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Discussione: Elogio dei disertori

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    Predefinito Elogio dei disertori

    https://sebastianoisaia.wordpress.co...la-diserzione/

    Sebastiano Isaia -- ELOGIO DELLA DISERZIONE

    Scrive Marina Corradi sull’Avvenire di oggi: «Abbiamo ancora negli occhi le code dolenti dei profughi ucraini in marcia verso Occidente, in primavera. Eppure, ora è diverso. I giovani russi non fuggono da città sventrate, fuggono perché non vogliono andare al fronte: mentre il regime ormai li manda a cercare, casa per casa. E loro in questa guerra non credono, né nelle parole di Putin che li incita a partire. Per cosa? Per la gloria, per il potere della Russia? Non credono a nulla di tutto questo. Sanno di essere solo pedine da sacrificare in un cinico gioco. Ma in queste colonne di ragazzi russi che partono, a volte anche con i figli bambini, non c’è forse una traccia di tempi nuovi? Ancora nell’ultima guerra la parola “disertore” aveva un sapore ignobile. E in quella precedente i ragazzi che non volevano essere gettati in spaventose carneficine venivano fucilati sul campo. “Disertori”: e non se ne parlava più a casa, nelle famiglie. Disertore, era una indicibile parola. Del resto da sempre la cultura popolare era intrisa di questo senso dell’”onore”, del dovere andare a uccidere e a morire. “L’armata se ne va, e se non partissi anch’io sarebbe una viltà…”, era una canzone popolare del Risorgimento, che tuttavia i bambini degli anni 60 cantavano ancora nelle scuole italiane. […] Tanti loro coetanei ucraini hanno difeso disperatamente nell’unico modo che è stato loro dato, con le armi, le donne, le famiglie, le case da un invasore. Ma la guerra a cui sono chiamati i russi è diversa, è un’aggressione, e loro non ci stanno, non vogliono andare a uccidere e morire».
    Come ho cercato di argomentare nel mio ultimo post, ucraini e russi combattono la stessa guerra; essi sono vittime dello stesso sistema sociale mondiale. La guerra in corso in Ucraina appare diversa, per gli ucraini e per i russi, solo se guardata dal punto di vista degli interessi nazionali e internazionali – geopolitici. Ecco perché l’invito alla diserzione vale, almeno per chi scrive, per i russi come per gli ucraini – e domani, eventualmente, anche per gli italiani. È dall’amor di patria che le classi subalterne d’ogni nazione devono disertare, per unirsi in una comunità di donne e uomini in lotta contro la Società-Mondo dominata dai rapporti sociali capitalistici, i quali rendono possibile l’oppressione e lo sfruttamento degli individui, la distruzione della natura, le carneficine belliche, le crisi economiche e pandemiche e ogni altra sciagura. Solo così la tragedia può annunciare davvero «il principio di una stagione diversa». Pensare e sperare in un mondo fraterno e pacificato sul fondamento di questa società mondiale è quantomeno illusorio, come attesta peraltro oltre ogni ragionevole dubbio la storia lontana e recente. Ma per avere contezza di questa evidenza storica e sociale bisogna armarsi di una coscienza davvero rivoluzionaria, in grado di emanciparsi dall’odiosa idea secondo la quale l’umanità non può liberarsi in alcun modo dalla disumana condizione classista. È dall’ideologia dominante, comunque essa si esprima, che dobbiamo innanzitutto disertare.

    A

  2. #2
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    Predefinito Re: Elogio dei disertori

    https://ilmanifesto.it/dalla-parte-del-disertore

    Cinquantotto anni fa, all’inizio della guerra d’Algeria, di cui quest’anno si celebra l’indipendenza, Boris Vian scrisse, e musicò con Harold Berg, la canzone intitolata Le déserteur (il disertore).

