L’attuale concetto di “scienza” non ha più nulla a che vedere con il concetto greco
di scienza (episteme). Il termine episteme deriva etimologicamente dal verbo epistamai
che significa: “sto saldamente in piedi su di un terreno sicuro”. Anche la filosofia
intesa come sapere comunitario del bene era quindi intesa a tutti gli effetti come una
scienza, e non a caso il suo metodo (pensiamo ai Dialoghi di Platone) si ispirava al rigore
della dimostrazione geometrica. Non bisogna infatti dimenticare che il termine logos
significava almeno tre cose: linguaggio come strumento di convincimento razionale
comunitario; ragione universalmente diffusa in tutti gli uomini; ed infine calcolo
geometrico applicato alla giusta distribuzione del potere e delle ricchezze, in definitiva
unico “freno” (katechon) nei confronti dell’irruzione del furore prepotente del singolo
(hybris) e del caos inevitabilmente provocato dal dominio dell’infinito-indeterminato
(apeiron), evidentemente metafora dell’infinitezza e dell’indeterminatezza delle
ricchezze individuali (chremata, chrematistikè). La scienza antica era quindi per
definizione figlia di una “responsabilità sociale” assunta consapevolmente come
tale.
Il concetto moderno di scienza nasce nel seicento come “fisicalismo”, e cioè come
modello unico della scienza chiamata “fisica”. Anche le scienze naturali successive
(chimica, biologia, genetica, ecc.) si sono conformate al modello della fisica, sia
pure con modificazioni dovute alla specificità della loro disciplina. L’illuminismo
settecentesco ha fortemente appoggiato questa concezione fisicalista (evidente per
es. in Kant) e questo per una ragione socialmente ben precisa, e cioè che il fisicalismo
delegittimava le pretese normative della vecchia metafisica.
Il positivismo ottocentesco ha ulteriormente sviluppato questa posizione,
derubricando la religione ad attività infantile e la filosofia ad attività adolescenziale,
per cui la “scienza positiva” è divenuta l’unica legittima forma di conoscenza. Tutti
i tentativi di problematizzare questa tragicomica arroganza (la critica di Hegel
all’esclusività del Verstand, e cioè dell’intelletto astratto, e, un secolo dopo, la posizione
di Husserl per cui la scienza galileiana e cartesiana è certamente un’ideazione
rispettabile, ma non è la sola ideazione umana titolare della conoscenza del mondo)
sono falliti, e non sono usciti dalle educate tavole rotonde universitarie.
Vi è una ragione sociale di tutto questo? Evidentemente sì, ed essa sta in ciò,
che la scienza fisicalista, nella forma di tecnoscienza unitaria, e cioè di fusione di
ricerca scientifica e di applicazione tecnologica generalizzata, è divenuta il principale
strumento di legittimazione e di riproduzione sociale, come lo fu la politica comunitaria
al tempo dei greci e la religione al tempo del medioevo cristiano europeo. Dato questo
fatto, si illudono coloro che ritengono che basti argomentare pacatamente in favore di
una legittimazione conoscitiva pluralistica. Il monopolio della cosiddetta “scienza”
(in realtà ideazione fisicalista postseicentesca incorporata nella tecnoscienza odierna)
è un fatto sociale strutturale. La scienza è – in poche parole – la teologia del nostro
tempo.
Le cosiddette “scienze sociali” (o “scienze umane”) non sono mai riuscite a fare
accettare le loro pretese di scientificità al grande pubblico, al di fuori degli apparati
riproduttivi universitari, grandi distributori di potere, cattedre e finanziamenti (si
tratta del clero regolare moderno, equivalente degli ordines francescani, domenicani
e poi gesuiti). La cosiddetta “gente comune” le considera poco più che “opinioni”,
nonostante la loro dotta formalizzazione categoriale (antropologia, sociologia,
psicologia sociale, diritto economia, ecc.). Sul fatto che l’economia sia uno strumento
dei potenti, nessuno può veramente dubitarne. Sul fatto che il diritto privilegi i grandi
sui piccoli, nessuno può dubitarne. In ogni caso il concetto di “oggettività” del papa
delle scienze sociali, Max Weber, presuppone che prima vengano accettati cinque
postulati interamente teologici (separazione tra giudizi di fatto e giudizi di valore,
responsabilità degli intellettuali intesa come adeguamento alla compatibilità ultima
della riproduzione sociale capitalistica moderna, connotazione del socialismo come
utopia impraticabile nelle moderne società complesse, disincanto positivisitico del
mondo, politeismo dei valori di tipo nicciano con conseguente delegittimazione di
ogni possibile “fondazione”). Il fatto che questi cinque postulati interamente teologici
vengano qualificati come “razionali” è la chiave dell’interpretazione critica dell’intero
pensiero moderno.
