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    Predefinito L'idea liberale di Panfilo Gentile

    L'idea liberale (1)

    di Panfilo Gentile

    “Cari amici di "Il Mondo", un quarto di secolo fa, nella prima sede del giornale, in via Campo Marzio, meno che ventenne, discutevo una sera con l'Averroè di allora, Panfilo Gentile. Ero, al solito, entusiasta di quel che aveva scritto e della proposizione finale, ch'era questa: "Altrimenti continueremo nella onorevole nostra mendicità di chierici". Solo che quel "chierici" non m'andava giù. "Laici", ribattevo con la testardaggine che avevo già allora e che Averroè metteva nel conto del mio essere (come lui) abruzzese. Così quella sera finì male, troppo animata: come spesso per altri tredici anni, con Mario Pannunzio e, poi, anche con Ernesto Rossi, in via Colonna Antonina, dove al primo piano era "Il Mondo", ed era al terzo il Partito Radicale, dal 1956. Fino ai tristi anni dei veri litigi, delle separazioni, il 1962 e 1963…”.

    Così scriveva Marco Pannella in un articolo pubblicato il 21 febbraio 1974; e proseguiva:

    “Eravamo stati tutti uniti, a lungo, in una analisi pessimista del regime democristiano (e di "regime", di nuovo, fu "Il Mondo" il primo a parlarne). Ci separammo, quando la prospettiva del centro-sinistra sembrò consentire a molti speranze di una radicale inversione di tendenza con la prospettiva di una rottura dell'unità politica dei "cattolici", e non della sinistra. E' andata com'è andata. Abbiamo da allora fatto quel che abbiamo potuto…”.

    Panfilo Gentile, dunque. Pannella nei suoi interventi lo cita spesso. Nato all’Nato all’Aquila il 28 maggio 1889, di Gentile si è scritto che “condusse un’esistenza operosissima e insieme stravagante”. Da giovane è socialista della corrente massimalista, e si attira gli strali polemici di Mario Missiroli (in una delle sue “Opinioni”, gli rimprovera di prepararsi la «claque, invitando nelle aule magne gli operai della Camera del Lavoro»). Dopo la Grande Guerra insegna filosofia del diritto all’Università di Napoli; rifiuta la tessera fascista ed è fisicamente cacciato dagli squadristi. Negli anni della dittatura vive come «esiliato in patria», si dedica all’avvocatura e ad un’appartata ricerca di studioso del mondo antico e del cristianesimo. In quegli anni scrive i libri più importanti: “Dottrina del contratto sociale”, “Ideale di Israele”, “Il genio della Grecia”, “Il cristianesimo dalle origini a Costantino”. Nel dopoguerra aderisce al Partito Liberale e comincia il suo sodalizio con Mario Pannunzio; collabora prima al “Risorgimento liberale”, successivamente al “Mondo” dove firma il “Diario politico” con lo pseudonimo di Averroè. Autore di saggi che ancor oggi meritano d’esser letti, come “Polemica contro il mio tempo”, “Opinioni sgradevoli”, “Democrazie mafiose”, vi travasa le sua amarezze di liberale individualista e l’avversione al totalitarismo fascista e comunista. “L’idea liberale” è un volumetto pubblicato da Garzanti, nel 1960. Non ci risulta sia stato più ripubblicato.

    UN SECOLO DI CIVILTA’ LIBERALE

    Origini e sviluppo dell’idea liberale.



    L’“idea liberale”, il “liberalismo”, nel senso proprio delle parole, non datano che dall’epoca della Restaurazione.



    Se è vero infatti che un moto genericamente liberale può essere riportato più su fino alla Riforma o addirittura al Rinascimento, in quanto con Rinascimento e con la Riforma venne iniziato nella storia della civiltà europea quel processo di emancipazione dai magisteri autoritari che avevano contrassegnato il Medio Evo, è altrettanto vero che una dottrina liberale e delle correnti politiche liberali, come specifici indirizzi di pensiero e di azione in polemica con altri indirizzi, nacquero solo nei primi decenni dell’Ottocento, nella forma di un particolare sviluppo dato alle idee della Rivoluzione.



    Comunemente si ritiene che sia venuto prima il liberalismo e poi il democraticismo, come se il democraticismo fosse un audace progresso sul liberalismo e questo fosse solo un timido precedente del democraticismo. Questa opinione non è del tutto esatta perché, tanto nell’ordine storico quanto nell’ordine ideale, il liberalismo seguì il democraticismo, e ne fu la correzione e il superamento.



    Fu proprio dopo la Dichiarazione dei Diritti, dopo che era stato dettato il vangelo democratico, che il pensiero liberale apparve come una più matura e adulta elaborazione dell’esperienza rivoluzionaria. Ed esso non nacque come una pura trovata di tavolino, dissociata da una concreta esigenza storica. Nacque in Francia durante la Restaurazione in coincidenza con problemi politici ben determinati. Ed i suoi promotori: Chateaubriand, Madame de Stael, Beniamino Constant, Guizot furono tutti in un modo o nell’altro, più che teorici, degli spiriti militanti fortemente impegnati nelle vicende del loro tempo.



    Il problema dato alla Francia era allora di conciliare l’antico e il nuovo, la Francia secolare e la Francia dell’89. Nessuno meglio di Chateaubriand definì i termini del problema in poche frasi vigorose, quando nel suo clamoroso opuscolo “De la monarchie selon la Charte” scrisse: “Bisogna conservare l’opera politica che è risultata dalla Rivoluzione ed è consacrata dalla Casrta, ma bisogna estirpare la Rivoluzione dalla sua opera invece di rinchiudervela. Bisogna, per quanto è possibile, mescolare gli interessi e i ricordi dell’antica Francia con la nuova invece di separarli o di incanalarli negli interessi rivoluzionari. Così io voglio tutta la Carta, tutte le libertà, tutte le istituzioni portate dal tempo, dal mutamento dei costumi, dal progresso dei lumi, ma con tutto ciò che non è perito dall’antica monarchia, con la religione, con i principi eterni della morale e della giustizia”.