    Reinterpretata da molti artisti, fra cui Joan Baez, Luigi Tenco (che la tradusse e intitolò Padroni della terra), Ivano Fossati, Gian Maria Testa, Gino Paoli, Ornella Vanoni, Il disertore è un inno alla disobbedienza di chi sceglie di girare le spalle al massacro.
    Mentre in Ucraina la legge marziale impedisce agli uomini fra i 18 e i 60 anni di uscire dal Paese, mentre arrivano da tutto il mondo volontari per arruolarsi nella Legione internazionale ucraina, mentre dall’altra parte si tace su quante siano le madri che piangono figli tornati dentro una bara, sempre che tornino dentro una bara e non cancellati anche nel corpo da una scarna comunicazione, alcuni uomini ucraini scelgono la terza strada, la diserzione.
    Lo fanno scappando fra i boschi, nascondendosi nel baule della macchina fra i peluche dei figli. Quando riescono a mettersi in salvo (vedi il manifesto di sabato 19 marzo), un po’ si vergognano di trovarsi al sicuro, unici maschi fra donne, vecchi e bambini, perché la retorica della guerra chiede sacrificio, sangue, eroismo, chiede agli uomini di combattere, mutilarsi, uccidersi, alle donne di salvarsi, curare, piangere.
    EPPURE qualcuno dice no a questa legge del sacrificio in nome della nazione. Qualche settimana prima che scoppiasse la guerra e già si paventava l’invasione, in un servizio televisivo sul Donbas ho visto uomini ucraini quasi piangere dicendo «Se comincia la guerra io mi nascondo. Io non voglio combattere. Io non voglio uccidere nessuno».
    Scriveva Boris Vian:
    «Egregio presidente, ti scrivo questa lettera, che forse vorrai leggere, se ti capiterà. Ho ricevuto la chiamata militare e adesso devo andare, in guerra martedì. Signore presidente, io non la voglio fare, non voglio più ammazzare, la gente come me.
    Non voglio infastidirti, ma te lo devo dire, non voglio più obbedire, per cui diserterò. Da quando sono nato, han preso già mio padre, han preso mio fratello, e adesso tocca a me. Mia madre dal dolore, è già nella sua tomba, e adesso delle bombe, non gliene importa più. Quand’ero prigioniero m’hanno rubato tutto, l’anima, la mia donna, e la mia dignità.
    Domani chiuderò, la porta sul passato, sugli anni che ho perduto, e mi incamminerò. Io mi trascinerò, nel mondo tra la gente, con un pensiero in mente, e a tutti io dirò, dite di no a partire, dite di no a obbedire, dite di no a sparare, dite di no a morire.
    Mio caro presidente, se c’è da versar sangue, versate prima il vostro, andate avanti voi. E dica ai suoi gendarmi, se vengono a cercarmi, che possono spararmi, che armi io non ne ho».
    QUEI GIOVANI RUSSI  che adesso sparano a giovani ucraini, e viceversa, in tempo di pace avrebbero magari studiato nella stessa università, avrebbero viaggiato, e mangiato e ballato e lavorato insieme, si sarebbero mandati fotografie, non pallottole.
    Disertare non è vigliaccheria, è una scelta politica che, infatti, le regole militari puniscono con la legge marziale, perché negli eserciti bisogna solo obbedire.
    Il disertore diserta un conflitto che non vuole e nel quale non si riconosce perché sostituisce le armi alle parole. Non si tratta di eliminare il confliggere, che fa parte di noi, ma di trasformarlo da armato in dialettica delle differenze. Da una frase sbagliata o offensiva puoi tornare indietro, da un’arma che toglie la vita no perché quando sei morto, sei morto.
    E comunque, Vian è in buona compagnia. Andate a curiosare su antiwarsongs.org
    mariangela.mianiti@gmail.com

  3. #3
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    Predefinito Re: Elogio dei disertori

    https://transform-italia.it/elogio-della-diserzione/

    Elogio del disertore che ripudia la guerra: "viva la vita" è il nostro motto"
    Scritto da Sandro Canestrini -- Domenica 19 Aprile 2020 21:08

    Memoria difensiva che l’avvocato Canestrini ha inviato il giorno 11 aprile 2005 alla Procura della Repubblica di Rovereto contro l’esposto di “Alleanza Nazionale” che lo aveva denunciato per “istigazione di militari a disobbedire alle Leggi”. Il 6 novembre 2004 Canestrini aveva inaugurato a Rovereto il “monumento al Disertore” che gli amici della nonviolenza roveretani avevano esposto in omaggio ai 470.000 giovani che non avevano obbedito alla chiamata alle armi per la Prima guerra mondiale.

    Il testo è tratto dal n. 1 del 2020 di Azione Nonviolenta dedicato interamente alla figura dell'avvocato Sandro Canestrini, deceduto lo scorso anno, che stato presidente onorario del Movimento Nonviolento, la cui vita, dedicata alla difesa dei diritti, va dalla Resistenza alla Nonviolenza. Spirito libero, intellettualmente onesto, generoso nella difesa di chiunque subisse una limitazione di libertà.

    Nel piccolo ambito roveretano l’episodio di cui all’oggetto [n.d.r. inaugurazione del monumento ai disertori nel novembre 2004] si inquadra in una situazione morale dove ognuno di noi è sospinto dalla necessità di prendere delle decisioni spesso in materia giudicata difficile. Ma tale “presa di posizione morale” – che può essere esternata o rimanere nel segreto della coscienza – è possibile solo ad una condizione: che il contesto sociale favorisca, o addirittura solleciti l’azione alla coscienza di ciascuno.

