Le responsabilità politiche
La Sardegna brucia e lucidano gli ottoni
Domenica 17 ottobre 2010
L a questione dei pastori; gli operai dell'Eurallumina, della Carbosulcis, della Vinyls; la protesta della scuola; strade, porti e ferrovie inadeguati. Liti tra partiti, tra coalizioni, sindacati insoddisfatti. Le minacce firmate dalle nuove Brigate rosse sarde e la valanga di disoccupati, cassintegrati e nuovi poveri che rischia di travolgere tutto e tutti. E mentre questo accade, nessuno sembra davvero avere la consapevolezza che ci stiamo avviando su una china che porterà al disastro.
Quando negli anni 2002-2003 la rivolta indipendentista in Corsica si fece incandescente, l'allora ministro dell'Interno Sarkozy, il duro Sarkozy, decise di trattare e volò a Bruxelles con le istituzioni corse. Non si preoccupò troppo del cerimoniale e costrinse la commissione europea a prendere atto che la Corsica è un'isola e che le richieste erano legittime. Non tutto - ma molto - venne concesso, e Sarkozy dimostrò che lo Stato era vicino a un pezzo del suo territorio sofferente. Il risultato fu che il Fronte indipendentista estremista si ridimensionò.
E la Sardegna? Berlusconi affermò che, benché non fossimo rappresentati adeguatamente nel Governo con esponenti sardi, lui stesso sarebbe stato il ministro della Sardegna. Nessuno qui, in questa terra lontana da Roma, in quest'isola al centro del Mediterraneo, se n'è accorto.
Per i problemi della Sardegna le promesse si sono sprecate, salvo poi essere dimenticate il giorno dopo le elezioni vinte. I problemi dell'isola avrebbero bisogno invece di atti concreti, amministrativi e legislativi e, pur senza voler offendere chi governa a Cagliari e a Roma, ci permettiamo di dire che è ora di finirla con le chiacchiere ed è arrivato il momento di affrontare questi problemi con lucidità e determinazione, prima che la barca della Sardegna bruci mentre l'equipaggio si attarda a lucidarne gli ottoni.
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Cominciamo col dibattito in Consiglio regionale su Statuto e riforme. Dibattito datato, vecchio e stantio che poco interesse ha suscitato nell'opinione pubblica sarda e che non produce effetti: aria fritta. Si parla di Statuto da sempre, e questo è fermo da 62 anni mentre il federalismo fiscale ha prodotto in questi giorni un decreto attuativo in favore di Roma capitale che ha conferito a questa città poteri enormi e fonti di finanziamento che noi ci sogniamo. Perdere tempo nel discutere di Statuto per offrire un palcoscenico a pseudo intellettuali che il lavoro quotidiano e duro come quello dei nostri operai a rischio nemmeno sanno cos'è, ci sembra un esercizio dialettico sterile e improduttivo.
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Nel 2006 la Giunta Soru, col Governo Prodi, modificò l'articolo 8 dello Statuto sulle entrate: il risultato è che sono stati scaricati sul bilancio regionale tutti i costi della sanità, e non solo, promettendo di restituirli quattro anni dopo. In effetti lo Stato ha tagliato alla Regione i trasferimenti finanziari per la sanità, per la continuità territoriale, per i trasporti pubblici fin dall'esercizio finanziario del 2007, mentre di nuove entrate non se n'è parlato né se ne parla. E' stato fatto un accordo senza copertura finanziaria nel Bilancio dello Stato e i casi possono essere solo due: o la Ragioneria generale dello Stato, con la connivenza della Giunta Soru, ha imbrogliato la Sardegna allora; o la Ragioneria generale dello Stato sta imbrogliando la Sardegna oggi, con la connivenza dell'attuale Giunta regionale. C'è da domandarsi se sia moralmente, politicamente ed economicamente giusto che lo Stato continui a pagare quasi integralmente la sanità alla Sicilia e la Sardegna se la paghi tutta da sola.
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Sulle infrastrutture c'è da chiedersi se sia accettabile che negli ultimi dieci anni la Sardegna abbia ricevuto risorse pari a 3.423 euro pro capite mentre la Liguria ne ha ricevuto 13.037, la Sicilia 7.187 e la Calabria 23.085. Quindi la Sardegna nella distribuzione delle risorse fatta a livello centrale è sistematicamente penalizzata.
