di Viviana Mazza
L’ex ideologo della destra Usa e stratega di Donald Trump nel 2016: «Agli alleati dovrebbe fare pagare gli arretrati». Ancora consigliere? «No. Parliamo molto, ma è lo stratega di se stesso»
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WASHINGTON — Al piano terra di una townhouse di mattoni rossi alle spalle della Corte suprema, la tv liberal Msnbc va in onda su due giganteschi televisori. Steve Bannon la tiene d’occhio: «Sono il nemico», spiega lo stratega che portò Donald Trump alla Casa Bianca nel 2016. Quattro ore al giorno, sei giorni a settimana, Bannon registra qui il podcast War Room. «Trump non aveva media quando andò a Mar-a-Lago. Murdoch disse che lo avrebbero reso una “non persona” e Fox è quello che chiamiamo opposizione controllata. War Room è il principale sostenitore di Trump». «Parliamo molto», dice Bannon quando gli chiediamo se dia ancora consigli a Trump, ma subito aggiunge: «È lo stratega di se stesso. Ha opinioni ben chiare. E se qualcuno ha dubbi ascolti i suoi discorsi».
Primarie Usa, i risultati del Super Tuesday in diretta
Bannon sta facendo appello contro una condanna per aver rifiutato l’ordine di comparizione del Congresso a testimoniare sull’inchiesta del 6 gennaio. E parla degli articoli della stampa che citano non solo la sua influenza sul movimento MAGA (Make America Great Again), ma anche la «bannonizzazione della politica britannica». «Ho fatto un’intervista con Liz Truss e ha squagliato il Regno Unito. Nel question time con il primo ministro tutti le davano contro perché era apparsa nel mio show a parlare dell’invasione musulmana in Europa».
Trump è a un passo dalla nomination.
«È sua. Nikki Haley resta in campo non per battere Trump ma per cercare di inserire le sue persone nell’amministrazione. Potrebbe spingere — non dico che ci riuscirà —per diventare segretaria della Difesa, per favorire l’industria militare, i suoi donatori. Ha preso 300 mila voti in Michigan: sono voti anti Trump lo sappiamo, anche se molti sono indipendenti e democratici. Ma noi ci opporremo. Odio questa gente più dei democratici».
I sondaggi danno Trump in vantaggio su Biden, anche in quasi tutti gli Stati in bilico, ma i democratici dicono che è ancora presto.
«No, se le elezioni si tenessero oggi vincerebbe a valanga e le cose non cambieranno. I democratici sono scioccati e avviliti, credevano che la legge sarebbe venuta in loro soccorso e invece i processi slitteranno a dopo il voto. C’è quello di New York ma è un caso debole. Il movimento MAGA è in ascesa. Oltre alla vittoria in Michigan e al fatto che faremo piazza pulita al SuperTuesday, Mitch McConnell (leader dei repubblicani al Senato ndr) ha annunciato che va in pensione dopo aver fallito nel far passare gli aiuti all’Ucraina che si sono scontrati con le misure sul confine sud. È troppo vecchio per combatterci, è la Magaizzazione del partito repubblicano. Trump ha vinto. Avevamo la Camera, abbiamo preso il Comitato nazionale repubblicano, poi il Senato. Il Cpac (la conferenza dei conservatori) è MAGA, non è più il tradizionale partito repubblicano».
Lei ha detto di amare Giorgia Meloni ma è deluso per la sua politica sulla Nato e l’Ucraina oltre che perché non la ritenete abbastanza dura sull’immigrazione.
«I suoi più grandi sostenitori son molto delusi. L’ho incontrata quando non era nessuno e dicevo a tutti: sarà premier. La amo per come sta normalizzando la destra al potere in Italia, ma non puoi giocare al gioco di Bruxelles e della Nato. Ha detto agli ucraini: saremo al vostro fianco, eppure il bilancio italiano per la difesa è solo all’1,4%. Gli europei e Meloni stanno giocando un gioco pericoloso: continuate ad alzare la posta in Ucraina, senza metterci i soldi. Se non siete interessati a difendervi, va bene, potete prendere questa decisione, ma gli Stati Uniti non difenderanno più chi non difende se stesso. Negli Stati Uniti non abbiamo sanità, pensioni, non abbiamo sei settimane di vacanze estive, perché abbiamo un bilancio di tre trilioni di dollari di difesa. La nostra priorità di sicurezza nazionale è il confine sud. Non daremo più un penny per l’Ucraina».
E Salvini?
«Sarebbe più duro con la Nato e nel cercare di evitare uno scontro con la Russia».
Che cosa significherebbe un ritorno di Trump?
«Il presidente Trump è stato chiaro: se non raggiungete il 2% del Pil per la difesa vedrete una massiccia ristrutturazione della Nato. Noi vogliamo un’alleanza: alleanza vuol dire che dovete fare la vostra parte. Le élite europee si abituino all’idea: Trump non è amico dell’Ue, non è amico del partito di Davos e certamente non lo è dei tecnocrati alla Nato».
Per l’Ue è stato scioccante il linguaggio di Trump, quando ha detto «incoraggerei Putin a invadere», anche se il contesto in cui lo diceva era la sua intenzione di spingere gli europei a pagare per la difesa.
«Trump è un negoziatore, vuole aiutare gli europei. Ma voglio che Trump usi un linguaggio scioccante: è il solo linguaggio che arriva a destinazione. Io dico a Trump che deve far pagare anche gli arretrati. Mostrammo un prospetto a Angela Merkel quando venne da Trump alla Casa Bianca. Dissi ai tedeschi: sono come pagamenti arretrati dell’affitto. Il consigliere per la sicurezza nazionale mi urlò contro, citando la Costituzione. Gli ho detto: abbiamo scritto noi la vostra Costituzione dopo avervi bombardato all’Età della pietra».
E se Putin attaccasse un Paese della Nato?
«Perché dovrebbe? ... E se pensate che esista il rischio, dovreste pagare per la vostra difesa. Il fatto che gli italiani non lo facciano mi dice che non sono preoccupati».
Orbán andrà da Trump a Mar-a-Lago, lei lo vedrà?
«Viene anche a Washington per un paio di giorni, non voglio dire cosa farò, ma siamo enormi sostenitori».
Tornerebbe nell’amministrazione Trump?
«Non posso lasciare War Room. Trump ha bisogno di un braccio mediatico».




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