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    Predefinito Quali elementi devere avere una idea per essere definiti di destra?

    A mio avviso un movimento identitario "di destra" deve essere:

    voelkisch
    razzialista
    tradizionalista
    comunitarista
    essere per una Comunità di Popolo fondata sulla famiglia tradizionale e avere una Weltanschauung volkisch-comunitarista

    Deve avere come riferimento il pensiero del Movimento Voelkisch e si deve basare sulla Tradizione degli Avi e avere come fondamento la triade DIO - RAZZA - VOLK.

  2. #2
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    Predefinito Re: Quali elementi devere avere una idea per essere definiti di destra?

    ETNONZAZIONALISMO, LA VIA VÖLKISCH

    Come i nostri più affezionati lettori sapranno, una delle declinazioni più importanti del pensiero comunitarista è il neo-patriottismo, ovvero una consapevolezza metapolitica dell’importanza del ritorno ad un sano amore per la propria terra e ai valori tradizionali come salutare reazione al nichilismo post-moderno. In diversi articoli si è fatto cenno all’identitarismo padano-alpino, che insieme ad “Identità Europea-edizioni il Cerchio”, Controcorrente ed a tante altre in forme diverse, hanno avuto il merito di portare avanti questa tematica. Abbiamo pure citato autori importanti, pur eterogenei per contenuti, per un’Europa dei popoli, come Gilberto Oneto, Gualtiero Ciola, Julius Evola, Francisco Elías de Tejada, Johannes Althusius, Gianfranco Miglio e Flavio Grisolia. Quest’ultimo, in una nostra recente intervista, ci ha parlato di etnonazionalismo. A questo riguardo ci rivolgiamo con piacere a Federico Prati quale esponente dell’etnonazionalismo völkisch per approfondire meglio questo tema.

    Caro Federico grazie per averci concesso questa intervista. Tu che sei esponente dell’etnonazionalismo völkisch vuoi spiegare ai nostri lettori in cosa consiste?

    Grazie a voi. Premetto che ritenendo impossibile fornire ai lettori, nel breve spazio di questa intervista, una completa ed esaustiva analisi relativa alla genesi storico-politica, nonché ai fondamenti concettuali, etici, spirituali, filosofici e dottrinari che sono alla base dell’Idea etnonazionalista völkisch, mi sono permesso di segnalare alcuni testi nei quali il lettore interessato potrà sicuramente rinvenire tali importanti informazioni.(*)
    Vorrei, inoltre, rammentare che è soprattutto grazie all’attività metapolitica svolta in questi quindici anni dall’Associazione Culturale Identità e Tradizione, associazione di cui faccio parte, se oggi si parla apertamente del Pensiero Etnonazionalista e dell’Idea Völkisch.
    L’Associazione Culturale Identità e Tradizione, fin dalla sua nascita, si è caratterizzata fondamentalmente come un Sodalizio Völkisch, attestando la volontà di porsi come compito, come dovere imperativo, quello di salvaguardare e preservare l’immenso patrimonio razziale, etnico, culturale, spirituale, tradizionale, storico e linguistico dei Popoli Europei dal tentativo d’etnocidio posto in atto dal mondialismo e dalla globalizzazione, veri Adelphi della Dissoluzione. Quindici anni d’attività metapolitica volta, fin dall’inizio, allo studio ed alla diffusione dell’unica Idea-forza, capace realmente di stravolgere le oscure trame e le infere manovre della Sovversione e, allo stesso tempo, di mobilitare il Volk, ridestandone le immani forze ed energie insite da sempre nella sua eterna essenza animico-spirituale ed etno-razziale. Tale Idea-forza è rappresentata dall’Etnonazionalismo völkisch.
    L’Idea etnonazionalista völkisch, infatti, valicando l’odierno sistema partitocratico-tecnocratico-plutocratico, si concretizza nella volontà e nella necessità di agire al fine di compenetrare profondamente con il dato etnico e razziale la filosofia della politica; in altre parole, è necessario etnicizzare la realtà politica e ripristinarla in senso völkisch. Solo allora si avrà una politica realmente posta al servizio del Volk.
    I presupposti fondamentali dell’Idea etnonazionalista völkisch sono ravvisabili, quasi identificabili, nei valori e nei principi basilari propri dell’Idea völkisch. È nell’ideale etnonazionalista che l’Idea völkisch si riconosce, ritrovando se stessa, perpetuandosi, rinnovandosi ed attualizzandosi. Ritornata ad essere l’espressione più autentica della Comunanza del Sangue, dello Spirito e del Destino del Volk, l’Idea völkisch conforma e potenzia la nostra Weltanschauung mediante l’apporto di valori tradizionali, antichi, finanche immutabili ed eterni, perennemente connessi all’agire delle ancestrali e trascendentali forze del Sangue e della Stirpe. V’è, pertanto, un indiscutibile, evidente ed ininterrotto legame di continuità ideale, dal carattere metapolitico e metastorico, che unisce la nostra filosofia etnonazionalista völkisch all’idealità ed al pensiero del Movimento völkisch, sorto nella Mitteleuropea ed in Germania tra il finire del XIX secolo ed i primi decenni del XX secolo. L’etnonazionalismo völkisch, riprendendo e fortificando tutti gli elementi strutturali dell’Idea völkisch, si è obiettivamente palesato come la sola Idea-forza in grado di attuare, con la necessaria fermezza e radicalità, la salvezza animico-razziale dei Popoli Europei, in altre parole di sottrarre l’Europa della Tradizione dalla terrificante sorte riservatale da quelle Forze che, da sempre, hanno operato ai suoi danni, specialmente negli ultimi tre secoli della nostra storia. L’Idea etnonazionalista völkisch è da intendersi, da recepire, come l’ultima ed originaria espressione generata dall’atavica cultura e tradizione europea; un’Idea senza parole, come scrisse Oswald Spengler, colma di responsabilità e di speranze; un radicale impegno, un patto metafisico di Lealtà e di Fedeltà stipulato con i nostri Avi in nome della preservazione di quanto essi ci hanno trasmesso di più sacro e puro: la loro/nostra eredità ancestrale; un atavico e rigido codice d’Onore a cui attenersi strenuamente, ma anche una realtà viva, fattiva, plasmante ed operante.

    È nostro profondo convincimento di dover essere d’esempio per tutti quei Patrioti europei che, lottando per la libertà delle proprie nazioni, vogliano contrapporsi a tutte quelle strutture realizzate dai servi dell’imperialismo mondialista allo scopo di distruggere nei popoli ogni identità tradizionale ed etnica, a vantaggio di una società mondiale, massificata ed asservita al demone dell’economia, il Dio Denaro. L’Etnonazionalismo völkisch si è posto l’immane compito metapolitico di risvegliare nei nostri popoli quell’essenza perduta e così preziosa che è la “luce interiore”, la coscienza e la volontà di ritornare a essere se stessi, per pervenire alla radicale e vittoriosa riaffermazione dei nostri originari e incorrotti valori di Sangue e di Spirito. Solamente allora, dopo aver riaffermato il principio d’autorità e il primato di quei sacri e atavici valori che, nel Sangue, nelle forze più profonde della Stirpe e della Tradizione, hanno la loro radice, potremo ritrovare quelle sane e fattive energie, che riposano nel più profondo dell’anima razziale del Volk, le quali soltanto potranno rigenerarci ed infondere in noi, e in tutti i Patrioti europei, la rinnovata volontà di combattere e vincere contro la Sovversione mondialista, ritornando in tal modo padroni della nostra Terra. Sarà poi necessario riannodare quei legami millenari che i nostri Avi seppero tessere da una fila all’altra del nostro grande continente. Ciò implica, per noi Europei, la costruzione di un’Etnofederazione europea forte, indipendente militarmente ed economicamente, sovrana del proprio destino.

