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    Predefinito Costanzo Preve su laicismo, verità, relativismo e nichilismo

    L’attuale concetto di “scienza” non ha più nulla a che vedere con il concetto greco
    di scienza (episteme). Il termine episteme deriva etimologicamente dal verbo epistamai
    che significa: “sto saldamente in piedi su di un terreno sicuro”. Anche la filosofia
    intesa come sapere comunitario del bene era quindi intesa a tutti gli effetti come una
    scienza, e non a caso il suo metodo (pensiamo ai Dialoghi di Platone) si ispirava al rigore
    della dimostrazione geometrica. Non bisogna infatti dimenticare che il termine logos
    significava almeno tre cose: linguaggio come strumento di convincimento razionale
    comunitario; ragione universalmente diffusa in tutti gli uomini; ed infine calcolo
    geometrico applicato alla giusta distribuzione del potere e delle ricchezze, in definitiva
    unico “freno” (katechon) nei confronti dell’irruzione del furore prepotente del singolo
    (hybris) e del caos inevitabilmente provocato dal dominio dell’infinito-indeterminato
    (apeiron), evidentemente metafora dell’infinitezza e dell’indeterminatezza delle
    ricchezze individuali (chremata, chrematistikè). La scienza antica era quindi per
    definizione figlia di una “responsabilità sociale” assunta consapevolmente come
    tale.
    Il concetto moderno di scienza nasce nel seicento come “fisicalismo”, e cioè come
    modello unico della scienza chiamata “fisica”. Anche le scienze naturali successive
    (chimica, biologia, genetica, ecc.) si sono conformate al modello della fisica, sia
    pure con modificazioni dovute alla specificità della loro disciplina. L’illuminismo
    settecentesco ha fortemente appoggiato questa concezione fisicalista (evidente per
    es. in Kant) e questo per una ragione socialmente ben precisa, e cioè che il fisicalismo
    delegittimava le pretese normative della vecchia metafisica.
    Il positivismo ottocentesco ha ulteriormente sviluppato questa posizione,
    derubricando la religione ad attività infantile e la filosofia ad attività adolescenziale,
    per cui la “scienza positiva” è divenuta l’unica legittima forma di conoscenza. Tutti
    i tentativi di problematizzare questa tragicomica arroganza (la critica di Hegel
    all’esclusività del Verstand, e cioè dell’intelletto astratto, e, un secolo dopo, la posizione
    di Husserl per cui la scienza galileiana e cartesiana è certamente un’ideazione
    rispettabile, ma non è la sola ideazione umana titolare della conoscenza del mondo)
    sono falliti, e non sono usciti dalle educate tavole rotonde universitarie.
    Vi è una ragione sociale di tutto questo? Evidentemente sì, ed essa sta in ciò,
    che la scienza fisicalista, nella forma di tecnoscienza unitaria, e cioè di fusione di
    ricerca scientifica e di applicazione tecnologica generalizzata, è divenuta il principale
    strumento di legittimazione e di riproduzione sociale, come lo fu la politica comunitaria
    al tempo dei greci e la religione al tempo del medioevo cristiano europeo. Dato questo
    fatto, si illudono coloro che ritengono che basti argomentare pacatamente in favore di
    una legittimazione conoscitiva pluralistica. Il monopolio della cosiddetta “scienza”
    (in realtà ideazione fisicalista postseicentesca incorporata nella tecnoscienza odierna)
    è un fatto sociale strutturale. La scienza è – in poche parole – la teologia del nostro