    È sempre vero che “fatti non foste per seguirvi virtute e canoscenza”. È chiaro che un sistema oppressivo è contrario per principio alla libera discussione sui temi fondamentali della coscienza e della società. I governi autoritari stabiliscono una gerarchia di principi – la cosiddetta concezione etica della società e della storia – ai quali si deve obbedire e talvolta “credere e combattere”.

    Ogni dissenso è punibile in tutto un ventaglio che va dalla semplice ammonizione fino alla condanna a morte. Coloro che si appellano a questi principi si richiamano chiaramente ad una visione della società per cui il principio della violenza per schiacciare chi non è d’accordo si incarna nella figura del cosiddetto eroe; così classificano quelli che si appellano alla violenza.

    Lo scrittore italiano Marinetti, in una dichiarazione fatta successivamente propria dal fascismo, definisce la guerra “igiene del mondo”. In questa logica un generale generale franchista urla in una riunione “viva la morte”, il filosofo Unamuno gli risponde “viva la vita”, e sono queste le ultime parole che egli pronuncia prima della sua esecuzione.

    Secondo la legge fondamentale dello stato, la Costituzione Repubblicana, il ripudio della guerra è stabilito come principio fondamentale. Da questo principio è risultata anche l’obiezione di coscienza. La ripulsa ai falsi valori della guerra e della violenza è entrata nelle coscienze.

    Anche Rovereto si è dichiarata “città della pace”.

    Coloro che ci hanno denunciato, invece, ripudiano i valori della pace, della comprensione, del progresso e si richiamano ad un articolo del Codice penale, art. 266 che, come da loro interpretato ci condannerebbe al carcere dai 2 ai 6 anni. Tutta la giurisprudenza, e in particolare quella legata alle denunce per manifestazioni pacifiste, osserva che l’art. 266, modernamente applicato, può convivere anche con le manifestazioni pacifiche ed espressamente pacifiste.

    Sull’articolo 266: è uno scandalo oggi in Italia che parlare di “disertori” causi denunce se una legge regionale, quella del 27 novembre 1995 n. 12 riconosce espressamente la “equiparazione dei detenuti e prigionieri nei campi di concentramento, dei disertori e dei partigiani ai reduci e combattenti di cui alla legge regionale 19 dicembre 1994 n. 4”.

    Nell’articolo 1 n. 4 si legge: “...a tutte le persone che tra il 1939 e il 1945 si siano rifiutate di prestare servizio militare nel Trentino Alto Adige, sottraendosi a tale servizio con la fuga, o che abbiano opposto resistenza passiva o attiva, nonché a quelle persone che per questo siano state vittime di persecuzioni violenza e prigionia è riconosciuto lo stato di partigiano/a che ha combattuto nella resistenza contro il fascismo e il nazionalsocialismo”.

    Diremmo perciò che, per vanificare la pretestuosa ed infame calunnia dei denuncianti, basterebbe solo citare questa legge, dove non solo la parola “disertori” assume una qualifica positiva, ma addirittura viene indicata come situazione di chi ha sofferto lesioni per tale sua testimonianza.

    Osserviamo che i neofascisti, i nostri denuncianti, vivono in uno stato nato dalla Resistenza. Il fascismo è condannato dalla Costituzione. Questa condanna vale soprattutto per quei principi che hanno trascinato con le guerre l’Italia al massacro e al disastro, che hanno causato morte di civili, di ebrei, di militari, di resistenti.

    Anzitutto è chiaro che è da scartare l’istigazione, così come contemplata dal codice penale. L’essersi espressi in favore a principi di pace e di civiltà non può costituire elemento di reato.

    Avere segnalato coloro che hanno praticato questi principi “a ricordo di coloro che abbandonando la divisa divennero uomini liberi” è un’affermazione di principi in linea con la civiltà e la Costituzione italiana. Gli eredi di un regime che fu servo di Hitler – nei suoi comunicati e nei suoi commenti al monumento – definisce gli obiettori e i nonviolenti “vigliacchi”. Questa loro affermazione è in linea con quanto Benito Mussolini dichiarò: “La cosiddetta cultura in fine dei conti è un lusso inutile”.

    La storia invece è un crogiolo di movimenti e di persone che per cultura e umanità si sono opposte alle guerre e alle ingiustizie; da Galileo a Giordano Bruno, dal quel pontefice che definì nel 1916 la guerra una “inutile strage” fino al giorno d’oggi, dove la maggioranza della popolazione europea si oppone all’invasione dell’Iraq.

