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    Predefinito Geopolitica (non padana)

    Dato che @Eridano e qualche suo oscuro complice mi hanno bannato dal forum Padania, ho DECISO di riportare qua tutti gli articoli che hanno pubblicato e pubblicheranno su quel forum riguardanti gli argomenti di Geopolitica (che includono politica estera, e soprattutto compolottismo, declinato anche in salsa esoterica),

    argomenti tratti dai video di Bizzi, Mazzucco, Blondet ecc., che siccome non c'entrano un beneamato tubo con la presunta "padania" (entità astratta e sostanzialmente composta da signor nessuno come il suddetto Eridano e i suoi complici psicopatici) ritengo che possono interessare a tutti, e appartenere alla "cultura identitaria" di tutti (non certo di 4 clown sfigati che si divertono a chiamarsi padani),

    Chiaro???

    @Eridano
    @ventunsettembre

    P.S. ovviamente riporterò solo gli argomenti veramente interessanti, escludendo quelli riguardanti presunte identità padane che esistono solo nella mente malata di questi deficienti.

    PS.PS. @Eridano
    "spostato" ci sarai tu
    «Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via. Molti per aver mirata la bellezza di donne altrui diventarono reprobi. Il trattenersi con lei è come fuoco fiammante». No, non è il Corano, ma la sacra Bibbla (Siracide 9, 10-11)

  2. #2
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    Predefinito Re: Geopolitica (non padana)

    Tratto da EURASIA
    L’Italia al tempo di Wikileaks
    Italia :::: Konstantin Zavinovskij :::: 2 gennaio, 2011 ::::

    Gli attori
    L’Italia non è una superpotenza e non potrà mai diventare tale, ma non è neppure uno stato piccolo, quindi non può limitarsi ad osservare in disparte ciò che sta succedendo nella vita internazionale. L’Italia è una media potenza e come tale è destinata a cercare continuamente una propria posizione tra le superpotenze di turno.

    La Russia è una ex-superpotenza la quale, desiderosa di riprendersi le posizioni perse sullo scacchiere della politica internazionale dopo il crollo dell’Unione Sovietica, sta riemergendo con una nuova forza, rimettendo in discussione gli attuali equilibri geopolitici.

    Gli Stati Uniti sono una superpotenza che a seguito del passaggio del mondo da unipolare al multipolare deve far fronte al ridimensionamento della propria influenza nel mondo. E come insegna la storia le grandi potenze non lasciano senza combattere le proprie sfere di influenza.

    Il contesto
    Per una serie di motivi storici l’Italia per oltre mezzo secolo è stata influenzata dagli Stati Uniti nelle sue scelte di politica estera. Oggi, invece, in un contesto geopolitico mondiale non più bipolare e neanche più unipolare, ma quasi multipolare, l’Italia sembra si stia staccando dalla storica influenza statunitense mediante l’avvicinamento a un nuovo polo di influenza rappresentato dalla Russia. Ed è comprensibile che in tale situazione gli Usa non possono non mettere in atto azioni volte a conservare la loro influenza sull’Italia, come testimonia l’ormai famoso cablogramma pubblicato da “Wikileaks” del 26 gennaio 2009 in cui l’allora Ambasciatore degli Usa in Italia Ronald Spogli scrive: “Per attaccare frontalmente il problema, l’Ambasciata [Usa] ha messo in campo una vigorosa strategia diplomatica e d’affari pubblici diretta a figure chiave, interne ed esterne al Governo [italiano]. Il nostro scopo è duplice: istruire più profondamente i nostri interlocutori [coloro che non vedono di buon occhio l’avvicinamento italo-russo] circa le attività russe e dunque sul contesto della politica statunitense, e costruire a mo’ di contrappeso un’opinione dissenziente sulla politica russa, specialmente dentro il partito politico di Berlusconi.” Bisogna notare che l’Italia non è l’unico paese dell’Europa occidentale che si sta avvicinando alla Russia, basta guardare al crescente sviluppo dei rapporti tra la Russia e la Germania. Chiaramente, neanche questo rapporto è ben visto dal Governo statunitense, con la sostanziale differenza che mentre nel caso tedesco gli USA “non hanno potuto certo far nulla”, in Italia, invece, hanno potuto contare sull’appoggio di una parte della stampa italiana. E se l’Italia si sta avvicinando alla Russia, ciò non vuol dire che stia rinnegando i rapporti con gli Usa perché, come riconosce lo stesso Spogli “i rapporti tra gli Usa e l’Italia sono eccellenti”.

    I vantaggi
    Tralasciando le polemiche circa gli interessi personali che entrerebbero in gioco nel rapporto Italia-Russia, cerchiamo, invece, di capire oggettivamente quali sono i vantaggi geopolitici che l’Italia potrebbe trarre dalla stretta collaborazione con la Russia nel campo energetico.

