoli cui spingeva il moto progressivo della civiltà moderna. Ed era anche il Mazzini che dal 1827 aveva fatto il suo apprendistato di lavoro cospirativo e di organizzazione settaria nella Carboneria, per cui conto aveva steso il suo primo scritto politico, quel «Della Spagna del 1829 considerata in rapporto alla Francia» in cui, al di là dei limiti imposti dalla natura occasionale del lavoro, il genovese enunciava alcuni motivi tipici delle posizioni democratiche che andava elaborando, come la dottrina del progresso, già colorita di religiosità; la coscienza del ruolo dell’intellettuale nella società quale interprete delle tendenze dell’opinione pubblica; l’esaltazione della religione del martirio; il problema del rapporto masse-rivoluzione e dell’elaborazione di un programma capace di trascinarle nel movimento («per comunicare dell’attività alle masse, - scriveva – bisogna cominciare col convincerle dei risultati che possono risultarne»).
    La Giovine Italia nella fase aurorale della sua esistenza, quando l’ancora embrionale struttura ne limitava il peso e la rappresentatività e non ne lasciava presagire gli sviluppi futuri che ne avrebbero fatto un’esperienza radicalmente diversa rispetto al vecchio mondo settario ed agli effimeri tentativi di collegare gli emigrati avutisi nei mesi immediatamente successivi alla rivoluzione del luglio 1830 (dalla Società dei patrioti fondata nell’agosto 1830 dal novarese Fossati a quella, di indirizzo più moderato, che metteva capo al Salfi, alla Giunta liberatrice istituita nel gennaio 1831 in cui entrarono lo stesso Salfi, il Bianco e il Buonarroti), non si presentò come un’entità assolutamente esclusiva e rigidamente contrapposta alle altre organizzazioni liberali operanti nell’emigrazione o all’interno del paese, ma come una «fratellanza» di giovani che si proponeva l’obiettivo di avviare, anche a prezzo di concessioni reciproche, la fusione tra le associazioni patriottiche e le società segrete preesistenti, con compiti di controllo politico e di stimolo, in una prospettiva unitaria, della direzione che il movimento rivoluzionario, giudicato vicino, avrebbe espresso dal suo seno. «Noi dobbiamo – così Mazzini chiariva esplicitamente il suo orientamento in una lettera a Giuseppe Giglioli del 6 agosto – prepararci rapidamente per poter presentar fronte al nemico e all’amico. La Giovine Italia deve ordinarsi non tanto per operare da sé la rivoluzione che verrà inevitabile, per opera d’altre Società, delle quali siamo pure a capo; ma per dirigerla, per vegliare gli uomini del potere, per esprimere i voti della gioventù, per farla muovere a un tratto unita, affratellata, concorde, come Associazione Nazionale della Giovine Italia».
    Per cogliere gli orientamenti della Giovine Italia in questi primi delicati mesi di vita è di valido aiuto la più antica redazione dell’«Istruzione generale per gli affratellati», redatta nel giugno o luglio del 1831 ed anteriore a quella pubblicata nell’edizione nazionale degli scritti di Mazzini. Il documento è infatti caratterizzato da un clima ideologico permeato di riferimenti a motivi giusnaturalistici e della tradizione rivoluzionaria francese, come l’insistenza sul tema dei «diritti dell’uomo e del cittadino» e l’affermazione dell’esistenza di leggi naturali; e di concessioni alle formulazioni rituali del carbonarismo (l’obbligo di «spegnere» i tiranni e i traditori e i nemici della Federazione); indici questi degli adattamenti cui Mazzini ritenne necessario piegarsi inizialmente per meglio inserire la sua iniziativa nel chiuso mondo settario con cui era costretto a misurarsi. E a questo scopo mirava anche la tattica che adottando un neologismo della moderna terminologia politica si potrebbe definire «entrista», per cui si faceva obbligo ai soci della Giovine Italia di appartenere anche ad altre società, per tentare di orientarle verso i fini della Federazione.
    Nella successiva redazione dell’«Istruzione», di alcuni mesi successiva, i toni si facevano più personalmente mazziniani, nell’ambito di una impostazione etico-religiosa in cui la teoria dei «diritti» cedeva di fronte alla legge del «dovere», la Giovine Italia da setta era sublimata a «credenza ed apostolato», a «religione» della rigenerazione della nazione italiana, richiedente una costante tensione delle qualità morali dei militanti, in una intima connessione del «pensiero» e dell’«azione». E un’altra delle idee-chiave del sistema mazziniano, l’idea del «progresso» - su cui si innestava quella della «missione» che l’Italia era chiamata a svolgere nell’umanità – serviva poi da supporto teorico alle affermazioni unitarie e repubblicane, motivate anche con argomenti di probabile derivazione buonarrotiana (del Buonarroti dei «Riflessi sul governo federativo»: il federalismo, smembrando l’unità nazionale in una molteplicità di sfere locali, avrebbe permesso il pullulare delle piccole ambizioni favorendo il risorgere dell’aristocrazia e del privilegio), sismondiana (esaltazione della tradizione storica repubblicana in Italia) e con spunti che rivelano l’assorbimento di motivi messi in circolazione nella più recente pubblicistica di tendenza democratica (come le «Considerazioni sull’Italia», sulle quali ha richiamato l’attenzione Galante Garrone, o l’anonimo «Invito ai patrioti italiani», del settembre 1830, che aveva insistito sulla necessità di dare uno sbocco unitario alla rivoluzione italiana, così da rendere la nazione abbastanza forte da resistere alla prevedibile reazione delle potenze rette dispoticamente). E mentre scomparivano le intrusioni del linguaggio di tipo carbonaro, in implicita polemica con la Carboneria veniva affermata la necessità di una organizzazione coesa ed omogenea, i cui aderenti fossero concordi su di un programma diffuso pubblicamente e senza reticenze; e, innovazione significativa, si prescriveva ai federati della Giovine Italia «di non appartenere, da questo giorno in poi, ad altre associazioni».
    Sempre in questa seconda «Istruzione» erano poi enunciati altri due motivi centrali, che Mazzini avrebbe tenuto fermi anche per il futuro: quello della dittatura, di probabile derivazione buonarrotiana, e quello della guerra per bande, sul quale si tornerà in seguito. Dopo aver distinto tra lo stadio dell’insurrezione (la fase compresa cioè tra l’inizio del movimento e la liberazione dell’Italia continentale), Mazzini sosteneva la necessità che nel corso dell’insurrezione il potere fosse concentrato in «un’autorità provvisoria, dittatoriale», in un nucleo di pochi uomini che soltanto a liberazione completa avrebbe rimesso le sue funzioni al «Concilio nazionale», unica fonte legittima dell’autorità.
    Le posizioni così sinteticamente esposte furono poi sistemate più organicamente negli scritti pubblicati sulla Giovine Italia, in cui Mazzini sviluppò anche altre delle sue idee-forza. Anzitutto l’investitura della gioventù come elemento motore essenziale della rivoluzione democratica italiana, affermazione che si caricava del valore politico di una rottura radicale con «gli uomini del passato», che avevano diretto fin lì il movimento settario e che erano stati alla testa dei movimenti del ’20-’21 e del ’31. Che era poi l’asserzione non tanto di un meccanico contrasto generazionale, quanto di una consapevole divergenza di orientamenti politico-culturali con i «vecchi», ai quali si faceva carico dei peccati di «materialismo» e individualismo e di ossequio alle teorizzazioni francesi e inglesi di costituzionalismo e di bilancia dei poteri: atteggiamento che trovava un riscontro, ed un modello, nella polemica che nel paese che lo ospitava opponeva la «Jeune France» democratica e repubblicana, gli uomini della Tribune e del National ai «dottrinari» che dopo le «Tre gloriose» avrebbero voluto fermare il movimento della storia nei limiti del «giusto mezzo» e della monarchia censitaria di Luigi Filippo.
    A questo attacco si connetteva poi l’attribuzione ai «vecchi» della principale responsabilità nel fallimento delle più recenti rivoluzioni. A giudizio di Mazzini, infatti, inferiori al loro compito storico erano stati i capi, municipalisti, timidi, esitanti e destituiti di potenza iniziatrice, e non le masse che, sebbene ancora poco sensibili al linguaggio delle idee perché diseducate da secoli di oppressione, avevano tuttavia mostrato di anelare a un cambiamento profondo. Il genovese arrivava così ad affrontare il problema centrale del rapporto tra le moltitudini, tra il «popolo» (concepito ancora, sansimonianamente, come «la classe la più numerosa, e la più povera» ed elemento primo delle rivoluzioni, accanto alla gioventù) e la rivoluzione: e realisticamente, partendo dalla considerazione che gli ultimi tentativi rivoluzionari della penisola, diretti dalle classi medie, timorose dell’ingresso nella scena dei ceti popolari, si erano limitati a sostituire «il privilegio dell’oro» a quello del sangue ingenerando nelle masse sfiducia e diffidenza, sosteneva che gli uomini della Giovine Italia avrebbero dovuto scendere nelle «viscere della questione sociale», facendo leva sugli interessi materiali delle moltitudini, parlando loro «una parola di diritto, di rigenerazione, di miglioramento civile e materiale», nella prospettiva di una società fondata sulla eguaglianza e sul principio di «associazione». Anche se è poi da rilevare che il rilievo dato da Mazzini al momento e al carattere sociale della rivoluzione trovavano limiti e condizionamenti, quali il carattere subordinato, e per certi aspetti strumentale, che la «questione sociale» prendeva di fronte al fine prioritario dell’emancipazione nazionale, il prevalere dell’impostazione etico-spiritualistica che assegnava il primato ai princìpi rispetto agli interessi, il diniego della lotta di classe come metodo e strumento d’azione politica, il sostanziale interclassismo nella cui ottica si auspicava la riduzione al minimo delle lacerazioni interne così da evitare al movimento nazionale lo scoglio fatale del degenerare in «guerra di classi», l’ostilità non solo nei confronti di ogni forma di «comunismo» ma anche di ogni progetto di trasformazione radicale e subitanea dell’assetto della proprietà, il rifiuto di misure terroristiche («Aborriamo dal sangue fraterno; - avrebbe scritto Mazzini col pensiero rivolto al Buonarroti – non vogliamo sovversioni de’ dritti legittimamente acquistati, non leggi agrarie, non violazioni inutili di facoltà individuali, non usurpazioni di proprietà»).


