Il modo migliore di ricordare Walter è riproporre un suo reportage ,
vissuto da lui , come sempre, sul campo…..
nessuna retorica .
ciao camerata.
VIAGGIO AL TERMINE DELLA GUERRA (parte I°)
di Walter Maggi
L’aeroporto di Beirut appare esattamente come qualsivoglia altro scalo internazionale del quale il nostro globo terracqueo è disseminato. Non fosse per i passeggeri in partenza ed in arrivo che posso contare sulle le dita di una mano, non darei affatto per scontato che sto visitando un paese ch’era in guerra sino a pochi giorni addietro. Infatti i miei compagni di viaggio sono realmente i primi del dopoguerra dato che sono sbarcato con uno dei primi voli ripristinati dopo la tregua che ha messo termine, almeno per il momento, all’ultimo sanguinoso conflitto con Israele... Grazie al cielo da Nassirya leviamo presto le tende. Altra saggia decisone della compagine subentrata recentemente al governo, dopo cinque anni di totale asservimento all’imperialismo statunitense dell’ex piazzista nazionale Berlusconi. Quantomeno in politica estera, ed in questo soprassiedo sui prevedibili guasti che provocherà in politica interna e già ben visibili da una prima lettura della legge finanziaria che sarà approvata in questi giorni, il governo Prodi si sta dimostrando certamente più prode di chi ha inviato i nostri militari al seguito di avventure disastrose lontane anni luce non soltanto dalla nostra civiltà, ma perfino dai nostri stessi interessi nazionali.
La fine del conflitto è celebrata in tutto il paese, come del resto nella vicina Siria, in Giordania, e immagino anche negli altri paesi arabi, come una vittoria, anzi una “Divina Vittoria”- come recitano decine di poster disseminati un po’ovunque, insieme alle gialle bandiere del partito di Dio lungo le arterie principali della metropoli che dall’aeroporto conducono verso il centro cittadino...
...Beirut era invece paragonata a Parigi e quando il taxi approda a lato del lungomare di Corniche, guarda caso proprio in avenue de paris, non ho difficoltà a capire il perché. Qui nulla assomiglia all’oriente e tutto al nostro continente, perfino la toponomastica ricalca quella della Grand Ville. Niente suk nel centro cittadino e soltanto i minareti delle moschee, che svettano insieme ai campanili delle chiese cristiane, ricordano che sono a Beirut e non a Roma oppure Londra. Così come i palazzi sventrati o crivellati di colpi residui della guerra civile.
Beirut è una città decisamente in grado di travolgere il visitatore e trasportarlo estasiato attraverso le sue strade che s’inerpicano tra i colli molto più che a Roma, infatti la voglia di vedere, conoscere, mi assale immediatamente. Visitare la metropoli, più che una passeggiata, è vero trekking. Ed inerpicarsi tra i viali ascendenti con il caldo più opprimente che abbia mai provato se non nel deserto a Petra o Wadi Rum in Giordania è di per se un’impresa, ma non cedo alla tentazione di richiamare l’attenzione di uno dei tanti taxi in circolazione, per fotografare occorre osservare ed è un lavoro che si fa a piedi, non correndo veloce a bordo di un’autovettura. Poco importa così il fiato corto e la levataccia per prendere il volo stamane: mi concedo giusto il tempo di posare i bagagli in hotel, sbrigare le formalità, prima di avviarmi verso il centro metropolitano tra palazzi moderni, sfarzosi hotel e caffè parigini. Mi basta girare l’angolo del vicolo dove risiedo e percorrere meno di cento metri per trovarmi al centro degli accadimenti recenti e passati della metropoli. Infatti all’angolo tra rue Ibn Sina e rue Fakhr ed-Dine posso scorgere a sinistra, soltanto scorgere dato che militari armati presidiano l’accesso alla strada transennata, il luogo dell’attentato nel quale il 14 febbraio 2005 ha perso la vita, insieme ad altre 22 persone, il primo ministro Rafik Hariri...