    Prima di tutto gli impegni decennali tra Eni e Gazprom potrebbero garantire la stabilità nell’approvvigionamento energetico dell’Italia. Ma ciò non vuol dire diventare dipendenti dalla Russia. Infatti, sempre Spogli scrive che “l’Italia non è totalmente cieca verso il pericolo di diventare dipendente dalla Russia, in quanto essa comunque sta prendendo dei provvedimenti per prevenire l’aumento della percentuale dell’energia importata dalla Russia”; inoltre, “dopo il ritorno al potere, Berlusconi ha annunciato che avrebbe volto nuovamente il paese verso l’energia nucleare”. Spogli sottolinea il fatto che l’Italia, pur non avendo una precisa politica energetica, è tuttavia consapevole che “la vicinanza geografica alle risorse del Nord Africa la rende meno dipendente dalla Russia rispetto alla Germania o ai paesi dell’ex Blocco sovietico”. Secondo,l’Italia pur rimanendo negli ottimi rapporti con gli Usa ha bisogno di far capire a Washington che le sue decisioni riguardo alle scelte di politica estera non vanno contrastate attraverso le pressioni sulla politica interna italiana, ma vanno rispettate, così come avviene per gli altri paesi europei (come, ad esempio, la Germania).
    Se l’Italia riuscirà a portare avanti una politica energetica autonoma dalle direttive degli Usa, farà un importante passo verso la conquista del proprio diritto a una politica estera indipendente. L’indipendenza nella politica estera potrà permettere all’Italia un giusto inserimento nei nuovi equilibri globali basato sulle proprie esigenze geopolitiche e non su quelle imposte dagli altri.

    Tutti sappiamo di Fini, ora l'ha detto a chiare lettere anche il Berlusca, pur senza poterne dare le spiegazioni.
    Che non venga mai alla luce che una delle tante escort è stata pagata per fare certe dichiarazioni!
    Senza voler difendere Berlusconi, è forse il caso di ricordare gli enormi interessi economici e geopolitici in gioco sul gas, nuova e primaria fonte energetica.
    E ricordare che quanto si fa oggi per l'Italia puà venir buono anche al momento della nostra secessione.
    Pare che una delle motivazioni vere della guerra in Afganistan sia legata al transito di un gasdotto.
    Non per nulla il Berlusca, quasi inascoltato da tutti, appena saputo della morte dell'ultimo soldato, ha espresso a denti stretti il suo dubbio se restare o no. A buon intenditor...
    Ora la Tunisia e tutto il nord Africa, Egitto compreso, , dove le motivazioni vere sono le stesse e gli attori quasi.
    Con lo zampino eterno degli israeliani, a quanto pare...
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  3. #3
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    Predefinito Re: Geopolitica (non padana)

    Video in italiano: Thierry Meyssan su Visione TV
    Rete Voltaire | 14 gennaio 2025

    «Ad Aleppo gli iraniani si sono ritirati senza combattere»

    Thierry Meyssan è intervistato da Visione TV sul rovesciamento della Repubblica Araba Siriana.



    Traduzione
    Rachele Marmetti

    https://www.voltairenet.org/article221700.html
    Da riportare e da ascoltare assolutamente l'intervista a Meyssan.
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  4. #4
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    Predefinito Re: Geopolitica (non padana)

    Breton ammette l'interferenza Ue sul voto in Romania

    L’ex commissario per il mercato europeo rivela: la Corte costituzionale rumena condizionata nell’annullamento delle elezioni presidenziali per bloccare l’euroscettico Georgescu. Le vere ingerenze sono targate Bruxelles.

    Esteri 15_01_2025




    Complottisti e antieuropeisti? Non proprio, in Europa un pericolo reale di censura politicamente orientata, manipolazione elettorale ed istituzionale e centralismo democratico, come abbiamo più volte denunciato, esiste e deve essere risolto in base ai principi dei trattati, della libertà e democrazia, del rispetto dello “Stato di diritto” e delle autonomie e competenze nazionali.

    Le affermazioni dei giorni scorsi di Thierry Breton, ex commissario per il mercato interno dell'Unione Europea, alzano il velo sull’ipocrisia e sulla politica di "potenza" liberal socialista che hanno caratterizzato gli ultimi decenni della Commissione e delle altre istituzioni europee. Breton ha ammesso, in un'intervista televisiva alla emittente francese BFM RMC dello scorso 9 gennaio che la Corte costituzionale rumena (CCR) è stata condizionata nella sua scelta di annullare le elezioni presidenziali dello scorso dicembre, dopo averle convalidate come abbiamo descritto su queste pagine, dalle pressioni dell'UE. Solo perchè al primo turno era in vantaggio il candidato di destra, euroscettico e contrario al continuo accrescimento di armi e finanziamenti della NATO, Călin Georgescu.

    «Dobbiamo impedire le interferenze e far sì che le nostre leggi siano applicate», ha detto Breton, riferendosi al presunto coinvolgimento russo e le possibili interferenze che possono essere provocate dalle opinioni politiche di Elon Musk nelle elezioni dei Paesi europei. Nel prosieguo della trasmissione, Breton ha però voluto ammettere l'interferenza istituzionale dell’Europa nelle elezioni dei singoli paesi, ammettendo di averlo «fatto in Romania e ovviamente dovremo farlo in Germania, se necessario…Dal momento in cui viene trasmesso in Europa con una piattaforma regolamentata deve seguire le regole europee. Con l’AFD [Ndr. partito di destra tedesco al secondo posto nei sondaggi] bisogna seguirle. È ovvio, ne sono certo, che prenderemo tutte le misure per garantire che si rispetti la legge… Siamo attrezzati per far rispettare queste leggi per proteggere le nostre democrazie in Europa… Aspettiamo e vediamo cosa succede». Per Breton, già vice presidente della Commissione europea e responsabile del famigerato meccanismo di censura online europea, il Digital Services Act, l'interferenza di Bruxelles in Romania non è solo accettabile, ma persino sarebbe un obbligo morale annullare le elezioni democratiche in base al risultato. Lo scorso 9 gennaio, tanto per inviare un chiaro un segnale minaccioso, la Commissione aveva incaricato fino a 150 funzionari per controllare se il social media di Musk sia stato usato correttamente ed in conformità alle regolamentazioni europee, durante l’intervista con la candidata alla cancelleria tedesca e leader dell’AfD Alice Weidel.