    (...)
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Mazzini e l’organizzazione della democrazia italiana...

    In questo quadro è comprensibile che le misure economico-sociali proposte da Mazzini in questi anni si limitassero ad una legislazione sui testamenti e le successioni che inceppasse l’eccessiva accumulazione delle ricchezze in poche mani, a un sistema ipotecario che valesse a dare maggior mobilità alla proprietà fondiaria, a una riforma fiscale ispirata alla tassazione del solo superfluo in misura proporzionata e progressiva, a un intervento dello Stato che assicurasse più eque retribuzioni ai lavoratori. Si tratta, come si vede, di provvedimenti che possono apparire non pienamente adeguati a realizzare quei fini sociali che Mazzini indicava, vale a dire la realizzazione di una eguaglianza sostanziale e non puramente giuridica e la diminuzione, come egli scriveva, degli uomini che si vendono e di quelli che si comprano. Tanto più che nel programma della Giovine Italia non si accennava a nessuna misura specifica a favore dei contadini, anche perché Mazzini non aveva allora (e non l’ebbe neppure in seguito) una conoscenza approfondita del complesso mondo delle campagne italiane, fatto di contadini con poca o senza terra, di mezzadri e coloni legati ai proprietari da patti oppressivi, di braccianti e salariati spesso ai margini della fame. Egli sottovalutava inoltre il peso che l’aristocrazia terriera e la grande proprietà fondiaria avevano nella struttura agraria del paese, come risulta tra l’altro dall’affermazione (fatta nel ’33) che l’elemento aristocratico in Italia era debole e ormai affratellato col popolo, o da quella (in uno scritto del ’39) che nella penisola regnava ormai l’eguaglianza della «costituzione sociale» perché non vi era «servitù feudale», non concentramento di proprietà territoriale in poche mani».
    In questi stessi anni della prima Giovine Italia Mazzini prese poi a definire un altro dei cardini della sua concezione della rivoluzione, la guerra per bande, al quale, come si è detto, aveva già fatto riferimento nell’«Istruzione» per i federati. Le idee mazziniane sulla questione militare (che trovarono un’iniziale sistemazione nello scritto del 1833 «Della guerra d’insurrezione conveniente all’Italia», di evidente e confessata derivazione dal trattato sulla «Guerra nazionale d’insurrezione» dato alle stampe nel 1830 da Carlo Bianco di Saint Jorioz) prendevano le mosse dalla constatazione dell’impossibilità di adottare contro l’esercito austriaco i metodi della guerra regolare e mettevano capo alla conclusione della necessità di valersi della guerra partigiana, vista come guerra nazionale e di popolo per eccellenza, particolarmente adatta alle specifiche condizioni geografico-topografiche della penisola ed alle qualità dei suoi abitanti. Ma anche se Mazzini sottolineava il carattere popolare che avrebbe dovuto assumere la guerra per bande, non si soffermava però sul problema delle misure capaci di assicurare il concorso delle masse all’insurrezione e non sviluppava (come invece avrebbe fatto alcuni anni dopo un fedele mazziniano, Giuseppe Budini, nell’opuscolo «Alcune idee sull’Italia» [1843]) gli accenni alla «miseria immensa che preme la popolazione delle campagne, e la tien disposta a’ tentativi i più disperati». Il genovese lasciava inoltre indeterminata la questione del rapporto tra bande ed insurrezione: le bande dovevano essere cioè viste come l’innesco, come la miccia che dava fuoco alle polveri, o non andavano invece considerate come lo strumento tecnico per la difesa dell’insurrezione, al quale dare vita dopo il primo scoppio vittorioso del movimento e da impiegare come strumento di difesa contro il prevedibile ritorno controffensivo del nemico una volta liberata una sufficiente porzione del territorio nazionale?
    All’intensa attività ideologica Mazzini accompagnò in quegli stessi anni il lavoro di impianto della Giovine Italia, che rappresenta uno dei suoi principali meriti storici come quello che segnò nel nostro paese il passaggio – di cui il genovese ebbe piena coscienza – dalla «setta» di tipo carbonaro al moderno partito politico. Se per setta bisogna infatti intendere (e la caratterizzazione è dello stesso Mazzini in una lettera al Melegari del marzo 1833) un’associazione di uomini collegati per scopi almeno parzialmente occulti o non rivelati a tutti, diretta da un centro anonimo e misterioso, aggrovigliata da complicati viluppi gerarchici e gradi di iniziazione, animata da grette gelosie esclusivistiche e permeata da simbolismi e formalismi che finivano per prevaricare sui princìpi, allora la Giovine Italia si era ormai lasciata alle spalle la setta. Nonostante le cautele imposte dalla clandestinità e le dure repressioni dei governi, l’azione di Mazzini e del gruppo dirigente che egli riuscì a stringere intorno a sé fece così compiere un salto qualitativo al movimento nazionale italiano creando, per la prima volta nella storia del paese, un’organizzazione che del partito come oggi noi lo intendiamo aveva tutti i connotati; un programma pubblico e ben definito; l’adesione individuale, sulla base dell’accettazione di quel programma; una struttura articolata con semplicità di criteri ma in modo coeso dal centro alla periferia attraverso una rete di federazioni provinciali (le «congreghe» provinciali) in rapporto diretto con la congrega centrale, di ordinatori (nelle varie città), di federati propagatori e di federati semplici; una ramificazione estesa a larghissime sezioni del territorio nazionale; un sistema di autofinanziamento incentrato sulle quote individuali e sulle sottoscrizioni; una trama di collegamenti mantenuti attraverso «viaggiatori»; un lavoro di propaganda svolto con la diffusione di una vasta gamma di stampati, dalla rivista ideologica per gli intellettuali ed i ceti colti, agli opuscoli e ai giornali indirizzati alle classi popolari, ai volantini d’occasione.
    Partito e non setta, la Giovine Italia del ’31-34 fu essenzialmente un partito di «quadri», formati in gran parte da giovani intellettuali, da esercenti libere professioni e da studenti delle università. Una simile composizione sociale dell’«apparato» non era dovuta soltanto agli ostacoli posti dalla situazione oggettiva, come l’arretratezza politica e il bassissimo livello d’istruzione delle masse, sia delle campagne sia delle città, ma era anche il risultato di una scelta cosciente di Mazzini. Questi già nelle «Istruzioni» del 1831 aveva espressamente vietato ai federati «illetterati» di propagare la Federazione, e sempre nello stesso anno, caratterizzando gli Apofasimeni rispetto alla Giovine Italia, aveva insistito sul fatto che la prima società, diffusa specialmente nella «bassa gente», rappresentava l’elemento materiale, mentre la seconda avrebbe dovuto rappresentare soprattutto quello intellettuale, almeno al livello dei dirigenti e dei propagatori; e questo criterio restrittivo nella scelta degli «iniziatori» continuò a rimanere valido se ancora nel 1834 a chi (come il Rosales) criticava la struttura gerarchica della Giovine Italia come troppo rigida per la divisione tra iniziatori e semplici iniziati, il genovese replicava riaffermando la necessità di distinguere tra «gente che può affiliare, ed altra che nol può», chiarendo esplicitamente che erano gli «operai» quelli cui non si doveva dare la facoltà di iniziare. Tale orientamento, che in sostanza implicava il mantenimento in una posizione subordinata degli uomini appartenenti alle classi popolari, non fu privo di conseguenze a livello locale, determinando frizioni e contrasti e provocando diffidenze reciproche tra dirigenti, appartenenti ai ceti medi, e popolani. Un’eco di una situazione del genere è dato cogliere, per fare un esempio, in quel che scriveva nel 1833 un uomo ben addentro nel movimento cospirativo, il genovese Giovan Battista Serra, che accusava i capi della Giovine Italia di Livorno di essere in realtà dei nemici occulti della repubblica per il loro atteggiamento discriminatorio nei confronti della plebe: «Come si dice voler l’unità dell’Italia, e intanto si procura infondere delle animosità tra italiani e italiani? – si chiedeva il Serra – Perché non dobbiamo noi accostare quei nostri compatrioti, che la pensano come noi?... Forse perché non sono ricchi? Perché non hanno possessioni? … Se questi sono i loro difetti, noi pure siamo con loro. Davanti a Dio siamo tutti eguali, e se abbiamo preso un giuramento per darci una patria, Dio n’è il depositario, e Dio vuole che questa patria sia per tutti, ricchi e poveri egualmente».
    Tuttavia, nonostante il limite di cui è detto, la Giovine Italia nella stagione della sua fioritura riuscì ad affondare le sue propaggini anche negli strati popolari dei centri urbani di alcune regioni del centro e del nord della penisola. Questi risultati furono possibili da un lato perché il suo democratismo radicale corrispondeva alle aspirazioni di quegli strati di popolo minuto delle città italiane nei quali maturava il processo di formazione di una embrionale coscienza politica, dall’altro perché i dirigenti della Giovine Italia a livello centrale, e in parte anche a livello locale, indirizzarono ai ceti popolari una specifica azione di propaganda.