    Nel corso della nostra storia interi movimenti si sacrificarono alla pace e alla nonviolenza. Solo in epoca nazista citiamo alcuni esempi: dall’organizzazione religiosa “Testimoni di Geova” che in Germania venne distrutta nei campi di concentramento, ai ragazzi della “Rosa Bianca”, uccisi a Monaco, a J. Joeraus che a Parigi fu trucidato, a tutti gli esuli che lottavano contro il fascismo. Le sentenze pronunciate per gli esiliati a Ventotene e i condannati ai campi di concentramento sono raccolti in volumi la cui lettura consiglieremmo a nostri rozzi detrattori.

    Chi ci denuncia non sa evidentemente nulla dei ventimila soldati tedeschi che furono fucilati per essersi opposti non solo alla guerra, ma al massacro delle popolazioni inermi. Sono anche questi dei vigliacchi o non invece degli eroi che diedero la vita per un ideale universale?

    In questi giorni il nostro paese sta discutendo il processo per i massacri di Sant’Anna di Stazzema: si tratta di un eccidio con più di 500 i morti, per la maggior parte donne, vecchi e bambini.

    Chiediamo: gli omicidi, soldati della Wehrmacht, erano degli eroi? Anche qui possiamo applicare la teoria che chi era contro la Wehrmacht era un vigliacco?

    L’illustre storico roveretano Fabrizio Rasera ha così commentato il nostro episodio: “Segni monumentali dedicati a disertori non mancano, a Rovereto e in Trentino.

    Sono numerosissimi quelli in memoria dei volontari per l’Italia che, evitando di vestire o strappandosi di dosso la divisa militare di uno stato in cui non si riconoscevano, andarono a morire indossando quella che sentivano propria”.

    Ai percorsi, spesso avventurosi, che consentirono a centinaia di trentini di passare dalla parte legalmente imposta a quella scelta dalla propria coscienza sono dedicati due libri. Mario Ceola, divenuto direttore del Museo della Guerra, è uno degli autori; il suo libro si intitola “Diserzioni”, una parola sottratta, per una volta, al possente tabù che le è connesso.

    Disertore, oltre che traditore, era per l’Austria quel Fabio Filzi, il cui profilo “eroicamente” stereotipato, assieme a quello del “dioscuro” Chiesa, viene eternato davanti al municipio di Rovereto. Qualche anno fa il monumento fu oggetto di un aggressivo spruzzo di colore, con un gesto che voleva esprimere una forte ripulsa antimilitarista.

    Paradossalmente il vero Filzi, non l’icona di marmo, era stato ufficiale austriaco, presidente di un’associazione studentesca repressa dalla polizia, fiero avversario alla pena di morte, e uomo di legge democratico e angosciato dallo scatenamento della guerra.

    L’altro impiccato del 12 luglio 1916, Cesare Battisti, è un esempio per eccellenza dell’ironica relatività di categorie categorie che si vorrebbero assolute. Battisti era un patriota o un disertore? Chiedeva nel 1965 don Lorenzo Milani ai cappellani militari che avevano definito l’obiezione di coscienza estranea al comandamento cristiano dell’amore e “espressione di viltà”. E la più bella biografia del socialista trentino, quella scritta dal sudtirolese Claus Gatterer, ripete ironicamente, nel sottotitolo, la motivazione dei carnefici: Ritratto di un alto traditore. Renitenza alla leva, diserzione, obiezione di coscienza, tradimento sono concetti differenziati, che capita spesso di usare come se fossero equivalenti, rendendo ancor più difficili discussioni e scontri dialettici.

    A due disertori in senso stretto sono dedicate alcune epigrafi roveretane del primo dopoguerra. La prima è nel Cimitero di S: Marco: “In quest’urna/ dalla cittadina pietà raccolti /riposano i resti mortali dei roveretani/ Renato Gasperini/ Fausto Gerla/ fucilati dall’Austria/ il XV marzo MCMXVI/ rei di aver abbandonate le odiate insegne /per attendere nascosti/ tra le crollanti rovine della loro città/ l’alba redentrice”.

    La seconda è sul muro esterno del carcere: “Condannati a morte/ dall’austriaco tribunale di guerra/ in questo cortile delle carceri il 15 marzo 1916/ cadevano fucilati nel fior degli anni /i lavoratori roveretani/ Renato Gasperini e Fausto Gerla / rei del delitto di aver rifiutato allo straniero/ di servirlo nelle armi/ contro i fratelli d’Italia aspettati come liberatori”.

    La terza epigrafe, che si legge su casa Corbelli in S. Maria, lascia trapelare nello stile (come la precedente) l’impronta socialista di un’iniziativa celebrativa che coinvolse peraltro, in quella fase, l’intera “città politica”: ricordati i due “lavoratori aborrenti di servire le armi dello straniero”, il testo conclude “nell’esecrazione d’ogni tirannide”. Durò poco, peraltro, la celebrazione di questa anticonformistica tipologia di martirio.