...All’angolo opposto della strada svetta uno degli hotel più sfarzosi della metropoli: l’InterContinental Phoenicia. Alle spalle dello stesso l’altrettanto svettante struttura portante dell’Holiday Inn, testimonianza di sfarzi passati soltanto intuibili in questo caso, dato che quanto rimane dell’hotel è forse la più appariscente testimonianza della guerra civile. L’esercizio era stato inaugurato malauguratamente poco prima dell’inizio della tragedia nazionale e divenne in breve una postazione primaria per i cecchini tanto da attirare il fuoco di armi di ogni calibro. Così è rimasto da allora, crivellato di proiettili, in attesa di decidere cosa farne e da queste parti le decisioni hanno spesso tempi lunghi, ma esistono anche eccezioni, infatti Down Town è stata completamente rifatta al termine della guerra civile. Se bene, oppure male, non spetta a me dirlo dato che è la prima volta che visito il Paese e pertanto non ho idea di come fosse prima, ma sicuramente l’insieme appare un po’ artificiale. Come le quinte di Hollywood, almeno questo è l’effetto visivo immediato delle strade che portano a Place de l’Etoile: il centro del centro dominato dal palazzo del Grand Serrail d’epoca ottomana ed oggi sede del parlamento. Tra moschee, rovine archeologiche romane e cattedrali nulla testimonia che il paese era in guerra soltanto una settimana addietro, fatte salve le aspre immagini del conflitto allestite in piazza Stella e meta di pellegrinaggio continuo.
Decido di recarmi in Rue Hamra. Durante la guerra civile, quando il centro metropolitano fu trasformato in un cumulo di macerie, numerose imprese commerciali e negozi si spostarono nel quartiere. Oggi la zona ha perso certamente un po’ d’importanza a causa della ricostruzione del quartiere centrale e della crescente popolarità del quartiere di Achrafiye nella parte orientale di Beirut, ma rimane uno dei centri vitali della capitale. Rue Hamra diverrà nei giorni trascorsi a Beirut, meta fissa d’ogni mattina, perché qui ha sede il Ministero della Stampa e dell’Informazione. Qui intendo cenare in uno dei tanti ristoranti che offrono le consuete delizie della cucina araba e le varianti del Paese dei Cedri, a prezzi meno proibitivi di Down Town, ma soltanto dopo essermi concesso il piacere di un bagno in mare ed il tramonto con la vista, un po’ da cartolina, ma immancabile, degli Scogli del Piccione.
Se il bagno è ristoratore dopo una giornata sotto il sole cocente, il petrolio che invischia i miei piedi all’uscita sulla rena scoraggia decisamente la ripetizione della comunque piacevole esperienza ed è il primo segno tangibile del conflitto che si è consumato. Un segno che porterò con me ancora per molti giorni dato che la sostanza oleosa color orbace non si laverà facilmente. Gli israeliani hanno ben pensato di colpire una centrale elettrica durante i loro raid aerei ed in mare si è riversata una marea nera che corre lungo la costa a seguito delle correnti ed i cui danni non sono ancora stati stimati, ma interesseranno il paese, oltre alla flora ed alla fauna ittica incolpevoli, per lunghi anni a venire. Il secondo segno tangibile che in Libano la normalità non è stata del tutto ripristinata è la mancanza di energia elettrica nel mio hotel per tutta la notte. Non così invece nel vicino Phoenicia, l’hotel cittadino preferito dalla ricca borghesia che ospita tanti corrispondenti dei maggiori media internazionali. Niente candele per chi può permetterselo insomma, anche in guerra i privilegi rimangono tali. Dopodomani mi raggiungerà Cristiano, via terra dalla Siria - un collega ed un amico con il quale abbiamo progettato il viaggio senza sapere che anziché un reportage sul conflitto avremmo documentato il primissimo dopoguerra nel paese. Nell’attesa, decido di recarmi nei quartieri a sud interessati dai bombardamenti. Il modo più semplice è procurarsi una buona cartina di Beirut, farsi indicare la zona da un locale e fermare il primo tassista in circolazione.
Non sarà il primo a portarmi in loco, ma soltanto il terzo perché ben due autisti si rifiutano di prendere corse in quella zona. Chissà perché, non riuscirò a spiegarmelo neppure dopo una prolungata presenza nel paese. Il quartiere sciita di Dakie è decisamente arabo, almeno quanto rimane in piedi intendo. Perché un palazzo ogni due è ridotto ad un cumulo di macerie. Decine di scavatrici sono al lavoro per rimuovere quanto resta di quelli che erano palazzi ed ora sono soltanto montagne di blocchi di cemento, vetro, masserizie e travi dalle quali chi ha perso tutto è intento a recuperare qualche misero ricordo. Misero, ma importante perché rappresenta pur sempre un frammento della propria vita stravolta dalla catastrofe per decine di uomini, donne e ragazzini intenti a scavare. Si scava, ci si arrampica e ci si intrufola tra macerie, balconi e cornicioni decisamente instabili con non poco ardimento, o forse soltanto sconsideratezza. Infatti dalle rovine franano a tratti sulla strada macerie di varie dimensioni che grazie al cielo sollevano soltanto un gran polverone, almeno per oggi, dato che nessuno si è trovato a passarci sotto nel momento sbagliato. L’odore della morte appesta l’aria ed lo stesso in ogni dove dopo tragedie di questa portata.