    tempo.
    Le cosiddette “scienze sociali” (o “scienze umane”) non sono mai riuscite a fare
    accettare le loro pretese di scientificità al grande pubblico, al di fuori degli apparati
    riproduttivi universitari, grandi distributori di potere, cattedre e finanziamenti (si
    tratta del clero regolare moderno, equivalente degli ordines francescani, domenicani
    e poi gesuiti). La cosiddetta “gente comune” le considera poco più che “opinioni”,
    nonostante la loro dotta formalizzazione categoriale (antropologia, sociologia,
    psicologia sociale, diritto economia, ecc.). Sul fatto che l’economia sia uno strumento
    dei potenti, nessuno può veramente dubitarne. Sul fatto che il diritto privilegi i grandi
    sui piccoli, nessuno può dubitarne. In ogni caso il concetto di “oggettività” del papa
    delle scienze sociali, Max Weber, presuppone che prima vengano accettati cinque
    postulati interamente teologici (separazione tra giudizi di fatto e giudizi di valore,
    responsabilità degli intellettuali intesa come adeguamento alla compatibilità ultima
    della riproduzione sociale capitalistica moderna, connotazione del socialismo come
    utopia impraticabile nelle moderne società complesse, disincanto positivisitico del
    mondo, politeismo dei valori di tipo nicciano con conseguente delegittimazione di
    ogni possibile “fondazione”). Il fatto che questi cinque postulati interamente teologici
    vengano qualificati come “razionali” è la chiave dell’interpretazione critica dell’intero
    pensiero moderno.
    Se l’unica scienza è quella fisicalistico-naturale, e la scienza sociale weberiana
    implica l’accettazione preventiva di cinque postulati teologici, la filosofia è
    interamente delegittimata come impresa di conoscenza veritativa del mondo. Sul
    fatto che essa non abbia valore conoscitivo e veritativo, e che il sapere sociale debba
    essere “senza fondamenti” esiste oggi un consenso talmente totalitario che chi si
    oppone diventa automaticamente un “dissidente”. Si va da coloro che manifestano
    apertamente il loro disprezzo per la filosofia in quanto tale (Carnap e praticamente
    tutte le correnti neopositiviste variamente riciclate nell’ultimo secolo), a coloro
    che ne limitano l’attività alla sorveglianza epistemologica dell’attività scientifica
    (Popper e varie epistemologie post-popperiane, ma anche Althusser e la sua scuola
    nell’ambito cosiddetto “marxista”), fino a coloro che la limitano ad una sorta di
    cortese e relativistica convenzione basata su presupposti nichilistici (ma civilizzati e
    procedurali, e non provocatorio-martellanti come in Nietzsche), come ad es. Richard
    Rorty (ma anche Gianni Vattimo, pensiero debole ecc.).
    Lo sforzo di Platone, di Spinoza e di Hegel, di far diventare l’attività filosofica
    qualcosa che va oltre l’educato scambio di opinioni, è stato ontologicamente vanificato.
    La filosofia (cui oggi si affida grottescamente il ruolo di “terapia filosofica” in un
    contesto di capillare psicologizzazione individualistica del legame sociale) deve
    essere soltanto un teatro di opinioni. È morto il logos¸ viva la doxa!
    Questa delegittimazione integrale del sapere filosofico, unita al fisicalismo
    trionfante ed alla fondazione relativistico-weberiana delle scienze sociali, comporta
    ovviamente un attacco all’idea di verità. Il discorso sarebbe lungo ma per brevità lo
    compendio solo in due parti.