    Gasperini e Gerla furono destinati, in un primo tempo, alla sepoltura nella tomba dei cittadini illustri, il cosiddetto “famedio”. Le loro spoglie rimasero poi sotto le arcate del cimitero, posizione che testimonia la rinuncia a fare dei due fucilati l’oggetto di una rilevante memoria pubblica. In effetti non entrarono mai a far parte del calendario della religione della patria, che esigeva modelli attivamente eroici, tanto più dopo che all’“esecrata tirannide” straniera subentrò quella domestica del fascismo.

    Portare le scolaresche in pellegrinaggio alla tomba di chi era semplicemente scappato piuttosto che combattere per una causa “aborrita”, avrebbe comportato l’apertura a domande pericolose sulla libertà di coscienza e sui suoi confini, in assoluta antitesi con la pedagogia del “credere, obbedire, combattere”.

    Torniamo in conclusione ai monumenti “alla rovescia”. Moltissime iniziative ispirate nel primo dopoguerra dall’internazionalismo di matrice socialista ebbero questa caratteristica. Le documentò in studi esemplari Gianni Isola, per alcuni anni docente di storia contemporanea a Trento.

    Le epigrafi da lui recuperate negli archivi hanno spesso testi di sorprendente forza di denuncia. Non rinunciamo a citare l’incipit di quello scolpito su una lapide nel cimitero militare di Schio, a ricordo di due soldati fucilati per ordine del generale Andrea Graziani nel corso della ritirata di Caporetto: “Vittime insanguinate/di sanguinario militarista”.

    Messaggi come questi erano destinati a rimanere per poco nei luoghi della memoria pubblica: Isola li disseppellì dai giornali militari o dalle carte di polizia, perché successivamente rimossi non solo dalle piazze, ma anche dai cimiteri. La pietas verso gli “uomini contro” si è trasmessa peraltro e malgrado tutto per altre vie: attraverso la memoria famigliare e comunitaria, la scrittura, il cinema, la canzone.

    Don Milani, parroco di Barbiana nel Mugello, ha alzato la sua voce contro tutte le tipologie di condanna a morte. Egli sarebbe stato sicuramente d’accordo con il monumento appena inaugurato, causa di questa memoria: perché mostra un gesto, l’abbandono di un elmetto, un fucile spezzato, delle tracce di piedi nudi che si allontanano. Sul monumento non vi è raffigurato nessun disertore; solo l’imitazione una divisa militare; c’erano soprattutto delle orme di piedi nudi che si allontanavano.

    [...] Chi ha eretto il ricordo incriminato era d’accordo con Giorgio La Pira, Don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci, Pietro Pinna, Aldo Capitini, con l’attività del Movimento Nonviolento, e in assoluto disaccordo con quel generale che a Spoleto denunciò una canzone “O Gorizia tu sei maledetta”.

    I giornali pubblicano che noi abbiamo “gettato fango sulle istituzioni”. Ci sia concesso considerare ciò solo una speculazione politica di basso profilo etico, così come è una speculazione definire il monumento: “una barriera dissacrante dei valori e dell’impegno per la libertà”. Ci sia concesso citare Bertolt Brecht: “Beato il paese che non ha bisogno di eroi”.

    [...] Con tali premesse e con riferimento a quanto qui sostenuto si confida che l’esposto-denuncia venga archiviato perché per sostanza giuridica non contiene affatto l’incitamento di cui all’art. 266 del codice penale, e perché il contenuto della denuncia stessa contrasta con i valori di libertà e di civiltà trasmessi dall’antifascismo e dalla Costituzione.

  4. #4
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    Predefinito Re: Elogio dei disertori