Rima Esper ha sedici anni e sta cercando tra i resti di quella che era stata casa sua sino a due settimane fa quanto riesce a ritrovare: fotografie che la ritraggono sorridente insieme ad amici ed amiche, i quaderni di scuola. Anche sua mamma Samira è all’opera. Entrambe non portano in testa nulla al di fuori dei loro capelli, entrambe sono sciite, e questo la potrebbe dire già lunga su tanti stereotipi in voga oltre che sulla diffusa ignoranza verso il mondo altro che ammorba il nostro Paese ed i suoi eminenti politologi da talk show televisivi. Rima ha il fidanzatino che è cristiano maronita e questo non rappresenta affatto un problema. Infatti Samira acconsentirà l’eventuale matrimonio se la cosa durerà. Questo è il Libano oggi. Un paese che ha tratto dal passato la dovuta, benché dura, lezione e dove oggi la composizione etnico-confessionale rappresenta una ricchezza oltre che un modello di convivenza da esportare non soltanto per i vicini che a dire il vero convivono abbastanza bene, ma anche per i vertici delle varie fazioni del potere che tale lezione sembrano non averla tratta affatto dato che qui i rimpasti di governo si consumano eliminando fisicamente l’avversario.
Un metodo che inevitabilmente rischia di travalicare le alte sfere e coinvolgere la piazza. E probabilmente una qualche lezione dal Paese dei Cedri dovremmo trarla anche noi europei a fronte di nascenti pregiudizi e forme di razzismo indegne di un paese che si vorrebbe civile.
Il fascino del Libano è proprio l’unione nella diversità e questo viaggio avrà modo di confermarmelo pressoché ogni giorno in ogni landa che visiterò, in ogni chiesa stracolma di ventenni in preghiera così come nelle moschee, osservando e parlando con la gente comune. Dopotutto un paese si può conoscere solo così ed questa probabilmente la differenza tra quanto mi sono proposto con Cristiano e il lavoro di altri colleghi: Cristiano avrà il compito di filmare, io di fotografare, insieme di conoscere. Ed è una realtà decisamente diversa quella che scopriremo insieme da quella che i miei connazionali possono leggere sui maggiori quotidiani o che viene trasmessa dai media televisivi. Forse la differenza è proprio con chi il giornalismo lo intende esattamente come un turista intende un viaggio organizzato, strapagato per alloggiare in lussuosi hotel, con ogni confort, autista e interprete al seguito. Proprio come il suddetto turista non vedrà molto oltre la piscina e l’animazione del club esclusivo, uguale in tutto il mondo. E questo solo per concedere a tanti colleghi quantomeno la buona fede malgrado non tutti volino esattamente al di sopra degli interessi di bottega. Il mio primo contatto con Hezbollah avviene nei pressi di quanto rimane della palazzina che era sede della televisione al-Manar prima che le bombe aeree la devastassero. I militanti del partito presiedono i lavori in tutto il quartiere e vigilano per scongiurare la presenza di eventuali sciacalli. Nessuno è armato, nessuno porta una divisa particolare, gli appartenenti ad Hezbollah possono tranquillamente essere scambiati per qualsivoglia abitante di Dakie, inevitabile che finissi a impressionare pellicola proprio al loro fianco destando attenzione. Dopo avermi gentilmente invitato a identificarmi mi viene fornito un pass della validità di due giorni per visitare il quartiere. Hezbollah funziona esattamente come uno stato nello stato, anzi appare come l’unico stato funzionante in questo disastrato paese ed il prezioso tesserino scritto in arabo mi tornerà utile in più occasioni non soltanto nelle zone controllate da Hezbollah dove l’accredito governativo non avrebbe alcun riconoscimento. Così rinnoverò i preziosi tesserini forniti dai militanti del “partito di Dio” ogni volta che ne avrò l’occasione. (continua)




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