    In primo luogo il concetto di verità viene prima confuso, e poi identificato, con i
    concetti di certezza (sperimentabile), esattezza (verificabile) e veridicità (accertabile).
    Il fatto che Parigi sia la capitale della Francia, che la battaglia di Waterloo sia avvenuta
    nel 1815, che il pianeta Giove ruoti intorno al sole, che l’acqua bolla a cento gradi
    centigradi ecc., non dà assolutamente luogo a proposizioni vere, ma unicamente a
    proposizioni certe o esatte. Il modello fisicalista galileiano ed il modello sociologico
    weberiano non hanno a che fare con la verità, ma unicamente con la certezza e con
    l’esattezza. La “verità”, qualunque essa sia (ed io non penso affatto di disporne)
    concerne soltanto l’unione di fatto e di valore, e riguarda esclusivamente il bene
    comunitario condiviso e compreso. Chi pensa che la solidarietà verso chi ha bisogno
    sia una semplice “opinione”, mentre l’accertamento della rotazione della luna
    intorno alla terra sia “vera” (e vera in quanto effettivamente dotata di procedure
    di accertamento condivise dalla comunità degli astronomi) deve necessariamente
    disprezzare la filosofia. La cosa non sarebbe neppure grave (ognuno apprezzi o
    disprezzi cosa vuole) se non avesse terribili conseguenze sociali, per cui ciò che più
    conta per la riproduzione comunitaria complessiva diventa una semplice “opinione”,
    mentre la verità è riservata alle pratiche di laboratorio.
    In secondo luogo, il concetto di verità è temuto e disprezzato non solo come
    “residuo metafisico premoderno” (Habermas, ecc.), ma come fattore normativo
    autoritario. In nome del possesso della verità, infatti, potrei sentirmi autorizzato ad
    imporre norme giuridiche e costumi sociali autoritari, ed infatti è stato veramente
    così nell’esperienza millenaria europea dopo la fine del mondo antico. Ma questa
    indiscutibile rilevazione storica non deve, a mio avviso, delegittimare l’idea di verità.
    L’acqua sporca deve essere gettata via, ma non si getta il bambino con l’acqua sporca.
    Ci ritornerò nei prossimi capitoli, perché qui sta ovviamente il cuore della questione.
    Per ora mi basti ricordare al lettore la ragione della relativa lunghezza di questo
    capitoletto; se Ratzinger è per la legittimazione della categoria filosofica di verità,
    mentre i cosiddetti “laici” sono di fatto per il fisicalismo e per il relativismo, non ho
    dubbi. Pur essendo un allievo critico di Spinoza, Hegel e Marx, e non un pensatore
    cristiano, e neppure cattolico, sto dalla parte di Ratzinger. E non mi chiamino – per
    favore – “ateo devoto”!
    3. Il problema storico-sociale del nichilismo e del relativismo
    Il filosofo Ratzinger, prima ancora di diventare papa con il nome di Benedetto
    XVI, era già noto come critico radicale di due dimensioni culturali oggi dominanti,
    il nichilismo ed il relativismo. Sono anch’io un critico sia del nichilismo che del
    relativismo, e ritengo di esserne un critico radicale. Sono arrivato personalmente
    a questa critica non attraverso un ripensamento della filosofia classica (Aristotele)
    e della grande teologia cristiana (Tommaso d’Aquino), e neppure attraverso un
    confronto con il “modernismo teologico” (Hans Küng) e con il “marxismo utopico”
    (Ernst Bloch), come credo sia avvenuto per Ratzinger, ma vi sono arrivato attraverso
    una critica radicale del marxismo a base storicistica, messianica e sociologistica.
    In ogni caso, strade diverse possono condurre allo stesso posto, e da Torino si può
    arrivare a Firenze passando per Pisa oppure passando per Bologna. Quello che conta
    è arrivare a Firenze.
    Da allievo critico di Marx, sono abituato al metodo della deduzione sociale delle
    categorie (Sohn-Rethel, Lukàcs, ecc.), e quindi non posso limitarmi a “constatare” che
    oggi nichilismo e relativismo sono “diffusi”. Certo che sono diffusi! È evidente che