    https://comune-info.net/elogio-della-diserzione/

    Elogio della diserzione
    Marco Arturi
    28 Febbraio 2022

    Parlano di distensione nello stesso momento in cui inviano armamenti in Ucraina. Appiattiscono tutto sulla dicotomia buoni/cattivi: la guerra è propaganda, pensiero unico, menzogna. Intanto, ripetono che l’invasione non ha spiegazioni. In questo quadro l’unica scelta possibile di pace si chiama diserzione. Che nel concreto significa non concedere deleghe in bianco a chi governa, dire no alle armi sempre e comunque, pretendere che le istituzioni internazionali diventino attori di pace. “Ci diranno, infine, che con i russi è impossibile comprendersi: gli risponderemo – scrive Marco Arturi – che nei giorni scorsi ne sono arrestati quasi tremila perché avevano deciso di dire no alla guerra. Persone che, nel luogo e nel momento in cui è più difficile farlo, hanno deciso di disertare…. Potremmo provare ad ascoltarli…”
    Dalle prime ore di giovedì 24 febbraio (2022) sentiamo ripetere che l’invasione russa dell’Ucraina non ha giustificazioni, non ha spiegazioni. Le cose non stanno così e non sarebbe una faccenda di poco conto, dal momento che capire perché accade quello che accade – un esercizio messo in pratica da pochi, per la verità – non farebbe male a nessuno e soprattutto eviterebbe rischi molto seri. Perché è anche per questo che in Occidente ci siamo scoperti in pochi giorni tutti abili e arruolati, pronti a sostenere in qualche modo le ragioni di un conflitto dagli esiti potenzialmente devastanti per l’intero pianeta.
    L’arruolamento su larga scala dell’opinione pubblica è stato curato da governi che parlano di distensione nello stesso momento in cui inviano armamenti in Ucraina e da media embedded fin dal principio che hanno rinunciato a ogni pretesa di oggettività e di indipendenza. Ci sono un aggredito e un aggressore, non importa – anzi, per la narrazione non esiste – il perché; ci sono i buoni e i cattivi, anche se scavando un minimo si farebbe in fretta a capire che i buoni non sono degli stinchi di santo; poi ci sono i giusti, quelli quasi al di sopra delle parti, che saremmo noi. Noi occidentali, noi atlantici, noi europei, noi filoamericani. Il che è tutto dire.
    La verità, che da sempre è la prima nemica di ogni guerra, ha lasciato il posto alla ragione, intesa non come sinonimo di razionalità ma come parte giusta in assoluto. In men che non si dica ci siamo trovati quasi tutti seduti da quella parte, spesso in perfetta buona fede e guidati dalla compassione per un popolo gettato nel peggiore degli incubi. Ma tra stare con gli ucraini e stare con l’Ucraina ce ne corre, almeno quanto essere contro Putin e essere contro i russi. Eppure niente, tutto è appiattito sulla dicotomia buoni/cattivi. La guerra è anche questo, si fa anche così: è propaganda, è pensiero unico, è menzogna, è fake news. È dire “noi siamo per la pace” mentre si spediscono armi e si ammassano plotoni a est. È raccontare che “chi sceglie la guerra deve pagarne le conseguenze” mentre si riprendono i raid aerei sulla Somalia come ha fatto Joe Biden non più tardi di tre giorni fa.
    Essere arruolati significa presentarsi, per quanto guidati dalle migliori intenzioni, a una manifestazione per la pace con una bandiera nazionale senza capire che le bandiere degli stati non hanno mai avuto e non potranno mai avere nulla a che vedere con la pace. Essere arruolati significa fare parte di un’opinione pubblica che confonde la pace con la guerra, che non si pone domande, che si sente dalla parte giusta a prescindere. Che si sente protetta anche se sta seduta su una polveriera. È così che ci si trova con una divisa addosso: e se non ci fai molta attenzione te la infilano anche se hai il ribrezzo dell’uniforme.
    In un quadro del genere l’unica scelta possibile di pace si chiama diserzione. Che nel concreto significa non concedere deleghe in bianco a chi governa, non lasciarsi ingannare dai resoconti di parte, dire no alle armi sempre e comunque, pretendere che il tuo paese – o il tuo continente, nel nostro caso – si faccia attore di pace, di confronto, di dialogo. I (tanti) torti e le (poche) ragioni si affronteranno dopo, l’unica cosa che conta davvero è far tacere le armi e farlo adesso. Quando due capi di stato – Biden e Lukashenko, nello specifico – arrivano a usare con disinvoltura l’espressione “terza guerra mondiale” significa che il tempo delle ambiguità è scaduto.
    Ci diranno che abbiamo degli obblighi da onorare: gli risponderemo che tra essere atlantici ed essere coglioni c’è una bella differenza e che se sono sinonimi possiamo anche cominciare a farne a meno. Ci diranno che ad essere aggredito è qualcuno con il quale condividiamo i valori: li inviteremo a farla finita con questa falsa retorica e a distinguere chiaramente tra valori etici e valore economico. Ci diranno, infine, che con i russi è impossibile comprendersi: gli risponderemo che nei giorni scorsi ne sono arrestati quasi tremila perché avevano deciso di dire no alla guerra. Persone che, nel luogo e nel momento in cui è più difficile farlo, hanno deciso di disertare.
    Ecco perché forse, anziché togliergli la parola con gli atti tipici degli stati di guerra che stiamo adottando, potremmo provare ad ascoltarli: che è l’atto più vicino alla parola pace che si possa immaginare.

