https://www.ispionline.it/it/pubblic...bilancio-28600
Per ricapitolare, con Trump (e in forte continuità con molti elementi della presidenza Obama) abbiamo avuto alta crescita, bassa disoccupazione e aumento dei redditi medi. Frutto dei molteplici stimoli dell’amminstrazione Trump e, anche, del dinamismo e dell’adattabilità di molti settori dell’economia statunitense. E però, e come è inevitabile che sia, il quadro è molto più complesso e opaco di quello rivelato dalla semplice equazione PIL + occupazione + redditi medi. Lo è, soprattutto, se si valutano i parametri che Trump stesso nel 2016 aveva utilizzato come indicatori dello stato di malessere, relativo e assoluto, degli Usa: le variabili da modificare radicalmente “to make America great again”. Questi parametri – che nella semplicistica equazione trumpiana indicavano la drammatica perdita di sovranità del paese – sono il deficit di bilancio, quello commerciale, l’indebitamento pubblico (e la quota di debito in mani straniere) e la forza del manifatturiero. In ciascuno di essi, la condizione degli Usa è peggiorata, talora anche drammaticamente, anche questo in linea peraltro con il playbook repubblicano come ben evidenziano le tante analogie con Reagan e Bush Jr.. Tagli alle tasse e alta spesa pubblica (con una crescita, peraltro inferiore a quella promessa, del bilancio del Pentagono) provocano l’inevitabile ampliamento della forbice tra gettito e uscite. A dispetto degli ottimi risultati del PIL, il deficit è cresciuto di anno in anno: il 3.4% del PIL nel 2017, il 3.8% nel 2018 e il 4.6 nel 2019 (e in questo drammatico 2020, il Congressional Budget office stima addirittura un 15%). Siamo a tassi doppi rispetto a quelli dell’ultimo triennio obamiano, a fronte appunto di una crescita comparabile (sui doppi standard repubblicani rispetto al deficit tornerò magari in un altro commento, che anche questo caratterizza la storia statunitense dell’ultimo mezzo secolo).
Il deficit esterno non ha sua volta visto correzioni e con Trump gli Usa hanno avuto i passivi commerciali più alti della loro storia: addirittura 872miliardi di dollari nel 2018, con circa un 20% in più rispetto ai passivi più alti dell’era Obama. Il debito è rimasto a sua volta stabile come la quota in mano a investitori stranieri, la “globalizzazione” del debito statunitense, che ha visto però una riduzione delle securities del Tesoro in mano cinesi. E la promessa re-industrializzazione del paese? Irrealistico se non chimerico nelle complesse catene di produzione transnazionali che caratterizzano l’interdipendenza contemporanea, il rapido rilancio del manifatturiero ha costituito nulla più che una promessa elettorale; anche in questo caso se osserviamo la curva di occupati non si manifestano discontinuità significative tra Obama e Trump. Più che da una impossibile reindustrializzazione, la crescita è stata ancora una volta trainata dai servizi, avanzati e non (oggi la sanità e l’assistenza alle persone occupano negli Usa più o meno lo stesso numero di persone di quelle, sommate, di edilizia e manifatturiero…).
E questo ci porta all’ultimo punto: gli effetti redistributivi di questa crescita ovvero la capacità di metterla al servizio di individui e famiglie con redditi più bassi. La crescita del reddito medio è, in tal senso, un indicatore importante che non va in alcun modo sottostimato. In un mercato del lavoro duale, con tutele deboli e tassi di diseguaglianza di reddito molto marcati, il governo federale può però promuovere o stimolare politiche dagli effetti rapidi e immediati. Si pensi, ad esempio, ad un’azione sul salario minimo, così centrale – in particolare nelle grandi e spesso costosissime aree metropolitane – in un’economia di servizi dove accanto a quelli più avanzati, oggi eccellentemente retribuiti, vi stanno naturalmente quelli a bassa qualifica (ristorazione, pulizia, assistenza alle persone) e bassisima retribuzione. Il salario minimo federale è oggi di 7.25 dollari all’ora, più o meno il 40% in meno rispetto a mezzo secolo fa. Diversamente da Obama, che aveva aumentato per ordine esecutivo il salario minimo dei dipendenti federali (e da tanti stati a governo democratico che hanno di molto aumentato quelli statali),
Trump non ha fatto nulla e anzi si è dichiarato contrario. Il Presidente si è invece speso molto per contrastare un altro elemento fondamentale di una politica più equa e attenta agli Americani a basso reddito: l’estensione della sanità pubblica (con il programma Medicaid), che ha rappresentato uno dei pilastri di maggior successo della riforma di Obama. Che Trump e i repubblicani hanno osteggiato, cercando di rovesciare la riforma e, di fatto, promovendo politiche e iniziative che hanno determinatio un significativo aumento – circa 2milioni e 200mila tra il 2017 e il 2019 – degli americani privi di una qualche tutela sanitaria. Altri esempi potrebbero essere fatti – pensiamo solo alla passività dell’amministrazione Trump rispetto alla questione, oggi drammatica, del debito studentesco.
Per dimostrare che, politiche e numeri alla mano, bisogna pensarci non una ma dieci volte prima di rappresentare il singolo mandato presidenziale di Trump come un momento positivo di svolta per l’America meno abbiente.