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    Predefinito La settimana sociale dei cattolici italiani a Reggio Calabria

    Ciao gente, immagino che pochi di voi lo sapevano, magari incolpevoli e non informati dai media che come al solito ci considerano meno di zero quando si tratta di cose importanti e soprattutto, positive nel mondo cattolico.
    Ecco alcuni documenti su cui, secondo me, vale la pena riflettere:

    Reggio Calabria
    Giovedì 14 Ottobre 2010
    XLVI Settimana Sociale dei Cattolici
    “Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese”

    Prolusione
    Cardinale Angelo Bagnasco


    Un cordiale e rispettoso saluto ai Confratelli nell’Episcopato, all’Eccellentissimo Nunzio Apostolico, alle Autorità politiche, civili e militari presenti, a tutti voi, carissimi amici qui convenuti per un appuntamento che continua una lunga e feconda tradizione della Chiesa in Italia, quella delle Settimane Sociali dei Cattolici. Sono una modalità fra le plurime forme della presenza della Chiesa allo scopo di proseguire e tutto tondo la sua missione evangelizzatrice e, quindi, di servire il Paese. Anche la scelta di celebrare la 46° Settimana in questa antica Diocesi di Reggio Calabria-Bova è un segno dell’attenzione concreta che i Vescovi hanno verso il bene dell’amata Italia, ammirati e riconoscenti per le peculiari ricchezze di umanità e di fede presenti nel nostro meridione, e consapevoli della complessità di problemi vecchi e nuovi. E’ un’attenzione che segue e conferma il Documento dei Vescovi “Per un Paese solidale. Chiesa Italiana e Mezzogiorno”. Saluto e ringrazio la Conferenza Episcopale Calabra e in particolare S.E.Mons. Vittorio Luigi Mondello, Arcivescovo Metropolita di questa Chiesa Particolare, per la fraterna accoglienza e l’impegnativa ospitalità che ci ha riservato.

    Il nostro primo pensiero è per il Santo Padre Benedetto XVI che ci ha inviato un illuminante Messaggio e anche per questo atto di paterna attenzione gli esprimiamo filiale gratitudine. E’ questa un’assise ecclesiale, e pertanto il nostro affetto e la nostra devozione vanno a Lui, al Successore di Pietro, Pastore della Chiesa Universale, che conferma la fede apostolica e guida la Chiesa con il Magistero, la chiarezza della parola, il calore del cuore. Con estremo rispetto e filiale confidenza, ci sentiamo di dire che le parole scelte dal beato Card. John Henry Newman – “cor ad cor loquitur” - ci fanno pensare riconoscenti a Lui: sì, sentiamo che Benedetto XVI parla con profonda semplicità all’intelligenza, ma anche al cuore degli uomini: lo scalda con parole di verità.
    Anche al Signor Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rivolgiamo un pensiero di grato ossequio per il saluto augurale e i voti che ha indirizzato alla nostra Assise.
    Il tema della 46° Settimana Sociale è “Cattolici nell’Italia di oggi. Un’ agenda di speranza per il futuro del Paese”. E’ mio compito offrire, nei limiti del possibile, un quadro di riferimento, potremmo dire un orizzonte ermeneutico nel quale affrontare gli argomenti posti in programma. Ma anche in questo caso, la presunzione non è di essere esaustivo, bensì – come spero – il più possibile “essenziale”, nel duplice senso di essere ragionevolmente breve e, soprattutto, di riuscire a cogliere i principi più importanti nonché alcune questioni su cui si appunta l’attenzione odierna.

    1. Logos e Agape

    E’ utile ricordare, insieme ad Aristotele, che “ogni arte e ogni azione compiuta in base a una scelta mirano a un bene : perciò a ragione si è affermato che il bene è ciò cui ogni cosa tende” (Etica a Nicomaco, 1094a). Così pure è interessante rileggere Platone quando scrive che “l’idea del Bene è quella scienza suprema in riferimento alla quale le cose giuste e le altre diventano utili e giovevoli (…) E se noi non conosciamo questa scienza, anche se conoscessimo tutte le altre cose (…) a noi da questo non deriverebbe alcun vantaggio, così come non ne deriverebbe se possedessimo qualsiasi cosa senza il Bene. O credi che (…) si possano intendere tutte le cose senza il Bene, e non intendere per nulla il Bello e il Bene?” (Repubblica, libro VI, 505 a-b).
    Queste parole ci richiamano a due criteri generali: innanzitutto il fatto che ogni atto particolare non è mai concluso in sé, separato e isolato da un contesto più ampio. Ogni decisione non solo rivela un orizzonte di senso, un mondo concettuale e morale, ma lo conferma e rafforza. E questo non vale solo per il singolo individuo, ma anche per un gruppo e per la società nel suo insieme. La constatazione, che nasce dall’esperienza di ciascuno e dalla storia, non è di poco conto se pensiamo alla cultura contemporanea che sembra aver frantumato l’insieme per esaltare e assolutizzare la parte, le singole esperienze, temendo ciò che appare definitivo e totalizzante. Viene così teorizzato che ogni decisione ha valore in sé senza bisogno di contestualizzarsi, di relazionarsi a prospettive più ampie che mortificherebbero l’individuale personale e collettivo. Ciò corrisponde non solo ad una sensibilità solipsista, ma anche utilitarista, come se ciò che conta di una scelta sia il suo grado di consumazione e di utilità immediata.
    Ma c’è un secondo aspetto che viene indicato dai due Grandi: la distinzione tra beni e Bene. Non sempre, infatti, i beni particolari coincidono con il Bene vero a cui ogni uomo tende e che cerca magari inconsapevolmente. Aristotele si chiede quale sia il Bene vero e universale in ordine al quale le cose parziali acquistano il carattere di bene e di bello. Indagando la persona umana, egli vede che la sua attività più alta, che lo distingue da ogni altro essere, è il pensiero: esso è la facoltà che lo libera dal mondo sensibile non per negarlo ma per aprirsi all’universale, alle verità universali. Entrare in questo mondo significa prendere giusta distanza dai fini immediati, gustare la libertà pur dovendo affrontare i bisogni quotidiani, usare la ragione non solo in modo calcolatore, ma anche in modo più ampio, contemplativo per chiedersi non solo il come delle cose ma anche il perché e il dove, il senso di tutto. Quando l’uomo – ma anche una società – respira l’aria più fine del pensiero e vi corrisponde con uno stile moralmente coerente, vive ogni vicenda e ogni scelta particolare in modo diverso, più libero. In questo Aristotele percepisce la vera felicità. Credo che le considerazioni dei Grandi siano stimolanti e ci aiutino nella nostra riflessione: ci portano sul versante della sapienza, di quello sguardo sapienziale della vita e della storia, di se stessi e del mondo, che dona prospettiva, misura, ordine a ciò che viviamo. E senza del quale rischiamo di rincorre il dito indicatore ma di non guardare la luna, rischiamo di scambiare la parte con il tutto. Comprendiamo che questo sguardo di sapienza non dipende per nulla dai titoli di studio, ma dalla coltivazione della riflessione, dall’ascolto delle voci che salgono dalle cose e che sono udibili dalle anime ben disposte: “Ti ringrazio, Padre, perché hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli” (Lc 10,21). Credo che sia soprattutto questione di “ambiente”: una società saggia genererà uomini sapienti e sereni, una società ripiegata ed egocentrica genererà uomini miopi e infelici: tra i singoli e la collettività vi è sempre un circolo ermeneutico che non dobbiamo dimenticare.
    Lo Spirito Santo ha guidato la storia umana, le vie della ricerca e del pensiero, e le ha preparate alla pienezza dei tempi: Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio, si rivela al mondo come la pienezza del Bene e della Bellezza, come la Verità, il Logos eterno che dà luce al creato: “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,3). Dal momento in cui la Luce splende nelle tenebre e rende l’universo pieno di senso, le scelte dei cristiani, nella vita privata come in quella pubblica, non possono prescindere da Cristo, pienezza della Verità e del Bene. Non possono mettere fra parentesi la conoscenza della fede; non devono – come ricorda il Beato Antonio Rosmini – pensare la fede senza anche pensare nella fede. Non si tratta di imporre qualcosa a qualcuno, come diremo in seguito, ma di essere innanzitutto coerenti.
    Proprio perché il mistero di Cristo è il Logos, la risposta piena e definitiva alle domande ultime della ragione aperta, al bisogno di non scivolare sulle cose e di usarle malamente, ma di “intus-legere”, di entrarci dentro per conoscere e capire il loro essere e il significato, allora Egli non è un bene ma è il Bene, la vera felicità. Per questa ragione Benedetto XVI scrive: “Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia” (Caritas in veritate n. 78) e ancora: “Il Vangelo è elemento fondamentale dello sviluppo, perché in esso Cristo, ‘rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo’. Ammaestrata dal suo Signore – continua il Santo Padre – la Chiesa scruta i segni dei tempi e li interpreta ed offre al mondo ‘ciò che possiede in proprio: una visione globale dell’uomo e dell’umanità’ ” (ib 18).
    Ma lo stupore non è finito, e la commozione cresce quando ascoltiamo che il Logos è anche Amore: “Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose – il Logos, la ragione primordiale – è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore. In questo modo l’eros è nobilitato al massimo, ma contemporaneamente così purificato da fondersi con l’agape” (Benedetto XVI, Deus caritas est, 10). Il Logos eterno, dunque, non si rivela all’uomo come una gnosi superiore e fredda, ma come la Verità che è Agape, e quindi come Colui che illumina e, nello stesso tempo, si dona, risplende e riscalda, chiama e sostiene i passi dell’uomo mendicante di cielo e pellegrino nel tempo. Davanti alla Croce del Calvario, gli occhi del centurione si aprono ed egli vede all’improvviso l’epifania della Verità e dell’Amore.
    Tenendo fisso lo sguardo sul Logos-Agape, facciamo ancora un passo: la verità chiede di essere cercata con amore, non si dona se non nell’amore che la rispetta e a lei si dona: “Non intratur in veritatem nisi per caritatem” esclama sant’Agostino. Senza l’amore, infatti, è possibile costruire, con delle verità parziali, delle raffinate e devastanti menzogne. La storia ne è piena. Si tratta, dunque, dell’amore alla verità che chiede a colui che cerca la disponibilità ad arrendersi, ma anche dell’amore agli uomini, alla terra, per non piegare la verità parziali contro l’uomo.