    sono diffusi! È sufficiente sintonizzarsi sul circo mediatico-universitario, sui talk show
    e sulle supponenti tavole rotonde per semicolti (mid-brows). Ma, appunto, perché
    sono tanto diffusi? Il perché deve essere storico e sociale, e bisogna almeno porsi il
    problema di cercarlo.
    Il nichilismo è semplicemente il termine colto e sofisticato per indicare che oggi la
    società moderna si fonda sul niente, e non ha (né vuole, né cerca) nessuna fondazione
    universalistica di tipo filosofico e religioso. In realtà, essa si fonda sull’allargamento
    globalizzato della produzione capitalistica, e questo allargamento è il suo unico
    fondamento. Questo allargamento deve essere “performativo”, e cioè avere successo,
    ed il suo successo (provvisorio), può sostituire la fondazione veritativa della società.
    Lo storico dell’economia Frédéric Clairmont ha stabilito con un’accurata ricerca
    statistica che nel 1870 il reddito medio pro capite nel mondo era circa 2 volte maggiore
    di quello dei più poveri, nel 1960 era divenuto 38 volte, e nel 1994 di 58 volte.
    L’economista Perroux faceva una distinzione fra il progresso (a beneficio di tutti) ed
    i progressi (che riguardano una ristretta cerchia di persone). Le Nazioni Unite hanno
    stabilito che, nel 1994, vi erano sulla terra 1,1 miliardi di persone in condizioni di
    povertà assoluta (e trascuro qui i disoccupati, i sottopagati, i lavoratori flessibili e
    precari, ecc.). Con un’inversione etimologica spaesante, Clairmont dà a tutto questo
    il nome di gulag1. Da filosofo mi limito a chiamare questo “nichilismo”. Chi crede che
    il nichilismo sia la prevalenza, nel dibattito universitario alla moda, dei punti di vista
    di Nietzsche e di Heidegger sui precedenti punti di vista di Hegel e di Marx (definiti
    storicisti e/o sostanzialisti), dovrebbe più utilmente dedicarsi alle professioni di
    animatore turistico o di grafico pubblicitario.
    Se questo è il nichilismo (ed infatti questo è il nichilismo) allora è da questo che deriva
    il cosiddetto “relativismo”. Chi pensa che il relativismo (con il convenzionalismo che
    lo segue come il gatto segue la volpe) sia un educato insieme di punti di vista, che
    inizia con i sofisti Protagora e Gorgia e finisce con Richard Rorty, farebbe bene a seguire
    l’onorata professione di operatore ecologico. Oggi il relativismo non è in primo luogo
    la critica alla metafisica o ai cosiddetti “fondazionalismi veritativi”. Oggi, il relativismo
    è il riflesso sociale necessario dell’unica assolutezza oggi socialmente consentita, quella
    della sovranità del valore di scambio (nel linguaggio di Romano Prodi, il “giudizio
    dei mercati”). Il valore di scambio deve potersi muovere liberamente in uno spazio
    sociale geograficamente globalizzato e socialmente privato dei precedenti “impacci
    moralistici” (sia religiosi che proto-borghesi e proto-proletari), in modo da poter
    corrispondere sempre a tutte le domande potenzialmente solvibili. È questo il
    “relativismo”. C’è veramente qualcuno che pensa di limitarlo o di vincerlo con educati
    scambi di opinioni filosofiche? Si pensa veramente di poter proseguire la discussione
    colta sul relativismo senza mai individuarne le ragioni sociali strutturali?
    4. La riconversione dei tarantolati:
    dalla mania per la classe operaia rivoluzionaria
    alla mania per i diritti umani e per il darwinismo
    Mentre l’ateismo risale all’antichità classica (e certamente anche prima), il laicismo
    risale a poco più di duecento anni fa. Si tratta di due fenomeni distinti, su cui ritornerò
    in alcuni dei capitoli della seconda e della terza parte. Per ora basti ricordare che le
    attuali gigantomachie (ma troppo spesso purtroppo logomachie, o più esattamente
    batracomiomachie) sul conflitto fra religione e ed ateismo non avvengono in un vuoto
