Da giorni a Genova c’è uno spazio in meno tra i pochi che offrivano una programmazione culturale un po’ alternativa a quella più commerciale e convenzionale. La Nuova Cinematografia Gioiello era un cinema che si definiva “inopportuno” e che in molti consideravano una delle associazioni più innovative della città. Creato poco più di un anno fa negli spazi di uno storico cinema erotico del centro cittadino, è stato sfrattato dai locali dove dallo scorso ottobre organizzava regolarmente eventi in seguito a un lungo periodo di contrattazioni andate male e di incomprensioni con i proprietari del locale.

Al post sui social network con cui è stata comunicata la notizia hanno risposto – nei commenti, via mail, per messaggio privato – varie altre associazioni locali, per offrire una mano o uno spazio dove continuare a proporre i molti eventi che erano in programmazione tra dicembre e febbraio. Ma anche tante persone, soprattutto giovani, che nell’ultimo anno avevano trovato nel Gioiello uno spazio di aggregazione e comunità inclusivo e ospitale, particolarmente raro in una città come Genova, tra le più anziane d’Europa e raccontata spesso come ostile alle necessità delle generazioni più giovani.

Fino a qualche giorno fa la Nuova Cinematografia Gioiello – chiamata da tutti, semplicemente, “il Gioiello” – stava in vico della Cittadella, una stretta stradina del centro, tra vecchi edifici dai muri un po’ scrostati e qualche tubo sporgente. La sede non era facilmente riconoscibile: da qualche anno c’è solo l’insegna di un ristorante cinese al posto della scritta gialla a caratteri cubitali che per decenni ha indicato l’entrata dello storico Cinema Gioiello.

Il cinema originario aprì nel 1971 in un palazzo dove, in modo discontinuo per via delle guerre mondiali e di varie altre vicissitudini, venivano già proiettati film dal 1909. Nei decenni passò dall’essere un cinema di prima visione a uno di seconda visione; poi fu un cinema erotico infine chiuso nei primi anni Duemila un po’ per l’avvento di internet che ne erose il mercato, un po’ per via di alcune indagini su un giro di sfruttamento sessuale minorile. Dopo anni di inattività e aste andate deserte, nel 2018 alcuni dei locali – quelli non adibiti a ristorante cinese, appunto – furono acquistati e restaurati da una coppia di giornalisti genovesi che cominciò a organizzarci i primi eventi. Nel 2022 decisero di affidarne la direzione artistica ad altri due documentaristi della città, Anna Pollio e Lucio Basadonne.

Dopo anni di inattività, il Gioiello riaprì al pubblico nell’ottobre del 2022 con l’idea di creare un piccolo circolo culturale che mettesse insieme l’amore per il cinema indipendente e underground, la musica e la volontà di socializzare dopo la pandemia, senza l’ambizione di rivaleggiare con la programmazione di altre sale cinematografiche più grandi della città. Era aperto tre giorni a settimana – giovedì, venerdì e sabato – per i tesserati: l’iscrizione andava dai 5 ai 10 euro, ed era pensata esplicitamente per essere accessibile anche ai più giovani (ma maggiorenni). Per il resto c’era un barattolo per le donazioni spontanee per chi, passandoci molto tempo, volesse partecipare a un progetto portato avanti da volontari.

La sala principale aveva le pareti scure, un proiettore amatoriale, delle luci soffuse e qualche divano sparso qua e là, tra le sedie di plastica, a creare uno spazio dall’aria informale, un po’ vissuta. Alcuni dei vicini erano felici di averli lì, altri hanno talvolta protestato informalmente, gettando una secchiata d’acqua su chi faceva rumore in strada a notte fonda o lamentandosi con la proprietà. Raramente sono stati chiamati i vigili per schiamazzi, e non ci sono mai state multe o sanzioni formali.

Nei mesi l’associazione ha finito per specializzarsi molto su temi inerenti alla sessualità: ha ospitato serate di lettura di racconti erotici e performance in cui l’ospite speciale si è presentata completamente nuda; documentari dedicati all’educazione sessuale e maratone di cortometraggi post-porno accompagnati da shot di vodka. I gestori hanno mantenuto lo storico slogan del cinema porno precedente, “play hard”, hanno intitolato la sala principale al pornografo genovese Michele Capozzi, e hanno invitato nel corso dei mesi vari attori e registi che si occupano di pornografia alternativa. Ai muri c’erano cartelli che invitavano gli spettatori a rivolgersi allo staff in caso ci fosse qualcuno che non li faceva sentire a loro agio, e le persone che sembravano più morbose venivano allontanate. Nell’ultimo anno al Gioiello non sono stati mai organizzati “sex party”, ma nei bagni c’erano dei pennarelli con i quali gli avventori potevano scrivere sui muri le proprie fantasie più sordide o qualche battuta, aggiungendo le proprie scritte a tante altre che si trovavano già sui muri dai tempi del cinema erotico originario.

Le comunicazioni erano gestite in modo ammiccante. Quando il Gioiello ha aperto, uno dei primi post diceva: «Ero un cinema osè, specializzato in film gay e trans. Mi hanno chiuso, perso all’asta, e ora mi hanno trasformato in un “circolo culturale” dove troverai eventi dedicati al cinema mai visto. (…) Faccio roba undergound, senza pormi vincoli, etiche ed etichette. Insieme al film concerti noise, musica improbabile, reading eclettici e sorprese che manco a Natale. Puoi trovare anche del porno, ma mi tengo la libertà di mostrare ciò che voglio: una serata dedicata a Martinazzoli, una al NSBM. Una notte in cui deprimersi con film finlandesi e una in cui conoscere la cultura anarco-punk».