    In questo mistero di Dio Logos e Agape, la Chiesa nasce e cresce: “canta e cammina” (sant’Agostino), guarda al Cielo e abbraccia la terra, annuncia la salvezza di Cristo e serve gli uomini sui passi del Maestro, il samaritano dell’umanità, cosciente di non dover essere un’agenzia di pronto soccorso, e che la sua presenza non può essere ridotta alle innumerevoli attività di carattere sociale. In realtà, queste sono i segni della carità evangelica. Se l’apprezzamento per questi doverosi servizi è vasto e proviene da ambienti diversi, non è questa però la missione primaria della Chiesa. Essa – come ricorda Sant’Ambrogio – è il “misterium lunae” chiamata a riflettere la luce di Cristo, sole dell’umanità. E’ inviata ad annunciare la speranza, il Signore Gesù, Colui che salva l’uomo dal male più grave, il peccato, e dalla povertà più triste, quella della mancanza di Dio. Essa è messaggera della salvezza, che si è compiuta sulla croce gloriosa, fino agli estremi confini della terra: confini estremi che sono quelli dei Paesi e dei continenti, ma anche quelli delle culture, delle molteplici situazioni di vita, gli intimi e a volte tormentati confini dell’anima.
    Proprio perché Dio illumina tutto l’ uomo, nasce una cultura: l’approccio con il mistero di Dio, infatti, dà origine a modi di vedere se stessi, gli altri, la vita e il mondo che, pur nelle diversità e tradizioni specifiche, possiedono principi comuni che generano ethos, cultura e civiltà. Ciò significa che il Vangelo non solo genera solidarietà, cosa facile da ammettere, ma ha anche qualcosa di proprio e di originale da dire per interpretare la storia e costruire una città più umana: “Tutta la Chiesa, in tutto il suo essere e il suo agire, quando annuncia, celebra e opera nella carità, è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 11). Aspettarsi che i cattolici si limitino al servizio della carità perché questa è un fronte che raccoglie consensi e facili intese, chiedendo invece l’afasia convinta o tattica su altri versanti ritenuti divisivi e quindi inopportuni, significherebbe tradire il Vangelo e quindi Dio e l’uomo.


    2. Cattolici e Società

    L’immagine evangelica del “sale della terra e della luce del mondo” (cfr Mt 5, 13-14) è un riferimento significativo che guida la presenza dei cattolici nella società. Comprendiamo che l’immagine del sale suggerisce lo stile dell'incarnazione, la discesa nella pasta della storia, per diventare vicinanza e condivisione con la vita di tutti. Mentre l'immagine della luce, della città posta sul monte, avverte che il discepolo – e la Chiesa nel suo insieme - si trova inevitabilmente davanti al mondo, e questo senza presunzioni ma anche senza timidezze. Esplicita questa duplice immagine un'altra parola evangelica, un altro paradosso: “l’essere nel mondo ma non del mondo” (cfr. Gv 17). Essere nel mondo richiama la logica del sale che s’immerge e condivide, mentre l’imperativo di non essere del mondo dice il modo per essere luce, città posta sul monte. Se i credenti, nei vari campi dell’esistere, conoscono solo le parole del mondo, non hanno parole diverse, allora sono omologati alla cultura dominante o creduta tale, saranno irrilevanti. Il punto non è la voglia di rilevanza, ma il dovere di servire: “la Chiesa – diceva Benedetto XVI nel Regno Unito – non lavora per sé, non lavora per aumentare i propri numeri e così il proprio potere. La Chiesa è al servizio di un Altro, serve non per sé (…) ma per rendere accessibile l’annuncio di Gesù Cristo, le grandi verità (…) La Chiesa non cerca la propria attrattività, ma deve essere trasparente per Gesù Cristo” (Benedetto XVI, Risposte ai giornalisti in volo verso il Regno Unito, 16.9.2010).
    Tornando all’immagine del sale e della luce, sembra essere un mandato presuntuoso e disperante. Ma in realtà racchiude non solo un criterio ma anche una grazia. Infatti, come possiamo noi essere sale e luce per il mondo? Non dobbiamo dimenticare che il vero sale della terra e la vera luce del mondo è Cristo, ed è guardando a Lui che il cristiano può essere sale e luce. Proprio nel momento in cui Gesù ci invia senza remissione nel mondo, Egli ci attira a sé in un modo ancor più irrevocabile, perché ci ordina ciò che è umanamente impossibile. E’ dunque la nostra inadeguatezza che ci rimanda a Lui e ci apre alla grazia con maggiore umiltà e fiducia. La fede, infatti, è vivere riferiti a Cristo, è intuire che noi esistiamo perché Dio vive; è esserne affascinati, ghermiti, posseduti. Ed è proprio questo vivere riferiti a Lui, presente nella Chiesa, che ci rende sale e luce per gli altri in ogni ambiente di vita, come ha ricordato il Convegno Ecclesiale di Verona (2006): in famiglia, negli affetti, al lavoro, nei momenti liberi, nei tempi gioia e della sofferenza, della malattia e della morte. Proprio per questo il Maestro non esorta i discepoli dicendo “siate” sale e luce, ma afferma perentorio che essi “sono” sale e luce, rivela cioè ciò che Egli ha fatto non solo “per” loro, ma “di” loro; non solo per noi, ma di noi! Senza questo primato della vita spirituale – che è la vita con Cristo nella Chiesa – non esiste possibilità di presenza dei cattolici ovunque siano nella società.

