Nei primi cinque mesi di quest’anno l’Italia ha aumentato drasticamente l’esportazione di gas, approfittando degli alti prezzi del combustibile fossile e della riduzione degli approvvigionamenti russi in Europa. Secondo i dati del ministero dello Sviluppo economico (Mise), rielaborati da Altreconomia, infatti, tra gennaio e maggio sono stati venduti all’estero 1.467 milioni di metri cubi equivalenti (Smc), significa 578% in più rispetto ai 254 milioni di Smc del 2021. Un volume che non ha pari negli ultimi 15 anni e che è persino superiore alla produzione interna (a quota 1.368 milioni di metri cubi equivalenti). Questi dati stridono con la retorica fossile vuole puntare su nuovi (e inutili) impianti per mettere in sicurezza le riserve strategiche di gas in vista dell’inverno e del possibile azzeramento delle forniture da parte di Mosca.
“L’interpretazione dei dati del ministero è corretta -osserva il think tank indipendente per il clima ECCO-. L’incremento rispetto alla media degli ultimi dieci anni (388 milioni di Smc) è stato del 278%, senza dubbio significativo. Tuttavia secondo i dati Snam (ovvero l’operatore che gestisce la rete di trasporto gas e che si occupa dell’import/export, ndr), l’esportato è stato pari a 1.124 milioni di Smc di gas (dato ancora provvisorio) nei primi cinque mesi dell’anno”.
Dove finisce il gas venduto all’estero? “Queste quantità vengono esportate verso la Germania, l’Austria e in generale l’Est Europa, attraverso i punti di uscita di Passo Gries e Bizzarone (interconnessione con la Svizzera) e il punto di uscita di Gorizia (interconnessione con la Slovenia) -spiega ECCO-. (...)
https://altreconomia.it/nei-primi-ci...export-di-gas/
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