    storico e generazionale. Esse avvengono invece in un pieno storico e generazionale
    che occorre conoscere per potersi orientare in questo dibattito. Ma di quale pieno
    storico e generazionale si tratta?
    Azzardo un’ipotesi. Quest’anno il concerto mediatico-editoriale festeggia il mitico
    Sessantotto (1968-2008), che non è affatto un insieme di eventi storici differenziati, ma
    è un Mito di fondazione di una sorta di ipercapitalismo liberalizzato post-borghese e
    post-proletario, all’insegna della grottesca teologia sociologica del «vietato vietare».
    Tutti devono fare un giuramento politicamente corretto di adesione, da Massimo
    d’Alema a Gianfranco Fini, e questo non è un caso, perché le religioni moderne
    richiedono imperativamente riti di adesione, sia pure (lo concedo) più soft e meno
    hard di quelle tradizionali. Ma i ventenni urlanti nelle facoltà occupate sono oggi
    sessantenni al potere negli apparati politici, mediatici ed editoriali. Quarant’anni
    fa si agitavano come tarantolati in nome del marxismo (scambiato sciaguratamente
    per sociologismo operaistico e per sindacalismo conflittualistico – il povero barbuto
    di Treviri non c’entrava nulla), della classe operaia, dell’eroico guerrigliero latinoamericano,
    dei partigiani vietnamiti, della raccolta “differenziata” di Gramsci, Stalin,
    Trotzkij, Rosa Luxemburg ecc. Vi assicuro, come direbbe don Abbondio, «le ho viste io
    quelle facce!». Ebbene, nel frattempo sono passati quarant’anni, e la maggior parte di
    questi miserabili (uso questo termine “pesante” a ragion veduta) ha dovuto consumare
    la delusione sociale della precedente illusione ideologica, e sublima questa delusione
    sociale avvelenando i pozzi in cui aveva bevuto (in modo che nessun giovane possa
    più abbeverarsi). Basta con la rivoluzione! Basta con l’utopia necessariamente legata
    al terrore (si tratta di temi risalenti a Hegel ed a Merleau-Ponty svolti con lo stile di
    Tex Willer e di Kit Carson)! Basta con i lager e con i gulag! Viva il disincanto verso
    le grandi narrazioni (veramente Lyotard ne aveva elencate cinque, ma soltanto il
    disincanto verso il marxismo conta!)!
    Si tratta di una vicenda generazionale che ritengo di poter conoscere bene perché
    appartengo alla stessa generazione dei tarantolati (sono nato infatti nel 1943). Ma,
    appunto, il vero tarantolato non può abbandonare il suo scomposto ballo orgiastico
    senza passare ad un altro ballo, altrettanto frenetico, scomposto ed orgiastico. Chi
    ha studiato con cura la notevole teoria marxiana delle ideologie di giustificazione
    individuale e collettiva e delle forme sociali di falsa coscienza necessaria (ed io, come
    direbbe il grande comico Totò, modestamente l’ho fatto) deve cercare di comprendere
    il processo di riconversione dei tarantolati.
    In estrema sintesi due sono state le forme ideologiche principali del processo sociale
    di riconversione dei tarantolati sessantottini. Si tratta, in primo luogo, della teologia
    interventistico-militare dei cosiddetti “diritti umani”, ed in secondo luogo, dell’uso
    del darwinismo e della teoria dell’evoluzione come profilo identitario di appartenenza
    del nuovo illuminismo in lotta con il vecchio oscurantismo. la rivista Micromega è in
    proposito particolarmente pittoresca per la forma arrogante ed assertiva di questa
    riconversione per i toni tarantolati del suo periodare. Ma la coppia ideologica (diritti
    umani/darwinismo) è diffusa in tutta la numerosissima tribù dei semi-colti (giornali
    del gruppo Scalfari-De Benedetti, caffè letterari intellettuali PCI-PDS-DS-PD, gruppi
    supponenti di professori universitari, ed infine tutti quelli che Stefano Benni ha
    chiamato in un suo romanzo umoristico «Gente di una Certa Kual Kultura»).
    Intendiamoci. Non ho qui certo a disposizione lo spazio necessario per discutere
    seriamente dell’ideologia dei diritti umani e dello statuto epistemologico della teoria