    Per quanto riguarda gli strumenti forniti dal centro estero vanno ricordati per la loro efficacia, attestata da una larga diffusione, gli opuscoli in forma dialogata redatti da G. Modena e pubblicati come supplemento alla Giovine Italia rivista, con il titolo di «Insegnamento popolare». Briosi pur nel loro tono piano, inclini alla battuta mordace e popolaresca essi erano concepiti esplicitamente per guadagnare alla causa democratica i loro destinatari, attraverso una lettura diretta e indiretta: il che spiega l’insistenza di questi testi sulla prospettiva del miglioramento che la rivoluzione repubblicana avrebbe portato nelle condizioni materiali di esistenza delle classi popolari e sull’opportunità per i rivoluzionari di far leva sugli interessi materiali per coinvolgere le moltitudini alla lotta («Il popolo vuole dalla rivoluzione miglioramento materiale del suo essere: per questo scopo mette in giuoco il sangue e gli averi; ma se la rivoluzione non gli dà immediati vantaggi, si stringe nelle spalle, e sta a guardare. E se il popolo non aiuta di braccia, gli Austriaci non si cacciano. Conchiudo: o servire e soffrire, o gettarsi in quella piena rivoluzione sociale che dia al popolo un vantaggio materiale, palpabile, sollecito»); l’accentuazione del tema dell’eguaglianza sociale (l’eguaglianza era infatti definita non soltanto come l’«uguale considerazione d’ogni cittadino in faccia alla legge», ma anche come «il giusto riparto dei beni terreni fra tutti gli uomini in misura delle loro fatiche, e dell’utile che recano alla società»); e la considerazione per il mondo cittadino, con la connessa indicazione di un ventaglio di misure fiscali che colpendo le grandi proprietà fondiarie avrebbero dovuto condurre alla «divisione dei terreni» e alla loro ripartizione in piccole unità («così avrei qualche ricco scontento, ma 18 parti della popolazione meno infelici»).
    Nelle iniziative locali rientrava invece la pubblicazione del Tribuno, il giornale stampato nel 1833 a Lugano ad opera di un gruppo di lombardi e rimasto finora pressoché sconosciuto agli studiosi del mazzinianesimo, tanto da meritarsi la qualifica di «fantasmagorico». Il Tribuno (di cui si è riusciti a mettere insieme una collezione abbastanza completa) programmaticamente si proponeva di lasciare da parte quelle che chiamava le «sublimi teoriche», riservate ad «uomini sommi per cuore e per ingegno» (cioè a Mazzini e ai suoi più stretti collaboratori), e di scrivere invece per il popolo: «per quel ceto cioè – era detto nel “Manifesto” – che tanto fu finora negletto, dimenticato e talora persino calunniato: per quel popolo che con tanta costanza sostiene i pesi maggiori nella sociale azienda, che produttivo è di tanti beni, ai quali partecipa nella più piccola proporzione: noi parleremo all’artigiano, al merciaio, all’agricoltore, al semplice proletario in fine un linguaggio di verità, di convinzione». L’ampia circolazione del foglio a Milano, in Lombardia e nel Piemonte, soprattutto tra i ceti popolari, è documentata da una serie di costituiti di inquisiti nei processi contro la Giovine Italia, tra i quali val la pena di ricordare quello di uno dei responsabili dell’organizzazione mazziniana a Milano, Fedele Bono (un cugino dei Cairoli), che dichiarò: «Posso assicurare… che non furono dimenticati né preti né tutti coloro che per il loro mestiere possono rendersi giovevoli, istruendone e federandone i migliori; sia prova di ciò, che siccome può dirsi il giornale la Giovine Italia regolatore delle menti più dotte, il Tribuno è l’istruttore delle classi più inferiori, ed io oserei asserire, che fra cento persone in Milano, anche nelle classi più basse, ve n’hanno dieci che leggono generalmente questo giornale… Vi sono delle bettole, delle botteghe di panettieri, di macellai etc. dove è desso letto e commentato tanto a Milano come nei contorni di Bergamo».
    Sempre in tema di attività pubblicistiche decentrate una ricca esemplificazione ci è poi offerta dalla Toscana, dove il rischio minore che si correva permetteva una produzione di stampati clandestini che non aveva riscontro negli altri Stati della penisola, stampati caratterizzati dal fatto che la predicazione a favore delle idee democratiche e repubblicane veniva fatta poggiare proprio sulla constatazione delle misere condizioni di esistenza delle classi popolari e sulle critiche a una linea di politica economica che suscitava malcontento nei ceti meno abbienti. Così un foglio volante del 1832, «Un Italiano ai Toscani», metteva sotto accusa la «brutale esecuzione del nuovo catasto», rilevando che i suoi effetti negativi non si limitavano ai soli proprietari, ma si ripercuotevano anche «tra i poveri e gli artisti, i quali truovano difficilmente chi li dia lavori e soccorsi». In uno stampato del ’33, indirizzato ai «Toscani», l’accento batteva sulla crisi delle manifatture dei cappelli di paglia e dell’alabastro, attribuendone la responsabilità al permesso di esportazione della materia greggia e deplorando che il danno principale ricadesse sui «poveri operai». Nell’«Augurio pel nuovo anno 1834» si mettevano sotto accusa le malversazioni delle pubbliche amministrazioni, le «espilazioni alla Magona del Ferro, al Sale, alla Maremma», le spese esorbitanti delle corte, e tutto questo «mentre il popolo langue di fame e di freddo». Il manifestino «Il primo giorno dell’anno 1833 al popolo italiano la gioventù», infine, incentrato sul tema della necessità dell’affratellamento tra giovani liberali e popolani, dopo aver deplorato lo stato di indigenza in cui versavano questi ultimi addossandone la colpa ai governanti, così si rivolgeva al «popolo»: «Guardati intorno, … vedi se esiste una terra al par dell’Italia benedetta da Dio con i suoi doni? Un campicello che tu vi possedessi basterebbe a vestire, e ad alimentare la tua famiglia. Ma alcuni pochi la possiedono tutta; a te non è lecito sperarne altra parte oltre quella, che servirà per la tua sepoltura… Infelice! degradato alla condizione della bestia da soma le tue spalle sono il tuo solo patrimonio: pure più misero della bestia da soma perché lei vestì la natura di pelle, e il padrone nudrisce nei giorni invernali mentre tu non hai rifugio dal flagello della fame, e del freddo».
    Riesce assai difficile, data la natura delle fonti, fornire dati sicuri per quantificare la misura di quella penetrazione della Giovine Italia tra i ceti popolari urbani in certe zone del centro-nord alla quale si è accennato, e ci si limiterà quindi a produrre alcune testimonianze valide a titolo indicativo. Dalle carte del gigantesco processo contro la Giovine Italia lombarda risulta così da tutta una serie di deposizioni che a Milano (dove, a detta di uno dei capi dell’organizzazione, i federati avrebbero raggiunto la cifra di 3.000) si erano avute massicce affiliazioni tra gli artigiani e i lavoratori in genere (capi-mastri muratori e manovali alle loro dipendenze, facchini del Verziere, macellai, ortolani dei Corpi Santi), elementi sui quali si fondavano, come in una prefigurazione dell’insurrezione dei «barabba» del 6 febbraio 1853, i piani militari per la conquista dei punti chiave della città, il Palazzo Reale e il Castello. Per quel che concerne gli Stati sardi le carte processuali torinesi attestano una presenza diffusa dell’associazione mazziniana fra i facchini genovesi e tra la gente di mare e i popolani di molti centri delle due riviere. In Toscana poi abbastanza estese erano le affiliazioni tra il basso popolo a Firenze, mentre la congrega senese a mezzo il ’33 contava 195 federati tra i quali erano, oltre a 68 tra studenti universitari e giovani laureati, 32 artigiani e 47 individui dalla professione non definita, ma che verosimilmente dovevano essere soprattutto lavoratori manuali; il Buon Governo granducale si mostrava poi preoccupato anche per le attività dei mazziniani nei borghi e nelle campagne intorno a Firenze, a Pistoia e a Siena dove, a detta delle autorità di polizia, si cercava di estendere il «propagandismo rivoluzionario, promettendo all’abitatore rurale un migliore avvenire». Anche a Roma i capi della Giovine Italia si posero come uno degli obiettivi principali la propagazione della società tra il «basso ceto», e la loro opera in questa direzione conseguì buoni risultati, ammessi dalla stessa polizia pontificia, facendo breccia anche nei quartieri (Trastevere, Regola, Ponte) che fino ad allora erano stati considerati roccheforti papaline.
    Un altro settore verso il quale la Giovine Italia indirizzò con cura particolare i suoi sforzi di proselitismo fu quello dei militari (soprattutto ufficiali inferiori e sottufficiali), e con risultati positivi, specialmente negli Stati sardi e in Lombardia. È infatti cosa assai nota la proliferazione dell’associazione mazziniana nelle file dell’esercito piemontese, che provocò un profondo allarme in Carlo Alberto e nelle autorità di governo, spingendole ad una repressione la cui durezza non ebbe l’eguale nel resto del paese; e basterà qui rilevare che dei 72 militari destituiti o dimissionati in seguito a sentenza o a procedura economica dopo l’avvento al trono di Carlo Alberto (e in questo elenco figuravano, oltre a Garibaldi, personaggi che avrebbero avuto una parte di rilievo nelle vicende risorgimentali, come N. Ardoino, P. Pietramellara, I. Ribotti) la porzione di gran lunga maggiore era composta da simpatizzanti o da affiliati alla Giovine Italia. Venendo alla Lombardia, i relativi successi del proselitismo mazziniano tra i militari italiani arruolati dall’I. R. Governo (ai quali era attribuito un ruolo dirigente nelle mosse che avrebbero dovuto dare l’avvio all’insurrezione: cattura del viceré e dei principali funzionari, disarmo dei corpi di guardia, occupazione dei magazzini di armi e munizioni) è attestato tra l’altro dal fatto che una sovrana risoluzione del 17 novembre 1833 sottrasse i numerosi militari inquisiti alla giurisdizione del Tribunale criminale di Milano sottoponendoli a quella di una Commissione militare.