  5. #5
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    Predefinito Re: Elogio dei disertori

    https://digilander.libero.it/cssc/li...8/elogio_a.htm

    L'elogio del disertore -- di Carlo Lottieri -- 1998

    Le cronache di questi giorni provenienti dall'ex Jugoslavia hanno riportato all'attenzione generale un tipo umano che avevamo - se non dimenticato - relegato nei polverosi archivi di una storia ormai del tutto passata. Si tratta del disertore, di colui - insomma - che rifiuta di combattere in difesa della Patria o per espandere l'area d'influenza del proprio Stato. Anche la guerra tra croati, musulmani e serbi, infatti, ha finito per sospingere alle frontiere molti giovani che non vogliono morire e uccidere agli ordini di Tudjam, di Milosevic, di Karadzic e degli altri "uomini forti" dello scacchiere balcanico.
    Nel momento in cui l'Europa torna a conoscere la guerra, subito riappaiono i disertori, personaggi da sempre condannati ma su cui vale la pena di riflettere con attenzione, dato che a partire da essi è possibile interpretare, ben al di là della loro marginalità storica, la natura stessa della violenza esercitata dalle istituzioni statali.
    Chi è, in definitiva, il disertore? È colui che si rifiuta di combattere agli ordini di uno Stato. Appare evidente, allora, che un primo giudizio in merito alla diserzione deve muovere da una valutazione delle ragioni all'origine di questa o quella guerra. È possibile, ad esempio, condannare chi - croato o serbo - scelga di rifiutarsi di partecipare ai genocidi attuati dalle forze armate agli ordini di Belgrado e di Zagabria? Ci pare di no. Il comportamento di chi nei Balcani butta alle ortiche la divisa possa essere considerato peggiore di quello chi ubbidisce ad ogni decisione dei superiori, fossero anche - come è - assassini accecati dal nazionalismo e da una sfrenata volontà di potenza. Vi sono casi, insomma, in cui la diserzione è legittima e talora perfino doverosa. Ma c'è da chiedersi se questo valga anche in situazioni - per così dire - "normali". Per poter rispondere, però, è necessario considerare la realtà dello Stato moderno e della filosofia politica che lo pervade: una concezione che pone l'autorità pubblica al di sopra degli individui, censurando come immorale, irrazionale e inaccettabile ogni aspirazione a far sì che il potere venga vincolato al consenso dei singoli cittadini contribuenti.
    Non c'è dubbio alcuno, d'altra parte, che la parola "disertore" mantiene comunque e ancora oggi un suono sgradevole. La mentalità statalista e ottusamente patriottica di cui tutti siamo imbevuti rende difficile comprendere le buone ragioni di chi preferisce salvare la propria pelle o comunque evitare la vita militare, sfuggendo ai rischi e alle sofferenze che essa comporta. Tutti noi, chi più e chi meno, siamo abituati a considerare spregevole il comportamento di coloro che antepongono alla Patria (con la lettera maiuscola) gli interessi della propria esistenza privata e quella dei propri familiari.
    Questo modo di ragionare, in realtà, è aberrante. Cos'altro è o dovrebbe essere lo Stato, infatti, se non uno strumento per tutelare i diritti (la vita, la tranquillità, le proprietà, ecc.) dei cittadini? Questi ultimi, allora, non hanno forse il pieno diritto di defezionare quando viene chiesto loro di mettere a rischio la vita e l'incolumità, insieme ad ogni altro proprio bene? Tanto più che chi è cittadino di questo o quello Stato non si trova in tale condizione per una sua libera scelta e per un patto sottoscritto, ma soltanto perché è nato in una data area e, quindi, è stato iscritto in particolari registri anagrafici.
    Riconoscendo la legittimità del comportamento di chi diserta non si vuol certo sminuire l'eroismo e la generosità di coloro che, in qualsivoglia circostanza, hanno saputo battersi per difendere la terra e i diritti della propria comunità, o anche di altre comunità aggredite.
    Nessuno nega che un altruismo coraggioso sia da anteporre all'egoismo vile: tanto in pace come in guerra. Chi ha la forza d'animo di mettere a rischio la propria incolumità per difendere qualcuno minacciato da rapinatori, assalitori o fanatici aggressivi - in divisa o senza divisa - merita la più grande ammirazione.
    La difesa dei diritti del disertore, allora, non è incompatibile con l'elogio per il volontario che decide di battersi a favore di cause giuste o che egli reputa tali. Sia il disertore che il volontario, infatti, decidono in proprio e dispongono autonomamente della propria esistenza, rifiutando che la forza degli Stati prevalga sempre e comunque sui diritti degli individui. L'eroismo del volontario, ad ogni modo, non può essere imposto, e per giunta quando sono in gioco gli interessi della classe politica che dirige lo Stato... Se è dunque legittima (e in molto casi è perfino da lodare) la scelta del volontario, non meno lo è quella del mercenario: il quale è da condannare ogni volta che si schiera dalla parte degli aggressori, ma non per il fatto - in sé moralmente neutrale - di farlo in cambio di denaro. Personalmente non ritengo d'avere obiezioni da avanzare, infatti, di fronte alla scelta di chi decidesse di andare a difendere - armi in pugno - popolazioni inermi e aggredite, ricevendo in cambio una ricompensa.
    Se comunque torniamo a riflettere sul disertore - fosse anche pavido o egoista, e comunque refrattario a subire imposizioni - ci pare che egli sia da considerare una figura degna del massimo rispetto per la sua capacità di difendere valori fondamentali. Egli incarna, infatti, il sopravvivere di una sensibilità che non accetta di privilegiare l'ideologia e la ragion di Stato agli affetti e alle speranze di un uomo singolo che ha progetti, legami, sentimenti.
    Egli allora è scandaloso solo per chi continua a restare affezionato allo Stato territoriale e confinario formatosi nel corso dell'età moderna, e giunto fino a noi col suo corredo di teorie politiche centralizzatrici da cui è difficile sganciarsi, dopo secoli e secoli di uno statalismo che ha sempre collocato ciò è pubblico e collettivo sopra ciò che è privato e individuale. Uno Stato che, in virtù degli imbrogli concettuali orditi da Rousseau e da altri autori "democratici", si ritiene in diritto di poter imporci ogni cosa: lavoro forzato (leggi: tassazione), scelte esistenziali e, addirittura, la soppressione di altre vite umane.
    La cultura autonomista e radicalmente liberale che in questa fine di millennio sta cominciando ad affermarsi sulle macerie delle retoriche nazionali e totalitarie può trovare nel disertore post-jugoslavo un'immagine capace di mostrare che vi è un "mondo della vita" - per usare le parole di Edmund Husserl - che nessun potere ottuso e presuntuoso è in grado di sopprimere e cancellare.
    E non saranno certo le scontate accuse di codardia rivoltegli da occidentali "teleutenti" a cancellare quanto vi è di dignitoso e di nobile nella sua fuga di fronte alla guerra e di fronte agli Stati.