    3. Laicità e laicismo

    Nell’orizzonte della presenza della Chiesa nel mondo, emerge non di rado il discorso sulla laicità, che sembrerebbe a qualcuno di per sé incompatibile con ogni istanza di tipo religioso. Per ragioni di giustizia, bisogna dire che la laicità nasce con il cristianesimo: il mondo, in quanto creato da Dio, non è Dio e la grazia della redenzione suppone la natura umana. Il Concilio Vaticano II è stato esplicito al riguardo: “Molti nostri contemporanei sembrano temere che, se si fanno troppo stretti i legami tra attività umana e religione, venga impedita l’autonomia degli uomini, delle società, delle scienze. Se per autonomia delle realtà terrene intendiamo che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenze legittima, che non solo è postulata dagli uomini del nostro tempo, ma è anche conforme al volere del Creatore. (…) Se invece, con l’espressione ‘autonomia delle realtà temporali’ s’intende che le cose create non dipendono da Dio e che l’uomo può adoperarle così da non riferirle al Creatore, allora nessuno che creda in Dio non avverte quanto false siano tali opinioni. La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce. Del resto tutti coloro che credono, a qualunque religione appartengano, hanno sempre inteso la voce e la manifestazione di Lui nel linguaggio delle creature. Anzi, l’oblio di Dio priva di luce la creatura stessa” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 36).
    E’ del tutto evidente che la distinzione fino alla separatezza tra le due sfere, e il preteso confinamento della religione nello spazio individuale e privato, non appartengono alla visione né cristiana né religiosa delle cose, ma neppure alla ragione, semplicemente perché non appartengono all’uomo. L’uomo è uno in se stesso e non sopporta schizofrenie. Inoltre, la civitas mundi e la civitas Dei riguardano gli stessi “cittadini”, e quindi entrambe le civitas hanno come scopo il bene delle medesime persone: bene che, pur avendo differenti e specifiche nature nelle rispettive sfere, tuttavia non si escludono e non sono tra loro contradditori. Infatti, il bene supremo della vita eterna non ostacola il bene materiale dell’individuo e della società, al contrario lo promuove con iniziative sociali e umanitarie che la Chiesa pratica da sempre. Ma soprattutto lo promuove annunciando in Cristo Gesù la pienezza dell’umanità dell’uomo, e il criterio irrinunciabile della sua dignità integrale come misura di ogni progresso e bene immediato. Viceversa, se la civitas mundi ha come scopo il bene materiale e sociale dei cittadini in conformità a ciò che è la persona, non può disattendere la dimensione spirituale e religiosa poiché l’uomo è un essere religioso, e in quanto religioso è sociale: infatti egli porta in sé la traccia del Creatore che non è solitutide ma Trinità di Persone nell’unico Dio. Nella visione della fede cristiana è questa la ragione ultima, il principio euristico dell’antropologia che sta all’origine dell’ umanesimo plenario e della società che ne è ispirata. E’ di tutta evidenza l’impronta individualista che la cultura contemporanea propaga. Più che una persona, l’uomo è concepito come un individuo talmente centrato sulla propria assoluta autonomia che sembra diventato prigioniero di se stesso, una monade che vive accanto ad altre monadi, ma non insieme per fare comunità, popolo, casa. La casa non è solo tetto, ma è soprattutto relazione. La casa è necessaria, ma le buone relazioni sono la vera casa dove le ferite si rimarginano e le forze si rigenerano. L’uomo è sì un individuo – anche le pietre sono individuali - , ma la persona è un individuo in relazione con gli altri, sempre, anche quando non se ne accorge ancora o non se ne accorge più: “Il mondo moderno confonde semplicemente due cose che la sapienza antica aveva distinte: confonde l’individualità e la personalità” (J. Maritain, Tre riformatori, Brescia 1964, 26).
    Proprio guardando alla Trinità Santa, l’umanesimo cristiano ha potuto riflettere e comprendere, a differenza del mondo antico, che ogni uomo è prezioso in modo unico e che egli si compie solo con gli altri, in una rete di legami virtuosi di solidarietà che non è solo uguaglianza, ma fraternità. Egli deve rendersi conto e esperimentare che gli altri non sono soltanto un limite alla sua libertà, ma la condizione affinché possa vivere libero e felice. Questa rete di relazioni solidali non può essere comandata con la forza delle leggi, né imposta con delle riforme strutturali o organizzative, ma nasce dal di dentro di ciascuno, è il portato di una paziente, onesta, non demagogica opera educativa. E’ questo il senso della scelta dei Vescovi Italiani con gli Orientamenti Pastorali del decennio. Il compito educativo – che è parte integrante della missione della Chiesa – è urgente e delicato: richiede un rinnovato impegno di fiducia, entusiasmo e di alleanze virtuose per il bene non solo delle giovani generazioni, ma della società intera. Aiutare a comprendere e a ricordare, non solo ai ragazzi e ai giovani ma anche agli adulti, che la nobiltà e la maturità della persona passano attraverso la negazione continua dei propri egoismi, il dono di sé, la responsabilità, e che tutto questo e altro ancora richiede impegno e sacrificio, è un imperativo per tutti coloro che hanno a cuore l’uomo e la società, ma innanzitutto per i cattolici.
    Tornando al nodo di una laicità positiva, questa non può essere confusa né con la neutralità né con il laicismo. “Vi sono oggi alcuni – affermava Benedetto XVI nel Regno Unito – che cercano di escludere il credo religioso dalla sfera pubblica, di privatizzarlo o addirittura di presentarlo come una minaccia all’uguaglianza e alla libertà. Al contrario, la religione è in verità una garanzia di autentica libertà e rispetto, che ci porta a guardare ogni persona come un fratello od una sorella” (Benedetto XVI, Viaggio Apostolico nel Regno Unito, Omelia 16.9.2010).
    In questa sede, come cattolici che amano il loro Paese, auspichiamo che la laicità si guardi sempre dal degrado del laicismo: questo deve uscire dalla sua adolescenza e diventare una laicità vera e matura. Dovrebbe superare la sua autoreferenzialità e guardarsi attorno, alla realtà ampia del mondo, senza pregiudizi, presunzioni o paure. Non dovrebbe considerare con sospetto la religione, ma, al contrario, dovrebbe riconoscerla con simpatia come una sorgente per il bene comune senza, per questo, cercare di usarla in modo strumentale riducendola a “religione civile”. Questa operazione non sarà mai possibile, pur riconoscendo come un fatto positivo e necessario la ricaduta sociale della fede, il suo essere “sale e lievito” della storia e “luce del mondo”. E’ importante per tutti che il laicismo non si consideri il centro arrivato della storia, la forma più alta dello sviluppo del pensiero, la punta più avanzata dell’intelligenza umana. Il resto del mondo – che è la quasi totalità – guarda al laicismo, e alla sua voglia di costruire la città senza Dio, con meraviglia e diffidenza. In Europa non è il cristianesimo che ostacola il progresso, la democrazia, la pace; piuttosto sono le gravi incoerenze con la fede all’origine di distorsioni che in apparenza promuovono ogni libertà, ma che in realtà non assicurano il “ diritto a vivere non in una giungla di libertà autodistruttive ed arbitrarie, ma in una società che lavora per il vero benessere dei suoi cittadini, offrendo loro guida e protezione di fronte alle loro debolezze e fragilità” (ib).
    Non di rado si pensa che la vera laicità si riduca a rispetto per la religione, al benevolo riconoscimento del diritto di parola da parte della Chiesa. Questa posizione presenta elementi apprezzabili, ma è incompleta; infatti bisognerebbe aggiungere che la responsabilità politica per il bene comune non è incondizionata. Tanto il bene comune che la responsabilità politica includono la dimensione etica, hanno a che fare con il bene e il male morale: queste sono categorie costitutive dell’umano. Il bene o il male morale non sono indifferenti rispetto alle conseguenze che hanno sull’uomo, lasciano traccia: costruiscono o demoliscono ciò che l’uomo è per natura e che è inscritto nel suo stesso essere. Esso non è prodotto della cultura nel suo evolversi, ma – pur riconoscendo il fattore storico-culturale – l’uomo è un dato oggettivo, tant’è vero che oggi appartiene alla coscienza universale (quanto alla prassi?) l’uguaglianza di dignità e di valore di ogni persona a qualunque cultura e società appartenga. Dispiace constatare che qualunque dichiarazione la Chiesa faccia a riguardo dei valori morali, sia bollata da qualcuno di confessionalismo, come se si volesse imporre alla società pluralista una morale cattolica: “La questione centrale in gioco – afferma Benedetto XVI – è la seguente: dove può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche? La tradizione cattolica sostiene che le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione. Secondo questa comprensione, il ruolo della religione nel dibattito politico non è tanto quello di fornire tali norme, come se esse non potessero essere conosciute dai non credenti – ancora meno è quello riproporre soluzioni politiche concrete, cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione – bensì piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce sull’applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi. Questo ruolo ‘correttivo’ della religione nei confronti della ragione, tuttavia, non è sempre bene accolto, in parte perché delle forme distorte di religione, come il settarismo e il fondamentalismo, possono mostrarsi esse stesse causa di seri problemi sociali. E, a loro volta, queste distorsioni della religione emergono quando viene data una non sufficiente attenzione al ruolo purificatore e strutturante della ragione all’interno della religione. E’ un processo che funziona nel doppio senso. Senza il correttivo fornito dalla religione, infatti, anche la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa è manipolata dall’ideologia, o, applicata in modo parziale, che non tiene conto pienamente della dignità della persona umana. Fu questo uso distorto della ragione, in fin dei conti, che diede origine al commercio degli schiavi e poi a molti altri mali sociali, non da ultimo le ideologie totalitarie del ventesimo secolo. Per questo vorrei suggerire che il mondo della ragione e il mondo della fede – il mondo della secolarità razionale e il mondo della fede – hanno bisogno l’uno dell’altro e non dovrebbero aver timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà” (Benedetto XVI, Viaggio Apostolico nel Regno Unito, Discorso alle Autorità civili, 17.9.2010).