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    Predefinito Re: Mazzini e l’organizzazione della democrazia italiana...

    L’azione della prima Giovine Italia fu influenzata negativamente da limiti ed ostacoli, che ne ridussero l’incisività e ne condizionarono parzialmente le fortune. A parte le repressioni dei governi e l’opera disgregatrice degli agenti provocatori (tipo Michele Accursi), va rilevato anzitutto che i dirigenti dell’associazione, sia nel ristretto gruppo dei più intimi collaboratori di Mazzini nell’esilio sia nelle Congreghe dell’interno, non formarono un gruppo omogeneo, ideologicamente compatto negli orientamenti generali, perché per molti di essi l’affiliazione alla Giovine Italia non significò tanto un’adesione piena e incondizionata a tutto il complesso di idee che il genovese andava elaborando quanto la partecipazione al lavoro di un’organizzazione che appariva caratterizzata da chiarezza di intenti e capacità diffusiva (partecipazione che era destinata a venir spesso meno dopo le prime delusioni). E valga il caso, per quel che attiene al massimo organo direttivo della Giovine Italia, del già ricordato C. Bianco, il cui ingresso nella Congrega centrale non si accompagnò ad un abbandono completo delle posizioni neogiacobine e buonarrotiane che gli erano proprie (il che spiega le riserve che nei suoi confronti manifestò più volte Mazzini, che lo considerava come un «terrorista» potenziale). E mazziniani puri, nel senso di discepoli fervidi e fautori convinti del verbo spiritualistico e della religiosità politica del genovese non erano, tra gli uomini della Giovine Italia più influenti sul piano locale, Vitale Albera e Luigi Tinelli in Lombardia, Guerrazzi, Costantino Marmocchi e Vincenzo Salvagnoli in Toscana, Pier Silvestro Leopardi e Giuseppe Ricciardi nel Mezzogiorno.
    In quegli anni la Giovine Italia dovette inoltre fare i conti con le altre associazioni segrete che si ponevano come sue concorrenti, dagli Indipendenti del Pisani Dossi alle superstiti côteries carboniche (come quella del Badariotti a Torino) ai buonarrotiani Veri Italiani. Mazzini fu pertanto costretto a defatiganti trattative e patteggiamenti, che portarono a volte a momentanee convergenze, seguite da brusche rotture (come avvenne con i Veri Italiani) che impedivano quella aggregazione di tutte le forze patriottiche più decise che la Federazione della Giovine Italia si era posta come uno dei suoi primi obiettivi. Vicende, queste, nelle quali una profonda incidenza ebbe il contrasto di fondo, presto affiorato, tra il rivoluzionario genovese e il vecchio Buonarroti la cui ricostruzione (ad opera del Saitta, del Galante Garrone e del Francovich) ha contribuito a modificare, scomponendola e articolandola nelle sue componenti, la rappresentazione della democrazia risorgimentale come blocco unitario consolidato intorno alla dominante personalità di Mazzini per fare invece emergere le divergenze e le linee di frattura. Il dissidio fra i due rivoluzionari assunse inoltre il valore emblematico, prefiguratore anche di tendenze future, di spartiacque all’interno del campo democratico fra quanti, con alla testa Mazzini, mettevano in primo piano il momento «nazionale» dell’indipendenza e dell’unità, e quanti invece insistevano sulla necessità di dare più concreti contenuti sociali alla rivoluzione risorgimentale, così da trasformare l’assetto sociale del paese nella prospettiva di una più avanzata democrazia, aperta anche ad esperienze socialiste. Buonarroti era infatti diviso da Mazzini dalla sua concezione dei fini egualitari e comunisti della rivoluzione, anteposti all’obiettivo puramente nazionale. Un altro motivo di frizione era poi la convinzione del vecchio compagno di Babeuf che l’iniziativa del movimento rivoluzionario, visto come avvio alla realizzazione dell’eguaglianza sociale, si incarnasse nella Francia e in Parigi, «il cervello del mondo», mentre per Mazzini l’iniziativa era ormai passata a quei paesi che, come l’Italia, lottavano per realizzare la loro unità ed indipendenza nazionali; ed infine alla teorizzazione buonarrotiana della violenza come strumento necessario ad assicurare il corso vittorioso della rivoluzione, che era di sua natura uno scontro di classi, il capo della Giovine Italia contrapponeva la sua visione di una rivoluzione senza terrore, che limitasse al minimo le lacerazioni del tessuto sociale del paese ed evitasse le punte pericolose della «guerra di classi». Lo scontro, che intralciò la diffusione della Giovine Italia (e basti pensare all’azione dei Veri Italiani in Livorno), vide vittorioso Mazzini, anche perché nella concreta situazione italiana i tempi non erano maturi per una visione della questione rivoluzionaria incentrata su motivi sociali così avanzati come quelli proposti dal Buonarroti; anche se questo non impedì che rivoli di egualitarismo e di socialismo utopistico continuassero a filtrare negli anni fino al ’48 sia nell’emigrazione sia nell’interno del paese.
    Ma al di là delle difficoltà di cui si è fatto cenno la Giovine Italia nella fase della sua massima espansione, e cioè nella prima metà del ’33 (prima che l’ondata degli arresti e dei processi ne stroncasse il nerbo), estese la sua presenza nei centri urbani, maggiori e minori, di vaste zone del paese, con una diffusione più capillare in Lombardia, negli Stati sardi di terraferma, nella Toscana e nelle regioni più settentrionali dello Stato pontificio. Più stentata, anche per la persistenza della vecchia tradizione carbonica, fu invece la sua penetrazione nel Mezzogiorno continentale, dove organizzazioni di qualche rilievo che si ispirassero ai principî dell’associazione mazziniana si ebbero soltanto negli Abruzzi e nella capitale. Insignificante o pressoché nulla fu infine la propagazione della Giovine Italia nel Veneto e in Sicilia.


    ***


    Dopo lo scompaginamento portato nelle file della Giovine Italia dalla repressione generalizzata e dal fallimento della spedizione di Savoia, Mazzini concentrò i suoi sforzi soprattutto sulla Giovine Europa; e quando, conclusa anche questa seconda esperienza, il genovese riparò in Inghilterra, i primi anni della sua dimora londinese, anni di amarezza e delusione, «non corsero propizi al lavoro politico». Ma negli anni tra il 1834 e il 1839, che segnò la ripresa della Giovine Italia, le repressioni governative, lo sconforto dei «patrioti», la rinuncia di Mazzini a un impegno direttamente politico produssero una dissoluzione senza residui del lavoro della prima Giovine Italia; oppure l’apostolato e l’impulso mazziniani, così corposamente operanti nel ’31-’33, continuarono anche dopo di allora ad agire all’interno del paese come un fermento e uno stimolo, pur se in modo mediato e indipendentemente da un’iniziativa diretta e centralizzata che mettesse capo allo stesso Mazzini? La risposta al quesito richiederebbe una ricostruzione minuta dei fili settari e delle trame cospirative che, nelle varie parti del paese, possono essere ricondotti a una matrice mazziniana, ricostruzione che per il suo andamento analitico non si può esporre in questa sede, dove ci si limiterà a darne i contorni essenziali.
    In Piemonte il proposito di conservare una qualche struttura alla Giovine Italia fu portato avanti soprattutto da un giovane diacono amico di Gioberti, Carlo Rapelli che, stabilito nell’ottobre 1834 un contatto diretto col gruppo dirigente della società mazziniana cercò di riannettere i fili della dispersa organizzazione fino a quando la trama, che non mancò di impensierire le autorità piemontesi, fu bruscamente spezzata dall’arresto del Rapelli, avvenuto a Pavia nell’ottobre 1836. E anche nella contigua Lombardia, pur nella situazione proibitiva creata dall’ondata di arresti abbattutasi sui «federati» dall’agosto 1833, ci furono alcuni tentativi di impedire uno smantellamento totale della Giovine Italia ad opera dei membri della Congrega di Cremona, prima che alla metà del ’34 la serie di arresti che colpì Pavia e il Pavese portasse al definitivo collasso del movimento democratico clandestino di Lombardia.

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    Predefinito Re: Mazzini e l’organizzazione della democrazia italiana...