    A fronte dell’annullamento delle elezioni presidenziali del 9 dicembre scorso, decisione fondata su sospetti di manipolazioni elettorali della Russia, ad oggi rimasti tali, attraverso il social cinese TikTok, il Presidente del paese ancora in carica Klaus Iohannis aveva dato il 23 dicembre scorso al leader socialdemocratico Marcel Ciolacu il compito formare un esecutivo di tutte le forze tradizionali, lasciando all’opposizione i partiti conservatori. L’attuale governo guidato dai socialisti (PSD, UDMR, PNL) ha recentemente annunciato la data della ripetizione delle elezioni presidenziali, il 4 maggio il primo turno e il 18 maggio il ballottaggio eventuale. C’è ancora una possibilità per Georgescu, sostenuto anche dai conservatori di (AUR) anche se si attende una sentenza che chiarisca il suo eventuale ruolo sulla manipolazione elettorale del dicembre scorso; i partiti di governo appaiono divisi ma concordano sul candidato unico, il liberale Crin Antonescu, mentre la neo liberale Elena Lasconi, risultata seconda a dicembre, ha già registrato la sua candidatura. Tutti i partiti di opposizione, da sinistra a destra ed incluso il popolarissimo sindaco di Bucarest Nicuşor Dan, continuano a chiedere chiarimenti, lo svolgimento del secondo turno presidenziale tra Georgescu e la seconda classificata Lasconi, e l’annullamento della decisione “antidemocratica” del CCR che ha annullato tutto il processo elettorale di dicembre.

    Nel frattempo, domenica 12 gennaio, decine di migliaia di rumeni sono scesi in piazza a Bucarest in una grande manifestazione per protestare contro la decisione del CCR e chiedere il corretto svolgimento del secondo turno. I partecipanti hanno marciato di fronte al Parlamento, al Palazzo presidenziale e al Palazzo della Corte costituzionale, protestando contro le istituzioni. Thierry Breton con le sue dichiarazioni ha confermato come agisce la tirannide europea: i veri anti-europei siedono a Bruxelles.

    https://lanuovabq.it/it/breton-ammet...oto-in-romania
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  5. #5
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    Predefinito Re: Geopolitica (non padana)

    «Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via. Molti per aver mirata la bellezza di donne altrui diventarono reprobi. Il trattenersi con lei è come fuoco fiammante». No, non è il Corano, ma la sacra Bibbla (Siracide 9, 10-11)

  6. #6
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    Predefinito Re: Geopolitica (non padana)

    Trump e Musk, Canada, Panama e Groenlandia: una vecchia storia
    di Thierry Meyssan

    Il presidente rieletto Donald Trump ha parlato della possibile annessione del Canale di Panama, del Canada e della Groenlandia. Progetto bislacco, già comparso su una carta geografica redatta nel 1941 da un seguace del movimento tecnocratico. Fu il ramo francese di questo movimento che inventò il transumanesimo, tanto caro a Elon Musk, il cui nonno fu il responsabile del ramo canadese dello stesso movimento.

    Rete Voltaire | Parigi (Francia) | 14 gennaio 2025
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    La carta geografica del mondo post-seconda guerra mondiale, redatta nel 1941 da Maurice Gromberg: gli Stati Uniti si estendono dal Canada al Canale di Panama e includono la Groenlandia.
    Le dichiarazioni rilasciate dal presidente rieletto Donald Trump prima del suo insediamento che annunciavano l’intenzione di acquistare la Groenlandia (un affare che nel 2019 aveva paragonato a una «grossa transazione immobiliare»), nonché di annettere il Canada e il Canale di Panama ci hanno sbalordito. Nessun leader occidentale aveva detto una cosa del genere dalla seconda guerra mondiale. La classe dirigente statunitense vi ha visto la prospettiva di una nuova frontiera, cioè di nuovi territori in cui il Paese potrà continuare a progredire.


    Il governo danese, da cui la Groenlandia dipende, ha dichiarato che questa non è in vendita: è «territorio autonomo» di proprietà dei soli groenlandesi. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha affermato che «il principio dell’inviolabilità dei confini si applica a tutti i Paesi… non importa se molto piccoli o molto potenti». Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha commentato: «Non c’è ovviamente alcun dubbio che l’Unione Europea non consentirebbe ad alcuna nazione al mondo di attaccare i propri confini sovrani». Secondo il ministro degli Esteri britannico David Lamy, Donald Trump «solleva preoccupazioni sulla presenza di Russia e Cina nell’Artico che investono la sicurezza economica nazionale» degli Stati Uniti. Sono «questioni legittime». Infine, a parere della prima ministra italiana Giorgia Meloni queste dichiarazioni sono «più un messaggio ad alcuni altri grandi player globali, piuttosto che rivendicazioni ostili verso quei Paesi. Sono due territori dove negli ultimi anni si è manifestato un crescente protagonismo cinese».