    Non importa qua, perché non stiamo scrivendo una storia della Francia, vedere se il problema fu risoluto felicemente o non, sebbene si potrebbe dire senza sbagliare che, pur attraverso una storia accidentata, la Francia finì col camminare sulla strada maestra liberale. Importa sottolineare che la Francia trovò forse più di quello che cercava: arrivò alla definizione di alcune idee, alla maturazione di alcuni orientamenti, che dovevano esplicare un’enorme influenza nella storia della civiltà politica europea. Il curioso è che è toccato ad uno storiografo italiano, sia detto incidentalmente, di formulare tale rivendicazione. Gli storiografi francesi non hanno mai molto apprezzato gli anni della Restaurazione ed ancora meno quelli della Monarchia di Luglio. Il Regno di Luigi XVIII fu superficialmente giudicato solo come un tentativo fallito di fare marcia indietro sulla Rivoluzione. E il Regno di Luigi Filippo fu giudicato peggio, come un avvilimento della nazione, caduta in mano di una borghesia venale e priva di ideali. Solo con Adolfo Omodeo si è capito il valore, dal punto di vista dottrinario e universale, di quella esperienza così poco compresa ed apprezzata nella sua terra d’origine.



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    Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale (Marco Pannella)

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    Predefinito Riferimento: L'idea liberale di Panfilo Gentile

    L'idea liberale (2)

    di Panfilo Gentile

    Che cosa era stata la Rivoluzione? Essa era stata la definizione di un regime dedotto a fil di logica da alcuni principi astratti. Era stata il trionfo dello spirito cartesiano, dell’esprit gèometrique, che Pascal opponeva all’esprit de finesse. Era stato il razionalismo applicato alle istituzioni e alla politica, il giusnaturalismo passato dal tavolino alla realtà, l’ideologismo fatto carne. Bisognava forse disconoscere, negare, questo sforzo, considerarlo come una semplice aberrazione? Bisognava accettarlo senza riserve e con la devozione fanatica degli ideologi? Il liberalismo non fece né l’una, né l’altra cosa. Esso fu la recezione critica della Rivoluzione, recezione attraverso la quale il razionalismo fu integrato dallo storicismo. Non si poteva rifiutare il razionalismo, senza regresso alla pura tradizione, che, anche quando portava impronte liberali, come era il caso della Gran Bretagna, tuttavia aveva lasciato prosperare le istituzioni liberali, solo nelle forme spurie, accidentali del costume, degli interessi, dell’istinto. La suprema distillazione intellettualistica operata dal razionalismo, traducendo in principi d’esperienza politica, non soltanto forniva alle istituzioni il magistero ordinatore della ragione, ma con ciò assicurava in pari tempo la validità generale delle sue regole. Senza la sua ispirazione razionalistica, la Rivoluzione francese non avrebbe mai superato le frontiere di una storia nazionale e non avrebbe dato una lezione così ricca di insegnamenti a tutto il mondo, perché solo in termini di idee e di ragione i popoli trovano il loro metro comune. Ma il razionalismo aveva pure il suo difetto e cioè di essere astratto, di dissociare la ragione della storia, di sacrificare alla logica dei principi la logica non meno razionale della realtà.

    La prima denuncia di questo difetto venne dal Burke. Appena un anno dopo la Rivoluzione, nel 1790, nelle sue famose “Reflexions on the french Revolution”, egli scriveva: “Noi desiderammo nel periodo della nostra rivoluzione ed ancora desideriamo di derivare tutto quello che possediamo come un’eredità dei nostri antenati. Tutte le riforme che abbiamo fatto procedono dal riferimento dell’antichità. La stessa Magna Charta non fu che il richiamarsi a una più antica consuetudine. Noi abbiamo così una Corona ereditaria, una Camera ereditaria, una Camera dei Comuni e un popolo che hanno ereditato privilegi, franchigie e libertà da una lunga serie di antenati. Ed è qui un sicuro principio di conservazione che non esclude affatto una possibilità di miglioramento. Che hanno fatto invece i Francesi? Essi sovvertono tutte le loro istituzioni, i loro costumi per istaurare diritti naturali e metafisici. E non riflettono che questi, pur avendo un innegabile fondamento, con l’entrare nella vita comune subiscono una rifrazione dalla linea retta non diversamente da un raggio di luce che attraversi un denso medium. Quindi nella grande e complicata massa delle umane cose, passioni e relazioni, i primitivi diritti dell’uomo sottostanno a tale una varietà di rifrazioni e riflessioni che diventa assurdo parlare di essi come se persistessero nella semplicità della loro direzione originaria”. A torto l’opera del Burke è stata classificata nella letteratura controrivoluzionaria. Burke non si fece, come un De Maistre o un De Bonald, l’avvocato del vecchio mondo e non condannò la Rivoluzione in nome della teocrazia. Egli si limitò a denunziare l’astrattismo del pensiero rivoluzionario e ad invitare a un maggiore rispetto per l’autorità della storia. Per il Burke però si trattava solo di restare fedeli al mos majorum, di sostituire alle regole della ragione quelle dei padri, il che era insufficiente a portare il pensiero politico al di là della Rivoluzione. Ed egli finiva col disconoscere e annientare in toto il valore della Rivoluzione. L’esaltazione indiscriminata della tradizione, del costume dei padri si traduceva non solo nella legittimazione del costume, poiché il semplice fatto che un’istituzione del comune liberale britannico, ma di qualsiasi costume, poiché il semplice fatto che un’istituzione avesse avuto un passato doveva essere sufficiente a costituirle un titolo di legittimità. E perciò il Burke se non fu un contro-rivoluzionario non fu nemmeno un liberale.