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Sull'industria, l'Eni continua a non voler rimettere in funzione gli impianti della Vinyls perché non fa più parte della sua strategia industriale mentre pretende di trasferire ad altre imprese le proprie produzioni dismesse dopo decenni di sfruttamento e inquinamento dei nostri territori e di usurpazione di finanziamenti statali. Un governo autorevole, regionale o nazionale che sia, non dovrebbe consentirlo.
Sulla questione energia l'Enel si appropria di oltre cento milioni di euro dei fondi europei per realizzare in Veneto (a Porto Tolle) una centrale a carbone con lo stoccaggio di anidride carbonica senza tenere in alcun conto, sia l'Enel, sia l'Europa, sia il Governo nazionale, che l'unico bacino carbonifero italiano è in Sardegna. La gara internazionale per la centrale sarda, integrata con la miniera, doveva essere fatta dalla Regione entro quest'anno, ma l'Enel ha fatto e fa di tutto per bloccarla. Anche la possibilità di realizzare una moderna centrale antinquinamento per favorire le industrie energivore quali Eurallumina, Alcoa, la Portovesme e con esse il mantenimento dei posti di lavoro dei nostri operai, sta sfumando.
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Il metanodotto che, sulla base degli impegni internazionali a suo tempo assunti dal presidente Berlusconi su iniziativa dell'allora presidente della Regione Mauro Pili, è ancora in alto mare essendo per l'Eni più importante in questo momento l'accordo per il gas russo o libico, che nessun vantaggio porterà alla Sardegna.
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I pastori sardi tra promesse vane e vincoli europei vedono pian piano morire le proprie aziende. Il settore lattiero-caseario paga i mangimi, il gasolio, i medicinali in euro e rivende il proprio prodotto per lo più in dollari svalutati perché il principale mercato di sbocco per il pecorino è l'America. D'altra parte l'Europa non consente di sostenere con agevolazioni questo settore in Sardegna per annullare gli svantaggi economici e strutturali derivanti dalla condizione di insularità. Né Stato né Regione ci risulta che abbiano rovesciato il tavolo del commissario europeo all'agricoltura per renderlo consapevole della specificità sarda. E anche qui assistiamo alla progressiva e dolorosa estinzione di un settore fondamentale per la Sardegna, non solo sul piano economico ma anche per i tratti distintivi e nobili della nostra originaria identità. Quantomeno l'azienda di Stato preposta agli interventi sul mercato agropastorale, l'Aima, dovrebbe acquisire la quota di produzione in eccesso rispetto alla domanda di formaggio pecorino, per svuotare i magazzini delle aziende e favorire un accordo con gli industriali del settore caseario sul prezzo del latte, pagato oggi meno di un litro di acqua minerale. Il che si commenta da sé.
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La Tirrenia è contesa da napoletani e siciliani e taluni vorrebbero che la Regione sarda intervenisse per acquistarla. Ciò che servirebbe alla Sardegna non è un carrozzone che ha sequestrato la nostra gente per decenni costruendo i propri bilanci con i biglietti pagati dai sardi e con i contributi a fondo perduto dello Stato, senza che alcun concreto vantaggio in termini occupazionali ne risultasse. Ciò di cui la Sardegna ha bisogno è di una vera continuità territoriale che consenta alle persone e alle merci di viaggiare da e per la Sardegna a costi simili a quelli praticati nel continente italiano nelle autostrade e nelle ferrovie.
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Infine, l'assenza - oggi come ieri - di una chiara visione strategica per lo sviluppo della Sardegna, ha portato questa terra a una condizione tale da mettere a repentaglio non solo la tenuta economica ma anche lo stesso ordine pubblico. Il presidente del Consiglio ha il dovere e la responsabilità di occuparsi direttamente di questi problemi, oppure di delegarli - all'interno del Governo - a qualcuno capace di affrontarli e di risolverli. Oggi non ci sono alternative perché mentre la barca della Sardegna brucia non possiamo accettare che chi ha ricevuto il mandato elettorale di governare sfugga alle proprie precise responsabilità.
PAOLO FIGUS




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