    dell’evoluzione di Darwin. Nel primo caso lo potrei fare abbastanza bene, essendo
    uno studioso disciplinare di storia, filosofia e storia delle ideologie. Nel secondo me ne
    asterrei, data la mia incompetenza disciplinare. Ma qui non si tratta di approfondire
    questi nobili argomenti. Qui si tratta solo di segnalare l’incontinente (nel senso proprio
    dei pannoloni) riconversione ideologica dei tarantolati. Hanno smesso di credere nel
    loro grottesco “marxismo” operaistico-sindacalistico-storicistico-sociologistico, ed
    ecco si sono rinconvertiti in un quarantennio alla nuova ideologia laicista. Illuministi
    di tutto il mondo, unitevi! Non solo Deus non daretur, ma proprio Deus non est. E cosa
    rimane allora? Ma resta l’impero americano e la società capitalistica come fine della
    storia, of course!
    Per quanto riguarda i diritti umani, sono personalmente un estimatore del vecchio
    diritto naturale, e sono anche un sostenitore dell’universalismo, secondo la linea
    filosofica Spinoza-Kant-Hegel e Marx. Non dovrei quindi vederli di malocchio
    (come è il caso del mio rispettato amico Alain de Benoist, che invece ne è un critico
    relativistico radicale). Ma qui non si è di fronte al vecchio e nobile problema del
    conflitto filosofico fra relativismo ed universalismo. Qui si è di fronte ad una arrogante
    teologia interventistica ad apertura alare asimmetrica ed a bombardamento “etico”
    incorporato, per cui la loro “violazione” in Jugoslavia ed in Iraq viene punita con la
    rilegittimazione della guerra, la loro “violazione” in Sudan, Iran, Myanmar e Zimbabwe
    è continuamente evocata dal sistema mediatico guerrafondaio impazzito, mentre la
    loro “super-violazione” compiuta da Israele e soprattutto dall’impero ideocratico
    USA è continuamente taciuta, scusata, relativizzata, e soprattutto connotata al
    massimo come “errore” e mai come “crimine”. Milosevic e Saddam hanno commesso
    dei “crimini”, mentre Sharon e Bush hanno soltanto commesso “errori”. Di fronte
    a simili clamorose violazioni dell’equità e della giustizia (che per il pensiero greco
    consisteva nel dare agli eguali in quanto eguali ed ai diseguali in quanto diseguali)
    è necessario non soltanto l’esodo e la secessione, ma anche il disprezzo che si prova
    verso gli ipocriti. Abbasso la teologia dei diritti umani! Abbasso l’interventismo
    militare geopolitico travestito da “umanitarismo”! Viva l’indipendenza dei popoli,
    delle nazioni e degli stati!
    Per quanto riguarda la teoria evoluzionistica di Darwin, non prendo qui posizione
    su di essa per manifesta incompetenza disciplinare. Ma in quanto studioso di storia
    della filosofia e delle ideologie (da non confondere mai con la filosofia stessa) sono
    indignato dal fatto che essa venga oggi utilizzata dal circo-concerto “laico” come
    definitiva prova provata dell’ateismo “materialistico”. È giusto e normale essere atei o
    credenti, materialisti e idealisti, sopportarsi a vicenda e dialogare nel modo più sereno
    e serio possibile. Come professore di filosofia, non ho fatto altro per tutta la mia vita.
    Ma qui abbiamo a che fare con dei tarantolati i quali, disillusi dalla propria arrogante
    ideologia precedente, e completamente “riconciliati” con la società capitalistica ed
    i suoi apparati di consenso, hanno deciso di alzare la bandiera dell’ateismo “laico”
    legittimato dal darwinismo come rivendicazione della loro “superiorità” scientifica
    e morale.
    Non bisogna fargliela passare liscia. Così come Marx non era responsabile dei
    gulag di Stalin, ed ovviamente Gesù di Nazareth non lo era per i comportamenti
    dell’inquisitore Torquemada, nello stesso modo Darwin non è responsabile per
    l’agitarsi scomposto del tarantolato Flores d’Arcais. E tuttavia, o questo è chiaro al
    lettore, o non è facile proseguire l’analisi.

