Nel forum sottostante , dove abitualmente faccio la pipì avevo letto un 3D che riguarda appunto il secolo d'Italia , glorioso quotidiano di Giorgio Almirante , che pare vi sia pericolo di chiusura per volere di Gasparri e La Russa i quali non vorrebbero che questo quotidiano andasse a finire con la cricca dei traditori dritto dritto nelle fauci dell'orda rossa ed assumerne la testata color rosso come Unità , il manifesto, il fatto .... il cessume rosso che c'è in giro .
Mi sono permesso fare un piccolo commentino , visto che io nel forum cacarella n.2 non vado mai , ebbene questo mio post è stato cancellato senza ricevere alcun avvertimento (non si poteva , visto che mi sono comportato da vero signore nel calpestare la cacca) probabilmente dal moderatore Apibroker .
Bene sia che che i nostri moderatori del "FORUM DELLA LIBERTA' "sappiano e si comportino di conseguenza quando riceveremo visite sgradite di gentaglia di tal fatta. E bene sappiano anche nostri amici forumisti che nel covo dei traditori si respira aria olezza .:giagia:
Vogliono chiudere il Secolo d'Italia
Flavia Perina
Ci vogliono cancellare. Non è un gioco di parole, o una battuta, o una drammatizzazione giornalistica. Negli ultimi tre giorni, lontano dai riflettori, si è consumato quello che potrebbe essere l’ultimo atto del “Secolo d’Italia” dopo 50 anni di storia. Raccontare quello che è successo è molto semplice: ieri avremmo dovuto avere la garanzia delle anticipazioni economiche che ci servono per arrivare a fine anno (700mila euro) e invece non è arrivata. Dopo una confusa riunione del Comitato dei garanti, molte promesse, rassicurazioni. trattative, l’atto conclusivo che ci avrebbe consentito di “metterci a posto” non è stato varato. Per di più il Comitato ha “dimissionato” a maggioranza il senatore Franco Pontone, che rappresentava per noi una garanzia di trasparenza e di equilibrio, sostituendolo con Franco Mugnai sulla base degli accordi raggiunti dagli “ex colonnelli” (che hanno la maggioranza nel Comitato). Il colpo di mano era stato largamente annunciato un paio di settimane fa dalle dichiarazioni di Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri su Libero e il Giornale, con aperti rimproveri sulla “linea” del nostro quotidiano. C’è qualcuno, evidentemente, che ritiene provocatoria l’esistenza di un giornalismo di destra che si sottrae al coro: anche se non fa decine di migliaia di copie, anche se non è ospite fisso dei talk show come gli onnipresenti Belpietro e Sallusti, anche se non fa polemiche ad personam ma cerca di lavorare sulle idee, la riflessione, il ragionamento. Ed è proprio al centrodestra che vogliamo rivolgere il primo appello. Ai parlamentari del Pdl di tutte le provenienze. Agli eletti. Agli iscritti. Agli amici, tanti, che nel Popolo della libertà ci seguono e ci leggono al di là dello “strappo” di luglio. Ma vi sembra normale? Vi pare politicamente tollerabile che, mentre l’area berlusconiana è già in difficoltà sui grandi conflitti di interesse, alcuni dirigenti di quello schieramento lavorino per mettere a tacere la voce del Secolo, e mandare a casa (non è secondario) una quarantina tra giornalisti, poligrafici e amministrativi? Avete già Minzolini, avete Mediaset, avete la corazzata del Giornale, posizioni strategiche in tutti gli organigrammi della Rai, avete Libero, Il Tempo, Panorama, su cui scorazzare in gran libertà: non potete proprio tollerare che esista anche il Secolo d’Italia? Ed è così difficile sopportare che non sia di stretta obbedienza “colonnellesca” o berlusconiana, che proponga riflessioni non ortodosse, punti di vista atipici, recensioni o interviste che escono dallo schema degli opposti estremismi, che non canti tutti i giorni la canzone «meno male che Silvio c’è»?