    Un autore particolarmente interessante che teorizzò l’Europa dei popoli fu Guy Héraud. Puoi spiegare brevemente chi è questo pensatore?
    Guy Héraud fu il propugnatore dell’Europa delle etnie, delle patrie carnali e il “padre” del federalismo etnico, la dottrina istituzionale che concepisce le “Piccole Patrie”, nate dalla secessione degli Stati nazionali multietnici, come l’estremo bastione identitario contro la globalizzazione economica, il mondialismo modernista e l’invasione allogena. In Italia, purtroppo, non è stato tradotto ancora nulla degli importanti scritti di Guy Héraud sul federalismo etnico e, pertanto, il lettore interessato ad avere maggiori informazioni in merito al pensiero di Héraud dovrà consultare i testi o gli articoli pubblicati sulle riviste “Etnie”, “Quaderni Padani”, “Diorama Letterario”, “Origini” o su il giornale “La Padania”. Alcune di queste riviste (“Etnie” e “Quaderni Padani”) sono presenti anche su internet.

    (*) Bibliografia consigliata sull’etnonazionalismo völkisch

    Federico Prati-Silvano Lorenzoni, Scritti etnonazionalisti. Per un’Europa delle Piccole Patrie, Effepi Edizioni, 2005.
    F.Prati-S.Lorenzoni-H.Wulf, Etnonazionalismo ultima trincea d’Europa, Effepi Edizioni, 2006.
    Federico Prati-Silvano Lorenzoni-Flavio Grisolia, I Fondamenti dell’Etnonazionalismo Völkisch, Effepi Edizioni, 2006.
    F.Prati-S.Lorenzoni-F.Grisolia-H.Wulf, Orizzonti del Nazionalismo Etnico. Il Pensiero Etnonazionalista e l’Idea Völkisch, Effepi Edizioni, 2007.
    Federico Prati-Silvano Lorenzoni, Filosofia, Dottrina e Mistica dell’Etnonazionalismo Völkisch, Effepi Edizioni, 2008.
    Federico Prati, Völkische Weltanshauung, Effepi Edizioni, 2009.
    Federico Prati-Silvano Lorenzoni, Heimat, Effepi Edizioni, 2011.
    Prati – S. Lorenzoni – Luca L. Rimbotti, Mistica Völkisch, Effepi Edizioni, 2014.
    Prati – S. Lorenzoni – Luca L. Rimbotti, Militia Völkisch, Effepi Edizioni, 2018.

  3. #3
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    Predefinito Re: Quali elementi devere avere una idea per essere definiti di destra?

    LA MONARCHIA TRADIZIONALE

    Consideriamo utile ripartire da una figura a molti sicuramente nota, di primissimo piano nel pantheon dei pensatori di riferimento di chi vorrebbe ripensare il mondo ispirandosi ai valori della Tradizione, che è nostro sangue spirituale e che è prova della bontà e della coerenza interna di ogni azione. Ciò ci permette di mantenerci allacciati di alcune delle idee nodali che ci ha lasciato in eredità la riflessione del filosofo e cattedratico spagnolo Francisco Elias de Tejada (Madrid, 1917 – 1978). L’autore di “La Monarchia Tradizionale” (ed. Controcorrente, 2001 ) raffinata e e profonda analisi storico-antropologica attorno ai concetti di tradizione e uomo della tradizione.
    De Tejada nulla inventa, ma si fa interprete di qualcosa già e a priori, giacche “la tradizione non si può inventare, si può solamente trasmettere”.Di qui la validità del suo lavoro, nel quale ritroviamo tracce ed indicazioni fondamentali per l’uomo di eredità europea sia per il suo ufficio nel mondo, e quindi della propria universalità, sia per la riflessione strettamente politica e quindi realizzante nel mondo.
    Filosofo carlista e cattolico è stato introdotto in Italia alla fine degli anni ‘60 da Silvio Vitale (Napoli 1928-2005) fondatore dell’Alfiere, rivista tradizionalista napoletana che tra gli altri riscopre Alianello, Giacinto de Sivio e Buttà, e che piccolo scrigno conserverà il fuoco per esperienze editoriali più ampie in epoca successiva e di più diffusa coscienza, quelle de il Cerchio di Rimini o dei partenopei di Controcorrente solo per citare le più note.
    Animò nella destra italiana, ancora fortemente radicata all’idea-forza della nazionalità, uno spirito critico che spingesse a ricercare la patria oltre la contingenza storica dello stato nazionale, vedendo piuttosto in esso il frutto e il contenitore istituzionale meglio atto alla realizzazione dell’ideale ugualitario giacobino (e possiamo aggiungere, con il senno del poi, proto-mondialista): uno stato unico, una lingua unica, una bandiera unica, una moneta unica, e poi, passando attraverso un’uniformazione degli espressioni dell’umano (stile,sessualità, desideri ect), in un’ottica sincretica, a un’unica (non) religione.
    E dopo la nazione, ultimo momento di una fase ancora identitaria, un (super) stato mondiale idolatrato con forza, diremmo noi, quasi eteronomica (vedi esperimento di Milgram) attraverso la quale la persona, o i gruppi, vedi i partiti, non agiscono più secondo coscienza (propri dell’homo religiusus) poiché non si considerano più liberi di condotta autonoma ma secondo imperativo di sistema (condizione dell’uomo massa, dei partiti, dei governi,nei sistemi moderni).
    La religione staccata dall’uomo, diventa fanatismo, l’arte produttivismo, l’amore prostituzione. Ogni reductio ad unum diventa prima o poi reductio ad nihilum. E’ cosi, che per de Tejada, patria diventa idolatria nazionalista e l’uguaglianza e la libertà giacobine diventano totalitarismo. Nella riflessione sulla patria de Tejada rappresenta la soluzione tra l’etnoidentitarismo e il federalismo imperiale per dirla con Evola. Per l’autore la patria è realtà naturale, concreta, fatta di legami, in quanto nessun uomo nasce senza antenati.
    È un comunitarista ante litteram , ed un acuto difensore del principio di sussidiarietà, se scrive: “ ..le funzioni politiche dello stato sono state molte volte assunte pienamente dalle entità sociali (dai municipi, dalle corporazioni,dalle confraternite,dalle famiglie, dai vicinati, dai differenti corpi intermedi che componevano la società e che assicuravano alla persona appoggio e soccorso n.d.r), mentre al contrario, lo stato non ha mai assunto pienamente le funzioni che competono alle entità sociali.(... )lo stato al contrario appare in un momento posteriore”.
    De Tejada filosofo vede l’uomo in relazione con Dio,con gli altri uomini e con la sua storia (tradizione) in una dimensione sensitiva e temporale triplice, perciò veramente volumetrica nel tempo e nello spazio.
    Revisionista antigiacobino de Tejada individua nell’Illuminismo il pensiero che come un grimaldello scardina l’ordine tradizionale. “l’ottimismo antropologico unisce rousseau con kant e con i legislatori dell’89. Rousseau idealizza fino alla perfezione l’uomo astratto, il selvaggio privo di tradizioni, per definizione buono; kant esalta la perfezione dell’uomo in sé, indipendentemente dalle tradizioni culturali, ritenendolo idoneo a comprendere il cosmo dall’uso che dei dati della realtà faccia la sua ragione pura e a sapere che cosa sia la giustizia nella semplice autonomia della sua volontà; gli uomini dell’89 non dichiarano quali siano i diritti dell’uomo francese ma quelli dell’uomo astratto e senza tradizioni“.
    Il de Tejada fa professione di carlismo, l’esperienza monarchica spagnola, erede attraverso il ramo asburgico e soprattutto attraverso il cattolicesimo politico, del Sacro Romano Impero, come garante delle liberta forali. Una pluralità di ordinamenti, privilegi, immunità, che la monarchia garantiva alle differenti realtà locali, diremmo oggi (pensiamo ai comuni di esperienza medioevale). A tal riguardo scrive:“i fueros (le concessioni alle comunità locali) presuppongono, primo l’ idea dell’ uomo come essere concreto, secondo che la libertà, ovvero la sfera delle possibilità di ogni uomo di ogni uomo secondo il suo diritto, si inquadrano in ciascun popolo negli ordinamenti legali e sociali prodotti dalla rispettiva tradizione particolare, terzo che nella lotta libertà- uguaglianza, che corrode il pensiero rivoluzionario, è necessario affermare la supremazia della libertà, quarto che contro la libertà astratta della rivoluzione sono preferibili i sistemi di libertà concrete delle varie tradizioni. on la nascita degli stati moderi, basati sul centralismo, le libertà concrete non vennero più riconosciute a favore delle libertà astratte dell’individuo isolato a una dimensione.”
    Succede che, nel passaggio tra uomo ad individuo, nel passaggio tra comunità a società, l’individuo sradicato, atomizzato socialmente, diventa, nella corsa darwiniana tutta mercantile fomentata dal nuovo padrone mondiale, onnipresente quanto evanescente, pervasivo quanto dispotico, diventa, vittima e nel contempo lupo per gli altri uomini.
    Scrivono M. Guidetti e P.H Stahl nella loro introduzione a “Il Sangue e la Terra” –Comunità di villaggio e comunità familiari nell’Europa dell’800– ed. Jaca 1976 a proposito della mentalità dei moderni. “Formati nelle scuole dove dominava l antico diritto romani, gli studiosi credevano alla proprietà individuale. Vivendo nelle città dove la vita sociale stessa riposava su questo diritto, gli studiosi occidentali ebbero la sorpresa di trovare nei villaggi dei loro paesi realtà completamente diverse”. Questa, che potrebbe sembrare una digressione, ci pare invece la prova che le comunità, o corpi intermedi, percepiti dalla scienza moderna come sistemi esclusivamente di proprietà erano invece sistemi di vita comunitario.
    Ad ognuno dei lettori il compito di riscoprire la propria tradizione particolare e la forma di trovargli spazio nelle presenti congiunture, ed ai governi ed al diritto l’onere di difenderla. Facciamo,infatti, nostro un proverbio degli slavi del sud, che ci pare pertinente e che riassume lo stato ed il destino schiavo dell’uomo isolato. Esso recita:”chi non riconosce il fratello per fratello riconosce lo straniero per padrone”, indicando tra i vari stranieri oppressori, la competizione globale e selvaggia e l’individualismo esasperato dell’uomo senza Tradizione.

