
Originariamente Scritto da
Wolf
A 50 km dal confine si scioglie la gente nell’acido
Da una decina di anni, a Milano, l’immigrazione dall’ Italia del Sud ha i ripreso i ritmi degli anni Sessanta. I risultati si vedono. La mafia, che prima non osava comportarsi come a Napoli e a Palermo, ormai si sente a casa. E agisce di conseguenza. Altro che paura dell’Islam: abbiamo le belve umane a due passi dal confine. E, grazie ai Bilaterali e a Schengen, ci aspetta un futuro radioso.
Un tempo, la mafia, la camorra e la n’drangheta presenti nel Nord Italia badavano a non esagerare. Anche se alcuni loro esponenti erano sparsi ovunque, grazie a quella genialata del “soggiorno obbligato” (lo Stato imponeva ad alcuni mafiosi di vivere in Padania, col risultato che i criminali potevano intessere i loro traffici senza macinarsi centinaia di chilometri), stavano attenti a non farsi notare troppo.
Se cercavano di imporre il “pizzo” a un lombardo, il lombardo chiamava la polizia. Se, a Milano, un immigrato entrava in un ristorante, non gli si serviva il limoncello, ma l’amaro Braulio, e si potevano sentire accenti e parlate - espressioni dirette di una mentalità mitteleuropea - che non lo facevano sentire a casa.
Provate ad andarci adesso, in un locale pubblico di Milano. È tutto un “minchia” “Salvatore!”, “aho”, “ci vediamo al centro”, "iamme iamme" E i mafiosi hanno cominciato a sentirsi a casa.
I milanesi, che un tempo si comportavano come l’amministrazione austriaca aveva insegnato ci si debba comportare in un Paese civile, ora sono italiani a tutto tondo, di quelli che passano col rosso, parcheggiano in terza fila, cercano di fregare quelli meno furbi di loro. E hanno cominciato a non vedere, non sentire e non parlare. Anche loro. Meglio farsi gli affari propri. Come in Sicilia, appunto.
Il risultato è che la criminalità organizzata di stampo mafioso presente in padania si è infiltrata da anni, e pesantemente, nel mondo degli affari, degli appalti, delle costruzioni, controlla intere aree, è in grado di influenzare le scelte di alcune amministrazioni locali. Succede così, quando un popolo tradisce se stesso.
L’apice, gli ex-lombardi, lo hanno raggiunto in questi giorni. Nella loro Terra, la n’drangheta è stata nelle condizioni di poter rapire una “collaboratrice di giustizia”. L’ha torturata per farsi dire cosa aveva rivelato ai magistrati. L’ha uccisa con un colpo di pistola. E l’ha sciolta nell’acido nelle campagne intorno a Monza.
Le mafie, insomma, hanno trasferito al Nord non solo i loro sporchi affari. Ma anche i loro metodi e la loro mentalità. Basti pensare alla “strage di Rozzano di alcuni anni fa (quattro morti e alcuni feriti). Rozzano, già, un altro comune dell’hinterland milanese dove la pressione dell’immigrazione dall’Italia del Sud ha fatto più danni che Al Quaida.
Veniamo a noi.
Questa gente vive e opera poco lontano dal nostro confine. Fa avanti e indietro come gli pare. Del resto le nuove norme internazionali sulla libera circolazione sono state un regalo coi fiocchi per certi gentiluomini. Anzi. Come hanno dimostrato le inchieste condotte alcuni anni fa dalla magistratura ticinese, ci sono famiglie di mafiosi italiani che fanno il bello e il cattivo tempo, anche da noi
Vogliamo parlare di Lamone e dei “Mesoracca boys”.? Non per niente, questi bell’imbusti hanno esercitato – parole della magistratura ticinese – il controllo del territorio (unico caso in Svizzera) proprio perché si sentivano a casa loro.
Vogliamo parlare degli arresti di due mafiosi, eseguiti nel Luganese poche settimane fa?
Sarà bene che la classe politica e gli imprenditori vigilino con attenzione. Molta attenzione. Del resto, l’allarme n’drangheta è apparso pochi mesi fa pure sui giornali ticinesi e confederati. Poi non se n’è saputo più nulla.
Vogliamo aspettare che si sciolga la gente nell’acido anche in riva al Ceresio?
A 50 km dal confine si scioglie la gente nell