Ma siccome questo è un articolo di cronaca, i fatti vanno raccontati. Anche a futura memoria. Tre giorni fa, il 26 ottobre, si è aperta l’assemblea dei soci del Secolo d’Italia. Al tavolo il senatore Francesco Pontone, capo del Comitato di Gestione di An che detiene il 97 per cento della società, Enzo Raisi, Donato Lamorte e la sottoscritta. Il problema è, di fatto, provvedere a un adempimento che da 49 anni si ripete sempre uguale: l’anticipazione dei soldi che servono per arrivare alla fine dell’anno, quando arrivano di solito i contributi per l’editoria. Si tratta di una cifra molto più bassa che in passato: appena 700mila euro. Si tenga presente che, prima della ristrutturazione, venivano staccati senza batter ciglio assegni di uno o due milioni di euro, e anche più. Il ridimensionamento delle spese è l’esito di una profonda ristrutturazione avviata tre anni fa, che ha portato il Secolo, come risulta dai bilanci, a “tagliare” sostanzialmente i debiti pur procedendo a un ammodernamento tecnologico, al miglioramento di stampa e diffusione e a un aumento delle copie vendute e degli abbonamenti. In un’azienda normale questo sarebbe il momento non solo di tappare i debiti, ma di investire: non c’è dubbio che questo sia il “momento magico” di questo quotidiano, il momento che può consentirgli finalmente di volare alto. Ma l’ex An non è, evidentemente, un’azienda “normale”. Franco Pontone non si sente nella pienezza dei suoi poteri. È stato moralmente aggredito nei giorni di Montecarlo. È incalzato dagli ex colonnelli. Insomma, prima di firmare per quei 700mila euro vuole aspettare l’assemblea dei Garanti, davanti alla quale ritirerà le dimissioni che diede a suo tempo (e che non sono mai state discusse) e volterà pagina. Primo rinvio. L’altro ieri, il 27 ottobre, l’assemblea dei garanti si riunisce ma si chiude con un niente di fatto e un secondo rinvio. Si arriva così a ieri, a questo fatidico 28 ottobre (ah, le coincidenze!), e al blitz dei garanti contro Franco Pontone, che viene “dimissionato” con un voto a maggioranza: alzano la mano per mandarlo via Roberto Petri, Giuseppe Valentino, (area Gasparri) Francesco Biava, Maurizio Leo (area Alemanno), Pierfrancesco Gamba, Antonino Caruso (area La Russa). Sono contro Enzo Raisi, Donato Lamorte, Egidio Digilio. Pontone viene sostituito da Mugnai con un’altra votazione e si passa al secondo punto all’ordine del giorno: i 700mila euro del Secolo d’Italia. Ci si aspetta, su questo “tavolo” almeno un sostegno degli alemanniani. In realtà viene messo su un gran polverone, che rende evidente un dato: prevale la volontà di strangolare il giornale ma nessuno vuole intestarsi il de profundis. Così, in una girandola di rassicurazioni e impegni, l’assemblea viene sciolta. C’è l’impegno a versare almeno una prima tranche, 300mila euro. Per realizzarlo è necessario avere il verbale formale della riunione. Ma quando, dopo due ore, il segretario Petri porta il verbale si scopre che non contiene la dizione che era stata concordata, e che quindi non serve a nulla. Giro di telefonate, niente da fare. La correzione si rivela impossibile: sono riusciti a “sparare” al Secolo senza che a nessuno resti la pistola fumante in mano.