    Assai più profonda fu invece la critica che qualche decennio più tardi doveva venire da Beniamino Constant. Citiamo solo una frase del grand’uomo ginevrino: “Allorché si getta d’improvviso in mezzo a un’associazione di uomini un principio separato da tutti i principi intermediari, che lo fanno discendere fino a noi e l’adattano alla nostra situazione, si produce un grande disordine, perché il principio strappato da tutte le connessioni, circondato da cose che gli sono contrarie, distrugge e sovverte. Ma non è la colpa del primo principio adottato ma dell’ignoranza dei principi intermediari”. Parole dense di significato, nelle quali è ricapitolata puntualmente la posizione del liberalismo rispetto al suo antecedente rivoluzionario. Paragoniamo un momento Burke con Constant. Entrambi criticano il pensiero della Rivoluzione; entrambi ne denunciano lo stesso difetto: l’astrattismo . Ma per Burke l’astrattismo è dato dall’uso stesso della ragione, dalla sua applicazione nel campo delle istituzioni politiche; per Constant invece l’astrattismo è dato da un uso parziale, unilaterale della ragione; l’errore non è di essersi serviti dei principi, ma di non essersi serviti di tutti i principi. In Burke, la parola “astratto” ha il significato di una dissociazione dei dettati intellettuali della realtà storica; per Constant, la stessa parola vale come la stessa parola vale come la separazione di un dettato intellettuale da altri dettati della stessa natura. Le conseguenze di tale diversità sono tutt’altro che trascurabili. Burke fonda una specie di assolutismo del costume: tutto ciò che è esistito trova in questo stesso fatto la sua validità. Constant mantiene il magistero della ragione sulla storia, ma, pretendendo l’applicazione di quelli che egli chiama i principi intermediari, sostituisce al razionalismo astratto il razionalismo concreto e cioè una considerazione piena e totale della razionalità in connessione con tutti gli elementi, i dati di una certa situazione. Solo in questa maniera la ragione e la storia potevano conciliarsi: la ragione cessava di essere uno schema intellettuale destinato o a rimanere impotente al di sopra dei fatti, come un ideale incapace di realizzarsi, o a scendere nei fatti, facendo prepotenza ad essi e generando uno stato di disordine o di violenta costrizione; e nel tempo stesso la storia cessava di essere semplice prodotto cieco e pigro del costume, privato dell’intervento ordinatore ed animatore della ragione.

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    Predefinito Riferimento: L'idea liberale di Panfilo Gentile

    L’idea liberale (3)

    di Panfilo Gentile

    La scuola liberale francese fu perciò un invito a rivedere quanto di unilaterale, di schematico, di incompleto era nelle formule rivoluzionarie, ad arricchirle di altri principi, a sottoporle al controllo illuminante delle realtà storiche.

    La scuola liberale fu così una scuola di moderazione, di equilibrio, di giusto mezzo, come la chiamò Guizot, praticamente si espresse in regimi di conciliazione e di contrappesi. Potette perciò apparire come un regresso rispetto allo spirito intrepido e radicale della Rivoluzione. In realtà fu un passo avanti e restò come la scoperta ultima di tutto il secolo.

    Se la Francia, per le particolari circostanze della sua storia e l’agilità del suo genio, potette elaborare una dottrina politica liberale di maggiore limpidezza e di più facile accessibilità, ciò non significa che le idee liberali restarono un fenomeno particolare alla Francia.

    E’ appena il caso di accennare che l’Inghilterra era stato il Paese dal quale erano state tratte, con l’esempio delle sue istituzioni, le prime suggestioni liberali. Fin dal secolo XVIII, Montesquieu, con le “Lettres Persanes” e l’“Esprit des Lois”, si era fatto il propagandista ammirevole delle istituzioni inglesi; e ancora prima gli economisti inglesi avevano diffuso principi liberali limitatamente ai rapporti economici. E non è da trascurare che gli stessi francesi del primo Ottocento, dei quali alcuni come Chateaubriand e Constant soggiornarono in Inghilterra, derivarono da questo paese insegnamenti o ispirazioni facilmente rintracciabili. Né più tardi il pensiero inglese rimase inerte. Basti citare i due Mill e lo storico Macaulay.

    Grande fu pure il contributo tedesco, anche se d’ordine più filosofico che strettamente politico. Spettò a Kant il merito di avere identificato la libertà con la moralità. Venne da Goethe una concezione liberale della vita: alacrità vitale, impulso creativo, equilibrio, organicità di sviluppo, conciliazione serena tra l’individuo e il mondo, tolleranza, cosmopolitismo furono tutte direttive coerenti a una sentita idea della libertà. Guglielmo von Humboldt, oltre al suo famoso libro sui “Limiti dello Stato”, intuì la storia come una specie di miracolo, di creazione perpetua: apparizione immotivata, dono gratuito di individui, che a un certo momento si inseriscono nel corso degli avvenimenti determinando in virtù della loro libera produzione tutto un nuovo ordine ei idee e di fatti.

    I romantici Novalis e gli Schlegel, Lessing ed Herder, in contrasto con l’atomismo rivoluzionario, sottolinearono i legami organici che l’individuo mantiene con la nazione e valorizzarono l’idea della storia come progresso ed educazione nel tempo del genere umano. Hegel fondò la filosofia storicistica, dette cioè sul piano speculativo la più matura ed alta coscienza al liberalismo, anche se poi le sue dottrine contennero elementi che si prestarono a diversi sviluppi e più spesso ad equivoche interpretazioni.

    In altro campo, gli storici del diritto Hugo, Savigny, Puchta con la loro polemica contro la codificazione sottolinearono l’aderenza che le istituzioni debbono mantenere con le particolari condizioni d’ambiente e i bisogni determinati di un popolo, se non vogliono rappresentare schemi inerti o peggio sovrapposizioni dannose a uno sviluppo autonomo e congeniale dei popoli.