    Il primo ministro del Canada Justin Trudeau, che si è fatto eleggere in quanto figlio di Pierre Trudeau e quindi come difensore dell’indipendenza nazionale, si è rivelato nient’altro che un gregario di Washington. Non aveva quindi nulla da opporre a ciò che appare evidente: aderendo agli Stati Uniti il Canada non avrebbe da perdere nulla che non abbia già perso, mentre avrebbe tutto il resto da guadagnare. Quindì si è dimesso.


    Per quanto concerne il Canale di Panama, Donald Trump ha insinuato che sia gestito dall’esercito cinese. Il presidente del Panama, José Raul Mulino, ha risposto: «Il Canale non è controllato, direttamente o indirettamente, dalla Cina, né dalla Comunità europea, dagli Stati Uniti o da qualsiasi altra potenza. Come panamense, respingo fermamente qualsiasi affermazione che distorce questa realtà».

    In questo articolo mostreremo che queste idee non sono nuove, ma risalgono alla crisi del 1929 e corrispondono a un corpus ideologico coerente, difeso fino alla scorsa settimana solo dal multimiliardario Elon Musk, da noi conosciuto più che altro come ammiratore dell’ingegnere serbo Nicolas Tesla e come seguace del transumanesimo.

    Durante la Grande Depressione, cioè la crisi di Wall Street e la tempesta economica che ne seguì, tutte le élite statunitensi ed europee ritennero che il capitalismo, nella forma fino ad allora conosciuta, fosse definitivamente morto. Joseph Stalin propose il modello sovietico come unica risposta alla crisi, mentre Benito Mussolini (ex rappresentante di Lenin in Italia) propose il fascismo. Negli Stati Uniti venne avanzata una terza soluzione: la tecnocrazia.

    Criticando l’interpretazione tradizionale della domanda e dell’offerta, l’economista Thorstein Veblen studiò le motivazioni degli acquirenti. Dimostrò che l’uomo che può permettersi di godere del proprio tempo vuole in realtà confermare la propria superiorità sociale, quindi deve esibirlo. Lo svago non è una manifestazione di pigrizia, ma «esprime il consumo improduttivo del tempo». Di conseguenza, contrariamente a quanto si crede, in molte situazioni «quanto più il prezzo di un bene aumenta, tanto più aumenta il suo consumo» (paradosso di Veblen). Quindi non sono i prezzi, ma i comportamenti di gruppo e le motivazioni individuali che muovono l’economia.


    Il pensiero iconoclasta di Veblen diede origine al movimento tecnocratico di Howard Scott. Costui teorizzò che il potere non fosse affidato né ai capitalisti né ai proletari, ma ai tecnici.

    Questo movimento si affermò in Francia nell’ambiente degli ex allievi dell’École Polytechnique, in particolare del romanziere esoterico Raymond Abellio (che fondò la setta di cui François Mitterrand fu membro fino alla morte) e di Jean Coutrot, l’inventore del transumanesimo. Passo dopo passo, questo movimento arriverà a generare negli ambienti occultisti del regime di Philippe Pétain una società segreta, la Synarchie.

    Il transumanesimo di Coutrot prefigura il transumanesimo di Elon Musk. Per Coutrot l’idea era di utilizzare la tecnica per andare oltre l’umanesimo. Per Elon Musk si tratta piuttosto di usare la tecnica per cambiare l’uomo.

    Considerate queste origini, è facile capire perché ogni riferimento alla tecnocrazia sia stato screditato fin dall’inizio. Tuttavia questo movimento si basa su una contestazione dominante del funzionamento delle democrazie. Sostiene che non occorre fare politica ma bisogna trovare soluzioni tecniche a ogni problema. Che ci piaccia o no, negli Stati Uniti lo si ritrova nella convinzione secondo cui il progresso tecnico risolverà tutto.


    Rimane il fatto che il movimento tecnocratico, sulla base delle conoscenze statistiche del periodo tra le due guerre, era convinto che il continente nordamericano costituisse un’unica entità in termini di risorse minerarie e di industrie.


    Joshua Haldeman
    Il leader del ramo canadese del movimento, il chiroterapeuta Joshua Haldeman, fu arrestato durante la seconda guerra mondiale per aver sostenuto la neutralità nei confronti della Germania nazista. In realtà era favorevole a Hitler e antisemita [1]. Dopo la guerra si trasferì in Sudafrica, attratto dal regime dell’apartheid. Suo nipote è nientemeno che Elon Musk.

    Va notato che la posizione del multimiliardario nell’amministrazione Trump è sempre più contestata dall’interno. Steve Bannon ha dichiarato al Corriere della sera: «Elon Musk non avrà pieno accesso alla Casa Bianca. Sarà come chiunque altro. È un uomo davvero malvagio, un uomo molto cattivo. Licenziarlo è diventata per me una questione personale. Prima, dal momento che ha messo così tanti soldi, ero pronto a tollerarlo, adesso non più» [2].