  4. #4
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    Predefinito Re: Quali elementi devere avere una idea per essere definiti di destra?

    TRADIZIONALISMO E COMUNITARISMO

    In un precedente articolo dedicato alla figura di Gualtiero Ciola, abbiamo sottolineato le affinità e talvolta le influenze con alcuni filoni culturali di destra spesso malcompresi se non ignorati del tutto. Infatti sia la figura di Julius Evola e di chi si è ispirato alle sue opere o addirittura lo ha conosciuto di persona, sia il filone della cultura controrivoluzionaria cattolica occupano un posto molto importante nel pensiero politico-culturale di questo Paese.
    Un testo fondamentale per avere una panoramica della storia del tradizionalismo italiano è senza dubbio Il cammino della Tradizione e altri scritti di Pino Tosca. Attraverso una ricca documentazione storica,saggistica e giornalistica, questo libro, scritto a più mani, ricostruisce il percorso di questo importante filone metapolitico, trasmettendo al lettore che si interessa di comunitarismo una serie di insegnamenti imprescindibili. Rimandando al lettore lo studio di questo testo e delle tematiche ad esso connesso, in questa sede noi ci limiteremo a porre una serie di precisazioni e riflessioni importanti. Il primo punto è una definizione del nostro argomento.
    Nel primo capitolo Pino Tosca distingue nettamente i due filoni dottrinari spirituali in questione, il primo,quello collegato alla figura di Julius Evola che ha come orizzonte la Tradizione e le opere di Renè Guenon, il secondo che si rifà all’insegnamento del Magistero preconciliare di Santa Romana Chiesa. Sebbene rigorosamente distinti, questi due filoni del tradizionalismo convergono nelle applicazioni sociali. Infatti ambedue rifiutano la concezione evoluzionista della storia e i suoi correlati valori, che considerano una costruzione ideologica falsa. Questo ci conduce ad un parallelismo con il dibattito scientifico antievoluzionista, che sottolinea la falsità del darwinismo e la sua natura di legittimazione all’attuale sistema di potere.
    Sulla base degli studi del tradizionalismo metapolitico e delle dottrine spirituali ad esse collegate potremo trovare gli strumenti per fronteggiare “il Sistema per uccidere i popoli” che, per difendere lo status quo, si nutre di falsità filosofiche, storiche e scientifiche. Inoltre il tradizionalismo, rifiutando l’individualismo, l’economicismo e l’egualitarismo prodotti dal secolarismo, si pone all’interno di una visione organica (quindi comunitarista). Interessante sotto questo aspetto è il confronto con gli studi di Dumont e con la dicotomia olismo-individualismo.
    Un secondo punto merita una precisazione: il tradizionalismo, come dice giustamente Pino Tosca, pur collocandosi all’interno del mondo della destra radicale, possiede caratteristiche che andrà progressivamente sviluppando soprattutto nel secondo dopoguerra, distinte dal fascismo gentiliano, dal nazionalismo otto-novecentesco, da elementi modernisti-evoluzionisti. È interessante notare che ha una visione organicista, non priva di correlazione con Aristotele; inoltre il mondo tradizionalista, rifiutando i principi dell’89 si avvicinerà sempre di più ad una concezione di patria come terra dei padri, sia con posizioni revisioniste sul Risorgimento, sia con la rivista “l’Alfiere” e l’apporto del pensatore carlista Tejada ad un etnoregionalismo ante-litteram, che anticiperà e in parte influenzerà il risveglio delle piccole patrie a cavallo tra la fine del XX secolo e questo inizio del Terzo Millennio.
    Crediamo che sulla base di queste coordinate, andrebbe valorizzato il ruolo anche solo metapolitico della cultura tradizionalista. Inoltre il tradizionalismo, oltre ad avere una coerente visione organica, è di fatto fortemente identitario e conserva insieme alla tradizioni spirituali la memoria storica delle sue incarnazioni in civiltà ad esso collegate, non viste in ottica di scientismo museale, ma come testimonianza viva di valori eterni che il modernismo evoluzionista vorrebbe cancellare.

  5. #5
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    Predefinito Re: Quali elementi devere avere una idea per essere definiti di destra?