    Più giù,la scuola dei costituzionalisti con lo Gneist, il Mohl, il Gerber, Laband, Meyer, Jellinek, esercitarono una critica corrosiva del pensiero giacobino, denunziandone gli aspetti negativi. Essi ritennero che la Francia rivoluzionaria aveva avuto il torto di isolare dal complesso organismo politico inglese solo il principio della sovranità popolare, identificato poi col principio elettivo. Ma era codesta una sovranità del tutto illusoria. L’atto di una votazione è ben lungi dal soddisfare quell’esigenza di libertà, che viene invece garantita dall’esercizio assiduo di un complesso di attività indipendenti, quali si riscontravano in Inghilterra. Il Parlamento inglese era una forza stabile ed organica, perché esso rappresentava il vertice di un complesso di forze e di gerarchie organicamente articolate. Il Parlamento francese invece era un istituto isolato, la cui autorità restava fondata solo sull’episodio occasionale, fortuito dell’esito di una votazione. Nel tempo stesso però i costituzionalisti germanici erano avversari altrettanto decisi dell’assolutismo. La volontà dello Stato non poteva essere arbitraria. Il Rechtsstaat da essi patrocinato doveva contenere un sistema di garanzie e restare sottoposto a certe regole fondamentali.

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  4. #4
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    Predefinito Riferimento: L'idea liberale di Panfilo Gentile

    L’idea liberale (4)

    di Panfilo Gentile

    In altre parole, il pensiero tedesco rifiutò il democraticismo della Rivoluzione non perché fu in arretrato con i tempi, ma perché ebbe un concetto più profondo della libertà. E fu al metro della libertà, considerata nelle sue intime sorgenti e sulla concretezza delle sue forme storiche, che gli apparve l’insufficienza del regime rappresentativo parlamentare, apparenza ingannevole di libertà, in quanto prodotto di un atto effimero, equivoco e falsificabile di sovranità, senza radici in tutta l’attività di una nazione, dissociato da tutte quelle altre intuizioni: famiglia, scuole associazioni, enti locali, religioni, che collaborano ad esprimere dal profondo la volontà concreta e quindi la libertà di una nazione. Fu un pensiero che rimbalzò anche in Francia. Un tardo liberale della Terza Repubblica, Leroy-Beaulieu, insistette per una integrazione in questo senso delle democrazie e nel 1890 ammoniva sui pericoli cui le democrazie erano esposte qualora avessero lasciato sopravvivere senza correttivi il principio popolare. Egli oppose la libertà alla democrazia e richiese che la democrazia si subordinasse non molto diversamente da qualsiasi altro potere sovrano alle regole della libertà. Se la democrazia non lo avesse fatto, disse Leroy-Beaulieu con chiaroveggenza profetica, essa sarebbe diventata il despotismo più ignorante e più brutale che il mondo abbia mai visto. Senza le regole liberali, la democrazia avrebbe portato alla scelta tra due tirannie, quasi egualmente pesanti ed umilianti: la tirannia delle masse e cioè delle assemblee onnipotenti o la tirannia di un dittatore, di un padrone civile o militare espressione della forza popolare. Solo restituendo forza ai diritti degli individui, delle famiglie, dei gruppi viventi e infrenando l’onnipotenza del principio popolare sarebbe stato possibile evitare l’una o l’altra di queste tirannie o addirittura evitare di subirle successivamente, l’una generando l’altra per una specie di generazione alternante.

    L’Italia non restò in arretrato dinanzi a questi sviluppi del pensiero filosofico, politico e giuridico europeo. Fin dal secolo XVIII essa aveva cercato di mettersi al passo con i progressi d’Oltralpe. Lo spirito illuministico aveva avuto i suoi degni rappresentanti a Napoli col Genovesi, il Galiani, Filangieri, Mario Pagano ed a Milano col circolo del “Caffè”, i fratelli Verri e Cesare Beccaria. Più tardi con gli eserciti francesi s’erano diffuse le idee nuove. Il gruppo lombardo del “Conciliatore” aveva segnato l’unione dell’aspirazione di un rinnovamento civile coi primi aneliti di indipendenza nazionale. E subito dopo il ’48, venne inteso ed accolto il pensiero liberale, come dottrina ben definita e distinta dal democraticismo, e trovò una prima geniale espressione pratica nel conte di Cavour e nella sua opera, e poi una elaborazione speculativa nella scuola hegeliana napoletana. Giuseppe Mazzini occupò un posto a parte e non potrebbe essere classificato né tra gli esponenti del pensiero giacobino, né tra quelli del pensiero liberale. Come ha bene osservato Guido De Ruggiero, Mazzini fu orientato verso un misticismo politico-religioso, che va riallacciato piuttosto alla tradizione del Lamennais, dei Sansimoniani, del Leroux, del Vinet e cioè a un ramo secondario della Riforma. Per questo Mazzini rimase un solitario e non fu sempre inteso nemmeno dai suoi scarsi seguaci. E la sua posizione fu tanto più eccentrica, quanto meno poteva essere apprezzata in Italia, dove la Controriforma aveva suscitato come antagonista non la religiosità laica ma il semplice scetticismo religioso di origine umanistica.