    4. La questione antropologica e l’unità dei cattolici in politica

    E’ in questa cornice dialogica che si pone la questione antropologica che è il cuore della società, dell’agire politico di tutti, a cominciare dai cattolici. Ed è il centro della Dottrina Sociale della Chiesa: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 75).
    Scopo della politica, infatti, è la giustizia che è un valore morale, un valore religioso. Ma anche la fede, nella sua missione salvifica ha a cuore la giustizia, quella giustizia che scende da Dio in Cristo e che rende l’uomo nuovo, capace di creare rapporti giusti e strutture eque nel mondo. La giustizia, nella riflessione di San Tommaso, significa la “ferma e costante volontà di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto”, “habitus secundum quem aliquis, constanti et perpetua voluntate, jus suum unicuique tradit” (II-II, q. 58, a.1). Ma cosa è dovuto a ciascuno, così che una società inadempiente possa essere considerata ingiusta e viceversa?
    Emerge, a questo punto, la necessità e l’urgenza di rispondere alla domanda che il secolo appena concluso ci ha lasciato: chi è l’uomo? Cos’ è l’umano? Ci sono dei riferimenti plausibili e concreti così che l’uomo si distingua dal resto del creato non in termini di sviluppo quantitativo, ma di differenza qualitativa? Potrebbe sembrare una questione oziosa, puramente accademica, in realtà la cronaca ci documenta e spesso ci sgomenta circa l’eclisse del senso comune, la confusione che pare regnare al riguardo e che ispira decisioni e comportamenti. Una visione dell’uomo che non sia aperta alla trascendenza, ma che cerchi di fondare se stessa, si rivela subito debole e fragile: può l’immanenza fondare se stessa? Può garantirsi di fronte alla violenza codificata? Solamente l’Assoluto, solo l’Incondizionato può fondare e garantire ciò che è limitato e contingente. Senza voler qui affrontare la questione, mi limito a ricordare quelli che il Santo Padre ha voluto chiamare “valori non negoziabili” in quanto stanno nel DNA della natura umana e sono il ceppo vivo e vitale di ogni altro germoglio valoriale. Il Santo Padre, dopo aver ricordato che “la verità dello sviluppo consiste nella sua integralità” (ib 18), afferma che il vero sviluppo ha un centro vitale e propulsore, e questo è “l’apertura alla vita”: infatti, “quando una società s’avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono” (ib 28). Insieme alla vita, da accogliere dal concepimento fino al tramonto naturale, Benedetto XVI indica la famiglia come cellula fondamentale e ineguagliabile della società, formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, e pone anche la libertà religiosa e educativa. Non è un elenco casuale, ma fondativo della persona e di ogni altro diritto e valore: senza un reale e non nominalistico rispetto e promozione di questi principi primi che costituiscono l’ “etica della” vita è illusorio pensare ad un’ “etica sociale” che vuole promuovere l’uomo ma in realtà lo abbandona nei momenti della maggiore fragilità. Ogni forma di fragilità chiede alla società intera di essere presa in carica per sostenere in ogni modo il debole e l’incapace: e questo “prendersi cura” nel segno della buona organizzazione, di efficienti strutture e della tenerezza relazionale, rivela il grado umanistico e civile della compagine sociale. Ogni altro valore, necessario per il bene della persona e della società – come il lavoro, la casa, la salute, l’inclusione sociale, la sicurezza, le diverse provvidenze, la pace e l’ambiente…- germoglia e prende linfa da questi. Separati dall’ accoglienza radicale della vita, questi valori si inaridiscono e possono essere distorti da logiche e interessi di parte. Di grande significato è anche la recente Dichiarazione del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee - composto dai Presidenti delle Conferenze di tutti i Paesi del Continente - a conclusione dell’Assemblea Plenaria a Zagabria all’inizio di ottobre: “Siamo convinti che la coscienza umana è capace di aprirsi ai valori presenti nella natura creata e redenta da Dio per mezzo di Gesù Cristo. La Chiesa, consapevole della sua missione di servire l?uomo e la società con l’annuncio di Cristo Salvatore, ricorda le implicazioni antropologiche e sociali che da Lui derivano.Per questa ragione non cessa di affermare i valori fondamentali della vita, del matrimonio fra un uomo e una donna, della famigli,a della libertà religiosa e educativa: valori sui quali si impianta ed è garantito ogni altro valore declinato sul piano sociale e politico” (Assemblea Plenaria CCEE, Zagabria 3.10.2010).
    Questi valori non sono divisivi, ma unitivi ed è precisamente questo il terreno dell’unità politica dei cattolici. E’ questa la loro peculiarità e l’apporto specifico di cui sono debitori per essere sale e lievito, ma anche luce e città posta sul monte, là dove sono. Su questa linea, infatti, si gioca il confine dell’umano. Su molte cose e questioni ci sono mediazioni e buoni compromessi, ma ci sono valori che non sono soggetti a mediazioni perché non sono parcellizzabili, non sono quantificabili, pena essere negati.
    Ed è anche questa la ragione per cui la Chiesa non cerca l’interesse di una parte della società – quella cattolica o che in essa comunque si riconosce – ma è attenta all’interesse generale. Proprio perché i valori fondamentali non sono solamente oggetto della Rivelazione, ma sono scritti nell’essere stesso della persona e sono leggibili dalla ragione libera da ideologie, condizionamenti e interessi particolari, la Chiesa ha a cuore il bene di tutti. Essa deve rispondere al suo Signore non ad altre logiche, nella fedeltà esigente al mandato ricevuto. Inoltre , come Pastori, non possiamo tenere solo per noi l’ incomparabile ricchezza che ci proviene dalla vicinanza concreta e quotidiana alla gente, cattolici o no, e che, direttamente e tramite i nostri sacerdoti, i consacrati, gli operatori laici, abbiamo la grazia di vivere. Le 25.000 parrocchie sparse per l’Italia, vero dono della bimillenaria storia cristiana, rappresentano la prossimità continua dell’amore di Dio per gli uomini là dove vivono, la condivisione della loro vita, la conoscenza diretta e discreta di angustie e speranze.
    E’ stato detto e ripetuto non in modo retorico né casuale che è auspicabile una nuova generazione di cattolici impegnati in politica. Ciò non vuol suonare come una parola di disistima, o peggio, per tutti coloro, e non sono pochi, che si dedicano con serietà, competenza e sacrificio alla politica diretta, forma alta e necessaria di servire il prossimo. A loro rinnoviamo con rispetto l’invito a trovarsi come cristiani nella grazia della preghiera, a non scoraggiarsi mai, a non aver timore di apparire voci isolate. Nessuna parola vera resta senza frutto. Ma, nello stesso tempo, auspichiamo anche che generazioni nuove e giovani si preparino con una vita spirituale forte e una prassi coerente, con una conoscenza intelligente e organica della Dottrina sociale della Chiesa e del Magistero del Papa, con il confronto e il sostegno della comunità cristiana, con un paziente e tenace approccio alle diverse articolazioni amministrative. Tutto s’impara quando c’è convinzione e impegno.

    Cari Amici, vi ringrazio per l’attenzione paziente e per la presenza che esprime amore al Signore Gesù e alla sua Chiesa, ma esprime anche la passione per l’Italia e la “res publica”. E’ l’ora di una nuova cultura della solidarietà tra società civile e Stato: se ogni soggetto - singoli, gruppi, istituzioni - fa la sua parte pensando innanzitutto non a quanto devono fare gli altri ma a ciò che spetta a lui, si rinnoverà uno stile, una prassi virtuosa che non significa scaricare responsabilità o manlevare da compiti, ma piuttosto dare concretezza ad alcune considerazioni che spero di aver offerto. La solidarietà deve avvenire a tutti i livelli tra loro e ciascuno al proprio interno: si può discutere e confrontarsi anche su cose gravi, ma è possibile un “confronto solidale” che è tale perché ha di mira non un interesse individuale o di parte, ma il bene armonico di tutti. In questa prospettiva, si potrà anche cedere, fare passi indietro, rettificare posizioni, ipotizzare sintesi migliori, ma non sarà mai perdere o sentirsi sconfitti: sarà sempre un andare avanti, perché andrà avanti il Paese. Un conclusivo, sentito ringraziamento, desidero rivolgere al Comitato preparatorio ed organizzatore delle Settimane Sociali, ed in particolare al suo Presidente, S.E. Mons. Arrigo Miglio. Il loro generoso e puntuale lavoro è stato sostenuto dall’amore alla Chiesa e alla nostra Italia. Nulla andrà perduto.
    Il Signore Gesù Cristo, Via-Verità-Vita, la grande Madre di Dio e nostra, siano luce e sostegno per i passi nostri e di tutti.


    Angelo Card. Bagnasco
    Arcivescovo Metropolita di Genova
    Presidente della Conferenza Episcopa
    Antifascista, cattolico-democratico, contrario al principio "destro" di "limite e conservazione" e sostenitore del principio di "non appagamento", dunque, di centrosinistra!

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    Predefinito Rif: La settimana sociale dei cattolici italiani a Reggio Calabria

    non ci siamo: è il solito fiume di chiacchiere vaghe e fumose.
    bisogna essere chiari e precisi:
    1) dire COSA si vuole di preciso
    2) dire COME raggiungerlo.

    punto e stop.
    sembra di leggere il programma del PD o peggio un discorso di Vendola...tante chiacchiere sul bene della società, solidarietà e altro fumo vario, zero di concreto.
    io francamente sono stufo di sentire il fumo.
    Ultima modifica di QUINTO; 25-10-10 alle 00:19
    Diciamo basta alla sinistra dei colpi di Stato e delle menzogne!

  3. #3
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    Predefinito Rif: La settimana sociale dei cattolici italiani a Reggio Calabria

    Citazione Originariamente Scritto da QUINTO Visualizza Messaggio
    non ci siamo: è il solito fiume di chiacchiere vaghe e fumose.
    bisogna essere chiari e precisi:
    1) dire COSA si vuole di preciso
    2) dire COME raggiungerlo.

    punto e stop.
    sembra di leggere il programma del PD o peggio un discorso di Vendola...tante chiacchiere sul bene della società, solidarietà e altro fumo vario, zero di concreto.
    io francamente sono stufo di sentire il fumo.
    Magari fosse il programma del PD!!! Dal tuo ragionamento superficiale si capisce perchè del pdl erano 4 gatti...
    L'obiettivo di dare un'agenda politica per i cattolici non sono altro che delle linee guida, un metodo o chiamalo come ti pare per operare nell'ambito del sociale, dell'economico e del politico. Non era un congresso di partito.
    Ultima modifica di Popolare; 25-10-10 alle 01:00
    Antifascista, cattolico-democratico, contrario al principio "destro" di "limite e conservazione" e sostenitore del principio di "non appagamento", dunque, di centrosinistra!

