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Immigrazione clandestina, per gli amici una nuova forma di schiavismo camuffato, è più viva che mai. E le ultime notizie drammatiche sugli sbarchi lo dimostrano.
Immigrazione clandestina e schiavismo
L’immigrazione clandestina è una forma di schiavismo. Una mercificazione di esseri umani dal duplice danno, come ormai chiunque sia un minimo assennato dovrebbe riconoscere. Un danno diretto tanto alle popolazioni di partenza, che svuotano costantemente le proprie terre di possibile forza lavoro, che a quelle di destinazione, attaccate praticamente sotto ogni profilo (culturale, economico, etnico) e condotte lentamente alla distruzione. Dei propri diritti al lavoro e al sostegno dello Stato di appartenenza, ma anche della propria possibilità di esistere come comunità. Estinzione in effetti sarebbe più corretto, se facciamo caso al fatto che gli italiani non facciano più figli ormai da decenni, ma questo non sembra avere rilevanza, perché smettere di esistere è un problema solo quando riguarda gli altri, e non noi stessi.
Sbarchi triplicati rispetto al 2020, quando già era ricominciata l’ascesa di un fenomeno distruttivo che nessuno ha realmente voglia di fermare. Quando qualcuno – come l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, senza dimenticare i già buoni risultati del predecessore Marco Minniti – lo frena e lo riduce del 96%, è da considerarsi un’eccezione. Ostacolata a livello culturale e perfino giudiziario.
Da anni conosciamo le dinamiche di ciò che avviene. Sappiamo del “recupero” dei clandestini già sulle coste libiche (provato da tutte le analisi salellitari effettuate all’epoca da Gefira e rilanciate dallo youtuber Luca Donadel ormai diverso tempo fa). Con la momentanea opposizione del governo Conte I sappiamo, conosciamo a memoria la loro ostinazione nell’attendere nei pressi delle coste italiane anche settimane pur di sbarcare per forza in Italia (casi Acquarius, Sea Watch, e tante altre osservate nelle estati 2018 e 2019), nonostante le proposte alternative di altri porti possibili (in Tunisia, ma anche in Spagna).
Da anni, sappiamo tutto. Sappiamo che non parliamo di migranti (parola “inventata” allo scopo) ma di clandestini. E per carità, non possiamo neanche chiamarli così, sebbene lo siano, e in modo incontestabile. Ma non reagiamo. O meglio, non reagisce una certa parte politica e culturale che ha letteralmente in pugno questo Paese. Non solo non reagisce, ma incoraggia.
Un grido inascoltato
La lotta all’immigrazione clandestina è un grido inascoltato. L’urlo di disperazione di chi cerca con ogni mezzo di far ragionare una società che non ne ha alcuna intenzione, ma soprattutto una classe dirigente ben disposta non solo ad accettare, ma quasi a promuovere il fenomeno. I pochi che non lo hanno fatto, sono finiti addirittura sotto processo. E i risultati che hanno ottenuto sono stati prima umiliati in corso d’opera (si pensi a Carola Rackete che entra indisturbata nelle nostre acque territoriali) poi soffocati successivamente al proprio mandato, con la ripresa in grande stile delle operazioni di “raccolta” e “deposito” dei cosiddetti “migranti”.




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