    Questo movimento ideale non restò ovviamente allo stato di semplice esperienza intellettuale. Esso dette le grandi direttive sulle quali camminò nel secolo XIX la storia di tutti i paesi d’Europa, pur in una varietà di forme e di istituti coerenti al genio proprio di ogni nazione. La Gran Bretagna con le riforme del 1824, del ’25, del ’29 e soprattutto del ’32 accettò un liberalismo per così dire razionalizzato, che teneva conto dell’universalismo rivoluzionario e si scioglieva da un ossequio troppo pigro alle tradizioni. Nel 1824 e ’25 aboliva i divieti delle coalizioni operaie; nel ’29 emancipava i cattolici e nel ’32 infine effettuava la grande riforma elettorale. La Francia attraverso una storia tormentata trovava infine il suo equilibrio della Terza Repubblica, in cui un regime teoricamente ispirato ai principi del democraticismo era però praticamente temperato in senso liberale da una sottostante società di agiata borghesia provinciale e rurale. In Italia, il Risorgimento sotto la guida del Piemonte e della Dinastia Sabauda e in esecuzione del grande legato lasciato da Cavour, mise i liberali alla testa il nuovo Stato unitario.

    In Germania l’Assemblea di Francoforte respinse, è vero, l’idea di copiare le idee francesi, ma la riforma bismarckiana fu assai più liberale di quel che non sia apparsa alla mentalità latina. Se il principe di Bismarck non fondò uno Stato democratico-parlamentare, fondò tuttavia uno Stato in cui la libertà ebbe il suo riconoscimento in armonia con lo spirito tedesco e con le complesse esigenze della situazione del nuovo Impero. Il Rechtsstaat, lo Stato di Diritto fu assicurato con ampie garanzie e la partecipazione popolare al governo fu consentita nel quadro di una concezione dello Stato, la quale non derivava codesta partecipazione da un astratto diritto innato, eguale per tutti, ma la proporzionava al corrispettivo dei doveri che ognuno era in grado di prestare al servizio dello Stato.

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    Predefinito Riferimento: L'idea liberale di Panfilo Gentile

    L'idea liberale (5)

    di Panfilo Gentile

    La crisi del liberalismo.

    Il liberalismo fu dunque lo spirito del secolo, e fin tanto che potette restare alla guida dell’Europa assicurò un periodo che fu tra i più splendidi che la storia umana ricordi. Ma esso a un certo momento entrò in crisi, in parte per motivi interni e cioè per un processo di fermentazione e di sviluppo di germi che erano già contenuti nella matrice ideale, dalla quale il liberalismo stesso era uscito; e in parte per motivi esterni e cioè per una modificazione dell’ambiente che condizionava la possibilità di una civiltà liberale.



    Il liberalismo, abbiamo visto, era stato una felice dosatura del giusnaturalismo e del romanticismo, del razionalismo e dello storicismo, dei diritti della rivoluzione e dei diritti della tradizione. Bastava che ognuno di questi termini antitetici si sciogliesse dalla conciliazione e corresse intrepido verso i suoi estremi sviluppi autonomi, oppure che essi trovassero una conciliazione diversa dalla formula liberale, perché le sorti della civiltà liberale fossero messe in pericolo. Ed è ciò che avvenne, quando dal giusnaturalismo e dal razionalismo venne dedotto il socialismo e dal romanticismo venne derivato il nazionalismo, i due avversari che aggredirono e corrosero solidarmente il liberalismo.



    Tocqueville aveva ben visto che non si poteva affermare l’eguaglianza di tutti gli individui, dinanzi alla scheda, senza prima o poi tradurla anche nell’eguaglianza delle condizioni materiali dell’esistenza. E fin dal 848 a Parigi la repubblica borghese di Cavaignac aveva dovuto correre a soffocare nel sangue la repubblica socialista annunciata da Lamartine e da Luigi Blanc.



    Il socialismo era un corollario inevitabile del teorema democratico.



    D’altra parte, il romanticismo, in polemica contro l’atomismo individualistico rivoluzionario, aveva negato che l’individuo potesse essere un’unità auto-sufficiente e lo aveva risommerso nella comunione della nazione. E dal concetto della indipendenza dello Stato nazionale secondo i criteri liberali, si passò, per un transito che già si può ravvisare nei “Discorsi alla Nazione Germanica” di Fiche, all’assolutismo del principio nazionale, che è quanto dire al nazionalismo. La nazione, come scriveva Renan, diventò un animale fu vista in un principio di fierezza, di orgoglio, di alta affermazione di sé,



    L’aggressività, il combattere e il vincere quella specie di “giudizio di Dio” che è dato dalla storia del mondo fu il compito assegnato alla nazione. Dio stesso, come quello dell’antico Israele, cessava di essere un Dio dell’umanità e diventava un Dio nazionale, che eleggeva un popolo particolare come strumento prediletto e privilegiato dei suoi voleri e dei suoi programmi.



    Né il socialismo, né il nazionalismo poi avrebbero potuto acquistare virulenza senza il soccorso dello storicismo, che in sostituzione della fede oltremondana del Cristianesimo, proponeva quella specie di religione laica, per la quale i supremi destini umani dovevano adempiersi su questa terra nel corso della storia. Dinanzi ai disegni della storia, gli individui sparivano, erano strumenti effimeri e provvisori, senza ragione propria. Solo le collettività longeve, nazioni o classi, potevano figurare come protagoniste di un processo di beatificazione storica, che superava la giornata effimera delle esistenze personali. O per realizzare il sogno della giustizia sociale e per celebrare la grandezza della nazione, non si ammisero che compiti titanici, che reclamarono una morale di sterminio.



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    Predefinito Riferimento: L'idea liberale di Panfilo Gentile

    L'idea liberale (6)

    di Panfilo Gentile

    Nazionalismo e socialismo apparvero come termini rivali e incompatibili, perché di tanto avanzano le pretese della classe e di altrettanto indietreggiano i diritti della comunità nazionale; e di fatto in tutti i paesi d’Europa sono state in atto le lotte tra i due opposti principi. Ma qualche volta abbiamo anche e vediamo delle pericolose simbiosi dei due principi. Il nazionalismo per ottenere la collaborazione delle classi popolari ha dovuto fare concessioni al socialismo. E il socialismo, laddove è riuscito a trionfare, si è convertito in una specie di nuovo islamismo, in cui le ragioni sociali si sono confuse ed identificate con quelle nazionali nel concetto dello Stato santo, la cui affermazione tende a ottenere a un tempo il dominio di un popolo e la vittoria di una ideologia, l’uno e l’altra stretti in un rapporto di indissolubile reciprocità. Quel che è certo è che, o in rivalità o in alleanza, socialismo e nazionalismo furono i due agenti corrosivi del liberalismo, furono i due nemici che, tra la fine dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, lavorarono attivamente a smantellare, dal punto di vista ideale, la cittadella liberale.