    Elon Musk
    Alcuni membri del movimento tecnocratico diedero grande importanza alla mappa del mondo post-seconda guerra mondiale, redatta nel 1941 da anonimo con lo pseudonimo di Maurice Gomberg. Egli prevedeva una divisione del mondo per civiltà. Gli Stati Uniti si sarebbero allargati a tutto il Nord America, dal Canada al Canale di Panama, e a molte isole del Pacifico e dell’Atlantico, comprese le Antille, la Groenlandia e l’Irlanda. Come la Synarchie francese, questa mappa è stata ampiamente discussa negli ambienti cospirazionisti. Secondo lo storico Thomas Morarti, citato dalla stampa irlandese [3], ci sarebbe un’eco di questa mappa anche nel «discorso delle quattro libertà» (libertà di espressione, libertà di religione, libertà dal bisogno e libertà dalla paura) proclamate dal presidente Franklin D. Roosevelt il 6 gennaio 1941. In questa ottica si pose nel 1946 anche il presidente Harry Truman proponendo che la Groenlandia liberata dai nazisti non fosse abbandonata dalle truppe statunitensi, ma fosse acquistata per 100 milioni di dollari.

    Nel 1951 la Danimarca autorizzò l’insediamento in Groenlandia di due vaste basi militari, degli Stati Uniti e della Nato, a Sondreström e a Thule. Da allora vi sono stati installati elementi del sistema missilistico antibalistico statunitense. Il trattato che autorizza queste basi fu cofirmato dalla Groenlandia nel 1994, cioè dopo aver acquisito l’autonomia.
    Nel 1968 un bombardiere strategico statunitense, impegnato in un’operazione di routine della guerra fredda, si schiantò vicino a Thule, contaminando la regione con una nube di uranio arricchito. Nel 1995 fu rivelato che il governo danese aveva tacitamente autorizzato gli Stati Uniti a stoccare illegalmente armi nucleari sul proprio territorio.
    L’acquisto della Groenlandia potrebbe quindi avvenire facilmente senza denaro: basterebbe che il Pentagono assicurasse la protezione della Danimarca sollevandola così da un onere finanziario.


    Donald Trump Jr. e il suo team “in vacanza” in Groenlandia.
    Per dare concretezza a quelle che sembravano solo chiacchiere, Donald Trump Jr., figlio del presidente rieletto, è andato in vacanza in Groenlandia. Ovviamente con un aereo di famiglia e circondato da un gruppo di consiglieri. Non ha incontrato, almeno ufficialmente, alcun leader politico. Durante questo viaggio, l’Ong Patriot Polling ha condotto un sondaggio. La maggioranza degli intervistati, il 57,3%, approvava l’idea di unirsi agli Stati Uniti, il 37,4% era contrario, il 5,3% indeciso. In seguito alla pubblicazione di questi risultati, il primo ministro della Groenlandia, Múte B. Egede, ha tenuto una conferenza stampa a Copenaghen per dire che, pur senza avere parlato con i Trump, era aperto a «discussioni su ciò che ci unisce. Siamo pronti a parlare. La cooperazione è solo questione di dialogo. Cooperare significa lavorare per trovare soluzioni».

    Quando il movimento tecnocratico ipotizzava di annettere la Groenlandia, sottolineava che essa si trovava sulla piattaforma continentale nordamericana e che era ricca di risorse naturali. La Groenlandia possiede infatti preziosi minerali di terre rare [4], nonché uranio, miliardi di barili di petrolio e vaste riserve di gas naturale, che diventano sempre meno inaccessibili. Le terre rare sono oggi quasi esclusivamente cinesi. Ma sono indispensabili per l’alta tecnologia, in particolare per le automobili Tesla. Queste riserve naturali non vengono sfruttate a causa della tradizionale opposizione della popolazione indigena Inuit, che rappresenta l’88% della popolazione.

    Oggi la Groenlandia è soprattutto una posta strategica. Permetterebbe agli Stati Uniti di controllare la via marittima del Nord, ora navigabile e attualmente controllata dalla Russia e dalla Cina. Un cambio di proprietà dell’isola trasformerebbe l’equazione geopolitica. Per questo motivo il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha commentato: «L’Artico è un’area d’interesse nazionale e strategico. Vogliamo preservare il clima di pace e stabilità nella zona artica. Stiamo seguendo molto da vicino gli sviluppi piuttosto spettacolari della situazione, ma finora, grazie a Dio, siamo solo a livello di dichiarazioni».

    I riferimenti al movimento tecnocratico forse non hanno nulla a che vedere con Musk e Trump, ma converrà tenerli presente per capire il seguito degli avvenimenti.

    Thierry Meyssan
    Traduzione
    Rachele Marmetti

    https://www.voltairenet.org/article221697.html
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    Predefinito Re: Geopolitica (non padana)

    «Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via. Molti per aver mirata la bellezza di donne altrui diventarono reprobi. Il trattenersi con lei è come fuoco fiammante». No, non è il Corano, ma la sacra Bibbla (Siracide 9, 10-11)

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    Predefinito Re: Geopolitica (non padana)

    “Privatizzazioni inevitabili, ma da regolare con leggi ad hoc”: il discorso del 1992 (ma attualissimo) di Mario Draghi sul Britannia

    Pubblichiamo il discorso di Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, alla Conferenza sulle Privatizzazioni tenutasi sullo yacht Britannia, del 2 giugno 1992: l'ex presidente della Bce parlò della vendita delle azioni pubbliche. Un processo con cui, 28 anni dopo, l'Italia fa i conti. Nelle sue parole i mercati come strada per la crescita, la fine del controllo politico, l'idea di public company, ma anche i tanti rischi: "Sarà più difficile gestire la disoccupazione. Non c'è una Thatcher - disse - servono strumenti per ridurre i senza lavoro e i divari regionali. Andranno tutelati gli azionisti di minoranza". E ancora: "Questo processo lo richiede Maastricht, facciamolo prima noi. Ma va deciso da un esecutivo forte e stabile. Ridurremo il debito".