    UOMO E TERRITORIO: UN LEGAME IN PERICOLO

    Nel precedente articolo abbiamo posto le premesse per analizzare con maggiore precisione il rapporto tra l’uomo e il territorio incrocio di cultura e natura.
    A questo riguardo, va menzionato il convegno Identità,comunità e ambiente, organizzato da Terra Insubre nell’ormai lontano 2001. La sintesi di questo evento si ritrova nel n 21 dell’Aprile 2002 della rivista omonima. Rimandando ai lettori la lettura del focus Uomo e territorio: un rapporto da considerare, in questa sede ci limiteremo a riprendere degli spunti per noi importanti e di dargli nuovi sviluppi. Il primo punto che emerge dagli interventi di Adolfo Morganti, Francesco Di Marino, Eduardo Zarelli è che il comunitarismo ed un correlato bioregionalismo hanno origini antiche.
    Infatti nelle società premoderne, che noi sulla scorta degli studi di Renè Guenon, Julius Evola, Coomaraswamy chiameremo tradizionali, ciò che sottendeva le relazioni tra le comunità e il proprio territorio era il Sacro. Da questa concezione, che potremo definire di homo religiusos, documentata da studiosi del calibro di Mircea Eliade, George Dumezil, Karoly Kereny, discendeva una concezione comunitaria. Questo fenomeno,ancora presente nel Medioevo cristiano, ha subito un progressivo e problematico allontanamento, per effetto dello sviluppo di un individualismo profano e di una connessa civiltà che si è distaccata dalle radici tradizionali (si veda “Crisi del mondo moderno” di Renè Guenon).
    Il risultato di questo processo in questo inizio del XXI secolo è sotto gli occhi di tutti: distruzione delle identità, atomizzazione sociale, disastro ambientale e derive post-democratiche mondialiste. Di fronte a questo scenario i relatori, nella loro diversità di punti di vista si sono interrogati sulle possibili alternative. Due secondo noi sono gli aspetti che vanno evidenziati e ripresi. Il primo è che forti dell’esperienza di Werner Nussbaumer bisogna agire localmente ma in un ottica di grandi spazi e non cedere alla tentazione di un micro nazionalismo individualista. Il secondo punto su cui vorrei soffermarmi è quello affrontato da Claudio Risè: secondo lo psicologo junghiano,la Zivilisation, frutto dell’individualismo profano è nichilista e artificiale. In questo processo si sviluppa la crisi della famiglia con la perdita di trasmissione padre-figlio, questo determina la crisi dell’identità maschile. Questo nesso è particolarmente importante per il comunitarismo, in quanto una delle particolari vittime dell’individualismo è la famiglia come cellula della società. In questo processo di disgregazione sociale, secondo Risè, la reazione può avvenire attraverso la riscoperta di due archetipi jüngeriani: il Maschio Selvatico e il Ribelle. Il primo incarna la devozione al territorio e alla vita, il secondo è la ricerca del proprio Sè oltre la prigione di quello che Faye chiamava “il sistema per uccidere i popoli”. In questo processo, che Risè definisce “primordialismo”, vi è la riscoperta delle patrie carnali e di un sapere tradizionale, spesso presente anche nel folklore locale.
    Potremo concludere dicendo che i temi emersi dal citato convegno collimano con la grande lezione di Gualtiero Ciola e dei maestri del miglior pensiero di destra come i citati Julius Evola, Attilio Mordini e Adriano Romualdi ed Ernst Jünger, oltre al pensiero della Nouvelle Droit e del suo maestro Alain de Benoist.

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    Predefinito Re: Quali elementi devere avere una idea per essere definiti di destra?

    UN GRANDE IDENTITARIO: GUALTIERO CIOLA
    Scritto da Roberto Priora

    Uno dei testi fondamentali della cultura padanista è senza dubbio “Noi Celti e Longobardi” di Gualtiero Ciola. Pubblicato nell’ormai lontano 1987 dalle edizioni Helvetia, questo libro fu indiscutibilmente una pietra miliare per tutta un’area indipendentista e identitaria, desiderosa di riscoprire la storia della propria “Heimat” locale, negata da una storiografia giacobina.
    In particolare, in “Noi Celti e Longobardi” viene focalizzato l’interesse per le plurali radici indoeuropee delle “italie” di cui in un precedente articolo abbiamo parlato. Umbri, Latini, Liguri, Veneti, Celti e Germani, grazie agli studi di Ciola, non vengono trattati come relitti archeologici oggetto di settoriali studi scientifici, ma si pongono come un richiamo quasi simbolico a valori di libertà, giustizia, fedeltà alla parola data, coraggio, senso dell’onore e spirito di appartenenza. A partire da questo aspetto, che potremmo definire metapolitico, questo testo va letto e riteniamo possa contenere insegnamenti di comunitarismo.
    Se indubbiamente, questa ricerca pionieristica, è stata una svolta di una riscoperta delle identità locali, sepolte da una “storia unitaria”, Gualtiero Ciola, fine pensatore indipendente del variegato mondo della destra radicale, forte degli insegnamenti di Julius Evola e soprattutto di Adriano Romualdi, è stato capace di proporre un concetto di patria antico quanto di grande attualità: la patria, essendo la terra degli antenati indoeuropei, non può che essere locale. Questo concetto trova interessanti parallelismi con pensatori Cattolici contro-rivoluzionari come Luigi Taparelli d’Azeglio, il comandante vandeano de Charette, sensibilità localiste presenti in Monaldo Leopardi o per finire nel Novecento, nell’ “Alfiere” di Silvio Vitale, in Pino Tosca e Tejada.
    Per quanto il nostro fosse di fede pagana, parallelamente alla oggi rinata realtà neolegittimista, non manca un collimante richiamo morale a – per usare un termine sturziano – tutti gli uomini liberi e forti, che vogliono reagire ad una decadenza morale, recuperando antiche virtù, una antropologia – per dirla alla Mircea Eliade – da homo religiusos, un senso di appartenenza che scrollandosi le scorie del peggior malcostume italiano e della retorica patriotarda, guardi con coraggio a un Italia e a un’Europa dei popoli in linea con i grandi pensatori del pantheon leghista (si veda Le radici del federalismo di Stefano Bruno Galli), ma soprattutto con il federalismo comunitarista di Alain De Benoist.
    Non crediamo di esagerare nel vedere in Gualtiero Ciola un “talebano ante-litteram” e di vedere negli antenati indoeuropei molti elementi di antiche virtù, come riteniamo interessante il confronto con la scuola contro-rivoluzionaria Cattolica. Per questo, ricollegandoci ai precedenti articoli, potremmo dire che non c’è futuro senza una riscoperta del senso di appartenenza, senza collegarlo ad un senso di comunità e a una sua corente visione del mondo e a un idea di stato. Nell’elaborazione culturale del Talebano sono stati giustamente trattati autori come Julius Evola, Attilio Mordini e Maurras. Noi aggiungeremo anche Romualdi, maestro di Ciola, e tutto il filone Cattolico anti-risorgimentale. Nella loro diversità, anche epocale, tal autori possono insegnare molti agli identitari di oggi in termini di senso di Patria e Comunità.

  7. #7
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    Predefinito Re: Quali elementi devere avere una idea per essere definiti di destra?

    https://www.fabriziofratus.it/

  8. #8
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    Predefinito Re: Quali elementi devere avere una idea per essere definiti di destra?

    E cosa distingue la cosiddetta destra dal cosiddetto socialismo nazionale?

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    Predefinito Re: Quali elementi devere avere una idea per essere definiti di destra?