    E veniamo ai motivi esterni. Le idee e le istituzioni liberali corrispondevano ad un certo tipo umano e trovavano ragione di vita in una certa forma di società. In Inghilterra, il liberalismo fin dalle origini era stato legato alla gentry e cioè alla piccola e media nobiltà campagnola. In Francia, già sotto l’antico regime, si era formata, come fu dimostrato dal Tocqueville, una borghesia alacre e colta. La rivoluzione gli aveva aperta le vie del potere politico diretto. E la vendita dei beni nazionali aveva allargato la proprietà fondiaria da duecentocinquantamila famiglie a cinque milioni di cittadini, cercando così una vasta solidarietà di interessi col fatto compiuto della rivoluzione e nel tempo stesso trattenendo questa al di qua degli sviluppi socialisti. In Germania, l’unità nazionale costringeva la Prussica a trovare la sua formula di convivenza soddisfacente con la borghesia e l’agiato Bauertum della Germania Occidentale. L’autorità dei Junkers era stato ridotta e la società si era equilibrata in un sistema di gerarchie sapientemente contrappesate. In Italia, il Risorgimento aveva inaugurato l’era dei “notabili”.



    In una società poco caratterizzata economicamente e con tradizioni troppo varie e disperse, l’elemento coordinatore e dirigente fu da noi rappresentato dall’individuo provincialmente eminente sorretto dalla fiducia di ristretti circoli locali soprattutto per le sue bonarie virtù morali di probità, disinteresse, decoro, moderazione, affettuosa sollecitudine per la sua piccola patria municipale, circospetta prudenza nei grossi affari politici nazionali, candido patriottismo unitario.



    Per quanto ognuna di queste società presentassero connotazioni particolari, tuttavia è possibile trovare qualche elemento comune: la società europea fu, nel suo complesso una società a dimensioni limitate e con prevalente influenza della piccola e media borghesia, largamente aderente per educazione, abitudini, interessi e gusti e bisogni morali alle idee e alle istituzioni liberali. Senonché lungo lo stesso secolo decimonono e più accentuatamente nella prima metà del nostro secolo, questo che può essere definito l’optimum ambientale del liberalismo venne a subire modificazioni decisive.



    L’incremento demografico, l’acquisizione al moto storico di nuovi e vasti spazi geo-politici, le leve popolari uscite dal basso, la rivoluzione industriale sovvertirono le condizioni della società ottocentesca.



    L’Italia risorgimentale non arrivava a 15 milioni di abitanti. Ma nel 1872 era a già 26 milioni, nel 1902 arrivava a 32, nel 1911 toccava i 36 e superava infine i 45 milioni nel 1949. Non abbiamo sul tavolo i dati statistici degli altri paesi, ma è noto che dappertutto n misura maggiore o minore, si verificò lo stesso fenomeno.



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    L'idea liberale (7)

    di Panfilo Gentile

    Alla metà dell’Ottocento l’orbe civile, quello che contava, si riduceva all’Europa sud-occidentale e alla Gran Bretagna. Erano non più di cinque o sei nazioni, tutte legate a una storia e ad una civiltà comuni, che dettavano legge all’universo. Al di fuori esistevano solo o popoli soggetti e senza voce, o popoli appartati ed eccentrici, o infine piccole dipendenze delle potenze egemoniche. Dopo la guerra del ’14 e ancor di più dopo il secondo grande conflitto la vecchia nobile famiglia europea veniva declassata e ridotta all’impotenza. Nel ’19 crollava l’impero austro-ungarico, vero capolavoro dei secoli, per cedere il posto ad una frantumazione di piccoli Stati riottosi e immaturi. Gli Stati Uniti d’America, che dalla guerra d’indipendenza fino alla prima guerra mondiale, avevano cercato di costruirsi una storia appartata dall’Europa, invertivano la rotta, abbandonavano la dottrina di Monroe, intervenivano nella guerra del ’14 e, dopo un pentimento temporaneo, reintervenivano nella seconda guerra mondiale e questa volta per mettersi definitivamente alla testa dell’Europa libera, e per saldarsi con la sua storia. La Russia, dopo essersi fatta le ossa tra il ’17 e il ’40, diventava un mostruoso impero, che va dal Baltico al Mar Nero e dall’Oder alla Cina, puntando minacciosamente sull’Europa. La Germania scontava la sua follia con le mutilazioni delle province orientali annesse alla Russia e alla Polonia e con la spartizione del restante territorio tra i due gruppi avversi di vincitori.



    E così, a parte tutte le altre conseguenze, la Germania cessava di essere la solida, spessa muraglia che dall’epoca dei cavalieri dell’Ordine Teutonico in poi aveva fatto barriera all’invasione della steppa.



    Nell’interno di ogni Stato lo sviluppo pel principio popolare portava a un progressivo allargamento del suffragio. Per non occuparci che delle cifre di casa nostra, ecco come procedeva il progressivo ampliamento del perimetro cittadino: nel 1871, agli inizi del regno i cittadini aventi diritti al voto in tutta Italia erano appena 520.000; la riforma di Depretis nel 1882 portò il corpo elettorale a circa 2 milioni; quella del 1912 lo portò a 8 milioni, quella del 1919 a 12 milioni; ed oggi siamo ad oltre 24 milioni di elettori.