  2. #2
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    Predefinito Rif: Costanzo Preve su laicismo, verità, relativismo e nichilismo

    Citazione Originariamente Scritto da Preve Visualizza Messaggio
    La “verità”, qualunque essa sia (ed io non penso affatto di disporne)
    concerne soltanto l’unione di fatto e di valore
    ostridicolo:

    Già già. L'unione. Del fatto. E di quale valore?

    Citazione Originariamente Scritto da Preve Visualizza Messaggio
    e riguarda esclusivamente il bene
    comunitario condiviso e compreso.
    Chi la stabilisce questa roba? Tu?

    Che cos'è il "bene comunitario" - la salvaguardia delle proprietà dei membri della comunità? La parificazione delle loro condizioni materiali? A che serve la "verità" senza un'autorità chiamata a interpretarla, quando chiunque può dire qualsiasi cosa al riguardo senza possibilità di conferme o di smentite?

    Citazione Originariamente Scritto da Preve Visualizza Messaggio
    Chi pensa che la solidarietà verso chi ha bisogno
    sia una semplice “opinione”, mentre l’accertamento della rotazione della luna
    intorno alla terra sia “vera” (e vera in quanto effettivamente dotata di procedure
    di accertamento condivise dalla comunità degli astronomi) deve necessariamente
    disprezzare la filosofia. La cosa non sarebbe neppure grave (ognuno apprezzi o
    disprezzi cosa vuole) se non avesse terribili conseguenze sociali, per cui ciò che più
    conta per la riproduzione comunitaria complessiva diventa una semplice “opinione”,
    mentre la verità è riservata alle pratiche di laboratorio.
    Adesso le cose sgradite allo stomaco delicato di Preve diventano "conseguenze sociali terribili"?

    Gran bell'argomento comunque: "non può essere vero perché ha delle conseguenze terribili". Ma questo è precisamente l'utilitarismo e il pragmatismo aborrito da Preve che fa coincidere il vero con l'utile!

    (con la non sottile differenza che il pragmatismo serio non accampa pretese veritative)
    Ultima modifica di Henry Morgan; 17-10-10 alle 15:24

  3. #3
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    Predefinito Rif: Costanzo Preve su laicismo, verità, relativismo e nichilismo

    Stimo Preve ma questa volta non ho capito dove vuole arrivare, sta accusando il relativismo e il nichilismo di aver abbattutto gli altari del dio Marx? Credo che si siano abbattuti da soli, data la fine piuttosto grama del socialismo reale (e non mi riferisco alla tanto decantata caduta del muro, ma anche all'eutanasia che ha subito in Cina)? Oppure die qualcos'altro che erprò non sono riuscito a capire?
    Controllori di volo pronti per il decollo,
    telescopi giganti per seguire le stelle
    (F. Battiato, No time no space)

  4. #4
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    Predefinito Rif: Costanzo Preve su laicismo, verità, relativismo e nichilismo

    Citazione Originariamente Scritto da subiectus Visualizza Messaggio
    Stimo Preve ma questa volta non ho capito dove vuole arrivare, sta accusando il relativismo e il nichilismo di aver abbattutto gli altari del dio Marx? Credo che si siano abbattuti da soli, data la fine piuttosto grama del socialismo reale (e non mi riferisco alla tanto decantata caduta del muro, ma anche all'eutanasia che ha subito in Cina)? Oppure die qualcos'altro che erprò non sono riuscito a capire?
    Fondamentalmente è venuto fuori che non si è obbligati ad aderire ai suoi stessi valori e adesso piange.
    Ultima modifica di Henry Morgan; 17-10-10 alle 16:15

 

 

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