    MISTICA VÖLKISCH
    MITO DEL SANGUE E METAFISICA DELLA RAZZA
    NELL’ETNONAZIONALISMO VÖLKISCH


    Recensione di Fabio Calabrese

    Raramente capita di leggere un testo così nettamente in controtendenza rispetto agli orientamenti politico-culturali attualmente dominanti, e questo non può fare altro che piacere, perché questi orientamenti politico-culturali dominanti imposti settant’anni fa all’Europa con la forza dai vincitori del secondo conflitto mondiale, sono a mio parere quanto di più deleterio e innaturale possa esistere, la faccia ideologica, la pseudo-giustificazione di quel sistema di potere tirannico che conosciamo come democrazia. Come io stesso ho spiegato più volte su queste pagine, la democrazia è un sistema tirannico. Libertà? Ci vuole faccia tosta per parlarne in presenza di un sistema giudiziario dove le fattispecie di reati di opinione si moltiplicano. Sovranità popolare? Parlarne è un tragico sarcasmo, quando ai popoli non è concesso di decidere nulla, nemmeno di continuare a esistere come tali, ma il potere dietro le quinte ha deciso che debbano sparire nell’universale meticciato. La democrazia è stata imposta all’Europa settant’anni fa con la conclusione disastrosa della seconda guerra mondiale, ma i suoi effetti deleteri hanno cominciato a diventare evidenti dopo la fine della Guerra Fredda, con la messa in atto della decisione di trasformare l’intera umanità in un’orda meticcia facilmente manovrabile dal potere dietro le quinte del sistema democratico, di recidere il legame sempre esistito e che rappresenta l’ordine normale delle cose, tra sangue e suolo. L’ideologia democratica oggi dominante tende a cancellare il concetto stesso di nazionalità, il legame naturale fra un popolo e la sua terra, per sostituirlo in tutto con la finzione burocratica nota come cittadinanza, si pretende che un extracomunitario diventi un europeo solo perché si è deciso di scrivere sui suoi documenti la cittadinanza di un Paese europeo, sebbene l’esperienza anche tragica, a cominciare dalla diffusione in Europa di simpatizzanti e fautori del terrorismo islamico come conseguenza dell’immigrazione, dimostri chiaramente che questi presunti “inglesi”, “francesi”, “italiani” a cui concediamo irresponsabilmente diritti che mai e poi mai noi potremmo ricevere nei loro Paesi d’origine, di europeo non hanno nulla anche quando sono immigrati di seconda o terza generazione, nati sul nostro suolo. Questo testo costituisce dunque un salutare richiamo al fatto che l’identità di un popolo è data dalla nazionalità, dal legame inscindibile tra sangue e suolo, ma è anche qualcosa di più, infatti questo legame ineludibile fra la terra e il popolo è la base di una concezione che possiamo tranquillamente definire religiosa. Non a caso, parliamo di mistica Volkisch. Come ha messo bene in evidenza Alfred Rosenberg nelMito del XX secolo, “Razza è anima vista dall’esterno, anima è razza vista dall’interno”: razza e anima, razza è anima, occorre ribadire la falsità del dogma democratico dell’uguaglianza degli uomini: alle diverse caratteristiche fisiche che distinguono le varie razze, corrispondono qualità psichiche differenti. La nostra anima razzialmente determinata, cioè NOI STESSI, è il lascito più importante che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, e non possiamo rinnegare la loro eredità, la nostra origine senza rinnegare noi stessi. Sangue e suolo sono semplicemente due elementi di una triade che andrebbe meglio completata: spirito, sangue e suolo, poiché la scoperta del legame identitario profondo con le nostre origini, il nostro passato, noi stessi in ultima analisi, ci proietta in una dimensione sacrale, ci porta a riscoprire quel fondo di religiosità originaria dell’Europa anteriore all’avvento del cristianesimo. Se ci liberiamo dal contesto abramitico-cristiano che concepisce la religione come rapporto individualistico con un Dio immaginario, allora ci accorgiamo che non c’è nulla di più SACRO di questa eterna catena della vita che ci lega ai nostri antenati e ci proietta verso il futuro attraverso i nostri discendenti sempre mediante il legame della continuità di sangue. Al riguardo, mi vengono in mente i versi di una bella poesia di Helmut Stellrecht che ben avrebbero potuto figurare in questo libro:

    «Tu porti nel tuo Sangue la santa eredità dei tuoi Padri e dei tuoi Antenati./Tu non conosci coloro che sono scomparsi in file interminabili nell’oscurità del passato.
    Ma tutti loro vivono in te e nel tuo Sangue, camminano sulla Terra/ che li ha logorati nelle battaglie e nelle fatiche /e in cui i loro corpi da tempo si consumano. /Perciò il tuo Sangue è qualcosa di sacro”.

    Questo testo rappresenta una sorta di manifesto redatto dai suoi autori per il decennale dalla fondazione dell’associazione etnonazionalista Vokisch “identità e tradizione”, e i suoi autori, Federico Prati, Luca Lionello Rimbotti, e soprattutto Silvano Lorenzoni, il grande Silvano Lorenzoni, sono tre fra i più reputati intellettuali della nostra “area”. Forse occorre chiarire il concetto di etnonazionalismo, un’espressione che può sembrare ridondante, dal momento che etnia e nazione possono essere considerati sinonimi. In realtà, si vuole evidenziare che il “classico” nazionalismo ottocentesco che faceva coincidere la nazione con lo stato, qui non interessa; quello che conta è la nazione, l’etnia come “ghenos”, come comunità umana stretta da legami di sangue, che è come dire di spirito e di destino, cioè l’esatto contrario di qualsiasi delirio multietnico, cioè in ultima analisi ciò che è normale perché disposto dalla Provvidenza (una Provvidenza che almeno io personalmente non riesco proprio a immaginare come possa coincidere con il Dio cristiano, un Dio apertamente “mondialista”), il che si ricollega alla venatura religiosa o per meglio dire SACRALE di questa concezione. Va detto anche che l’associazione di cui abbiamo detto non è un partito, e si propone di agire piuttosto in campo metapolitico che non politico; gli autori, difatti, esprimono la convinzione che finché ci sarà un’élite intellettuale e spirituale ferma e consapevole su questi principi a un tempo politici e religiosi, le forze della sovversione democratica, del disordine che sconvolge e distrugge qualsiasi ordine tradizionale, qualsiasi normalità, non riusciranno a prevalere in modo definitivo. Questo testo, nel quale le mani dei tre autori fondono il loro lavoro senza discontinuità apparenti, sì che è assai arduo attribuire un brano all’uno o all’altro dei tre, è suddiviso in quattro parti che sono: “Il mito del sangue”, “sangue e spirito”, “anima della razza” e “metafisica del sangue”. Ora, probabilmente non in maniera casuale, il titolo della prima di queste tre sezioni richiama quello di un testo di Julius Evola, un pensatore la cui lezione i tre autori hanno tenuto sempre ben presente. Riguardo a Evola, è importante precisare che molti hanno voluto vedere in Evola il teorico di una dottrina spirituale della razza in contrapposizione alla visione nazionalsocialista e in particolare dell’ideologo del nazionalsocialismo, Alfred Rosenberg, che si è voluta riduttivamente interpretare come un rozzo materialismo biologico. Questa interpretazione, ci assicurano i nostri autori, è completamente falsa, riesce a stare in piedi solo se si evita e si impedisca che sia accessibile la lettura di prima mano dei testi nazionalsocialisti, e in particolare del ponderoso Mito del XX secolo di Rosenberg, secondo la prassi democratica che consiste nella censura e nell’impedire il confronto delle idee, altrimenti sarebbe chiaro che il nazionalsocialismo e Rosenberg ebbero ben chiara la dimensione spirituale connessa al “mito del sangue”. D’altra parte, i nostri tre autori non hanno la pretesa di aver inventato nulla: l’etnonazionalismo volkisch (termine che significa “popolare”, e sottolinea con questo aggettivo che non si tratta affatto di un movimento “di destra” che guardi agli interessi delle classi dominanti, anzi, contiene in embrione l’idea del nazional-socialismo), infatti, nacque in Germania nel tardo XIX secolo, sviluppando alcuni aspetti della visione del mondo romantica, e soprattutto contrapponendosi all’illuminismo, quindi al liberalismo e alla democrazia, di cui rifiuta in particolare la visione individualistica e contrattualistica dei rapporti sociali e politici. Dopo la prima guerra mondiale, esso confluì nel movimento nazionalsocialista, e qui ebbe certamente un ruolo chiave la figura di Alfred Rosenberg di cui il libro propone una significativa rivalutazione. Noi possiamo sostanzialmente vedere l’etnonazionalismo volkisch come una salutare reazione al rifiuto illuministico, liberale, democratico, di considerare il differente valore delle persone e delle comunità nazionali, in uno col rifiuto della dimensione spirituale, per puntare in definitiva a una società atomizzata, retta esclusivamente dalla legge del denaro, dove i rapporti fra le persone sono ridotti a rapporti fra cose, e le persone stesse sono ridotte a cose. Questo si vede bene dal fatto che nella dialettica democratica persona e comunità sono sostituiti da individuo e massa (il liberalismo pone l’accento sul primo, il marxismo sulla seconda; entrambi sono manifestazioni di una dialettica distorta nella quale è negata ogni dimensione spirituale). Alla persona, ridotta a individuo, è ancora concesso di avere una psiche, ma non già spirito e anima. Non a caso, una delle parti più significative del libro è costituita da un testo di Adriano Segatori che è una disamina della psicanalisi. Ciò che caratterizza il pensiero freudiano, la pseudo-scientifica psicanalisi, è infatti la soppressione dell’io inteso comearché, come principio guida della personalità, che resta totalmente in balia di pulsioni e istinti, una marionetta che potrà essere fatta danzare al ritmo di qualunque musica il meccanismo sociale, o meglio il potere economico e politico dietro le quinte del meccanismo sociale decida di imporre, il tutto mascherato dall’alibi della falsa libertà della democrazia. A questo riguardo vorrei ricordare che sempre sulle pagine di “Ereticamente” tempo addietro vi avevo segnalato il bel libro di Michel Onfray:Crepuscolo di un idolo: smantellare le favole freudiane dove si dimostra in tutta evidenza e dati alla mano che nella psicanalisi non c’è nulla di scientifico, che Sigmund Freud era un ciarlatano che ha falsificato i protocolli delle sue sedute, che non ha mai guarito nessuno, e che ha causato la morte di almeno quattro dei suoi pazienti attribuendo a isteria disturbi che invece avevano una base organica ed erano sintomi di malattie reali. La psicanalisi è con ogni probabilità la più grossa bufala pseudoscientifica dell’età moderna. D’altra parte il saggio di Segatori contenuto in questo libro ci fa comprendere che essa è pienamente funzionale a quell’insieme di tendenze: liberalismo, marxismo, democrazia, potere usurocratico, scientismo materialista che nel loro insieme possiamo chiamare modernità, l’uomo freudiano è esattamente ciò che la modernità vuole che l’uomo sia, un uomo che non avendo più l’archéin se stesso, deve necessariamente riceverlo dall’esterno, in definitiva un perfetto schiavo, un uomo-macchina. La modernità, la negazione degli eterni principi dello spirito, del sangue e del suolo, svela allora il suo carattere demoniaco.
    Per dirla con le parole del testo:

    “Materialismo, ateismo, lotta di classe, deboli ideali eudemonistici, suicidio razziale, atomismo sociale, promiscuità razziale, decadenza dell’arte, erotomania, disintegrazione della famiglia, perdita del senso del sacro, dell’onore sia nell’ambito pubblico che privato, sciatto femminismo, fluttuazioni e catastrofi economiche, guerra civile nelle famiglie europee, degenerazione pianificata della gioventù per mezzo di film e libri abietti e l’introduzione di nevrotiche dottrine nell’educazione. Le Forze della Sovversione hanno cercato di far imputridire l’Europa, di affievolire i suoi istinti razziali, di privarla di eroismo, onore e virilità, del suo sentimento di avere una missione mondiale da compiere, del suo senso di costituire un’unità razziale e spirituale, e persino del suo codice cavalleresco. Essi desiderano paralizzare la capacità di decisione europea e distruggere la sua volontà portando la sifilide morale ed etica di Hollywood ad avvelenare il suolo d’Europa” (pag. 63).

    L’etnonazionalismo volkisch si presenta come una reazione salutare contro tutto ciò, un mezzo per far sì che gli Europei ritrovino il contatto con se stessi, la loro civiltà millenaria, l’eredità dei loro antenati, la loro identità.

    “L’etnonazionalismo volkisch costituisce un’Idea-forza che rappresenta l’opposto, l’antitesi stessa dell’ideologia posta a base della rivoluzione illuministica francese, la quale è basata sull’idea massonica dell’uguaglianza degli individui e delle razze. Tale nefasta ideologia, approfittando di un particolare momento storico, adattandosi in mille modi, ha prodotto terribili rivoluzioni, ha gettato l’Europa in un seguito di convulsioni rivoluzionarie e belliche da cui è emerso trionfante il dominio di Aasvero-Giuda (…) Ma la disgrazia di questa epoca darà vita nei Popoli d’Europa a una nuova presa di coscienza che li porterà alla rigenerazione” (pag. 85).

    Si tratta di un auspicio e di una battaglia che io personalmente non posso altro che condividere in toto, ma credo di poter parlare da questo punto di vista a nome di tutti noi di “Ereticamente”. Non ci si può augurare altro se non che questo libro abbia la massima diffusione possibile. Potrebbe servire a risvegliare le coscienze di molti.

    Le nostre letture: Mistica Völkisch - EreticaMente


    Federico Prati, Luca Lionello Rimbotti, Silvano Lorenzoni:Mistica Volkisch, Effepi edizioni settembre 2014. €. 20,00

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    Predefinito Re: Quali elementi devere avere una idea per essere definiti di destra?

    LA DESTRA E LA TRADIZIONE

    di Julius Evola

    (Tratto da “La Destra“, n. 5, Roma, maggio 1972)

    L’idea della Destra sta oggi destando un interesse in ambienti abbastanza ampi e vari. Dato il marasma politico e culturale dell’Italia attuale, ciò è certamente un sintomo positivo. Però quando un’idea trova un maggiore suolo di risonanza accade quasi sempre che essa perda la sua determinatezza, e valga più la formula che non un contenuto preciso. Ciò può dirsi anche per l’idea della Destra, specie quando essa viene riferita ad un piano che non è solamente quello originario, ossia il piano politico, ma viene considerato un atteggiamento generale.

    In questo contesto un problema che può rivestire un interesse speciale è quello dei rapporti fra il concetto di Destra e il concetto di Tradizione. Su di esso è necessario portare l’attenzione se alla Destra si vuol dare un contenuto positivo e non soltanto polemico o oppositivo.


    Il contenuto soltanto polemico della Destra fu implicito nelle origini. Infatti si sa che la Destra fu così chiamata in relazione al posto che nel Parlamento andarono ad occupare i rappresentanti schieratisi contro gli elementi rivoluzionari i quali per ciò stesso si trovarono ad essere caratterizzati come la «Sinistra». Riferendosi alle assemblee degli antichi regimi, questa opposizione non era però fra elementi equiparabili. Infatti in genere si trattava di regimi monarchici, e la Destra non agiva per una causa propria ma assumeva la difesa dei superiori princìpi di autorità e di ordine insediati eminentemente al vertice stesso dello Stato. Peraltro, in origine, anche la cosidetta «opposizione» ebbe un carattere funzionale perché nei rappresentanti di essa era presupposto un lealismo e un cooperativismo – idea, questa, caratteristicamente espressa dalla formula inglese: “His Majesty’s most loyal opposition [1]”. Solo all’apparire di ideologie e movimenti rivoluzionari si venne alla definizione di Destra e Sinistra come schieramenti interamente contrapposti. In questa situazione, alla Destra fu naturalmente proprio l’assumere un orientamento conservatore.