    Infine la rivoluzione industriale metteva accanto e spesso al di sopra della vecchia borghesia tradizionale, piccola e media, padrona prima presso che incontrastata della direzione della società, la potenza da un lato del grande capitale mobiliare, dall’altro delle organizzazioni operaie e dei partiti ad essi affiancati.



    Non occorrono spiegazioni prolisse per intendere la portata di tutti codesti rivolgimenti e la difficoltà di conciliarli coi valori liberali.



    L’incremento demografico riduceva gli spazi vitali concessi ad ogni individuo, inaspriva la lotta per l’esistenza e creava problemi di disciplina, di organizzazione, di sicurezza economica sconosciuti alle società scarsamente affollate e quindi ricche di possibilità e aperte alle iniziative.



    I rivolgimenti internazionali facevano crollare alcuni pilastri fondamentali del vecchio ordine, spodestavano nazioni portatrici di un’alta civiltà e innalzavano popoli acerbi e incapaci di uniformarsi a delle regole distillate da una cultura secolare. La direzione del mondo libero passava dall’Europa agli Stati Uniti d’America e questa forzata abdicazione non sarebbe stata ancora niente, se le superstiti ex grandi potenze non avessero dato la misura più preoccupante della loro decadenza e del loro smarrimento attraverso una rassegnata sfiducia nella sopravvivenza del mondi ideale da esse rappresentato.



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    L'idea liberale (8)

    di Panfilo Gentile

    L’inserzione delle moltitudini nella vita pubblica confermava i timori che fin dall’inizio dell’Ottocento erano stati nutriti dagli esperti più illuminati del liberalismo. Beniamino Constant aveva preteso che condizione del suffragio doveva essere non soltanto il censo, ma addirittura l’imposta fondiaria con esplicita esclusione di quella mobiliare, la quale non offriva a suo avviso le garanzie di stabilità e di sicurezza richieste dall’adempimento delle funzioni politiche; e soltanto più tardi aveva concesso di riconoscere alla borghesia non legata alla terra il diritto di partecipare alla sovranità. Quando venne il suffragio universale diventò realtà quello che aveva detto uno scrittore francese che i popoli sovrani rassomigliano a quei principi che sono dichiarati ufficialmente maggiorenni a quindici anni; con questa differenza che i popoli ricevono i loro tutori dalla sorte che di solito non è molto felice nella scelta.



    E con la rivoluzione industriale, come vedremo più avanti, si apriva l’immensa contropartita dei progressi della tecnica.



    E’ un’illusione ottimistica parlare di una nuova barbarie. In realtà si è trattato di qualche cosa di molto peggiore. Una civiltà in crisi non regredisce mai verso la barbarie. Essa resta una civiltà, ma una civiltà pervertita. E la faccenda è assai più grave. La barbarie è un’immaturità che lascia sempre aperta la possibilità di una pedagogia storica. Una civiltà pervertita è invece un organismo adulto sul quale sono inoperanti gli stimoli dell’opprentissage storico. Bisanzio non potette percorrere la stessa strada delle giovani monarchie barbariche.



    Certamente anche per questa crisi vale la regola della perpetuità della vita. E per quanto la società contemporanea sembri abbandonata alle potenze maligne della corruzione e del disfacimento, p sempre da attendersi che in seno al caos fermentino nuove, apprezzabili forme di lotta.



    Ma quest’attesa metafisica non basta; essa sarebbe una diserzione dal dovere di servire, dal posto che a ognuno è assegnato, gli ideali nei quali crede e che gli sono cari, per difficile o distata che sia la lotta.



    Vediamo un po’ più da vicino qualcheduno dei problemi più inquietanti posti dalla crisi attuale. E vediamo se, in che misura, attraverso quali suggerimenti e indirizzi possano essere ancora trovate, soluzioni liberali soluzioni di salvezza.





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    L'idea liberale (9)

    di Panfilo Gentile

    IL LIBERALISMO E LE ISTITUZIONI.

    La difesa dell’individuo del Potere.



    Problema preminente resta ancora quello di difendere l’individuo dal Potere, dai suoi abusi, dalla sua invadenza. Un ordinamento liberale è prima di tutto un ordinamento nel quale il Potere riceve delle regole e dei limiti; perché per il liberalismo è lo Stato che esiste per l’individuo e non sono gli individui che esistono per lo Stato.



    In passato, questo principio è stato fatto valere contro l’assolutismo regio. Ciò non significa che una volta debellato l’assolutismo regio, il principio sia stato messo definitivamente al sicuro. Se oggi nessuno pensa più a richiamarsi alla teocrazia, alla potestà che viene da Dio, alla sua insindacabilità e illimitatezza, si sono però affacciati nuovi avversari, di varia origine e di diversa ispirazione, che convergono tutti egualmente nel riproporre la vecchia istanza di una incondizionata subordinazione dell’individuo allo Stato. Possiamo riunire tutti codesti avversari sotto l’unico comun denominatore della concezione dello “Stato etico”, lo Stato cioè che, in quanto titolare, interprete e realizzatore di determinati scopi morali, siano quelli della grandezza nazionale o quelli della giustizia sociale, in quanto artefice di creazioni superiori, reclama per ciò stesso la docilità, la devozione, e, occorrendo, il sacrificio degli individui. Lo Stato, si è detto, non è un semplice istituto di polizia, né un ufficio di beneficenza, né un ospedale. E’ una macchina di progresso. Non si propone di far vivere comodamente gli individui e la cancellazione dell’individuo non è un’ingiustizia. E’ sempre permessa, e anzi doverosa la spogliazione dei cosiddetti diritti naturali, ogni volta che l’umanità è chiamata a quegli sforzi di creazione, a quelle opere ardite, che esigono di calpestare il benessere e la libertà. Tutte le dittature moderne si sono appellate e si appellano a codeste idee. E queste dittature si sono rivelate ben più implacabili e spietate del vecchio assolutismo regio che, al paragone, fa la figura di un regime bonario e tollerante. Le vecchie monarchie infatti erano opera dei secoli e il loro assolutismo era temperato da istituzioni, corpi e prestigi paralleli, coi quali dovettero fare i conti e ai quali dovettero in una certa misura inchinarsi. Lo stesso Luigi XIV,l’esemplare più altero di quell’assolutismo, se tolse all’aristocrazia ogni potere degradandola a semplice ornamento di Corte, trovò dei limiti nei Parlamenti, nel clero, nella borghesia dei leghisti, nel diritto consacrato dal costume. Le vecchie monarchie avevano inoltre la tolleranza e la mitezza, che ad esse derivavano dal lungo esercizio del potere, dall’educazione, dalla reverenza che la circondava. Le dittature contemporanee hanno invece potuto agir in mezzo a una società democraticamente livellata e oramai privata di ogni organo o corpo intermediario, capace di opporsi alla invadenza del potere con la forza di una tradizione o di un orgoglioso spirito di casta. E i demagoghi di origine popolare, arrivati al vertice del potere, hanno portato nello spirito di oppressione l’asprezza dei nuovi arrivati, il timore paranoico di perdere un’autorità troppo recente, il fanatismo degli ideologi e la crudeltà plebea.