  4. #4
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    Predefinito Rif: La settimana sociale dei cattolici italiani a Reggio Calabria

    Lo stato dell’Italia:
    il presente che c’è, il futuro che ancora possiamo costruire

    Relazione di Lorenzo Ornaghi




    1. Un interrogativo come premessa: c’è il rischio di uno ‘spaesamento’ dei cattolici?
    Il cattolicesimo italiano, quando lo si consideri nel suo complesso (e nella sua complessità), da tempo sembra impigliato in un paradosso, tanto pernicioso quanto ingiustificabile. Qual è il paradosso? In termini semplificati lo descriverei così: pur nella consapevolezza di poter ancora disporre di una cultura e di idee appropriate alla soluzione dei problemi del presente, oltre che di strumenti d’azione meno invecchiati o improvvisati e di un’identità popolare meglio definita rispetto a ogni altra realtà di mera aggregazione o di partecipazione attiva e diretta alla vita del Paese, ci avvertiamo a disagio e sempre più spesso dubbiosi o disorientati – quasi ‘spaesati’ – rispetto allo stato attuale dell’Italia.
    Prendere coscienza di questo paradosso è necessario e utile, soprattutto se intendiamo considerare con realismo il molto che possiamo fare già oggi e per l’Italia di domani. È questo il motivo per cui ho deciso di collocare la registrazione del paradosso come premessa o linea di partenza delle riflessioni che mi appresto a svolgere e che – lo anticipo subito – avranno sempre in filigrana la seguente domanda: per quale causa, o per quale sorta di maledizione, ciò che ulteriormente può accomunare le tante ‘parti’ del Paese sembra ormai una meta senza valore, e ciò che si può fare in comune si va sempre più trasformando in una pratica di comportamento rifiutata, contrastata, o comunque ritenuta di second’ordine? Prima di incominciare le mie considerazioni, ho però da aggiungere alcune brevi notazioni sul paradosso.
    Pur consapevoli delle straordinarie e spesso impareggiabili risorse di cultura e azione collettiva, di cui ancora siamo in possesso, con frequenza ci sentiamo – dicevo poco fa – disorientati e quasi ‘spaesati’. Sul rischio di uno ‘spaesamento’ dei cattolici, Giorgio Rumi concentrò – com’è noto – alcune delle sue ultime, penetranti intuizioni. Di un tale rischio egli conosceva, da grande storico qual era, i fattori remoti e le tendenze più persistenti; ne individuava anche, al tempo stesso, le cause vicine e all’apparenza più contingenti. La scelta dell’aspro termine di ‘spaesamento’, più che da un cedimento al pessimismo, era pertanto dettata dal ragionamento. Sentirsi ‘spaesati’ allarma o incupisce in misura ben maggiore dell’avvertirsi a disagio o privi di un sicuro orientamento. Spaesati, non apparteniamo pienamente e fiduciosamente al luogo in cui siamo e intendiamo restare; spaesati, temiamo che la nostra stessa identità sbiadisca e si smarrisca, ovvero corriamo il pericolo di doverla più o meno artificiosamente irrigidire e forzare, affinché non venga alterata o emarginata. Quando ci si rende conto di essere disorientati e non si vuole restare immobili, con gli iniziali passi (pur incerti, e però obbligati) cerchiamo di trovare punti di riferimento noti o nuovi per la giusta direzione. Se lo spaesamento ci attanaglia, invece, il pericolo dell’immobilità diventa più forte e incombente. Insieme con questo pericolo, cresce anche quello di una progressiva insignificanza della nostra presenza in pressoché ogni forma di ‘spazio pubblico’.
    Spontanea sorge allora la domanda: le ragioni, agevolmente e oggettivamente riscontrabili, del senso di spaesamento derivano tutte o in grandissima parte dallo stato attuale dell’Italia, o invece lo spaesamento si nutre anche di cause interne al complesso (e, ripeto, alla complessità) del cattolicesimo italiano di questi ultimi decenni? Cercherò di rispondere alla prima parte dell’interrogativo, sapendo che in questo caso il compito mi è relativamente più facile. Lo stato dell’Italia, ossia la sua attuale condizione, può certamente avere analisi diverse e differenti letture interpretative. Oltretutto, viviamo una stagione politica sospettosa e spesso irriguardosa nei confronti di qualsiasi tipo di riflessione o valutazione: le riflessioni diventano meritevoli di attenzione quando inclinino, o sembrano mostrare apertura e favore, verso la maggioranza di governo piuttosto che l’opposizione (o viceversa), mentre le valutazioni sono ritenute buone o cattive a seconda della loro contingente spendibilità dentro la contesa partitica e il suo rispecchiamento mediatico. Per chiunque, insomma, è assai difficile impedire che il proprio giudizio venga immediatamente assorbito e schierato dentro o in appoggio a una parte politica.
    Nondimeno, un’analisi che intenda restare neutra rispetto agli schieramenti politici non solo è opportuna, ma anche necessaria. Con una tale analisi si possono individuare alcuni tratti fondamentali dell’Italia odierna, cogliendo nel contempo le più sotterranee tendenze di cambiamento. Lo stato dell’Italia mostra certamente caratteri specifici e continua a manifestare quelle che, per molti osservatori, sono le sue più antiche e insanabili anomalie. Ma in alcuni tratti e in molte trasformazioni non è per nulla difficile scorgere ciò che più avvicina e accomuna il possibile futuro del nostro Paese a quello delle altre democrazie europee. Lo spaesamento dei cattolici, in questo senso, non è troppo dissimile da quello che avvertono anche coloro che cattolici non sono o non si sentono. È infatti lo spaesamento conseguente alla convinzione o alla sensazione (poco importa quanto corrispondente, l’uno e l’altra, ai fatti della realtà) che la politica, dopo essere entrata così pervasivamente in ogni ambito della vita collettiva e anche individuale, non sia più in grado di offrire risorse e dare strumenti per cambiare in meglio le condizioni della società. Lo spaesamento di molti italiani rispecchia la perdita di senso – quindi, di significato e di chiara direzione – della politica odierna. Al tempo stesso, però, contribuisce ad alimentare quella situazione che non è improprio o eccessivo definire ‘stagnazione’ dei nostri sistemi politici.
    Ai rischi di una tale stagnazione dedicherò appunto la prima parte della mia analisi, per poi considerare, conclusa questa parte, quali passi – pur magari piccoli – siano indispensabili per preparare quel futuro di cui non solo possiamo, ma anche dobbiamo restare protagonisti.