    Con ciò si delineano già dei concetti essenziali per la problematica complessiva che qui intendiamo considerare. Col tramonto dell’«antico regime», in parte è anche venuto meno, o si è fatto incerto, un superiore principio positivo di riferimento. Già sul piano politico è più facile dire ciò che la Destra non vuole e combatte, che ciò che essa vuole e vuol difendere, a tale riguardo potendosi perfino verificare divergenze di contenuto di non poco momento.
    Anche quando, per estensione, si parla di un orientamento culturale e di una visione di Destra della vita, la definizione in termini soltanto negativi è la più agevole, ma essa è evidentemente incompleta. È necessaria l’introduzione di princìpi positivi, per dar forza ad una vera antitesi: princìpi, i quali in ultima istanza non possono che avere un carattere «tradizionale». Solo che è d’uopo precisare come occorra, allora, rifarsi ad un concetto della tradizione, particolare ed eminente, in relazione al quale non è per un mero risalto retorico che è divenuto abbastanza d’uso, col delinearsi di una corrispondente corrente di pensiero, scrivere la parola Tradizione con la maiuscola.

    Infatti, un tradizionalismo generico a carattere empirico o soltanto storico non basta. Ma spesso non è di altro che si tratta, nelle Destre politiche. Abbiamo accennato esser naturale che queste siano «conservatrici», e come tali sono anche «tradizionali», rifacentisi, cioè, ad un sistema dato di princìpi e di istituzioni che si vuole mantenere o tutelare. A questo livello si resta evidentemente nel campo della fattualità ed anche della relatività, il riferimento essendo caso per caso a quel che si è avuto semplicemente in retaggio ed a cui solamente in quanto tale si attribuisce un valore, la qualità di cosa da conservare e da preservare.

    Però è possibile una concezione più ampia ed elevata, prendendo come riferimento valori costanti di natura universale. Sono tali valori a poter fornire un contenuto positivo ad una vera Destra. In tale accezione il concetto di Tradizione si applica ad un sistema in cui «tutte le attività sono ordinate, in via di principio, dall’alto e verso l’alto».

    Di conseguenza, per una Destra «tradizionale» il presupposto naturale e fondamentale appare essere l’ammissione della realtà di un ordine superiore avente anche un carattere deontologico, ossia normativo. Anticamente, si poté parlare di un sovramondo opposto al mondo del divenire e della contingenza. In seguito, la base poté essere la religione. In questo caso si presenta, però, l’eventualità di condizionamenti limitatori, quando esista una religione positiva istituzionalizzata, una Chiesa, col pericolo pratico che essa allora si monopolizzi l’autorità spirituale (è l’orientamento che storicamente provocò la «contestazione» ghibellina). Così è preferibile tenersi ad un piano più neutro, far vedere solo subordinatamente riferimenti di un carattere strettamente religioso e usare piuttosto il concetto di una «trascendenza». Una trascendenza, rispetto a tutto ciò che è semplicemente umano, fisico, naturalistico e materialistico, ma non per questo equivalente a qualcosa di distaccato e di astratto, tanto che, quasi paradossalmente, si potrebbe parlar di una «trascendenza immanente», perché ci si deve riferire anche ad una forza reale formatrice, energizzante e organizzatrice appunto «dall’alto» e verso l’alto. In ciò si potrebbe indicare il punto di riferimento ultimo dell’orientamento tradizionale, di là da ogni sua espressione e concretizzazione particolare.

    Conseguentemente, lo sfondo per una Destra avente anche un contenuto «tradizionale», e per ogni corrispondente visione del mondo e della vita, dovrebbe avere un analogo carattere: dovrebbe essere uno sfondo spirituale. Comunque, solo tenendosi a questo piano si può dare un fondamento ed una legittimazione superiori ad ogni particolare posizione di una Destra tradizionale. Questa non potrà essere che gerarchica e aristocratica, non potrà non porre ben differenziate gerarchie di valori e non affermare il principio dell’autorità, non potrà non opporsi al mondo della quantità, della massa, della democrazia, dell’economia sovrana, non potrà non dare risalto a ciò per cui merita veramente impegnarsi e subordinare assolutamente il proprio interesse particolare per avere una virtù anagogica, ossia indirizzante verso l’alto (il «verso l’alto» come controparte del «dall’alto»): appunto in base ad un ancoramento nell’«altro», in quella realtà sovraordinata. È stato giustamente osservato che la personalità in senso eminente non esiste quando essa non sia aperta al sovrapersonale, e proprio questo corrisponde allo spirito e al clima della Tradizione.

    Certo, per la formazione di una Destra che abbia tali valenze, che dunque non si esaurisca in mere posizioni politico-sociali, perché queste dovrebbero definirsi e valere solo in via consequenziale, sarebbe richiesto un grande lavoro di demolizione e occorrerebbero vocazioni e qualificazioni oggi non facili da trovare. È anche necessario del coraggio, in alcuni casi non soltanto intellettuale. A tale stregua potrà verificarsi perfino una convergenza paradossale, la convergenza di tradizionalità e rivoluzione. Del resto, «rivoluzione conservatrice» non è un termine nuovo; questa è stata anche la designazione di una interessante corrente politico-culturale della Germania pre-nazista, la conservazione qui non essendo stata riferita a nulla di fattuale bensì a idee di base aventi una perenne attualità (Möller van den Bruck). Rispetto a ciò che oggi esiste come civilizzazione e società moderne, si può effettivamente dire che nulla abbia un carattere rivoluzionario quanto la Tradizione, a tale riguardo trattandosi, propriamente e hegelianamente, di una «negazione della negazione», la seconda essendo quella che, grazie al «progresso», dissacrando tutto, sovvertendo ogni ordine normale, ci ha condotti dove oggi ci troviamo. Questa negazione è da negare. Cosi per la Destra tradizionale potrebbe anche valere una ulteriore parola d’ordine: «rivoluzione dall’alto» – è l’opposto di tutte le velleità contestatarie anarcoidi di oggi le quali si risolvono in un’agitazione vana o insana perché manca una controparte positiva, che i loro esponenti sono incapaci perfino di concepire, quand’anche non si trovino, apertamente o inconsciamente, nell’orbita delle ideologie di sinistra o dalla sinistra non vengano strumentalizzati.

    Portando lo sguardo su ciò che riceve o che ha ricevuto la designazione di Destra, in base a quanto si è detto appaiono necessarie alcune messe a punto. Si è potuto parlare di una Destra nei termini di uno schieramento economico più o meno associato al capitalismo, il che ha servito da comodo bersaglio al marxismo e ad altre forze della sovversione. È evidente, a questo riguardo, una deprecabile caduta di livello, anche se si deve riconoscere che in questo stesso dominio materiale esistono delle strutture da conservare e da difendere. Più in generale, vi è una Destra definita prevalentemente dall’orientamento conservatore di una classe media borghese, del che è stato particolarmente il caso in Italia. Invece, in altre nazioni, i punti di riferimento riconducono, in parte, al più alto livello dianzi accennato. La Destra tradizionale francese è stata essenzialmente cattolica e monarchica, sebbene vi siano state delle riserve nei riguardi di certo cattolicesimo, sul genere di quello di uno Charles Maurras, quando ci si è riferiti a tale religione per quel che riguarda lo sfondo non soltanto politico della Destra.