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    L'idea liberale (10)

    di Panfilo Gentile

    Conviene aggiungere che, riportando lo Stato al rispetto e alla tutela degli individui, non è punto esatto che con ciò si restauri una concezione meschina della politica e della storia nei confronti del titanismo dei regimi faraonici. Ammettiamo pure che qualche volta i regimi faraonici abbiano anch’essi servito la civiltà umana. Ammettiamo pure che qualche volta essi abbiano rappresentato un accident heureux, come disse di se stesso lo zar Alessandro a Madame de Stael, quando questa si congratulava con lui per il suo buon governo. Ma di regola si può ragionevolmente escludere che meritino la preferenza. I regimi liberali normalmente, assicurando migliori condizioni d’ambiente agli individui, garantiscono con ciò in pari tempo impulsi più ricchi e fecondi all’intera società. Secondo un vecchio paragone, la foresta è fatta di alberi e chi cura ogni singolo albero cura la foresta. Non si dovrebbe dubitare che laddove ogni singolo uomo viene rispettato e favorito nella libera manifestazione del suo genio personale, il risultato complessivo sarà più felice, che laddove sono in atto forze mortificanti e oppressive. Certo i geni, gli uomini che decidono sono un dono della Provvidenza. Una forma di civiltà non può essere coltivata come un ortaggio. Una civiltà appare e scompare con gli uomini che inopinatamente la creano e l’abbandonano.



    E che tali uomini visitino in un certo momento, in un certo luogo la terra è affare del destino.



    Lo spirito soffia dove e quando vuole. Scriveva von Humboldt: “La forza spirituale che prorompendo dalle profondità di se stessa e dalla propria pienezza, incide nel corso degli eventi del mondo, è il principio veramente creativo nello sviluppo segreto e quasi misterioso dell’umanità. Si tratta di quell’eccelsa forza spirituale, la quale sopravviene inaspettata e come un fenomeno inesplicabile. Vi sono dunque nell’evoluzione dell’umanità progressi che si conseguono solo perché inattesamente una forza inconsueta crea improvvisamente dalle proprie risorse un effetto così potente, al quale non poteva essere condotta dal corso fino allora seguito, e con ciò stesso cessa ogni possibilità di spiegazione. Ogni incremento importante appartiene a una forza creatrice originale”. Ed ancora: “Un grand’uomo, in ogni genere, in ogni epoca, è un’apparizione di cui non si può rendere conto. Chi potrebbe pretendere di spiegare come mai vi fu d’un tratto un Goethe? Eppure egli gettò le fondamenta di una nuova epoca nella nostra poesia; alla poesia dette una forma interamente nuova, impresse il suo stampo alla lingua e comunicò alla sua nazione impulsi decisivi per tutto l’avvenire. Il genio che è sempre nuovo, crea la sua regola; non può essere spiegato con qualche cosa di anteriore già nota”. E secondo Bergson, le società progrediscono grazie allo sforzo iniziale di qualche uomo di genio e le masse non fanno che adottare le loro invenzioni. Le società che restano barbare sono quelle in cui è mancato il corifeo o quelle in cui è mancata la disposizione degli altri a seguirlo.



    Tuttavia se è vero che non è possibile una coltivazione artificiale, una sollecitazione determinante dei favori gratuiti della Provvidenza, è altrettanto vero che è ben possibile all’inverso contrariare quei favori o mettersi in condizione di non riceverli. Goethe visse ottantatré anni, ma qualcheduno avrebbe potuto assassinarlo in fasce. Goethe trovò il granduca Augusto che ebbe la genialità di comprenderlo e ricolmarlo di onori e di grazie, ma avrebbe potuto trovare un Hitler, che lo avrebbe impiccato. Nessuno può leggere in anticipo nei destini di ciascun uomo; nessuno può sostituirsi con una sua scelta al supremo arbitrario della Provvidenza. E allora, per non contrariare l’opera di essa, per non interferire nei suoi disegni nascosti, non basta l’inerzia nostra di spettatori, bisogna fare qualcosa di più. Si impone per l’appunto che nell’ordinamento politico siano disposti congegni, che assicurino quanto meglio è possibile che ogni uomo realizzi il suo destino. Le prerogative individuali, così, sembrano doversi accordare non tanto per favorire l’individuo come tale, quanto per dare via libera ai contributi che tutti gli individui possono eventualmente fornire alla civiltà. La libertà dell’individuo collabora in questo modo alla generale dignità spirituale della società.



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