    2. Rappresentazioni della politica nell’età della sfiducia
    Le democrazie europee – e naturalmente, fra queste, anche o particolarmente la nostra – a qualche studioso sempre più appaiono, come l’uomo di Robert Musil, «senza qualità». In una democrazia senza qualità la politica sembra guidata dalla stessa, unica e non dichiarabile finalità, che nell’opera di Musil orienta l’Azione Parallela, destinata al colossale e inutile programma di festeggiamenti per i settant’anni del regno di Francesco Giuseppe: far sembrare perenne ciò che si avvertiva come sempre più provvisorio, e far credere ancora riformabile ciò che già più non lo era, dilatando il presente e assorbendo in esso per quanto possibile le forme incerte o più inquietanti dell’immediato domani.
    Fuor di metafora, ciò che in Europa rischia di far stagnare i regimi democratici è proprio la politica. Ma – ecco la questione più intricata – siamo sicuri che le nostre ‘idee’ di politica non stiano diventando totalmente dipendenti da quella che è o appare la ‘realtà’ odierna della politica, così da trasformarsi nel miglior puntello a ogni tendenza, duplice e connessa in modo non contraddittorio, di pervasività crescente e di auto-chiusura, altrettanto crescente, della politica stessa? In termini differenti, seguitando con gli interrogativi: siamo sicuri che le attuali ‘rappresentazioni’ politiche non ci allontanino dal capire la politica ‘qual è’, ossia la politica nella sua storicamente mutevole, ma sempre presente, combinazione di istituzioni e idee, di comportamenti collettivi e condotte individuali, di aspettative generalizzate e ambizioni personali, di forze inerziali e spinte al cambiamento, di risorse da redistribuire il più o meno equamente o, invece, da accaparrare a vantaggio di piccoli gruppi o mutevoli cordate d’interessi? Soprattutto, siamo sicuri che tali rappresentazioni ci siano oggi utili per operare, e operare con successo o (almeno) efficacemente, nello spazio pubblico?
    Le attuali rappresentazioni della politica – vale a dire, la politica come viene percepita e valutata – sono almeno altrettanto importanti della politica effettuale. Ne sono diventate componenti costitutive, nell’identica misura in cui sta diventando parte rilevante della politica quella che Pierre Rosanvallon, nel suo libro dall’appropriato titolo La politica nell’era della sfiducia, chiama la «contro-democrazia».
    La «contro-democrazia» (o, se la formula coniata da Rosanvallon ci sembra azzardata e troppo ruvida, il sostanziale disinteresse o la refrattarietà nei confronti di ogni convinta adesione ai fini e forse persino ai valori della vita democratica) si va rapidamente allargando, da quando è incominciata a crescere esponenzialmente la sfiducia non solo nel ceto politico, ma anche e soprattutto – senza ingenuità e senza gli infingimenti di una mediocre retorica, chiamiamole correttamente così – nelle ‘virtù’ della politica quale strumento con cui migliorare le condizioni della nostra vita e di quella delle generazioni che verranno subito dopo noi. Quanto più le istituzioni democratiche nel loro ordinario funzionamento e le azioni (o decisioni) del ceto politico sembrano incapaci o impossibilitate a contrastare e correggere le immagini ‘negative’ della politica, tanto più si allarga la frattura tra i cittadini e chi, essendo rappresentante e volendo essere sentito come rappresentativo dei propri elettori, ai diversi livelli di stratificazione politica ci governa o ambisce a farlo. Mentre, da un lato, governo e opposizione risultano ordinariamente «più motivati dal timore di evitare la critica per aver sviluppato una data politica, che mossi dalla speranza di essere popolari lanciandosi in grandi riforme», dall’altro i cittadini-elettori tendono a essere normalmente «più sensibili ai rischi di veder peggiorare la propria situazione che alle possibilità di vederla migliorare». La «contro-democrazia», di conseguenza, proprio con l’erodere progressivamente la necessaria distanza fra le istituzioni democratiche e la società, dà forma e vita – sono ancora osservazioni di Rosanvallon – a «una sorta di contro-politica fondata sul controllo, l’opposizione, l’umiliazione di quei poteri che non si ha più la voglia di far oggetto prioritario di conquista».
    Vale la pena di rileggere le ultime parole dell’osservazione dello studioso francese, non facendosi impressionare – anche in questo caso – dalla loro asprezza. Constatare che oggi la contro-politica quantomeno banalizza, se non addirittura umilia, «quei poteri che non si ha più la voglia di far oggetto prioritario di conquista», ci richiama infatti a una semplicissima verità, che tendiamo a rimuovere o abbiamo dimenticato: non c’è azione propriamente politica che non comporti la «conquista» del potere. Al crudo termine di ‘conquista’ potremmo sostituirne altri meno rozzi o più confacenti, a partire da quello di ‘competizione’ per il potere. Ma il punto da non sottovalutare è che nessun sistema democratico – aggiungo e preciso: nessuna democrazia esposta ai rischi della crescente stagnazione della politica – può sopportare a lungo che i suoi ‘poteri’ vengano banalizzati o umiliati, in quanto non solo ritenuti meri strumenti di una lotta tutta interna alla politica, ma anche e soprattutto considerati ormai inessenziali, se non addirittura di ostacolo, alla vita e al miglioramento della società.


    3. Conglomerati di potere, gruppi oligarchici e domanda inevasa di rappresentatività politica
    Il potere o i poteri della politica stanno conoscendo una stagione di profondi cambiamenti. Alla sua superficie, persino quell’‘unitarietà’ del sistema dei poteri maggiormente formali perché istituzionali, fondata sulla Costituzione e garantita nei suoi equilibri dalle regole della democrazia, sembra scomporsi e talvolta disperdersi. Nel contempo, la pervasività della politica pare produrre una ‘feudalizzazione’ di poteri, la cui concatenazione finisce con l’avere il principale criterio di riconoscibilità, se non di piena legittimazione, nella riconduzione verticale a leadership sempre più personali e personalizzate. Sotto la scorza di una tale frammentazione, lo sappiamo, sono all’opera tendenze di mutamento ben più rilevanti e spesso secolari. Il protettivo ‘guscio’ territoriale dello Stato, congiuntamente alla fictio della sua sovranità, e la perfetta recinzione della politica dentro le istituzioni della sintesi statale, con il corollario della ‘impersonalità’ nell’esercizio del potere di comando, da tempo hanno subíto trasformazioni irreversibili. E, anche quando la ‘moderna’ forma di organizzazione statale del potere pretenda di rivendicare ancora una sua ‘esclusività’, persino nel campo ‘interno’ della politica domestica i poteri dello Stato devono sempre più fare i conti con la crescente dimensione internazionale di tutta una serie di processi economico-finanziari, sociali, culturali, tecnologici. Il portolano su scala mondiale dei poteri è incompleto e provvisorio. E a costringerci a ridisegnarlo, con aggiornamenti continui o correzioni, è appunto ciò che chiamiamo ‘globalizzazione’, con i suoi nuovi assetti geo-politici e geo-economici, con i suoi differenti scenari e i suoi protagonisti antichi o nuovi, dai quali dipendono sempre più la produzione e la ripartizione ‘materiale’ dell’astratta realtà del potere. In sostanza, la frammentazione e la dispersione del potere (più o meno effettiva, quest’ultima, che sia) storicamente conseguono, e sono via via scandite, dal trasformarsi di quel ‘particolarismo’ politico che ha preso forma nella ‘moderna’ forma europea di organizzazione statale del potere e che viene ora incalzato dai molteplici fenomeni di ‘universalismo’ di cui è appunto intessuta la globalizzazione.
    I nuovi gruppi di potere – spesso, le concentrazioni più forti di potere – nascono e fioriscono in queste aree di intersezione o interferenza tra ‘esterno’ e ‘interno’, dove più profittevole (o agevole) è l’uso di risorse sovranazionali e dove maggiore è il gioco di spinte e contro-spinte tra universalismo e particolarismo. Intanto, però, dentro i loro confini tutti i regimi democratici – e, di nuovo, lo stato dell’Italia può considerarsi paradigmatico – s’infittisce la rete e si consolida il potere delle oligarchie. L’esercizio di potere più o meno visibile (ma quasi sempre incertamente verificabile e quasi mai controllabile) e l’influenza crescente delle ristrette minoranze oligarchiche – dalle oligarchie del denaro a quelle della comunicazione o di ogni altro ambito dove gli interessi economici o sociali tendono quasi esclusivamente a dominare o contrastare altri interessi saldamente organizzati – certamente svuotano alcune delle principali promesse (e premesse) della democrazia, sempre più inquinando o corrompendo il corretto e ‘normale’ funzionamento di quest’ultima. La politica dei regimi democratici produce ormai oligarchie, e non di rado ne consente la mimetizzazione, in misura addirittura maggiore di quanto non capitasse nei regimi politici pre-democratici. Basterebbe imbrigliare gli odierni poteri oligarchici, per ritrovare e bene usare quel ‘potenziale di sviluppo’, che ancora c’è e non è poco, della democrazia? Temo di no. Ed è per questo motivo che, pur consapevole dell’insistenza con cui diversi osservatori richiamano ai pericoli di una crescente oligarchizzazione del nostro Paese, interconnessa e del tutto funzionale alla tendenza – anch’essa presente in pressoché tutti gli odierni regimi democratici – verso la personalizzazione populistica della leadership di vertice, ritengo più utile soffermare l’attenzione su quello che sta diventando un elemento incurabile dello stato dell’Italia: vale a dire, la caduta sempre più vertiginosa di rappresentatività. Dopo aver considerato pur brevemente questa ulteriore ‘costante’ del presente che c’è, richiamerò un ultimo processo, la cui esatta comprensione è essenziale – a mio giudizio – non solo per delineare il futuro che possiamo costruire, ma anche per indicare in quali luoghi e con quali modalità la presenza politica di noi cattolici possa essere attiva, rilevante, mai ‘spaesata’. E sarà costituito, quest’ultimo aspetto dello stato presente dell’Italia, da quella somma di processi racchiusi nella controversa e però non più aggirabile questione del federalismo.
    Che la caduta di rappresentatività sia veloce e sempre più pericolosa, ce ne rendiamo conto da tempo per una folla di grandi o minuscoli (e però significativi) segnali. Ce ne accorgiamo dalle nostre reazioni psicologiche o umorali (sempre meno individuali e sempre più estese collettivamente) a ciò che le quotidiane cronache – non importa qui valutare quanto infedelmente – della politica e del ceto politico raccontano e rendicontano. D’altro canto, neanche le più esasperate partigianerie possono bilanciare il fatto che indifferenza o rassegnata acquiescenza accompagnano con sempre maggiore intensità non solo lo svolgersi delle vicende politico-partitiche, ma persino le fasi di tornata elettorale. Agglomerare gli umori sembra più premiante del far convergere opinioni o aggregare un consenso durevole perché convinto. Il gesto del voto sta così diventando, per molti, una scelta di terz’ordine. E, quanto più ci si sente distanti o irritati da questa situazione della politica, tanto più rischiano di rivelarsi alla fin fine inadeguate persino le proposte tecnicamente migliori di riforma del sistema elettorale. Su queste riforme, non meno che su quelle costituzionali o istituzionali, grava ormai la cappa della radicata persuasione che, più che al generale interesse del Paese, servano come strumento di regolazione di una competizione, o lotta, tutta interna al ceto politico e al gioco dei suoi contrastanti interessi di partiti o fazioni. Le rappresentazioni più negative della politica, in tal modo, finiscono col rovesciare o vanificare quell’argomento che, sostenuto con forza da Albert O. Hirschman, nel suo ultimo libro – L’economia giusta – Edmondo Berselli richiamava e riassumeva così: «in ogni condizione c’è una riforma possibile».
    Ogni riforma elettorale o costituzionale, per essere realmente ‘utile’ e per essere sentita come tale, non può non avere tra i suoi obiettivi primari quello di bloccare e invertire il deficit crescente di rappresentatività. Di rappresentatività, aggiungo e preciso, politica. Associazioni, movimenti, enti e corpi intermedi, forme e organizzazioni di volontariato, in cui si sentiamo sufficientemente o soddisfacentemente rappresentati, sono oggi più numerosi che in passato. Per molti aspetti, anzi, proprio queste fonti diffuse di rappresentanza sociale hanno compensato la caduta di rappresentatività politica, impedendo che si producesse un cortocircuito nel sistema complessivo di credibilità (e di legittimazione sostanziale) del Paese. Bloccare e invertire la caduta di rappresentatività politica, credo, sarà – prima ancora che impossibile o assai poco probabile in queste condizioni – del tutto inutile, se ogni tentativo in una tale direzione non terrà conto del fatto che sono principalmente le rappresentatività sociali a poter ridare vitalità alle tradizionali forme di rappresentanza politico-partitica. Come lo sguardo sul futuro prossimo della democrazia sarebbe incerto o affetto da miopia, se non riuscisse a ricomprendere tutto ciò che va sotto il nome antico ma ancora non inappropriato o inattuale di ‘democrazia economica’, così il deficit di rappresentatività politica non riuscirebbe mai a essere adeguatamente affrontato, quando si continuasse a considerare la rappresentanza sociale in termini ‘naturalmente’ subordinati (e del tutto strumentali) al generale primato della rappresentanza politico-partitica. A spingere, seguendo una tendenza di fondo, verso forme nuove di articolazione tra i due tipi di rappresentanza, è la fuoriuscita della politica – lo dimostrano appunto i processi, or ora considerati, di frammentazione e incerta identificazione dei poteri e di consolidamento delle oligarchie – dalle tradizionali recinzioni dello Stato e dei sistemi di partito che si sono ubicati dentro, e spesso sopra, le istituzioni statali. Ma, a far crescere la necessità di queste forme nuove, meno asimmetriche e più paritarie di articolazione tra le due rappresentanze, è soprattutto il dislocarsi – anch’esso ormai irreversibile – del confine tra ciò che sino a poco tempo fa pensavamo essere ‘politica’ e ciò che sembrava ‘non politica’. Alla dislocazione in atto lungo un tale confine presterò la dovuta attenzione tra poco, anche perché proprio da qui possono incominciare i primi, piccoli passi di un nostro impegno pubblico, rinnovato e più unitario. Ora ho invece da concludere la parte sullo stato dell’Italia, guardando ai gravi rischi insiti negli attuali, crescenti divari territoriali.