    Quanto alla Toscana, ancora tra il ’34 e il ’36 la Giovine Italia fu una presenza attiva in alcuni centri del Granducato, come prova una larga documentazione archivistica, di cui val la pena di dare qualche saggio, che dimostra anche come l’associazione si fosse propagata fin negli strati popolari. In Montevarchi, dichiarava nelle sue deposizioni (maggio 1835) un calzolaio arrestato, «vorrei sapere chi non è liberale e chi non appartiene alla “Giovine Italia”! Tutti, fino i gatti»; e rincalzava un altro inquisito, canapino di mestiere, che gli aderenti alla società erano numerosissimi, «perché è la moda del paese, nel quale paese il granduca ha più nemici, che amici», così tratteggiando poi le tendenze dei suoi compaesani: «Son tutti di un colore, e inclusive i bambinetti che vengon su azzardano proposizioni contro i preti, e contro chi comanda, e mettono in ridicolo Santa Filomena e altre cose sante dicendo che son tutti botteghini di preti e cose simili». Una reviviscenza della Giovine Italia la si ebbe anche a Castiglion Fiorentino tra il ’35 e il ’36 grazie all’iniziativa di un Antonio Bronzoli, ex cancelliere comunitativo, che riuscì ad affiliare varie decine di proseliti ai quali teneva discorsi intessuti di argomentazioni economiche e di richiami al cristianesimo primitivo, concludendo che per scuotere il giogo che gravava sull’Italia «era necessaria una rivoluzione» da fare riuniti «alla più vasta società della “Giovine Italia” esistente in Napoli, ed in qualunque altra parte dell’Italia».
    Nello Stato pontificio meritevole di un discorso approfondito, che qui non si può svolgere, appare la vicenda del movimento settario in Roma, che permette di comporre un quadro degli atteggiamenti politici della plebe della capitale più vario di quello stereotipo che vorrebbe i popolani romani «tutti papalini», pronti, come nei sonetti del Belli, a staccare i cavalli dalla carrozza del «zor Gregorio» e a tirarla a braccia per le vie della città, devoti al loro sovrano e disposti a battersi per lui contro «giacubbini» e «paini» liberali. In Roma dunque dopo la spedizione di Savoia la relativa inerzia della vecchia Congrega portò alla sua esautorazione da parte di un gruppo più deciso (in cui erano Ferdinando Porta e il religioso agostiniano Tommaso Vivarelli) che sviluppò un’opera di proselitismo largamente estesa ai ceti popolari attraverso una serie di iniziazioni sia alla Carboneria sia alla Giovine Italia, con un inquinamento dell’associazione mazziniana tipico di una città in cui il più antico istituto settario aveva profonde radici. Il mondo settario romano acquisì così – e sia pure in forme contaminate e sincretistiche – un relativo carattere di massa, che colpiva gli inquirenti contemporanei, i quali lamentavano che la «seduzione» fosse stata portata «in modo grave nel basso ceto di tutti i rioni di Roma», e specialmente a Trastevere, Borgo e Regola, grazie anche all’avvicinamento che si era prodotto negli ultimi tempi tra «paini» e «minenti». Nella loro propaganda i «popolanti» facevano leva, oltre che sul motivo anticlericale, su tutti gli elementi di disagio economico ai quali potessero essere sensibili gli strati popolari, come appare da questa indicativa deposizione di un inquisito che a una domanda sui «modi di seduzione» usati dai cospiratori verso il «basso ceto» rispondeva: «Molti sono stati questi modi, giacché questi settari incaricati pel basso ceto hanno incominciato a poco a poco a dir male del governo, … che l’industria era a terra, per cui gli artisti non trovavano pane … Molto mal contento fece ancora sul basso ceto quell’editto del Vicariato con cui si proibiva di aprire le botteghe oltre le ore solite … [I settari] dicevano [di volere] il governo repubblicano … che era il miliore dei governi, che dava pane a tutti, e che tolti i cardinali, i prelati e i preti che, come esprimevano, si mangiano tutto, non ci sarebbero stati tanti dazi, e tante imposizioni da pagarsi».
    L’estendersi delle trame allarmò le autorità pontificie, che a partire dal gennaio ’36 fecero arrestare i principali compromessi, istruendo poi un processo che ebbe un altissimo numero di inquisiti (448, oltre agli arrestati) e che si chiuse con severe condanne. E tuttavia neppure queste misure valsero a stroncare il movimento settario nella capitale. Mentre infatti continuavano le aggregazioni settarie nelle forme ibride di Carboneria e Giovine Italia, l’occasione propizia per tentare un’iniziativa insurrezionale sembrò presentarsi verso la metà del ’37, quando in Roma prese a serpeggiare l’epidemia colerica che, raggiunti gli Stati sardi nel ’35, si era poi andata propagando nel resto della penisola. Il terribile morbo faceva infatti sentire la sua presa soprattutto negli strati più poveri delle popolazioni urbane, che non soltanto pagavano un tributo di vite proporzionalmente più alto, ma erano per di più esposti alle ripercussioni economiche derivanti dal turbamento delle normali attività lavorative; e questo favoriva l’opera degli avversari del governo, i quali mettevano a profitto le reazioni che in presenza delle epidemie predominavano tra i popolani, indotti ad attribuire l’insorgere ed il propagarsi del contagio all’opera perversa di quelle «autorità» che sentivano come nemiche. La situazione che in quelle settimane si era venuta a formare in Roma era così caratterizzata in modo efficace in una relazione processuale della Sagra Consulta: «Nel serpeggiare di cholera per questa capitale, ognuno conosce quale e quanto fosse la costernazione di tutti, al cospetto della morte che mieteva la vite; quale l’invilimento dell’anima d’ogni Stato, il commercio…; quale anche il paralizzamento delle arti e dei lavori … da qui l’incarimento d’ogni commestibile, e le torme degli artisti mancanti dell’ordinario lavoro, e perciò dei mezzi di sostentarsi, assieme alle loro famiglie. Aggiungasi che nella generale calamità, non mancavano i settarii di spargere delle voci, che tanta desolazione era voluta dai governi per mire politiche, e le insinuavano nel basso ceto, quanto in allora costernato, altrettanto insufficiente a discernere la vile calunnia e il pravo intendimento dei torbolenti. Quindi a questi sembrò non difficile di poter indurre il popolo a dispetto, e ad armarlo a danno del governo e della pubblica quiete».
    Lo stato delle cose in breve si radicalizzò al punto che i dirigenti dell’organizzazione clandestina arrivarono a fissare per il 31 agosto la data d’inizio del movimento, confortati dall’elevato numero di proseliti guadagnati, specie tra i popolani, tanto che gli inquirenti, dopo che una nuova serie di misure repressive ebbe prevenuto le mosse dei cospiratori, non si meravigliavano di un rapporto di polizia in cui si asseriva, con qualche esagerazione, che «il numero dei congiurati ammontava, tra paini ed artisti, a circa cinque mila».
    La ricostruzione del movimento cospirativo di ispirazione mazziniana, diretta o indiretta, o comunque l’individuazione dell’incidenza reale dell’influsso di Mazzini nel Mezzogiorno continentale nel periodo successivo al 1833, è ostacolata dalla natura e dallo stato delle fonti. I memorialisti e i cronisti o storici locali, per non parlare del margine di approssimazione che li contraddistingue e della tendenza a identificare tutta la democrazia in Mazzini, sono inclini a sopravalutare o sottovalutare l’influenza del mazzinianesimo a seconda dei loro orientamenti politici; per cui al democratico La Cecilia, il quale affermava che «fra tutte la province italiane quelle di Napoli mostrarono a quei tempi grandissimo fervore» per la Giovine Italia, si può contrapporre il moderato Gaetano Trevisani, il quale sosteneva invece che l’associazione mazziniana, «che pur si era filtrata nel Regno», non vi fece però frutto alcuno e non riuscì ad allargare le sue fila al di là di «pochi e mal reputati giovani». Quanto poi alle carte di polizia, chi ad esempio abbia familiarità con gli «espedienti» accumulati nelle centinaia di filze di quel ministero avrà avuto modo di constatare quale cautela sia necessaria per sceverare i dati certi e gli elementi provati dalla congerie di dicerie, supposizioni ed invenzioni calunniose, dettate spesso da interessi privati dei denunzianti, che forma tanta parte di quella documentazione. Come pure è da tener presente che, al di là di quelli che furono i rapporti diretti tra Mazzini e le organizzazioni settarie meridionali, il mazzinianesimo poté rappresentare una forza operante – su uomini e all’interno di gruppi che pure non sarebbero stati disposti ad ammettere una filiazione diretta dalla Giovine Italia – come generale orientamento ideale caratterizzato dall’istanza nazionale, unitaria e democratica, come esempio di costume politico, come mito; il che torna a dire che non bisogna limitarsi a valutare la realtà della presenza di Mazzini nel Mezzogiorno – come, più in generale, in tutto il paese – sulla base di un computo statistico dei mazziniani di pura e sicura osservanza, trascurando la funzione di stimolo e di lievito svolta dalla circolazione delle idee mazziniane, con tutto quello, e non fu poco, che esse significarono per il superamento di una tradizione tutto sommato «provinciale» come quella carbonara e per la formazione di una minoranza disposta a non recedere dall’opera di apostolato per la maturazione di una coscienza nazionale.
    Dopo gli arresti succedutisi a Napoli e nelle province dalla metà del ’33 e la perdita di ogni illusione da parte di Mazzini sulla possibilità di un’iniziativa nel Mezzogiorno, un effimero tentativo di riprendere le fila della scompaginata organizzazione cospirativa meridionale fu fatto da Giuseppe Ricciardi («Camposampiero» nella Giovine Italia), che si avvalse anche della copertura fornitagli dalla direzione della sua rivista, Il Progresso. Nel 1834 cominciò ad operare anche la setta dei Figliuoli della Giovane Italia, fondata da quel Benedetto Musolino che negli anni precedenti aveva maturato, nel solco dell’ala materialista ed atea dell’illuminismo, una critica radicale della società contemporanea, approdando sulla sponda di un utopismo sociale estremo. L’impulso a calarsi dall’utopismo nella concreta azione politica venne al Musolino quasi certamente dall’influsso mazziniano, un influsso probabilmente mediato, ma non per questo meno evidente; anche se il calabrese fece della sua setta un organismo del tutto indipendente dalla Giovine Italia, sia per la divergenza da quelle di Mazzini di alcune delle sue vedute (più avanzate sul piano sociale e poco permeabili al pathos romantico), sia per la particolarità del momento in cui la nuova società nasceva, non certo propizio alla ricerca di collegamenti con la società mazziniana, sia anche per un orgoglioso desiderio di autonomia nel fondatore. L’organizzazione del Musolino in questa sua prima apparizione non dovette però fare molti proseliti al di là dei più stretti collaboratori del suo fondatore (Luigi Settembrini, Giuseppe Mele, ecc.), anche perché la polizia messa in sospetto dalla seconda metà del ’35 prese ad esercitare una stretta sorveglianza sul Musolino e i suoi compagni, costringendoli all’inazione.