    Di Mario Draghi
    22 Gennaio 2020
    Comments
    Signore e signori, cari amici, desidero anzitutto congratularmi con l’Ambasciata Britannica e gli Invisibili Britannici per la loro superba ospitalità. Tenere questo incontro su questa nave è di per sé un esempio di privatizzazione di un fantastico bene pubblico. Durante gli ultimi quindici mesi, molto è stato detto sulla privatizzazione dell’economia italiana. Alcuni progressi sono stati fatti, nel promuovere la vendita di alcune banche possedute dallo Stato ad altre istituzioni cripto-pubbliche, e per questo la maggior parte del merito va a Guido Carli, ministro del Tesoro. Ma, per quanto riguarda le vendite reali delle maggiori aziende pubbliche al settore privato, è stato fatto poco.

    Non deve sorprendere, perché un’ampia privatizzazione è una grande – direi straordinaria – decisione politica, che scuote le fondamenta dell’ordine socio-economico, riscrive confini tra pubblico e privato che non sono stati messi in discussione per quasi cinquant’anni, induce un ampio processo di deregolamentazione, indebolisce un sistema economico in cui i sussidi alle famiglie e alle imprese hanno ancora un ruolo importante. In altre parole, la decisione sulla privatizzazione è un’importante decisione politica che va oltre le decisioni sui singoli enti da privatizzare. Pertanto, può essere presa solo da un esecutivo che ha ricevuto un mandato preciso e stabile.
    Altri oratori parleranno dello stato dell’arte in quest’area: dove siamo ora da un punto di vista normativo, e quali possono essere i prossimi passaggi. Una breve panoramica della visione del Tesoro sui principali effetti delle privatizzazioni può aiutare a comunicare la nostra strategia nei prossimi mesi. Primo: privatizzazioni e bilancio. La privatizzazione è stata originariamente introdotta come un modo per ridurre il deficit di bilancio. Più tardi abbiamo compreso, e l’abbiamo scritto nel nostro ultimo rapporto quadrimestrale, che la privatizzazione non può essere vista come sostituto del consolidamento fiscale, esattamente come una vendita di asset per un’impresa privata non può essere vista come un modo per ridurre le perdite annuali. Gli incassi delle privatizzazioni dovrebbero andare alla riduzione del debito, non alla riduzione del deficit.

    Quando un governo vende un asset profittevole, perde tutti i dividendi futuri, ma può ridurre il suo debito complessivo e il servizio del debito. Quindi, la privatizzazione cambia il profilo temporale degli attivi e dei passivi, ma non può essere presentata come una riduzione del deficit, solo come il suo finanziamento. (Questo fatto, nella visione del Tesoro, ha alcune implicazioni che vedremo in un secondo momento). Le conseguenze politiche di questa visione sono due. Dal punto di vista della finanza pubblica, il consolidamento fiscale da mettere a bilancio per l’anno 1993 e i successivi non dovrebbe includere direttamente nessun ricavo dalle privatizzazioni. Nel contempo, dovremmo avviare un piano di riduzione del debito con gli incassi dalle privatizzazioni. Ciò implicherà più enfasi del Tesoro sulle implicazioni economiche complessive delle privatizzazioni e sull’obiettivo ultimo di ricostruire gli incentivi per il settore privato.

    Secondo: privatizzazioni e mercati finanziari. La privatizzazione implica un cambiamento nella composizione della ricchezza finanziaria privata dal debito pubblico alle azioni. L’effetto di riduzione del debito pubblico può implicare una discesa dei tassi di interesse. Ma l’impatto sui mercati finanziari può essere molto più importante, quando vediamo che la quantità di ricchezza privata in forma di azioni è piccola in relazione alla ricchezza privata totale e che con le privatizzazioni può aumentare in modo significativo. In altre parole, i mercati finanziari italiani sono piccoli perché sono istituzionalmente piccoli, ma anche perché – forse in modo connesso – gli investitori italiani vogliono che siano piccoli. Le privatizzazioni porteranno molte nuove azioni in questi mercati. L’implicazione politica è che dovremmo vedere le privatizzazioni come un’opportunità per approvare leggi e generare cambiamenti istituzionali per potenziare l’efficienza e le dimensioni dei nostri mercati finanziari.

    Tre: privatizzazioni e crescita. (In molti casi) vediamo le privatizzazioni come uno strumento per aumentare la crescita. Nella maggior parte dei casi la privatizzazione porterà a un aumento della produttività, con una gestione migliore o più indipendente, e a una struttura più competitiva del mercato. La privatizzazione quindi potrebbe parzialmente compensare i possibili – ma non certi – effetti di breve termine di contrazione fiscale necessaria per un bilancio più equilibrato. In alcuni casi, per trarre beneficio dai vantaggi di un aumento della concorrenza derivante dalla privatizzazione, potrebbe essere necessaria un’ampia deregolamentazione. Questo processo, se da una parte diminuisce le inefficienze e le rendite delle imprese pubbliche, dall’altra parte indebolisce la capacità del governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale. Tuttavia, consideriamo questo processo – privatizzazione accompagnata da deregolamentazione – inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea. L’Italia può promuoverlo da sé, oppure essere obbligata dalla legislazione europea. Noi preferiamo la prima strada.