Se l’unica scienza è quella fisicalistico-naturale, e la scienza sociale weberiana
implica l’accettazione preventiva di cinque postulati teologici, la filosofia è
interamente delegittimata come impresa di conoscenza veritativa del mondo. Sul
fatto che essa non abbia valore conoscitivo e veritativo, e che il sapere sociale debba
essere “senza fondamenti” esiste oggi un consenso talmente totalitario che chi si
oppone diventa automaticamente un “dissidente”. Si va da coloro che manifestano
apertamente il loro disprezzo per la filosofia in quanto tale (Carnap e praticamente
tutte le correnti neopositiviste variamente riciclate nell’ultimo secolo), a coloro
che ne limitano l’attività alla sorveglianza epistemologica dell’attività scientifica
(Popper e varie epistemologie post-popperiane, ma anche Althusser e la sua scuola
nell’ambito cosiddetto “marxista”), fino a coloro che la limitano ad una sorta di
cortese e relativistica convenzione basata su presupposti nichilistici (ma civilizzati e
procedurali, e non provocatorio-martellanti come in Nietzsche), come ad es. Richard
Rorty (ma anche Gianni Vattimo, pensiero debole ecc.).
Lo sforzo di Platone, di Spinoza e di Hegel, di far diventare l’attività filosofica
qualcosa che va oltre l’educato scambio di opinioni, è stato ontologicamente vanificato.
La filosofia (cui oggi si affida grottescamente il ruolo di “terapia filosofica” in un
contesto di capillare psicologizzazione individualistica del legame sociale) deve
essere soltanto un teatro di opinioni. È morto il logos¸ viva la doxa!
Questa delegittimazione integrale del sapere filosofico, unita al fisicalismo
trionfante ed alla fondazione relativistico-weberiana delle scienze sociali, comporta
ovviamente un attacco all’idea di verità. Il discorso sarebbe lungo ma per brevità lo
compendio solo in due parti.
In primo luogo il concetto di verità viene prima confuso, e poi identificato, con i
concetti di certezza (sperimentabile), esattezza (verificabile) e veridicità (accertabile).
Il fatto che Parigi sia la capitale della Francia, che la battaglia di Waterloo sia avvenuta
nel 1815, che il pianeta Giove ruoti intorno al sole, che l’acqua bolla a cento gradi
centigradi ecc., non dà assolutamente luogo a proposizioni vere, ma unicamente a
proposizioni certe o esatte. Il modello fisicalista galileiano ed il modello sociologico
weberiano non hanno a che fare con la verità, ma unicamente con la certezza e con
l’esattezza. La “verità”, qualunque essa sia (ed io non penso affatto di disporne)
concerne soltanto l’unione di fatto e di valore, e riguarda esclusivamente il bene
comunitario condiviso e compreso. Chi pensa che la solidarietà verso chi ha bisogno
sia una semplice “opinione”, mentre l’accertamento della rotazione della luna
intorno alla terra sia “vera” (e vera in quanto effettivamente dotata di procedure
di accertamento condivise dalla comunità degli astronomi) deve necessariamente
disprezzare la filosofia. La cosa non sarebbe neppure grave (ognuno apprezzi o
disprezzi cosa vuole) se non avesse terribili conseguenze sociali, per cui ciò che più
conta per la riproduzione comunitaria complessiva diventa una semplice “opinione”,
mentre la verità è riservata alle pratiche di laboratorio.
In secondo luogo, il concetto di verità è temuto e disprezzato non solo come
“residuo metafisico premoderno” (Habermas, ecc.), ma come fattore normativo
autoritario. In nome del possesso della verità, infatti, potrei sentirmi autorizzato ad
imporre norme giuridiche e costumi sociali autoritari, ed infatti è stato veramente
così nell’esperienza millenaria europea dopo la fine del mondo antico. Ma questa
indiscutibile rilevazione storica non deve, a mio avviso, delegittimare l’idea di verità.
L’acqua sporca deve essere gettata via, ma non si getta il bambino con l’acqua sporca.
Ci ritornerò nei prossimi capitoli, perché qui sta ovviamente il cuore della questione.
Per ora mi basti ricordare al lettore la ragione della relativa lunghezza di questo
capitoletto; se Ratzinger è per la legittimazione della categoria filosofica di verità,
mentre i cosiddetti “laici” sono di fatto per il fisicalismo e per il relativismo, non ho
dubbi. Pur essendo un allievo critico di Spinoza, Hegel e Marx, e non un pensatore
cristiano, e neppure cattolico, sto dalla parte di Ratzinger. E non mi chiamino – per
favore – “ateo devoto”!