Ma c’è un altro dettaglio che vale la pena di raccontare. Una delle condizioni imposte dai garanti “amici” di La Russa, Gasparri e Alemanno per dare corso alla seconda tranche dei finanziamenti, era l’affiancamento alla attuale direzione di una figura da loro indicata, immaginiamo qualcosa vicino al commissario politico, per “verificare la linea” e impedire che in futuro sia “troppo sbilanciata”. Insomma, per pagare gli stipendi di ottobre e di novembre, dovremmo rassegnarci a contrattare tutti i giorni i titoli di apertura con un collega gradito agli ex colonnelli. Già immagino la scena: si può parlare del Manifesto degli intellettuali titolando “Rivoluzione d’ottobre”? E si può scrivere un fondo intitolato “Finalmente oltre destra e sinistra”? Il Secolo può aprire la prima pagina invitando ad ascoltare la piazza degli studenti? O è “politically uncorrect”, poco “di destra”, poco rispondente ai desiderata della maggioranza? Comunque, per dirla tutta: il nostro amministratore Enzo Raisi aveva accettato pure quella, e giustamente, perché primum vivere (e qua è in gioco la busta paga di tante persone). Ma pure quella non è bastata, a conferma che questo è un gioco degli inganni, dove l’obbiettivo è farci tirare giù la serranda e basta. E speriamo che adesso lo abbia capito anche chi, come Gianni Alemanno, si era – crediamo onestamente – speso per una soluzione diversa, che salvaguardasse una voce storica della destra anche se qualche volta scomoda anche per lui.
Tra i primi messaggi di solidarietà che ieri ci sono arrivati ce n’è uno che dovrebbe far riflettere la “fabbrica della censura”. Ce lo ha mandato Mario Bortoluzzi, voce e leader della Compagnia dell’Anello, mille miglia lontano dalle nostre idee: «Non condivido, come detto fino alla nausea a Luciano Lanna, le vostre più recenti scelte politiche ma da oggi acquisterò il Secolo tutti i giorni in edicola. E non lo faccio per Fini ma per quello che il Secolo ha sempre rappresentato e ancora spero possa rappresentare: una zona franca. Non mollate». Ecco, Mario, ovvio che non molliamo. Non lo abbiamo fatto in circostanze più difficili, e crediamo non sia giusto farlo adesso, davanti a un’offensiva che non ha neppure l’alibi della scelta politica perché è molto chiaro che chi ci nega i fondi non lo fa in nome di un diverso modo di intendere il giornalismo, di una diversa idea di interventismo editoriale o di altre iniziative da finanziare. Da quando An è stata sciolta, alle casse del partito si è attinto per molti motivi, non ultimo il finanziamento delle campagne elettorali, ma non risulta proposto e tantomeno attivato nessun progetto per fare ciò che la Fondazione istituzionalmente dovrebbe fare: rappresentare la storia della destra italiana nella sua complessità e nel suo valore, rielaborarne i passaggi cruciali, raccontarne i personaggi, riallacciare i fili della memoria ai percorsi attuali. Questo lavoro il Secolo lo fa tutti i giorni, con competenza indiscutibile, della quale siamo orgogliosi e che tutti ci riconoscono. Chi altro se ne occupa? Chi, sui giornali che tanto piacciono agli ex colonnelli e che spesso ci hanno indicato come modello da imitare Libero e la Padania è capace di “raccontare la destra” per come è per come è stata, molto di più di un semplice schieramento anticomunista, molto di più della foto di gruppo dei suoi leader vecchi e nuovi? Chi oggi sa di cosa parla se cita Massi o Mieville, Accame o la Gatteschi, Niccolai o Adriano Romualdi? Chi è in grado di raccontare senza dire cazzate (e passateci l’espressione) la rivolta di Reggio Calabria o i Campi Hobbit? Chi di fornire riferimenti sulla storia della destra ai tanti che vengono in redazione per compilare tesi di laurea? Chi di ricostruire esattamente, con supporti documentali, la storia del Msi e poi di An? Ma forse è proprio questo che dà fastidio: la capacità di coniugare passato e presente con cognizione di causa, di dimostrare anche con il lavoro giornalistico e di approfondimento che la destra non nasce con il Pdl, che ha anime e tradizioni degnissime, ancora da scandagliare, e che non trovano la sintese nelle cene di Arcore, e che vanno oltre la propaganda elettorale e quell’immagine con la bava alla bocca che oggi va per la maggiore. Bene, speriamo che il nostro mondo non consenta di silenziare queste tracce. Anzi, siamo sicuri che non lo farà.
* 28.10.2010
Secolo d'Italia - Politica





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