    Con il Ricciardi presto imprigionato e poi esule e con i Figliuoli della Giovane Italia ridotti dall’inerzia, come centro di raccordo delle fila cospirative nel Mezzogiorno funzionò il Comitato centrale di Napoli, nel quale però prevalevano ormai, sotto la ispirazione del Poerio, gli orientamenti costituzionali-moderati e che Mazzini tacciava di «pedante, dottrinario, infame». Eppure anche in questi anni di declinanti fortune il mazzinianesimo rivelò nel sud – terreno reso difficile per il durare di una tenace tradizione carbonara e la persistenza di forme settarie locali – una capacità di funzionare come punto di riferimento ideale superiore a quel che comunemente si ammette, come contribuisce a dimostrare l’episodio geograficamente marginale ma proprio per questo significativo della congrega tarantina della Giovine Italia che si ramificò in direzione di Brindisi e di Bari tra il 1836 e il 1837, all’infuori di qualsiasi rapporto diretto con Mazzini.
    Più difficile riesce identificare le componenti di derivazione mazziniana nel fermento generalizzato diffusosi nel Regno delle Due Sicilie nel corso del 1837 e che raggiunse il suo culmine nel luglio-agosto, in connessione con la fase di massima espansione del colera, che falcidiò le popolazioni aggravando le condizioni degli strati inferiori con i fenomeni indotti dell’aumento della disoccupazione e del rialzo dei prezzi. La tensione, acuita dalle vociferazioni sull’avvelenamento dei pozzi e delle fontane e dalla pratica discriminatoria che riservava la sepoltura nelle chiese ai membri delle famiglie più potenti, creò così le premesse per le agitazioni e i disordini che costellarono in quei mesi il Mezzogiorno e che ebbero il loro centro nel Salernitano, uno dei punti critici per la monarchia borbonica sia per il crescente distacco tra i gruppi dirigenti locali e il governo sia per il malessere delle popolazioni rurali.
    Nel contesto delle vicende del 1837 un rilievo particolare va dato ai fatti di Penne e del Cilento, e per la loro intrinseca rilevanza, e per gli elementi che se ne possono ricavare ai fini della valutazione dell’influsso del mazzinianesimo nel Regno. Nei centri del Cilento, a partire dalla metà del 1836 e fino all’agosto del 1837, quando cominciarono gli arresti, si era andata diffondendo una organizzazione settaria variamente chiamata nei documenti «La Propaganda», «La Propaganda liberale» o «La Propaganda repubblicana». Le numerose affiliazioni, prevalentemente nel ceto dei «galantuomini», ma anche tra i «bisognosi» e i «villici», allettati colla «speranza di un reciproco soccorso», venivano fatte «da solo a solo» e senza formalità, il che esclude il carattere carbonico della società, mentre le «parole di riconoscimento» («Che fa vostro padre? – Travaglia pel bene della repubblica») ne confermerebbero l’orientamento repubblicano deducibile anche da una delle varianti del suo nome. E, a meno di pensare a un improbabile legame con i Figliuoli della Giovane Italia, inoperosi in questo periodo, l’ipotesi più plausibile per spiegare la tendenza repubblicana della «Propaganda» - o di alcuni dei suoi capi – resta quella dell’infiltrazione, anche nel remoto Cilento, di motivi di matrice mazziniana.
    Per quel che riguarda Penne (in quegli anni il centro più importante del Primo Abruzzo Ultra), l’orientamento mazziniano del movimento del 23-25 luglio 1837 è stato affermato da vari studiosi di quei fatti. E la tesi, opportunamente sfumata così da evitare una troppo rigida contrapposizione tra Giovine Italia e Carboneria (organizzazioni che nel centro-nord a volte sfumavano l’una nell’altra con reciproche commistioni) e una caratterizzazione politica esclusiva di un moto in cui confluivano varie componenti, è accettabile; nel senso almeno che alcuni dei suoi promotori si muovevano nell’ambito di idee messe in circolazione dall’associazione mazziniana. È vero che il movimento ebbe uno sbocco costituzionale; ma non appare lecito muovere dubbi sull’influenza esercitata dal mazzinianesimo, almeno in senso lato, su uomini come Filippo Forcella (per il quale esiste una testimonianza esplicita dello stesso Mazzini) o Raffaele Lacerenza (che nel ’33 era stato implicato nella congiura Rosaroll e che negli anni successivi collaborò a lungo col genovese); mentre di un altro dei capi del tentativo di Penne, Domenico De Caesaris, si può fondatamente supporre che a quella data avesse abbandonato l’originale orientamento carbonaro per quello repubblicano e unitario.
    Sulla base di questi e di altri elementi si può avanzare l’ipotesi che nel Mezzogiorno continentale mazzinianesimo e Giovine Italia, pur se a volte in forme meditate e spurie, furono un fattore operante anche negli anni in cui Mazzini non era riuscito a mantenere alcun «filo» diretto con le regioni meridionali; un fattore che agì sotterraneamente, ma senza soluzioni di continuità, fino al 1848 e poi negli anni successivi, contribuendo in misura determinante al coagularsi di una tradizione democratica, al superamento delle angustie regionali presenti nella Carboneria e nel costituzionalismo del ’20 e all’inserimento della lotta politica del Sud nel più vasto quadro nazionale.
    A completare il discorso resta ora da accennare alla Sicilia, dove, come si è detto, anche nel momento delle sue maggiori fortune la Giovine Italia non era mai stata una forza politica organizzata. Anche negli anni fra il ’34 e il ’37 il mazzinianesimo operò in Sicilia, più che come elemento ispiratore di un’azione immediatamente politica, come fermento all’interno di quei gruppi di giovani intellettuali che erano intenzionati a fare della letteratura uno strumento di impegno civile. Se è infatti vero che la cultura letteraria della generazione isolana degli anni ’30 – cui spetta il merito di avere svolto una funzione di stimolo nell’incrinamento del particolarismo e nella maturazione, tra i ceti colti, della coscienza di una comunanza di destini dell’isola con la «patria» italiana – ebbe un’intonazione prevalentemente antiromantica, è però possibile definire anche un filone dichiaratamente romantico nel quale probabilmente confluirono, accanto a quelle del primo romanticismo lombardo, le suggestioni della battaglia giovanile condotta da Mazzini dagli Indicatori e dall’Antologia. Questo innesto di spunti mazziniani nel contesto della più avanzata cultura letteraria siciliana (e specie di quella della parte orientale dell’isola) è avvertibile, ci pare, nelle pagine dello Spettatore Zancleo e del Faro (Messina) e dello Stesicoro (Catania), periodici che, non a caso, annoverarono tra i loro redattori e collaboratori vari dei principali attori dei moti del 1837, alcuni dei quali sarebbero poi passati anche attraverso la milizia politica del mazzinianesimo. Così, per esemplificare, sullo Spettatore si affermava che obiettivo precipuo dei suoi compilatori era suscitare il «maschio amore di patria», e di «patria italiana ed una», mentre Giuseppe La Farina rilevava il momento del progresso come segno di distinzione della fede romantica, intesa come concezione della vita e non come mera dottrina letteraria: «Il nostro romanticismo – scriveva – è quello che si addice ad un uomo che non degrada se stesso; è quel sistema che mira a perfezionamento, che tende a progresso; … è quel sistema che, a dispetto dei ministri delle tenebre … dominerà l’Europa, perché nasce dal presente stato di civiltà, e non vi è forza umana che possa far gire retrogrado un popolo quando una forza morale a perfezionamento lo sospinge». E lo Stesicoro, creazione di quel Salvatore Barbagallo Pittà che in nome del principio nazionale andava sottoponendo a serrata critica i pregiudizi e gli «odi municipali» e che avrebbe pagato con la vita la partecipazione al moto del ’37, nel definire il romanticismo faceva battere l’accento sul rapporto tra letteratura e società e sull’essenza liberale dei motivi romantici, che informavano a suo dire le «letterature libere ed originali di ogni età e di ogni nazione».
    Ma il mazzinianesimo, nella Sicilia degli anni immediatamente precedenti i fatti del ’37, non fu soltanto un fermento culturale, ma operò anche come una influenza politica diretta, come appare da alcune testimonianze largamente attendibili, come quella di Nicola Fabrizi, il quale affermò che nell’isola, «prevalentemente al 1837», si erano manifestate «simpatie decise di opinione alla G. [iovine] I. [talia] che circolava coi suoi giornali»; cui si possono affiancare le asserzioni di Emmanuele De Benedictis, Salvatore Chindemi e Salvatore Brancaleone Pittà.
    Una volta affermata la penetrazione di motivi ideali propri della Giovine Italia nell’isola riesce però difficile definire in termini più precisi il campo d’influenza specifico del mazzinianesimo, distinguendolo nettamente dalle altre componenti dell’opposizione antiborbonica, nella quale confluivano – e in misura ancora prevalente – l’indipendentismo, ispirato largamente dal ceto baronale che mirava al recupero delle perdute franchigie, ed il costituzionalismo moderato, tipico della borghesia della Sicilia orientale, che guardava con nostalgia all’esperienza del 1812. Certo è comunque che l’influsso mazziniano si fece sentire già prima del 1837, fondendosi a volte con altri motivi ispiratori, in non pochi degli uomini che avrebbero svolto un ruolo di primo piano negli avvenimenti di quell’anno e poi, più in generale, nella storia della democrazia siciliana, come è il caso di Luigi Orlando e Giovanni Denti di Piraino a Palermo; Carlo Gemelli e G. La Farina a Messina; Salvatore Chindemi a Siracusa; Diego Arangio, Barbagallo e Brancaleone Pittà, Gabriello Carnazza, Pietro Marano, Ignazio Riccioli a Catania.
    Quanto poi agli avvenimenti del luglio-agosto 1837, un carattere nettamente politico ebbero, a differenza di quelli di Siracusa, i fatti di Catania, grazie alla momentanea confluenza delle varie correnti d’opposizione che riuscirono a fornire una guida al fermento provocato nelle masse popolari dal sopraggiungere del colera. La «rivoluzione» catanese ebbe, come è noto, uno sbocco autonomista, ma la prevalenza della corrente autonomista e particolarista su quella unitaria e nazionale non deve far dimenticare il ruolo che nel moto ebbe la corrente democratica più moderna, in cui erano filtrati spunti ideali mazziniani. E fu proprio agli uomini di quella corrente che si dovette la determinazione con cui furono spinte avanti le cose, facendo leva sugli strati popolari attraverso la fraternizzazione realizzata con le manifestazioni di piazza e le feste in cui tra i ritratti dei legislatori dell’umanità fu esposto anche quello di Mazzini.