3. Il problema storico-sociale del nichilismo e del relativismo
Il filosofo Ratzinger, prima ancora di diventare papa con il nome di Benedetto
XVI, era già noto come critico radicale di due dimensioni culturali oggi dominanti,
il nichilismo ed il relativismo. Sono anch’io un critico sia del nichilismo che del
relativismo, e ritengo di esserne un critico radicale. Sono arrivato personalmente
a questa critica non attraverso un ripensamento della filosofia classica (Aristotele)
e della grande teologia cristiana (Tommaso d’Aquino), e neppure attraverso un
confronto con il “modernismo teologico” (Hans Küng) e con il “marxismo utopico”
(Ernst Bloch), come credo sia avvenuto per Ratzinger, ma vi sono arrivato attraverso
una critica radicale del marxismo a base storicistica, messianica e sociologistica.
In ogni caso, strade diverse possono condurre allo stesso posto, e da Torino si può
arrivare a Firenze passando per Pisa oppure passando per Bologna. Quello che conta
è arrivare a Firenze.
Da allievo critico di Marx, sono abituato al metodo della deduzione sociale delle
categorie (Sohn-Rethel, Lukàcs, ecc.), e quindi non posso limitarmi a “constatare” che
oggi nichilismo e relativismo sono “diffusi”. Certo che sono diffusi! È evidente che
sono diffusi! È sufficiente sintonizzarsi sul circo mediatico-universitario, sui talk show
e sulle supponenti tavole rotonde per semicolti (mid-brows). Ma, appunto, perché
sono tanto diffusi? Il perché deve essere storico e sociale, e bisogna almeno porsi il
problema di cercarlo.
Il nichilismo è semplicemente il termine colto e sofisticato per indicare che oggi la
società moderna si fonda sul niente, e non ha (né vuole, né cerca) nessuna fondazione
universalistica di tipo filosofico e religioso. In realtà, essa si fonda sull’allargamento
globalizzato della produzione capitalistica, e questo allargamento è il suo unico
fondamento. Questo allargamento deve essere “performativo”, e cioè avere successo,
ed il suo successo (provvisorio), può sostituire la fondazione veritativa della società.
Lo storico dell’economia Frédéric Clairmont ha stabilito con un’accurata ricerca
statistica che nel 1870 il reddito medio pro capite nel mondo era circa 2 volte maggiore
di quello dei più poveri, nel 1960 era divenuto 38 volte, e nel 1994 di 58 volte.
L’economista Perroux faceva una distinzione fra il progresso (a beneficio di tutti) ed
i progressi (che riguardano una ristretta cerchia di persone). Le Nazioni Unite hanno
stabilito che, nel 1994, vi erano sulla terra 1,1 miliardi di persone in condizioni di
povertà assoluta (e trascuro qui i disoccupati, i sottopagati, i lavoratori flessibili e
precari, ecc.). Con un’inversione etimologica spaesante, Clairmont dà a tutto questo
il nome di gulag1. Da filosofo mi limito a chiamare questo “nichilismo”. Chi crede che
il nichilismo sia la prevalenza, nel dibattito universitario alla moda, dei punti di vista
di Nietzsche e di Heidegger sui precedenti punti di vista di Hegel e di Marx (definiti
storicisti e/o sostanzialisti), dovrebbe più utilmente dedicarsi alle professioni di
animatore turistico o di grafico pubblicitario.
Se questo è il nichilismo (ed infatti questo è il nichilismo) allora è da questo che deriva
il cosiddetto “relativismo”. Chi pensa che il relativismo (con il convenzionalismo che
lo segue come il gatto segue la volpe) sia un educato insieme di punti di vista, che
inizia con i sofisti Protagora e Gorgia e finisce con Richard Rorty, farebbe bene a seguire
l’onorata professione di operatore ecologico. Oggi il relativismo non è in primo luogo
la critica alla metafisica o ai cosiddetti “fondazionalismi veritativi”. Oggi, il relativismo
è il riflesso sociale necessario dell’unica assolutezza oggi socialmente consentita, quella
della sovranità del valore di scambio (nel linguaggio di Romano Prodi, il “giudizio
dei mercati”). Il valore di scambio deve potersi muovere liberamente in uno spazio
sociale geograficamente globalizzato e socialmente privato dei precedenti “impacci
moralistici” (sia religiosi che proto-borghesi e proto-proletari), in modo da poter
corrispondere sempre a tutte le domande potenzialmente solvibili. È questo il
“relativismo”. C’è veramente qualcuno che pensa di limitarlo o di vincerlo con educati
scambi di opinioni filosofiche? Si pensa veramente di poter proseguire la discussione
colta sul relativismo senza mai individuarne le ragioni sociali strutturali?