    Le implicazioni di policy sono che: a) un grande rilievo verrà dato all’analisi della struttura industriale che emergerà dopo le privatizzazioni, e soprattutto a capire se assicurino prezzi più bassi e una migliore qualità dei servizi prodotti; b) nei casi rilevanti la deregolamentazione dovrà accompagnare la decisione di privatizzare, e un’attenzione speciale sarà data ai requisiti delle norme comunitarie; c) dovranno essere trovati mezzi alternativi per perseguire obiettivi non di mercato, quando saranno considerati essenziali. Quarto: privatizzazioni e depoliticizzazione. Un ultimo aspetto attraente della privatizzazione è che è percepita come uno strumento per limitare l’interferenza politica nella gestione quotidiana delle aziende pubbliche. Questo è certamente vero e sbarazzarsi di questo fenomeno è un obiettivo lodevole. Tuttavia, dobbiamo essere certi che dopo le privatizzazioni non affronteremo lo stesso problema, col proprietario privato che interferisce nella gestione ordinaria dell’impresa. Qui l’implicazione politica immediata è l’esigenza di accompagnare la privatizzazione con una legislazione in grado di proteggere gli azionisti di minoranza e di tracciare linee chiare di separazione tra gli azionisti di controllo e il management, tra decisioni societarie ordinarie e straordinarie.

    A cosa dobbiamo fare attenzione, per valutare la forza del mandato politico di un governo che voglia veramente privatizzare? Primo, occorre una chiara decisione politica su quello che deve essere considerato un settore strategico. Non importa quanto questo concetto possa essere sfuggente, è comunque il prerequisito per muoversi senza incertezze. Secondo, visto che non c’è una Thatcher alle viste in Italia, dobbiamo considerare un insieme di disposizioni sui possibili effetti delle privatizzazioni sulla disoccupazione (se essa dovesse aumentare come effetto della ricerca dell’efficienza), sulla possibile concentrazione di mercato, e sulla discriminazione dei prezzi (quest’ultima in particolare per la privatizzazione delle utility). Terzo, occorre superare i problemi normativi. Un esempio importante: le banche, che secondo la legislazione antitrust (l. 287/91) non possono essere acquisite da imprese industriali, ma solo da altre banche, da istituzioni finanziarie non bancarie (Sim, fondi pensione, fondi comuni di investimento, imprese finanziarie), da compagnie assicurative e da individui che non siano imprenditori professionisti. In pratica, siccome in Italia non ci sono virtualmente grandi banche private, gli unici possibili acquirenti tra gli investitori domestici sono le assicurazioni o i singoli individui. Una limitazione molto stringente.

    In ordine logico, non necessariamente temporale, tutti questi passaggi dovrebbero avvenire prima del collocamento. In quel momento, affronteremo la sfida più importante: considerando che una vasta parte delle azioni sarà offerta, almeno inizialmente, agli investitori domestici, come facciamo spazio per questi asset nei loro portafogli? Qui giunge in tutta la sua importanza la necessità che le privatizzazioni siano a complemento di un piano credibile di riduzione del deficit, soprattutto per ridurre la creazione di debito pubblico. Solo se abbiamo successo nel compito di ridurre “continuamente e sostanziosamente” il nostro rapporto tra debito e Pil, come richiesto dal Trattato di Maastricht, troveremo spazio nei portafogli degli investitori. Allo stesso tempo, l’assorbimento di queste nuove azioni può essere accelerato dall’aumento dell’efficienza del nostro mercato azionario e dall’allargamento dello spettro degli intermediari finanziari. Qui il pensiero va subito alla creazione di fondi pensione ma, di nuovo, i fondi pensione sono alimentati dal risparmio privato che da ultimo deve essere accompagnato dal sistema di sicurezza sociale nazionale verso i fondi pensione. Ma un ammanco dei contributi di sicurezza sociale allo schema nazionale implicherebbe di per sé un deficit più elevato. Questo ci porta a una conclusione di policy sui fondi pensione: possono essere creati su una base veramente ampia solo se il sistema nazionale di sicurezza sociale è riformato nella direzione di un sistema meglio finanziato o più equilibrato rispetto a quello odierno.