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    Predefinito Re: Mazzini e l’organizzazione della democrazia italiana...

    Alla passività di Mazzini negli anni della «tempesta del dubbio» si contrappose, in quello stesso torno di tempo, l’attivismo di Nicola Fabrizi. Trasferitosi dalla Spagna a Malta nel settembre 1837 nella speranza di potersi inserire, assieme al folto gruppo di suoi compagni che militavano nella penisola iberica, nei movimenti insurrezionali siciliani per allargarli al resto del paese, l’esule modenese non si lasciò scoraggiare dalla repressione borbonica, ma fece dell’isola inglese la base per la creazione di una nuova organizzazione democratica rivoluzionaria, la Legione Italica. Alla radice della determinazione di Fabrizi stavano, da una parte la percezione della crisi profonda della Giovine Italia, dall’altra una valutazione complessiva della situazione italiana che individuava nel paese un rapporto di forze favorevoli alla causa rivoluzionaria e uno stato di cose potenzialmente esplosivo.
    In questo quadro – che ricalcava molte delle considerazioni svolte da Mazzini nel ’31-32 sulla maturità delle «moltitudini» e sull’insufficienza dei capi – Fabrizi giudicava però sommamente improbabile, a causa della presenza dell’esercito austriaco, «forte per disciplina e materialità di forze», una sollevazione generale, istantanea e simultanea, optando così per il metodo della guerra partigiana, con una concezione della guerriglia in cui le bande erano viste come detonatori ed iniziatrici di azioni insurrezionali localizzate sul terreno più propizio (i monti della catena appenninica e della Sicilia) e come centri di aggregazione di sempre più complesse e articolate unità combattenti per la causa rivoluzionaria. Date queste premesse, il fondatore della Legione Italica si mostrava in linea di massima poco favorevole alle vaste sollevazioni cittadine come momento d’avvio del movimento: «Non vuolsi dire – sosteneva in un suo scritto programmatico - … che quando la sicurezza della riescita è provata non debbano effettuarsi; però che nell’incertezza non debbono arrischiarsi a preferenza d’azione più sicura; e che quando anche riescite servir debbono a raccolta pronta degli elementi che smossero, per esser spinti all’azione in un vasto terreno, e non lasciarli logorare e spegnere entro le mura delle medesime [città]».
    Quanto alla scelta del terreno d’iniziativa, Fabrizi lo individuava nel Mezzogiorno, sulla base di ragioni esclusivamente militari ed in linea con le considerazioni avanzate alcuni anni prima da Guglielmo Pepe: «L’opinione che delle due estremità d’Italia – scriveva – la meridionale sia quella lo sviluppo de’ cui mezzi insurrezionali si renda più prontamente necessario all’azione generale ha per ragione: 1° La necessità di dare con sollecitudine una base ed un foco stabile all’insurrezione coll’assicurarsi un terreno materialmente e topograficamente atto alla propria difesa …; 2° Perché come la diffusione dell’azione è destinata a divergere l’attenzione dell’inimico e le sue forze dalla violenza di un primo impero su di un solo punto, così il presentare poi una maggiore intensità d’azione alla parte più distante dalla residenza della sua forza, servir deve a scemarne la intensità delle minaccianti e sovrastanti [forze] alla estremità opposta». Accanto alle considerazioni strategiche influiva sulla tesi dell’iniziativa meridionale avanzata da Fabrizi anche la sua valutazione delle disposizioni rivoluzionarie del Mezzogiorno, che gli parevano assai pronunciate, e questo soprattutto in Sicilia, che egli vedeva come il fulcro dell’azione insurrezionale.
    Centro di raccolta delle «forze attive insurrezionali» avrebbe dovuto essere la Legione Italica che, come si legge in uno dei suoi documenti programmatici, «si organizza al fatto insurrezionale italiano, sceglie gli uomini atti e sicuri a presentarlo sul terreno, si dispone al fatto, preordina il fatto». Quanto al quadro politico generale proposto dalla nuova organizzazione, esso faceva propri motivi di derivazione mazziniana, come il principio di nazionalità («Il primo diritto d’ogni popolo è quello della propria esistenza nazionale»); la tesi dell’alleanza dei popoli, da fondare però sull’apporto autonomo delle singole nazioni e quindi combattendo le tendenze cosmopolite; la presa di posizione democratica e repubblicana («La libertà interna sta nel concorso spontaneo ed uguale della volontà de’ cittadini alla costituzione dello Stato e al di lei mantenimento o modificazione, e nell’eguaglianza costituita principio fondamentale dell’ordine dello Stato stesso. La repubblica è ordine unico libero»). Un timbro mazziniano avevano anche l’affermazione della necessità di darsi un programma netto ed esclusivo, che valesse ad eliminare il pericolo delle tendenze al compromesso (cui si correlava la polemica antimoderata: «La parola moderazione oggi in politica è vocabolo complessivo d’ogni apostasia…, e mentre smembrò ogni forza al sostegno de’ principî sani e di pubblico diritto, non seppe peranco costituirne una che contenendosi in un concetto anziché in momentanee associazioni individuali e frazionari interessi si presentasse centro morale») e la critica ai fautori dell’«influenza straniera» e dell’iniziativa francese.
    Sulla scorta di queste dichiarazioni di principio si può affermare che Fabrizi in quegli anni si muoveva ancora nell’ambito ideale del mazzinianesimo, e che nel progetto di dar vita alla Legione Italica non va vista una volontà di rottura con Mazzini, anche se il modenese preferì in un primo momento evitare richiami espliciti al nome della Giovine Italia; e questo non soltanto perché riteneva che l’associazione mazziniana come «cospirazione» non era più una realtà operante, ma anche perché giudicava poco producente presentarsi come continuazione o filiazione di un’organizzazione sulla quale pesava il fallimento del 1833-34.
    Ma mentre l’attività di Fabrizi cominciava a dare i suoi primi risultati sul piano organizzativo, Mazzini risolveva, verso la metà del ’39, di resuscitare la Giovine Italia. E la coincidenza temporale non era certamente fortuita, perché nella decisione del genovese avevano avuto un peso determinante il più accentuato fermento e la ripresa cospirativa che gli pareva andassero ridestando il paese dall’inerzia, fenomeni che in parte erano dovuti proprio all’iniziativa dell’esule modenese.
    Oltre al timore di essere scavalcato all’interno del campo democratico da concorrenti come Fabrizi o Musolino (che aveva ripreso a diffondere i Figliuoli della Giovane Italia), in quei mesi operavano su Mazzini altre motivazioni. Vi era anzitutto la preoccupazione che la prolungata inazione favorisse le stanchezze, i cedimenti, le deviazioni, incidendo su quello che era stato il gruppo dirigente dell’associazione mazziniana, come stavano a dimostrare le vicende, tra gli altri, di Agostino e Giovanni Ruffini, Gaspare Ordoño Rosales, Gaetano Bargnani, Gustavo Modena, Luigi Amedeo Melegari, Antonio Ghiglione, Giuseppe Elia Benza. Ed un altro fenomeno emergente allarmava ancora Mazzini, il delinearsi cioè di una corrente d’opinione moderata, che tendeva ad elaborare proprie linee d’azione alternative al metodo insurrezionale e a coagularsi intorno a un programma riformista, come provava l’attività pubblicistica di un gruppo che metteva idealmente capo al Mamiani (Francesco Orioli, Filippo Canuti, ecc.), oltre che quella del Tommaseo, del Pepe, del Marochetti.
    Nel riprendere il lavoro pratico Mazzini si tenne sostanzialmente fermo, quanto ai principî ideali, al nucleo di credenze elaborato in precedenza e ormai consolidato. La nuova Giovine Italia si differenziò invece nettamente dall’antica struttura organizzativa: infatti Mazzini, consapevole che le deludenti esperienze del 1833-34 avevano reso i patrioti dell’interno poco propensi a una stretta dipendenza da una centrale operante nell’emigrazione, si mostrò disposto a pagare il prezzo del decentramento del lavoro cospirativo e della concessione di una larga autonomia ai nuclei locali.

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    Predefinito Re: Mazzini e l’organizzazione della democrazia italiana...

    Ma l’elemento più caratterizzante della seconda Giovine Italia fu il proposito di Mazzini di basare l’associazione sull’elemento popolare in maniera assai più decisa e sistematica che per il passato, puntando dichiaratamente sull’organizzazione autonoma degli operai. Ripensando alle passate esperienze egli avvertiva infatti, autocriticamente, come un limite grave il fatto che la Giovine Italia avesse agito in passato «pel Popolo, non col Popolo», che non fosse discesa in profondità tra le classi lavoratrici, che avesse trascurato gli artigiani e gli operai; era quindi necessario porre rimedio a queste carenze calandosi nel «popolo», parlando un linguaggio adatto ai lavoratori, iniziando un’opera sistematica di affiliazione tra gli operai, emigrati e no. Oltre alla delusione per il comportamento – giudicato una diserzione – delle «intelligenze» e degli uomini della classe media dopo il fallimento dei tentativi del ’33-34, altri elementi contribuirono in maniera preminente a sollecitare questa determinazione di Mazzini. In primo luogo va ricordata l’esperienza della Giovine Germania, che il genovese seguì da vicino in Svizzera e che fu contraddistinta dal carattere essenzialmente operaio e artigiano di quella associazione, che perseguì sistematicamente l’obiettivo di penetrare tra i lavoratori tedeschi emigrati attraverso la formazione di una rete di società operaie. Altrettanto decisive furono poi la presa di coscienza dei problemi sociali dell’Inghilterra e la conoscenza diretta del fenomeno del cartismo, cui andavano la sua comprensione e la sua simpatia.
    Sul terreno pratico i propositi mazziniani presero corpo nella creazione (1840) dell’Unione degli operai italiani e nella pubblicazione dell’Apostolato popolare, foglio che fu concepito soprattutto in funzione dei lavoratori. L’Unione, che professava la sua adesione alla Giovine Italia, durò per pochi anni; ma anche se la sua vita fu stentata, e limitata alle sezioni di Londra e Parigi, la sua fondazione segna pur sempre un momento di rilievo nella storia delle classi lavoratrici italiane; essa fu infatti la prima associazione di lavoratori che, allargando i suoi orizzonti al di là dei fini assistenziali e previdenziali, fece dell’attività politica, orientata in senso democratico e nazionale, una delle sue ragioni di vita prefigurando così le tendenze lungo le quali si sarebbe sviluppato, soprattutto tra il 1860 e il 1871, un cospicuo settore del movimento operaio del nostro paese. Mazzini pensò poi alla possibilità di creare una organizzazione «speciale», sia pure embrionale e limitata ad alcuni «capi-fila», anche tra i lavoratori di qualche regione dell’interno; ma i suoi tentativi non ebbero successo, e sarà soltanto il 1848 che associazioni e gruppi a base operaia ispirantisi alle dottrine mazziniane cominceranno ad avere vita, sia in forma pubblica (Stati sardi) sia clandestinamente (Milano, Parma, Livorno, ecc.).
    Correlativamente Mazzini fu anche indotto a tentare di definire in maniera più articolata il suo pensiero sui problemi sociali e sul rapporto delle masse con la rivoluzione nazionale. Negli scritti pubblicati nell’Apostolato popolare egli approfondì pertanto la critica dei rapporti sociali esistenti nel mondo a lui contemporaneo, accogliendo suggestioni delle teorie fourieriste, che aveva fatto oggetto di studio specifico proprio in quegli anni, in corrispondenza al largo interesse che le dottrine societarie avevano sollevato anche tra gli intellettuali italiani. Se negli anni della prima Giovine Italia la dissociazione che lacerava la società europea era genericamente vista come una contrapposizione tra «moltitudini» e «privilegio», senza che ne venisse ulteriormente specificato il contenuto economico, ora quella dissociazione diventava, con una terminologia più aderente, un contrasto di classe tra proletari da una parte e proprietari degli strumenti di produzione dall’altra, che faceva dei primi poco più che degli schiavi costretti a scegliere tra la fame ed un salario insicuro.
    La rivoluzione italiana quindi, affermava Mazzini sviluppando le posizioni esposte nel ’31-33, avrebbe dovuto essere politica e sociale a un tempo, così da soddisfare le esigenze delle classi lavoratrici, alle quali proponeva la creazione di un loro «ordinamento speciale», di una loro organizzazione autonoma, così da porre fine alla loro condizione di isolamento impotente e da dare una voce collettiva ed energica all’espressione dei loro bisogni specifici. Ma la tesi di una specifica struttura organizzativa degli operai si inquadrava sempre nel netto rifiuto della lotta di classe; l’«ordinamento speciale», nella prospettiva mazziniana, anziché essere lo strumento di una lotta rivendicativa in funzione anticapitalista, doveva invece costituire il mezzo per far giungere una chiara formulazione delle aspirazioni popolari fino alle classi medie, che a loro volta sarebbero dovute andare incontro ai bisogni dei ceti operai e, trasformando moralmente se stesse nel ripudio dell’individualismo e dell’egoismo, rinunciare a una parte dei propri privilegi per agevolare così la pacifica fusione delle classi.
    Pur rifuggendo programmaticamente dalla indicazione di misure che portassero all’eversione dei rapporti giuridici costituiti, Mazzini cercò tuttavia di delineare in maniera più precisa l’insieme dei provvedimenti che a suo parere avrebbero potuto avviare la società verso un superiore stadio di organizzazione, caratterizzato dall’assenza degli antagonismi di classe. Accanto agli interventi già indicati da tempo, egli affermava così – tenendo presenti soprattutto i problemi dei lavoratori urbani – l’esigenza di una riduzione della giornata lavorativa e di un accrescimento dei salari, prospettava la necessità di un’educazione nazionale gratuita e uniforme, ed avanzava l’idea della costituzione di forme speciali di credito per i lavoratori più capaci, così da far accedere con minori difficoltà gli operai alla proprietà degli strumenti di produzione. Al tempo stesso anche l’idea di «associazione», che fino ad allora era stato il simbolo vago, il principio generalissimo e non determinato della nuova epoca storica, si configurava – e la formula mostrava una diretta derivazione dalle teorie di Fourier – come associazione «del capitale, dell’intelletto e del lavoro», diretta dal governo, sulla cui base si sarebbe edificata la società dell’avvenire. Ma nonostante questo sforzo di approfondimento, il programma proposto da Mazzini dopo la svolta «operaistica» di cui si è dato cenno continuava a non tener conto delle campagne e dei bisogni delle popolazioni rurali; inoltre esso lasciava sostanzialmente immutato l’insieme dei rapporti sociali e di produzione esistenti, il cui superamento era affidato in ultima analisi ad un improbabile slancio solidaristico dei ceti economicamente dominanti nel quadro della loro rigenerazione morale.

