Ho trascritto qui un breve testo che mio padre scrisse nel 1967 e che fu la traccia di una sua conferenza su San Francesco.
Buona lettura.
Il tema della pace in San Francesco
La maggior parte degli aspetti di San Francesco oggi si colorano di oleografia.
La lettura del “Cantico delle Creature” propone motivi universali i quali però, se svolti su un piano meramente letterario non illuminano la grandezza delle intenzioni. Meglio che intenzioni, le conquiste spirituali dei Santi. Così la lettura dei “Fioretti” compiuta alla luce di un sentimentalismo viscerale, rende un cattivo servizio a Francesco, poiché tende a sfumare, affidandosi all’interpretazione del cuore, il vigore, la forza, la volontà con cui ogni conquista venne attenuta. Né hanno reso un buon servizio le interpretazioni a sfondo sociale per cui Francesco sarebbe un demolitore del feudalesimo, un innovatore politico, un precursore della dottrina della lotta di classe.
La chiave, una delle chiavi, con cui si può aprire un piccolo spiraglio sulla lotta, sui modi di questa lotta, sulla vittoria del Santo è nel canto XI del Paradiso di Dante.
Sia l’apertura dei primi versi che a prima vista potrebbe sembrare estranea all’argomentare successivo deve rendere accorta e sospettosa la nostra attenzione. Ad ogni concreta attività umana viene negato peso e valore.
I “difettivi sillogismi” (v.2) appaiono esatta comprensione e valutazione dell’atteggiamento fondamentale della dottrina francescana che si pone, sin dall’inizio, come reazione alla Scolastica, la quale allora andava degenerando da sapienza mistica, come era stata alle origini, in una specie di dogmatica giuridica. Per Dante il primo grande merito di Francesco sembra appunto quello di aver rinnovato i temi della conoscenza mistica, là dove la filosofia e la teologia parevano aver rinunciato, per debolezza di strumenti, al senso dell’invisibile e del trascendente.
Di fronte poi alla nascente società mercantile, quella che trionferà nell’Italia del XIV-XV secolo, Francesco affermava lo stretto valore dei beni, il loro semplice valore strumentale, negandone il valore di scambio come origine di furbizia, di ipocrisia, d’inganno, come causa di alienazione, come fonte di ineguaglianza e disordine sociale.
E’ qui che va colta la prima differenza fondamentale fra l’interpretazione cristiana sociale che pur recentemente gli è stata attribuita. Francesco non combatte per i poveri, per i miseri, per gli abbietti per riscattarli dal loro stato. Egli li ama così come sono, poiché ama la povertà ed intende affermare che questo deve essere lo stato naturale dell’uomo, quello che apre la strada a mortificare il proprio io ed a porre l’essere nudo, solo, sprovveduto, ignaro nelle mani del Salvatore.
Questa è la prima Ascesi.
Ed è a questo punto un’altra ardita interpretazione di Dante :
“non dica Ascesi, ché direbbe corto” (v. 53)
Questo non è soltanto un gioco di parole fra il nome antico di Assisi, così come lo si trova in vari passi dei Fioretti, e la volgarizzazione della voce dotta del latino ecclesiastico per indicare una pratica di consapevole rinunzia, confortata dall’aiuto della Grazia divina, ma la chiara allusione al superamento di quella fase per una seconda di attività, di lotta, di guerra.
Il passo dell’evangelista Luca (XII, 49…. ) “Credete che io sia venuto a portare pace nel mondo? No, no, vi dico, ma discordia…” è interpretato da Dante con riferimento a Francesco:
… giovinetto, in guerra / del padre corse… (v.58,59)
E fu lotta, fu guerra con i suoi eroismi, le sue pene, le sue ferite, la sua pace. Il romitorio del selvaggio monte della Verna è uno spalto da cui il Santo veglia con i compagni, sentinella a sé ed agli altri per cui prega, per cui scaccia i demoni, vero cavaliere, vero paladino del suo Signore.
Tommaso da Celano riferisce una massima di Francesco : “ Di tutto ciò che può fare anche un peccatore nessuno si deve gloriare con ingiusto vanto. Il peccatore, infatti, può bene digiunare, pregare, piangere, macerare la propria carne; questo solamente non può fare: rimanere fedele al suo Signore.”
Questa fedeltà il Medioevo pregia in San Francesco, poiché è data guerriera, poiché è per essa che si può comprendere il senso delle voci recondite della natura, nel canto degli uccelli richiami ed avvisi, è per essa che ben si può guardare al nemico negli occhi e vincere debolezza e infirmitate. Ed è questa fedeltà, questo:
“né li gravò viltà di cuor le ciglia” (v.88)
Che Dante ammira e vuole premiare con il “regalmente” del verso 91 che scolpisce la dignità dell’atteggiamento del Santo guerriero, ed ancora questa fedeltà a ricevere il premio che trasforma “nella espressa similitudine di Cristo crocifisso” la ferita che distingue il gonfaloniere sulla croce (“T’ho donato le stimmate accio che…”). Ma Francesco sa bene che la infermità della passione non si confà con l’immortalitade dello spirito serafico”. Sa che la lotta avrà finalmente termine, che dalle tenebre dei sensi prima, dalla notte dell’intelletto poi, l’anima uscirà trionfalmente acquietata nella pace del Signore, nel propria interiorità non più visione beatifica, non più intuizione di Dio, ma abbandono ed oblio nell’immobilità dello spirito, nella pace che non tollera alcun aggettivo, alcuna qualifica, alcun attributo.
Così delle stesse parole del Signore che Luca riporta (X,6) “In qualsiasi casa entriate dite prima: pace a questa casa. E se vi sarà un figlio di pace, la pace vostra riposerà su di lui…”; Francesco trae il suo pensiero augurale all’inizio di ogni sermone alla gente: “Il Signore vi dia pace.” E sono di pace la prima e l’ultima missione che affida ai suoi frati: “…e sostengono infirmitate e tribolazioni. Beati quelli che sosterranno in pace, che da Te, Altissimo, saranno incoronati”.
Pochi anni dopo la morte di Francesco, un suo frate Gilberto di Tournai, scrive: “sopra la pace ed il riposo dell’anima” e dice rivolto ad un fratello: “ Così a te pure, se avrai legittimamente combattuto come campione di Cristo… sarà data la pace del cuore nel tempo e finalmente la pace di Dio nell’eternità”.
Nonostante il linguaggio, che ripete il tema della lotta e della guerra, non si deve confondere pace con pacificazione. Quest’ultima è l’esteriorità, la conseguenza formale di quella.
Nel saluti “pace e bene” il bene è il frutto della pace, è la serenità nella casa, nella comunità, la riconciliazione degli opposti, la composizione dei conflitti.
Quella, di contro è la vera ultima Ascesi. Non ha più altro nome che quello di “pace” quella che gli Angeli cantano nella Notte Santa per gli uomini di buona volontà, non più letizia od umiltà, non più fraternità o povertà, non più urgenza di cosa umana alcuna, sia pur sublime “perocchè io mi veggio appressare alla morte, ed intendo di stare solitario e raccogliermi con Dio…”.
E’ oramai aldilà dello stesso desiderio di dissolvimento, aldilà della stessa pura solitudine, nel trascendente silenzio dell’invisibile dove l’essere può finalmente lodare il “… Signore per nostra morte corporale dalla quale nullo homo vivente po skampare” e comprende a fondo la beatitudine di “quelli ke se trovarà ne le Sue (Tue) sanctissime voluntati, ka la morte secunda no’ l farrà male.”.