Questa estrema destra militante e militare ha rappresentato una seria minaccia per la vita politica del paese. Cercando di imporre la propria agenda estremista, si è spesso resa protagonista di intimidazioni e violenze verso oppositori di sinistra, gruppi femministi, attivisti LGBT, minoranze etniche. Personalità come quella di Belitsky e Jaroš sono state tollerate, se non promosse, dalle autorità politiche del paese minando così la credibilità del processo di democratizzazione. Perché?
Tollerare l'estrema destra?
Le premesse a questo stato di cose vanno cercate nei primi mesi dell'Ucraina post-Maidan, quando il governo ad interim - privo di una legittimità elettorale - cercava di portare il paese verso le elezioni navigando a vista tra le acque agitate di una rivoluzione che ancora non aveva esaurito la sua spinta e che rischiava di cadere preda degli estremismi. L'elezione a presidente di Petro Porošenko - le cui parole d'ordine erano "lingua, fede, esercito" - ha alimentato il sentimento nazionalista nel paese, contribuendo al rafforzamento del radicalismo.
Al contempo oligarchi come Rinat Achmetov e Ihor Kolomojs'kyj andavano finanziando, su fronti opposti, la creazione di milizie paramilitari attraverso cui perseguire i propri obiettivi politici ed economici. In particolare Kolomojs'kyj - ebreo con cittadinanza israeliana - promosse la creazione dei famigerati battaglioni ultranazionalisti Azov, Aidar e Dnipro. Kolomojs'kyj è l'oligarca più influente del paese, già governatore di Dnepropetrovsk, ha favorito l'ascesa di molti suoi omologhi, da Julija Tymošenko a Petro Porošenko con il quale è poi entrato in conflitto. In questo quadro le istituzioni democratiche, tenute in ostaggio dagli oligarchi, non avevano forza sufficiente per arginare le derive radicali. I rapporti tra i movimenti estremisti e gli organi statali sono sempre stati difficili e il tentativo di prendere il controllo su questi gruppi ha scatenato le reazioni degli oligarchi che li proteggevano e alimentavano.
In nome della “normalizzazione” personaggi come Belitsky e Jaroš vennero integrati nel sistema e i reparti paramilitari furono assorbiti e persino armati a spese dello Stato.
Nazionalismo etnico e nazionalismo civico
L'Ucraina post-Maidan non ha assistito solo all'emergere dell’estremismo di destra, ma anche allo sviluppo di una società civile democratica. Tuttavia alcune delle scelte politiche operate da Porošenko hanno creato un corto circuito tra il nascente nazionalismo civico e il vecchio nazionalismo etnico, finendo per favorire quest'ultimo. Un esempio viene dalla legge sulla lingua (n° 5670-d) che toglieva alle lingue minoritarie lo status di lingua regionale limitando drasticamente il loro utilizzo in ambito pubblico. La norma, proposta nel 2017, ci ha messo due anni e duemila emendamenti per essere ratificata, ed è apparsa inutilmente divisiva in un paese dove il 30% della popolazione parla russo.
Viceversa nella popolazione andava emergendo un "nazionalismo civico" che non faceva distinzione tra parlanti russo o ucraino, e che vedeva nell'appartenenza nazionale qualcosa che comprendeva le diverse identità culturali. L'elezione a presidente di Volodymyr Zelensky, ebreo russofono, capace di raccogliere consensi a est come a ovest del paese, dimostra una volta di più il carattere civico, e non etnico, del nazionalismo ucraino.
Le politiche di memoria
Un'influenza negativa hanno poi avuto le politiche di memoria promosse dal governo Porošenko che, di fronte alla minaccia russa, promossero il ritorno a simboli e parole d'ordine in precedenza associati esclusivamente a gruppi di estrema destra. La glorificazione dei partigiani nazionalisti ucraini si spinse al punto da coprire i crimini commessi, rimuovendo dalla narrazione pubblica il sacrificio dei partigiani comunisti. .........
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