    Carlo Lottieri

  6. #6
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    Predefinito Re: Elogio dei disertori

    Ormai scene come queste di giovani desiderosi di essere arruolati dal glorioso esercito ucraino, portatore dei valori nazisti dell'occidente, si svolgono quotidianamente a decine in ogni parte del paese.
    E nel contempo i progionieri ucraini e le loro famiglie pregano e supplicano le autorita' dei mostri russi di trattenre i loro cari nella terra russa e di non ritornarli in Ucraina dove finirebbero macellati

    https://t.me/lantidiplomatico/23134
    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  7. #7
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    Predefinito Re: Elogio dei disertori

    Citazione Originariamente Scritto da animal Visualizza Messaggio
    Ormai scene come queste di giovani desiderosi di essere arruolati dal glorioso esercito ucraino, portatore dei valori nazisti dell'occidente, si svolgono quotidianamente a decine in ogni parte del paese.
    E nel contempo i progionieri ucraini e le loro famiglie pregano e supplicano le autorita' dei mostri russi di trattenre i loro cari nella terra russa e di non ritornarli in Ucraina dove finirebbero macellati

    https://t.me/lantidiplomatico/23134
    Bim...bum...oleee.
    Ecco la puttanata del mattino.
    Il disarmo è l'espediente per togliere agli aggrediti la possibilità di difendersi dagli aggressori sfruttando la dabbenaggine di massa.

  8. #8
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    Predefinito Re: Elogio dei disertori

    Citazione Originariamente Scritto da animal Visualizza Messaggio
    Ormai scene come queste di giovani desiderosi di essere arruolati dal glorioso esercito ucraino, portatore dei valori nazisti dell'occidente, si svolgono quotidianamente a decine in ogni parte del paese.
    E nel contempo i progionieri ucraini e le loro famiglie pregano e supplicano le autorita' dei mostri russi di trattenre i loro cari nella terra russa e di non ritornarli in Ucraina dove finirebbero macellati

    https://t.me/lantidiplomatico/23134
    Ma chi è che è ansioso di correre a combattere? Sono curiosa di sapere chi è che non vede l'ora di andare al fronte
    Di tutte le possibili reazioni ad un insulto, la più efficace è il silenzio - Santiago Ramòn y Cajal
    A paraulas maccas uriga surda
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  9. #9
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    Predefinito Re: Elogio dei disertori

    Questi, altro che disertori, meritano una medaglia vera https://www.repubblica.it/cronaca/20...tori-99922059/.

  10. #10
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    Predefinito Re: Elogio dei disertori

    "Orizzonti di gloria" (Paths of Glory) - film di Stanley Kubrick del 1957 - protagonista: Kirk Douglas

    potrebbe essere utile rivederlo ...

 

 
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