    Questa presentazione non era fatta per rispondere alla domanda su quanto possa essere veloce il processo di privatizzazioni – non è il momento giusto per affrontare il tema. L’obiettivo era fornirvi una lista delle cose da considerare per valutare la solidità del processo. La conclusione generale è che la privatizzazione è una delle poche riforme nella vita di un paese che ha assolutamente bisogno del contesto macroeconomico giusto per avere successo. Lasciatemi sottolineare ancora che non dobbiamo fare prima le principali riforme e poi le privatizzazioni. Dovremmo realizzarle insieme. Di certo, non possiamo avere le privatizzazioni senza una politica fiscale credibile, che – ne siamo certi – sarà parte di ogni futuro programma di governo, perché l’aderenza al Trattato di Maastricht sarà parte di ogni programma di governo.
    Lasciatemi concludere spiegando, nella visione del Tesoro, la principale ragione tecnica – possono esserci altre ragioni, legate alla visione personale dell’oratore, che vi risparmio – per cui questo processo decollerà. La ragione è questa: i mercati vedono le privatizzazioni in Italia come la cartina di tornasole della dipendenza del nostro governo dai mercati stessi, dal loro buon funzionamento come principale strada per riportare la crescita. Poiché le privatizzazioni sono così cruciali nello sforzo riformatore del Paese, i mercati le vedono come il test di credibilità del nostro sforzo di consolidamento fiscale. E i mercati sono pronti a ricompensare l’Italia, come hanno fatto in altre occasioni, per l’azione in questa direzione. I benefici indiretti delle privatizzazioni, in termini di accresciuta credibilità delle nostre politiche, sono secondo noi così significativi da giocare un ruolo fondamentale nel ridurre in modo considerevole il costo dell’aggiustamento fiscale che ci attende nei prossimi cinque anni.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-...toria/5681308/
    «Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via. Molti per aver mirata la bellezza di donne altrui diventarono reprobi. Il trattenersi con lei è come fuoco fiammante». No, non è il Corano, ma la sacra Bibbla (Siracide 9, 10-11)

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    Predefinito Re: Geopolitica (non padana)

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    Predefinito Re: Geopolitica (non padana)

    Max Blumenthal contesta Blinken durante la sua conferenza a Washington

    Redazione
    16 Gennaio 2025
    Crimini degli USA ed alleati
    2 min read

    WASHINGTON


    Giovedì, durante una conferenza stampa al Dipartimento di Stato, il Segretario di Stato uscente degli Stati Uniti, Antony Blinken, ha dovuto affrontare le proteste di due giornalisti sul genocidio nella Striscia di Gaza.

    Il giornalista americano Max Blumenthal ha interrotto il discorso di Blinken all’inizio del briefing e ha affermato che 300 giornalisti a Gaza sono stati presi di mira dalle bombe statunitensi.

    “Perché avete continuato a lanciare bombe quando avevamo un accordo a maggio, sapevamo tutti che avevamo un accordo. Tutti in questa stanza sanno che avevamo un accordo, Tony, e tu hai continuato a far lanciare bombe. Perché hai sacrificato l’ordine basato sulle regole sotto il mantello del tuo impegno per il sionismo”, ha urlato Blumenthal.


    “Perché hai permesso che i miei amici venissero massacrati? Perché hai permesso che le case dei miei amici a Gaza venissero distrutte quando avevamo un accordo a maggio? Hai appena contribuito a distruggere la nostra religione, l’ebraismo, associandola al fascismo. Sventoli la bandiera bianca prima di sventolarla davanti ai fascisti israeliani. Tuo suocero era un lobbista israeliano. Tuo nonno era un lobbista israeliano. Sei compromesso da Israele? Perché hai permesso che l’Olocausto del nostro tempo accadesse? Come ci si sente ad avere un’eredità di genocidio?
    Come ci si sente ad avere un’eredità di genocidio? Anche tu, Matt, sorridi ogni giorno per tutta la faccenda. Sorridi per il genocidio”, ha detto. Il Matt a cui si riferiva è Matthew Miller, un portavoce dell’agenzia.

    Anche un altro giornalista, Sam Husseini, ha protestato contro Blinken ed è stato allontanato con la forza dalla sala stampa dopo aver interrotto la conferenza stampa di Blinken.

    Husseini ha definito Blinken un “criminale”.

    “Tutti, da Amnesty International alla Corte internazionale di giustizia, dicono che Israele sta compiendo un genocidio e uno sterminio e tu mi dici di rispettare il processo? Perché non sei all’Aja?” ha detto Husseini.


    Il briefing è avvenuto un giorno dopo che il Qatar ha annunciato un accordo di cessate il fuoco per porre fine a più di 15 mesi di attacchi israeliani a Gaza, che hanno causato la morte di più di 46.000 persone dal 7 ottobre 2023. L’assalto ha ridotto il territorio di Gaza in macerie e causato un disastro umanitario.

    Si prevede che l’accordo in tre fasi entrerà in vigore domenica.

    L’accordo prevede uno scambio di prigionieri e una calma duratura, puntando a una tregua permanente e al ritiro delle forze israeliane da Gaza.

    Nel novembre 2024, la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza.


    Israele deve affrontare anche un caso di genocidio presso la Corte internazionale di giustizia per la sua guerra contro l’enclave.


    Il Segretario di Stato americano uscente Antony Blinken giovedì si è trovato al centro di aspre critiche da parte di giornalisti e critici che hanno duramente criticato la politica estera dell’amministrazione Biden sul conflitto di Gaza. Blinken stava tenendo la sua ultima conferenza stampa.
    “Criminale! Il tuo posto è all’Aja”, ha urlato Sam Husseini mentre condannava la gestione da parte di Blinken del conflitto in corso tra Israele e Hamas, ha riferito Reuters.
    Dopo lo sfogo di Husseini, il personale di sicurezza è intervenuto rapidamente e lo ha portato via dalla stanza mentre lui continuava la sua protesta.

    Fonti: Agenzie varie (Andalou – Hindustan Times, ecc..)


    Traduzione: Luciano Lago

    https://www.controinformazione.info/...-a-washington/
    «Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via. Molti per aver mirata la bellezza di donne altrui diventarono reprobi. Il trattenersi con lei è come fuoco fiammante». No, non è il Corano, ma la sacra Bibbla (Siracide 9, 10-11)

 

 
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