    4. L’orizzonte possibile del federalismo
    Un federalismo bene inteso e correttamente applicato costituisce la principale e forse ormai unica soluzione alle lacerazioni che, anziché comporsi, spesso si allargano e moltiplicano tra il Nord e il Sud dell’Italia. Un federalismo ideologicamente inteso e realizzato è inevitabilmente destinato a spezzare l’unità sostanziale del nostro Paese. Le due affermazioni simmetriche, nella loro autogiustificazione, sono all’apparenza scontate e ridondanti. Ma forse conviene partire da esse per cercare di far luce su una questione tanto più arruffata, quanto più formulata sulla base di pregiudizi e impostata in termini schematicamente conflittuali.
    Tutti gli indicatori a disposizione – inerenti aspetti macroeconomici, del welfare e del lavoro, dell’istruzione – evidenziano tra il Nord e il Sud squilibri territoriali di carattere strutturale, rimarcando in specifico deficit e carenze nell’offerta e nella qualità di servizi rilevanti e spesso essenziali per il benessere della popolazione e per lo sviluppo economico delle aree territoriali del Meridione. È questa la realtà da cui, pur tenendo conto di alcuni suoi aspetti contraddittori e di alcune differenziazioni ‘interne’, occorre partire per valutare il federalismo come possibile composizione politico-istituzionale di una frattura che sempre più incombe sull’intero Paese. E che sempre più condizionerà non solo le prossime configurazioni dei partiti e i loro bacini di ricerca del consenso elettorale, ma anche, alla fin fine, le residue probabilità di non cadere definitivamente nella stagnazione dell’attuale politica, seppur dopo un tempo che è difficile prevedere quanto possa essere lungo o, all’opposto, assai breve.
    In un suo recentissimo lavoro, Luca Ricolfi, dopo aver indicato vuoti e limiti dei dati ufficiali, introduce quattro concetti-chiave attorno ai quali articolare un differente schema di contabilità nazionale: «il concetto di parassitismo netto, che permette di misurare il grado di dipendenza di un territorio dalla spesa pubblica corrente; il concetto di reddito comandato, che permette di valutare il grado di esosità del fisco; il concetto di spreco, che permette di valutare la dissipazione delle risorse pubbliche, e quindi l’output effettivo della Pubblica Amministrazione; e infine il concetto di potere di acquisto locale, che permette di confrontare i consumi effettivi di territori caratterizzati da differenti livelli dei prezzi». Fatte le misurazioni e valutazioni, il quadro che ne esce è tanto realistico, quanto desolante. Possiamo ragionevolmente ritenere che questo stato di divario crescente fra Nord e Sud possa protrarsi a lungo, senza produrre conseguenze irreparabili? Personalmente penso di no. E sono anzi convinto che un federalismo autenticamente «solidale» – come ebbe a indicare, già quasi quindici anni fa, un documento della Diocesi di Milano – potrebbe avere due importanti effetti positivi per il futuro che si intende costruire. In primo luogo, richiamerebbe sia il Nord sia il Sud (i loro abitanti, le loro più consolidate rappresentanze sociali, le loro classi dirigenti più ‘locali’) a far crescere e praticare quella virtù della ‘responsabilità’ – spesso evocata e raramente praticata – non solo nei confronti dell’intero Paese, ma anche rispetto a se stessi: ‘pensare (e provvedere) a se stessi’ – responsabilmente, non egoisticamente, e quindi in un convinto orizzonte solidale – si rivelerà decisivo per la nostra intera comunità nazionale, quantomeno allo scopo di non rannicchiarci, perché impauriti dalle innovazioni che ci verranno richieste dalla competizione internazionale e dagli inediti universalismi della globalizzazione, nella mera gestione del presente e nella sempre più difficoltosa ‘conservazione’ di ciò che sembra meglio, o meno peggio, fra l’esistente. In secondo luogo, per essere applicato con successo, un federalismo solidale comporterà di necessità la formazione e il radicamento di un ceto politico che, se vorrà essere realmente ‘territoriale’, dovrà saldamente raccordarsi alle diffuse rappresentanze sociali e – in ognuna di quelle ‘politiche pubbliche’ che sono sempre più complesse, anche perché sempre meno generalizzabili a ‘tutti’ e sempre più faticosamente ‘distributive’ – dovrà operare in comune con esse.
    Lavorare già da oggi al futuro che ancora possiamo costruire richiede ai cattolici italiani, credo, l’intelligenza e la capacità di individuare e curare i ‘luoghi’ – ambientali e generazionali – in cui sta crescendo, pur magari indistinta, la domanda di sentirsi ascoltati e politicamente rappresentati. Richiede l’intelligenza e la capacità di saper collegare e magari aggregare tutte quelle ‘aree’ dove, subito sotto la superficie delle odierne rappresentazioni della politica, maggiormente si condensa il bisogno di una risposta – ‘pubblica’, anche perché autenticamente ‘popolare’ – alla necessità crescente di non essere soli, di sentirsi uniti ad altri, di pensarsi ed essere realmente soggetti ‘partecipanti’ delle politiche, anziché destinatari generici e passivi. Richiede, infine e particolarmente, un rinnovato impegno a far crescere la classe dirigente dell’incombente domani, ad attrezzare già nei ‘luoghi’ dell’amministrazione e della rappresentanza – con una educazione specifica e non generica – alle competenze indispensabili per la politica, a preparare i giovani all’esercizio di quella leadership che difficilmente può essere inventata e mai improvvisata. Molto opportunamente le pagine introduttive del Documento preparatorio di questa Settimana Sociale ci ricordano quanto frequente sia il monito di Benedetto XVI, e quanto spesso venga richiamato dal Cardinale Presidente della Conferenza episcopale italiana, sull’urgenza di lavorare alla formazione di una «nuova generazione» di credenti capaci di assumere e di bene esercitare responsabilità pubbliche nella vita civile e in quella politica.
    Sono in tal modo giunto alla parte conclusiva di questa relazione. E, dopo le ultime considerazioni in cui mi riallaccio a riflessioni già svolte in una recente circostanza, brevemente ritornerò sull’interrogativo che mi auguravo si potesse vedere in filigrana lungo l’intera relazione: ossia, che cosa rende talmente difficile da sembrare impossibile o inutile, oggi, lavorare ‘in comune’? Lo farò, al termine di una notazione che avverto ora come doverosa, e che contemporaneamente è (per dire, un po’ scherzosamente, così) ‘metodologica’ e ‘politica’.