4. La riconversione dei tarantolati:
dalla mania per la classe operaia rivoluzionaria
alla mania per i diritti umani e per il darwinismo
Mentre l’ateismo risale all’antichità classica (e certamente anche prima), il laicismo
risale a poco più di duecento anni fa. Si tratta di due fenomeni distinti, su cui ritornerò
in alcuni dei capitoli della seconda e della terza parte. Per ora basti ricordare che le
attuali gigantomachie (ma troppo spesso purtroppo logomachie, o più esattamente
batracomiomachie) sul conflitto fra religione e ed ateismo non avvengono in un vuoto
storico e generazionale. Esse avvengono invece in un pieno storico e generazionale
che occorre conoscere per potersi orientare in questo dibattito. Ma di quale pieno
storico e generazionale si tratta?
Azzardo un’ipotesi. Quest’anno il concerto mediatico-editoriale festeggia il mitico
Sessantotto (1968-2008), che non è affatto un insieme di eventi storici differenziati, ma
è un Mito di fondazione di una sorta di ipercapitalismo liberalizzato post-borghese e
post-proletario, all’insegna della grottesca teologia sociologica del «vietato vietare».
Tutti devono fare un giuramento politicamente corretto di adesione, da Massimo
d’Alema a Gianfranco Fini, e questo non è un caso, perché le religioni moderne
richiedono imperativamente riti di adesione, sia pure (lo concedo) più soft e meno
hard di quelle tradizionali. Ma i ventenni urlanti nelle facoltà occupate sono oggi
sessantenni al potere negli apparati politici, mediatici ed editoriali. Quarant’anni
fa si agitavano come tarantolati in nome del marxismo (scambiato sciaguratamente
per sociologismo operaistico e per sindacalismo conflittualistico – il povero barbuto
di Treviri non c’entrava nulla), della classe operaia, dell’eroico guerrigliero latinoamericano,
dei partigiani vietnamiti, della raccolta “differenziata” di Gramsci, Stalin,
Trotzkij, Rosa Luxemburg ecc. Vi assicuro, come direbbe don Abbondio, «le ho viste io
quelle facce!». Ebbene, nel frattempo sono passati quarant’anni, e la maggior parte di
questi miserabili (uso questo termine “pesante” a ragion veduta) ha dovuto consumare
la delusione sociale della precedente illusione ideologica, e sublima questa delusione
sociale avvelenando i pozzi in cui aveva bevuto (in modo che nessun giovane possa
più abbeverarsi). Basta con la rivoluzione! Basta con l’utopia necessariamente legata
al terrore (si tratta di temi risalenti a Hegel ed a Merleau-Ponty svolti con lo stile di
Tex Willer e di Kit Carson)! Basta con i lager e con i gulag! Viva il disincanto verso
le grandi narrazioni (veramente Lyotard ne aveva elencate cinque, ma soltanto il
disincanto verso il marxismo conta!)!
Si tratta di una vicenda generazionale che ritengo di poter conoscere bene perché
appartengo alla stessa generazione dei tarantolati (sono nato infatti nel 1943). Ma,
appunto, il vero tarantolato non può abbandonare il suo scomposto ballo orgiastico
senza passare ad un altro ballo, altrettanto frenetico, scomposto ed orgiastico. Chi
ha studiato con cura la notevole teoria marxiana delle ideologie di giustificazione
individuale e collettiva e delle forme sociali di falsa coscienza necessaria (ed io, come
direbbe il grande comico Totò, modestamente l’ho fatto) deve cercare di comprendere
il processo di riconversione dei tarantolati.
In estrema sintesi due sono state le forme ideologiche principali del processo sociale
di riconversione dei tarantolati sessantottini. Si tratta, in primo luogo, della teologia
interventistico-militare dei cosiddetti “diritti umani”, ed in secondo luogo, dell’uso
del darwinismo e della teoria dell’evoluzione come profilo identitario di appartenenza
del nuovo illuminismo in lotta con il vecchio oscurantismo. la rivista Micromega è in
proposito particolarmente pittoresca per la forma arrogante ed assertiva di questa
riconversione per i toni tarantolati del suo periodare. Ma la coppia ideologica (diritti
umani/darwinismo) è diffusa in tutta la numerosissima tribù dei semi-colti (giornali
del gruppo Scalfari-De Benedetti, caffè letterari intellettuali PCI-PDS-DS-PD, gruppi
supponenti di professori universitari, ed infine tutti quelli che Stefano Benni ha
chiamato in un suo romanzo umoristico «Gente di una Certa Kual Kultura»).