    Una specie di mistica della monarchia è implicita nella Destra dei Paesi anglosassoni, nel qual caso risultando inoltre la non necessità di riferirsi al solo cattolicesimo, il protestantesimo ha potuto parimenti valere come punto di riferimento. Il protestante Bismarck fu un esponente precipuo della vera Destra non meno del cattolico Metternich e dei cattolici De Maistre e Donoso Cortes. Sulla linea del prussianesimo devesi però rilevare una certa involuzione secolare, nel senso che il riferimento a qualcosa di trascendente è velato; qui, in primo piano, si trova una specie di etica autonoma, una tradizionale, congenita formazione caratteriale avente in apparenza una forza propria, ma che in fondo – nel risalto dato a ciò che è superpersonale – non saprebbe davvero giustificarsi se non fosse, per così dire, un derivato di un precedente orientamento non privo di uno sfondo spirituale (si può ricordare che il prussianesimo con la sua etica è nato come una secolarizzazione dell’ordine dei Cavalieri Teutonici).

    Di Destra, talvolta, si parla anche riferendosi a sistemi politici di tipo «fascista». Però a tale riguardo si debbono formulare delle riserve. Giustamente in un gruppo di saggi dedicati alle Destre europee (The European Right, a cura di H. Rogger e E. Weber, University of California Press, 1966) è stato rilevato che questi sistemi non possono venir chiamati di Destra nel senso antico e tradizionale del termine, che essi sono piuttosto caratterizzati da una mescolanza della Destra con la Sinistra perché, se da un lato hanno difeso il principio dell’autorità, dall’altro si sono basati su partiti di massa ed hanno incorporato istanze «sociali» e rivoluzionarie proprie alla Sinistra, istanze contro le quali gli uomini di una vera Destra avrebbero preso certamente posizione. Più in generale, è una distorsione attribuire il carattere di una Destra a una dittatura, una dittatura come tale non avendo una tradizione, essendo una costellazione informe della potenza in una data individualità (qui si ha in vista la dittatura come tipo di costituzione, non già come qualcosa di transitorio imposto da situazioni di crisi o di emergenza). Il Principe di Machiavelli non incarna nulla che si possa dire di Destra, in lui avendosi anzi una inversione dei rapporti perché se il capo machiavellico può anche rifarsi a valori spirituali o religiosi, egli lo fa unicamente assumendoli come semplici mezzi utili al suo governo, senza nessun intrinseco riconoscimento. Così il discorso potrebbe estendersi a quei princìpi, eventualmente d’ordine superiore, che nel quadro dei totalitarismi dittatoriali possono tuttavia venire usati sotto le specie di semplici «miti», ossia avendo esclusivamente in vista formulazioni che li rendano atti a suscitare o canalizzare le forze irrazionali delle masse. Che Destra e demagogia siano inconciliabili, ciò non occorre sottolinearlo.

    Tutte queste osservazioni confermano l’importanza della connessione, in precedenza indicata, fra la vera Destra e la Tradizione.
    Dopo quanto si è detto, se si dovesse concepire una «cultura di Destra», essa dovrebbe riconoscere come uno dei suoi compiti precipui il mettere in evidenza i valori della Tradizione, prendendo distanza, nel contempo, da ogni orientamento soltanto «tradizionalistico», cioè, in fondo, conformistico. Il campo della cultura di Destra sarebbe assai ampio. La storiografia e la morfologia delle civiltà dovrebbero avervi una parte importante, perché, respinta ogni storiografia a tendenza liberale, marxista e progressista, si tratterebbe di evidenziare sistematicamente tutto ciò che in precedenti periodi ha incarnato princìpi tradizionali e, a dir vero, cosi che ne risulti in prima linea il carattere paradigmatico. In questo senso contributi validi sono stati già fomiti soprattutto dalla corrente facente capo a René Guénon, vero maestro dei tempi moderni. Nei limiti delle nostre possibilità, noi stessi ci siamo dedicati a un non diverso compito, in quanto nella prima parte della nostra opera Rivolta contro il mondo moderno, 1934; 3a ed. 1969) abbiamo abbozzato, in base ad una ricerca comparativa, una specie di «dottrina delle categorie» del «Mondo della Tradizione».


    “Il campo della cultura di Destra sarebbe assai ampio. La storiografia e la morfologia delle civiltà dovrebbero avervi una parte importante”



    Una volta fissati saldi punti di riferimento assiologici, il compito di una cultura di Destra sarebbe anche lo studiarne possibili applicazioni con riferimento allo stato attuale delle cose. Il pericolo di un conservatorismo sclerotico dovrebbe essere superato con l’adottare il principio dell’omologia. Omologia non significa identità ma corrispondenza, non riproduzione puntuale ma trasposizione e riaffermazione di stessi princìpi formali da un livello ad un altro, da un complesso situazionale ad un altro – a voler usare una imagine, come in una corrente, obbedendo ad una stessa legge, un vortice sparito ad un dato punto di essa toma a formarsi in un altro punto: uguale e nel contempo diverso, appunto perché è in qualcosa che fluisce – come il tempo, come la storia – che questi vortici prendono forma.
    Questa indicazione metodologica generale può venire concretizzata nella considerazione dei diversi campi dei problemi che una cultura di Destra dovrebbe affrontare, in modo da costituire un insieme di schemi validi anche per la prassi. L’importante, qui, è mantenere la linea, non cedere alla tentazione di posizioni accomodanti. come tali atte ad assicurare un più ampio, ma meno selezionato, suolo di risonanza – ricordando che non si lavora solo per l’oggi ma anche e soprattutto per il domani, qui potendocisi riferire allo stesso detto di Hegel: «L’Idea non ha fretta».

    Queste considerazioni non sono superflue perché una certa voga che, come rilevammo al principio, oggi sembra avere l’idea della Destra, ha spesso portato ad etichettare come di Destra atteggiamenti assai diversi e perfino spuri, in ogni caso attestanti assai poco una linea rigorosa e coerente di pensiero; linea, che è necessaria quando non si tratta di improvvisazioni e nemmeno ci si limita a posizioni politiche ma si vuol definire anche un orientamento esistenziale e culturale generale.

    Note

    [1] Con questa espressione (letteralmente: “La lealissima opposizione di Sua Maestà”) si indicava l’opposizione nel primissimo sistema parlamentare britannico, inquadrata organicamente in funzione del perseguimento dell’interesse generale. Evola ne parlò anche ne Gli uomini e le rovine, capitolo IV (Stato organico e totalitarismo), esprimendosi in questi termini: “Gli Stati che presero forma nello spazio delle grandi civiltà tradizionali – avessero pur essi carattere di imperi, di monarchie, di repubbliche aristocratiche o di città-Stato – nel loro periodo migliore furono tutti più o meno di questo tipo. Una idea centrale, un simbolo di sovranità con un corrispondente, positivo principio di autorità ne costituì la base e la forza animatrice, e quasi per spontaneità gravitazione uomini e corpi sociali si trovarono in sinergia, pur conservando una loro autonomia essi svolsero attività convergenti in un’unica direzione fondamentale; gli stessi contrasti, le stesse antitesi avevano una loro parte nell’economia del tutto, perché esse non presentavano il carattere di affezioni disorganizzatici, esse non mettevano in questione la sovraordinata unità dell’organismo come tale, ma agivano piuttosto come un fattore dinamico e ravvivatore. Perfino “l’opposizione” del sistema parlamentare inglese del primo periodo rifletté un significato del genere (la si poté chiamare: His Majesty’s most loyal opposition), scomparso del tutto nel successivo regime parlamentare partitocratrico” (N.d.R.)

 

 
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