La Lega batte cassa con gli onorevoli: «Versate 30 mila euro per le Europee»
Richiesta reiterata e perentoria: entro il 15 ottobre. Loro: difficile trovare sponsor, agli industriali piace FdI. Mal di pancia anche tra gli eletti veneti

FILIPPO TOSATTO
11 Ottobre 2023 alle 061

Nella puntata precedente. Un mese fa, convocati in tono perentorio dai dirigenti dei gruppi, i parlamentari della Lega si ritrovano a cena in una sontuosa villa nel cuore dei Castelli romani, già residenza di Sophia Loren e Carlo Ponti. L’anfitrione è Antonio Angelucci, re delle cliniche private, immobiliarista, editore, deputato del Carroccio e titolare di un duplice primato: è il più facoltoso tra gli onorevoli di Montecitorio (4,581 milioni il reddito dichiarato) e vanta un tasso di assenteismo superiore al 99%. Tant’è.

Accolti gli epuloni, il magnate si defila discreto. Fervono le gozzoviglie, sì, ma il digestivo distillato da Matteo Salvini guasta la festa ai convenuti: «Nel voto europeo ci giochiamo tutto e la campagna elettorale richiede risorse ingenti», prende la parola il Capitano «perciò chiedo a ciascuno un’offerta straordinaria di 30 mila euro entro il 30 settembre, chi può provveda personalmente, chi ha difficoltà ricorra a donatori esterni».

Silenzio glaciale, sguardi che si rincorrono, recriminazioni a fior di labbra: Abbiamo sborsato 20 mila euro all’indomani dell’elezione, ne versiamo 3 mila al mese più i contributi extra tipo Pontida, c’è un limite…

Conti alla mano, deputati e senatori sono 95 e, grazie anche al lieve surplus sollecitato ai ministri, via Bellerio si propone di raccogliere tre milioncini. La data cerchiata in verde, tuttavia, trascorre invano e si apre così un nuovo capitolo. Nell’occasione il redde rationem è affidato al tesoriere del partito, Alberto Di Rubba, reduce da una tegola giudiziaria (in luglio il giudice di Milano l’ha condannato a 2 anni e dieci mesi per peculato con interdizione perpetua dai pubblici uffici) ma lesto a lamentare l’inadempienza degli eletti in due distinte e affollate riunioni, presenti Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, gli speaker alla Camera e a Palazzo Madama.

«Ad oggi la percentuale di quanti hanno versato la somma pattuita non raggiunge il dieci per cento del totale», le sue parole «forse il clima mondano di villa Angelucci ha confuso le idee, in tal caso ribadisco l’esortazione del segretario Salvini: il termine è prorogato al 15 ottobre, in caso di comprovate criticità ci sarà tempo sino alla fine del mese, ma non oltre. Chi non dispone della somma può chiedere una mano agli imprenditori amici del movimento». Brusio in sala e stavolta qualcuno fa la voce grossa.

«Non è il momento migliore per rivolgersi agli industriali, in troppi lamentano le mancate risposte del governo e in particolare dei ministeri retti da leghisti», l’affondo iniziale. «A me hanno detto chiaro e tondo che le imprese ricevono maggiore attenzione dai rappresentanti di Fratelli d’Italia e che in questa fase è la destra il loro punto di riferimento», rincara un veterano.

Come dire, non è soltanto questione di quattrini: la nota dolente investe l’affievolirsi del rapporto fiduciario con le categorie economiche e l’insidiosa narrazione dell’alleato-rivale, tenace nel contrapporre la coerenza di Giorgia Meloni alle acrobazie salviniane. Morale (provvisorio) della favola? Forse pecunia non olet, certo l’aria che si respira tra i parlamentari – pattuglia veneta inclusa – non è delle migliori e le calende novembrine si avvicinano a passo minaccioso.

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