Intendiamoci. Non ho qui certo a disposizione lo spazio necessario per discutere
seriamente dell’ideologia dei diritti umani e dello statuto epistemologico della teoria
dell’evoluzione di Darwin. Nel primo caso lo potrei fare abbastanza bene, essendo
uno studioso disciplinare di storia, filosofia e storia delle ideologie. Nel secondo me ne
asterrei, data la mia incompetenza disciplinare. Ma qui non si tratta di approfondire
questi nobili argomenti. Qui si tratta solo di segnalare l’incontinente (nel senso proprio
dei pannoloni) riconversione ideologica dei tarantolati. Hanno smesso di credere nel
loro grottesco “marxismo” operaistico-sindacalistico-storicistico-sociologistico, ed
ecco si sono rinconvertiti in un quarantennio alla nuova ideologia laicista. Illuministi
di tutto il mondo, unitevi! Non solo Deus non daretur, ma proprio Deus non est. E cosa
rimane allora? Ma resta l’impero americano e la società capitalistica come fine della
storia, of course!
Per quanto riguarda i diritti umani, sono personalmente un estimatore del vecchio
diritto naturale, e sono anche un sostenitore dell’universalismo, secondo la linea
filosofica Spinoza-Kant-Hegel e Marx. Non dovrei quindi vederli di malocchio
(come è il caso del mio rispettato amico Alain de Benoist, che invece ne è un critico
relativistico radicale). Ma qui non si è di fronte al vecchio e nobile problema del
conflitto filosofico fra relativismo ed universalismo. Qui si è di fronte ad una arrogante
teologia interventistica ad apertura alare asimmetrica ed a bombardamento “etico”
incorporato, per cui la loro “violazione” in Jugoslavia ed in Iraq viene punita con la
rilegittimazione della guerra, la loro “violazione” in Sudan, Iran, Myanmar e Zimbabwe
è continuamente evocata dal sistema mediatico guerrafondaio impazzito, mentre la
loro “super-violazione” compiuta da Israele e soprattutto dall’impero ideocratico
USA è continuamente taciuta, scusata, relativizzata, e soprattutto connotata al
massimo come “errore” e mai come “crimine”. Milosevic e Saddam hanno commesso
dei “crimini”, mentre Sharon e Bush hanno soltanto commesso “errori”. Di fronte
a simili clamorose violazioni dell’equità e della giustizia (che per il pensiero greco
consisteva nel dare agli eguali in quanto eguali ed ai diseguali in quanto diseguali)
è necessario non soltanto l’esodo e la secessione, ma anche il disprezzo che si prova
verso gli ipocriti. Abbasso la teologia dei diritti umani! Abbasso l’interventismo
militare geopolitico travestito da “umanitarismo”! Viva l’indipendenza dei popoli,
delle nazioni e degli stati!
Per quanto riguarda la teoria evoluzionistica di Darwin, non prendo qui posizione
su di essa per manifesta incompetenza disciplinare. Ma in quanto studioso di storia
della filosofia e delle ideologie (da non confondere mai con la filosofia stessa) sono
indignato dal fatto che essa venga oggi utilizzata dal circo-concerto “laico” come
definitiva prova provata dell’ateismo “materialistico”. È giusto e normale essere atei o
credenti, materialisti e idealisti, sopportarsi a vicenda e dialogare nel modo più sereno
e serio possibile. Come professore di filosofia, non ho fatto altro per tutta la mia vita.
Ma qui abbiamo a che fare con dei tarantolati i quali, disillusi dalla propria arrogante
ideologia precedente, e completamente “riconciliati” con la società capitalistica ed
i suoi apparati di consenso, hanno deciso di alzare la bandiera dell’ateismo “laico”
legittimato dal darwinismo come rivendicazione della loro “superiorità” scientifica
e morale.
Non bisogna fargliela passare liscia. Così come Marx non era responsabile dei
gulag di Stalin, ed ovviamente Gesù di Nazareth non lo era per i comportamenti
dell’inquisitore Torquemada, nello stesso modo Darwin non è responsabile per
l’agitarsi scomposto del tarantolato Flores d’Arcais. E tuttavia, o questo è chiaro al
lettore, o non è facile proseguire l’analisi.




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