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    Predefinito Re: Mazzini e l’organizzazione della democrazia italiana...

    Ricostituita formalmente la Giovine Italia, Mazzini cercò di spingere avanti il lavoro di riorganizzazione della società sia nell’emigrazione sia nell’interno. Ma il proposito di ridare vita a un organismo paragonabile a quel che era stata la prima Giovine Italia si urtò in una serie di ostacoli che limitarono gravemente la presa effettiva di Mazzini sul movimento cospirativo nella penisola, come egli stesso ammise più volte, lamentando di essere «più che lontani dal 1832». A parte le diffidenze suscitate in molti dalle passate esperienze, la lunga sospensione di un’attività sistematica in direzione dell’Italia verificatasi tra il ’34 e il ’40 aveva favorito la moltiplicazione di società segrete e gruppi cospirativi che per la loro stessa frantumazione e dispersione rendevano assai difficile il tentativo di assorbirli nella Giovine Italia e vanificavano gli sforzi di Mazzini per assicurarsi l’egemonia su quella «Babilonia» di materiali settari «sconnessi, non armonizzati». Ma al fondo di tutte le difficoltà stavano, più sostanzialmente, i nuovi indirizzi politici che andavano prevalendo nel movimento nazionale. Il crescere dell’opinione moderata dopo l’apparizione del «Primato» giobertiano stava infatti creando una alternativa riformistica, saldando intorno al programma del progresso «omeopatico» (come ironicamente lo definiva Mazzini) i gruppi degli intellettuali più rappresentativi e «la classe degli influenti nei maneggi cospiratorii», che non voleva più puntare sulla carta dell’azione insurrezionale. Costretto a prendere atto delle profonde modificazioni intervenute all’interno del movimento liberalnazionale il Genovese si mostrò a volte disposto – nella ricerca di una linea che gli permettesse di uscire dal suo relativo isolamento – a transazioni con uomini e gruppi anche distanti dalle sue posizioni, rinunciando alla pregiudiziale repubblicana (come avvenne subito dopo l’insuccesso del moto di Romagna del 1843 e prima del moto riminese del 1845).
    Queste oscillazioni di Mazzini sono forse la testimonianza più significativa della limitata capacità penetrativa della seconda Giovine Italia tra il 1841 e il 1846, quando il rafforzarsi dell’egemonia politica e intellettuale dei moderati ridusse a pochi «fili» la struttura organizzativa dell’associazione. Il che contribuisce a spiegare la condizione «subalterna» in cui fu tenuta la Giovine Italia negli episodi di azione insurrezionale succedutisi in Italia nel 1843-45, nessuno dei quali ebbe come motore Mazzini: non i moti romagnoli del 1843, che il Genovese sconsigliò prima e disapprovò poi, non la spedizione dei Bandiera, che cercò insistentemente di dissuadere dall’impresa, non i tentativi culminati nei fatti di Rimini del settembre 1845, dai cui preparativi fu addirittura escluso.
    L’atteggiamento di cautela e riserbo tenuto da Mazzini nei confronti dei piani d’azione insurrezionale tentati o ventilati tra il ’40 e il ’45, piani che prendevano tutti come fase iniziale la discesa sul terreno di bande armate, ha però, accanto alla debolezza della Giovine Italia, un’altra ragione, vale a dire l’evoluzione del suo pensiero sulla questione militare. In polemica con N. Fabrizi, la cui Legione Italica si poneva come compito precipuo la formazione di bande, a partire dal 1839 Mazzini prese a dichiararsi contrario all’azione di reparti di questo tipo prima di una levata insurrezionale più o meno generale. «La guerra per bande salverà un giorno l’Italia; - sosteneva il Genovese in una lettera al Fabrizi del 1° dicembre 1840 – ma non escirà che da un terreno insorto, rivoluzionario. Lavorate insieme con me a trovare questo terreno: lavorate a riconquistare, s’anche altro non si potesse, il terreno del 1831; a convincere quei paesi che l’insurrezione, come quella del 1831 diretta in modo diverso produrrebbe una insurrezione italiana e capace di vincere: due dì dopo, avrete quante bande vorrete». Il modello che egli proponeva era, come si vede, quello del movimento del ’31 nell’Italia centrale, ossia di una insurrezione che si impadronisse dei gangli del potere, si facesse «governo», così da potersi valere, mettendoli al servizio della rivoluzione, dei mezzi finanziari e militari dei regimi abbattuti. Per questo, scrivendo ancora al Fabrizi subito dopo l’insuccesso del tentativo di Savigno, esprimeva la sua disapprovazione così motivandola: «Sai ch’io e Bianco primi predicammo le bande: ma per me, le bande doveano sorgere dall’insurrezione, non l’insurrezione dalle bande. Bisognava … rifare il 1831: aver governo: una parte di truppa, perché a un’insurrezione di città si riunisce: tutta la gioventù compromessa; tutto il materiale di guerra nelle mani; poi, il giorno in che gli Austriaci entrassero, ordinare governativamente la guerra per bande, mobilizzare le truppe rivoluzionarie alla montagna con un piano, e con tutta la gioventù, che non potrebbe rimanersi compromessa nelle città, dietro». Dalla giusta premessa che fine principale dell’insurrezione dovesse essere l’«aver governo», con la presa del potere in uno o più Stati, Mazzini ricavava la conseguenza che alla guerra per bande si sarebbe dovuto far ricorso soltanto per fronteggiare la prevedibile reazione dell’avversario; per questo egli era contrario ai tentativi scarsamente preparati, il cui fallimento avrebbe potuto compromettere i risultati ottenuti a livello di opinione con l’apostolato di lunghi anni, e preferiva che gli sforzi si concentrassero soprattutto sul lavoro di propaganda e di organizzazione volto a creare in Italia una situazione di generale fermento insurrezionale. Ed anche se giudicava opportuna, per «dar fuoco alla mina», una iniziativa dall’esterno, come una spedizione di esuli, questa avrebbe dovuto presentarsi abbastanza seria così da evitare un sacrificio immediato e da permettere di tenere il campo per qualche tempo.

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    Predefinito Re: Mazzini e l’organizzazione della democrazia italiana...

    Arrivati così alle soglie del ’48, dopo aver ripercorso rapidamente le vicende della prima e della seconda Giovine Italia non resta che da sottolineare ancora la continuità dell’influsso del mazzinianesimo, con quel che esso significò per la maturazione della coscienza nazionale italiana, per la trasformazione dell’ideale dell’indipendenza e dell’unità in una forza concretamente operante, per la formazione di una tradizione democratica che mise salde radici nel paese e ne marcò profondamente la storia. Che era poi il merito storico che a Mazzini riconoscevano anche i più onesti dei suoi avversari politici, moderati o democratici che fossero, tra i quali – per concludere – basterà ricordare Carlo Pisacane. Questi nel saggio su «La Rivoluzione», dopo aver mosso una severa critica all’ideologia e ai programmi mazziniani, si chiedeva: «Poniamo il caso che non fosse esistito … né Mazzini, o altri come lui che avesse continuamente fomentato le cospirazioni e le congiure; e che in Italia, secondo avrebbero voluto i dottrinanti, niuno avesse pensato a muovere, chi parlerebbe d’Italia», tributando al Genovese il più ammirato degli elogi: «Niuno, durante l’intera vita, ha operato con fini più retti, niuno ha rivolto, con maggiore costanza, tutti i pensieri e tutte le opere ad un solo fine, così grandioso come è quello del risorgimento italiano, una tale idea ha inspirato la sua giovinezza e ne ha assorbito ogni affetto. Nella storia antica e moderna non si riscontra un uomo che abbia sacrificato tutto l’utile privato ad un utile pubblico sperato. Cotesto tipo d’uomo, di cui tutti i pensieri e gli affetti si riassumono indefessi e costanti nell’amore alla patria, è frutto di terra italiana, è una gloria di più da aggiungersi alle tante che noi contiamo».


    FRANCO DELLA PERUTA


    https://musicaestoria.wordpress.com/...iovine-italia/
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