    5. Lavorare insieme, guardando al futuro
    Guardare al futuro che possiamo ancora costruire non significa affatto mettere tra parentesi i piccoli o grandi problemi del presente. Né l’aver or ora sottolineato la necessità del nostro impegno nel campo della preparazione di leadership per il domani è, per i tempi mai brevi che una simile educazione comporta, l’ennesima fuga in avanti. Non è più stagione di fughe in avanti. Men che meno, è stagione in cui ripetere sempre più stancamente gli stereotipi di rimpianto consolatorio o gli alibi del crescente spaesamento politico di una consistente parte dei cattolici. I problemi del presente richiedono certamente giudizi franchi e valutazioni differenti o anche contrastanti. Con altrettanta certezza, sollecitano un nostro contributo fattivo e scevro (per quanto possibile) da preconcetti, sia esso – per riprendere questioni già accennate – sul federalismo, sulla riforma elettorale, o sulla scuola e su tutte le quotidiane traduzioni di un welfare che per un tempo imprecisabile sarà costretto a fare i conti con risorse limitate. Ma le nostre valutazioni e il nostro contributo, anziché – ecco la nota di metodo – restare chiusi nel presente rivelandosi incapaci di oltrepassare le attuali contrapposizioni partitiche-politiche, devono guardare e orientarsi al futuro che noi intendiamo costruire. Tutta la straordinaria storia e l’altrettanto straordinaria capacità di pensiero e azione del ‘cattolicesimo politico’ hanno conosciuto i loro momenti più alti, quando – dentro lo svolgersi delle vicende, non di rado drammatiche, del Paese – il vigore e il rigore dell’aggettivo (‘politico’) hanno saputo trarre continuo alimento dai valori fondamentali e dai caratteri essenziali del cattolicesimo. Pur stando dentro la politica di oggi, al futuro che intendiamo costruire dobbiamo guardare con una visione che è innanzitutto – e genuinamente – ‘cattolica’. Questa, mi sembra, è anche l’anima del Progetto culturale orientato in senso cristiano, promosso e attuato dalla Chiesa italiana. Senza una tale visione genuinamente cattolica, ogni pur rinnovata forma della nostra presenza pubblica e politico-partitica (trasversalmente ai partiti, o anche – in termini quantitativamente prevalenti – dentro un solo partito) diventerebbe una mera ‘parte’ fra la pluralità delle parti, destinata, più che a ‘contare’, a essere contata.
    Credo di potermi immaginare non poche delle possibili obiezioni a questa mia osservazione. E penso anche di conoscere, sulla base della storia più recente del cattolicesimo italiano, quali e quante possano essere le difficoltà – già tra noi – di tradurre in atto una simile indicazione. La strada, a mio giudizio, è però obbligata.
    Non diversamente dalla nostra e dalle società europee, che già da lungo tempo sono ‘al plurale’, anche gli Stati – sotto la spinta, soprattutto, del sistema internazionale e degli universalismi della globalizzazione – sempre più saranno ‘al plurale’. Ciò che – ormai cento anni fa, nel suo discorso inaugurale dell’anno accademico 1909-1910 all’Università di Pisa – Santi Romano lucidamente registrava e connetteva a una «specie di crisi dello Stato moderno», ossia il moltiplicarsi e fiorire con vita rigogliosa ed effettiva potenza di «una serie di organizzazioni ed associazioni, che, alla loro volta, tendono ad unirsi e collegarsi tra loro», secondo le scansioni di una tendenza di lunga durata ci ha condotto a quella redistribuzione di poteri e a quella rete di rappresentanze sociali, descritte poco fa.
    Ma la strada è obbligata per un’ulteriore ragione. Accanto alle trasformazioni della ‘moderna’ organizzazione statale del potere (e forse ancor più importante, oggi, di simili trasformazioni), soprattutto il dislocarsi del confine tra politica e ciò che tradizionalmente sembrava non dover pertenere al campo politico ci chiede di operare nelle contingenze del presente, guardando di necessità al prossimo futuro. Veniamo da un secolo in cui la politica si è fatta sempre più invadente. Quasi per sua stessa ‘natura’, la politica – anche quando non invada massicciamente la sfera economica o sociale – tende comunque a essere ‘pervasiva’. Lo è stata nei millenni di storia a noi nota. Come non vi è questione che abbia storicamente goduto, o possa oggi fruire, di una garantita ‘indifferenza’ (o del riconoscimento di una perenne ‘irrilevanza’) da parte del potere politico, così l’area politica frequentemente si estende ad altri ambiti della condotta umana, sino talvolta a pretendere di inglobarli in sé. Richiamare taluni di questi ambiti – dalla religione all’etica, dall’economia e dalla salute all’ambiente – serve non solo a sottolineare quanto sia critico questo confine, ma anche e soprattutto ad ammonirci come nei confronti della pervasività della politica le reattività collettive di natura culturale-sociale (e, in particolare, le acquiescenze o le pronte disponibilità) siano variabili nel tempo e sempre oscillanti, oggi in particolare, con facilità.
    Per sottrarsi ai rischi di stagnazione della politica, e per far crescere la ‘sostenibilità’ stessa dei regimi democratici (ossia la loro capacità di durare, senza farsi corrodere troppo dall’usura del tempo), decisiva sta appunto diventando la dislocazione di alcune linee del confine tra la politica e ciò che direttamente non le pertiene. È soprattutto il caso, per esempio, del dislocarsi del rapporto tra politica e quella che per l’antropologia del filosofo Helmuth Plessner sarebbe stata la parola (e la questione) chiave dal Novecento in poi: vale a dire, la ‘vita’. La politica, negli odierni regimi democratici, viene ‘scossa’ da tutti quei valori della vita della singola persona e della collettività che antecedono, e per natura eccedono, ogni principio e contenuto del ‘materiale’ bene-essere, sia esso individuale o invece condiviso da strati sociali più o meno ampi. Per parte loro questi valori, ritenuti per lunghissimo tempo ‘neutri’ rispetto a quelli scolpiti in cima alle tavole di legittimazione della democrazia (o, almeno, scarsamente influenti rispetto allo svolgimento e all’esito della competizione democratica) alimentano forme di consenso e reale aggregazione non facilmente e mai interamente orientabili dai partiti, proprio perché esterne e sempre più estranee a ogni schema di base su cui restano costruite le ideologie di questi ultimi. In termini pressoché identici a quelli acutamente individuati da Ernst-Wolfgang Böckenförde, secondo cui «lo Stato liberale, secolarizzato, vive di presupposti che esso di per sé non può garantire», anche la democrazia, infatti, vive di ‘ragioni’ (e di ‘valori politici’) che senza un ancoramento antropologico essa riesce, di per sé, a garantire con sempre maggiore difficoltà.
    Del resto, proprio l’assenza di una tale base antropologica genera anche molte delle cause della frattura tra etica e politica. Regole e comportamenti etici, pur nel caso – non così frequente – che non vengano soltanto retoricamente o interessatamente invocati, riescono a essere un rimedio provvisorio del malessere della democrazia. E lo saranno, fintantoché la cosiddetta ‘etica pubblica’ resti confinata all’esterno della politica, in quella sfera sociale che è peraltro sempre esposta alla pervasività della politica e alle sue tendenze di corrompimento. Ogni volta – occorre aggiungere – che l’etica non sia ‘costitutiva’ della politica, anche la sfera sociale è più debole nell’affermare la sua eticità complessiva, così come più gravoso e pubblicamente assai meno efficace è l’operare eticamente dei singoli che la compongono. Nel suo rapporto di distinzione-contrapposizione rispetto alla politica, allora, la sfera sociale sembra costretta a dover ricorrere alla manifestazione degli umori non più trattenibili e dei sentimenti più o meno esasperati, anziché far valere il rispetto del suo ethos autentico e della sua più profonda identità.
    Di nuovo: non ci servono dichiarazioni d’impegno retoriche o fughe in avanti. Occorre invece che cominciamo a muovere i primi, piccoli ma indispensabili passi. E che li muoviamo con un lavoro insieme. Un lavoro in comune con tutte quelle ‘parti’ della società disponibili a perseguire un obiettivo – un ‘bene’ autentico – più alto degli interessi frazionali. Un lavoro insieme, prima e soprattutto, tra noi. Ci sarà meno difficile se, con uno scatto di orgoglio, scioglieremo il paradosso dalla cui registrazione ho preso avvio per queste riflessioni. Solo così abiteremo ogni ‘spazio pubblico’, con la convinzione e la responsabilità di dovere e sapere impiegare al meglio i talenti di cui in abbondanza disponiamo.
    Antifascista, cattolico-democratico, contrario al principio "destro" di "limite e conservazione" e sostenitore del principio di "non appagamento", dunque, di centrosinistra!

 

 

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