In un anno, il Gioiello ha raccolto più di tremila tesseramenti, diventando il secondo circolo per dimensioni all’interno della Federazione italiana dei cineclub, che riunisce i circoli che si occupano di promozione della cultura cinematografica in tutto il paese.

«Il Gioiello è sembrato un’attività d’avanguardia fantascientifica per gli standard di Genova, dove pure aprire un circolo di lettura sembra una novità incredibile», dice Stefano Gaggero, ricercatore del centro studi “Genovacheosa”, specializzato nell’analisi delle diseguaglianze e della situazione sociale, economica e demografica della città. «A Genova è davvero difficile riuscire a costruire spazi culturali, occasioni di ritrovo e incontro che permettano di sviluppare relazioni umane, perché c’è chi ha interesse che la situazione rimanga quella che è».

Gaggero negli ultimi anni ha viaggiato in diverse città post-industriali europee per studiare il fenomeno delle “shrinking cities”, ovvero le città che dopo un periodo di rapida crescita economica fanno esperienza di una grande diminuzione demografica, legata solitamente alla deindustrializzazione. È il caso di Genova, che negli anni Settanta aveva 816mila residenti, oggi ne ha poco più di 566mila ed è considerata la città più vecchia d’Italia, con 269 anziani ogni 100 giovani secondo l’ISTAT.

In situazioni simili, dice Gaggero, altre città europee come Lipsia o Manchester hanno deciso di cominciare a investire pesantemente su un terziario diversificato, reinventandosi come città creative o comunque culturalmente stimolanti. Genova, dice, da anni punta invece principalmente sul turismo, investendo poco sulla cultura al di là di grandi festival e alcuni spazi che ospitano eventi istituzionali, come il Palazzo Ducale. La situazione non è migliorata dal fatto che molti proprietari di immobili nel centro storico preferiscono mettere i propri locali in affitto per periodi brevi ai turisti, o lasciarli sfitti, anche in una situazione di aumento dei canoni per i residenti.

«Detto così sembra un borbottio da luogo comune, ma la conseguenza di questi mancati investimenti è che i giovani anche in centro quando vogliono uscire non sanno dove andare», spiega Gaggero. «Si parla molto della movida, ovvero di quelle poche vie del centro in cui si concentrano i bar e quindi c’è casino e i residenti si lamentano. Ma è oggettivo che la proposta sia ridotta all’osso: c’è qualche serata ricorrente che viene organizzata qui e lì, ma a mancare sono soprattutto gli spazi “con una casa”, ovvero con uno spazio fisso dove ci si può trovare».

I volontari del Gioiello si spiegano anche così il successo del progetto, che per Matteo Alfonso, presidente dell’associazione di promozione sociale che sta dietro al Gioiello, «era partito come una sorta di cameretta privata dove guardare film che nessun altro voleva guardare, tra amici». All’inizio l’associazione comunicava l’indirizzo del cinema alle singole persone che si iscrivevano ai suoi eventi, spesso senza nemmeno dire specificatamente che film si sarebbero visti, ma parlando generalmente soltanto dei temi che si sarebbero toccati. La proposta ha attirato presto «studenti tra i 20 e i 25 anni, ma anche molte persone sopra i quarant’anni che portavano a dialoghi importanti, interessanti, politici, e non masturbatori, su temi che sono ancora molto tabù», oltre che una parte della comunità LGBTQ+ locale, che spesso fatica a trovare spazi sicuri per sé. Non è chiaro se lo spazio dell’ex cinema Gioiello continuerà ora a ospitare altri eventi: l’associazione, sicuramente, dovrà cercare altri spazi per organizzare i propri.

Alfonso dice che dopo la comunicazione sullo sfratto l’associazione ha ricevuto moltissima solidarietà e offerte di sale e spazi dove ospitare la programmazione già pronta per i prossimi mesi, «ma quello che serve a Genova è uno spazio fisso in cui poter fare programmazione artistica, dentro al centro. La domanda da parte dei giovani è altissima, il problema è che manca l’offerta». Al momento il loro desiderio – difficile da realizzare perché richiederebbe, soltanto per rinnovare gli impianti, circa 150mila euro – sarebbe di spostarsi negli spazi del Chiabrera, altro storico cinema porno del centro in grado di ospitare fino a 300 persone, contro la cinquantina del Gioiello.

Matteo Mori, studente ventitreenne di arte contemporanea, co-autore di un libro e di un documentario sull’educazione sessuale chiamato Making of Love e volontario del Gioiello che negli ultimi anni si è occupato di una grossa parte della programmazione, dice per esempio di essersi avvicinato all’associazione perché non aveva altri spazi dove si trovava bene in città, da giovane appassionato di cinema indipendente e poco interessato alle discoteche commerciali. «È sempre stato uno spazio più sociale che cinematografico, anche perché non avevamo esattamente un impianto Dolby che facesse concorrenza alle grandi sale, e la sala è sempre stata gestita in modo informale anche quando il pubblico si è allargato», racconta.

Corinna Trucco, storica dell’arte che cura una rivista online dedicata a Genova di nome wall: out, dice che il Gioiello ha contribuito molto a riportare in vita una scena underground che a Genova esiste dal secolo scorso ma che da anni si era ridotta moltissimo anche per via delle poche sovvenzioni alla cultura. «Qui se si vuole fare qualcosa bisogna essere in grado di farla con le proprie forze, alleandosi al massimo con altre realtà del territorio», racconta. «Uno spazio in cui si incrociano molte arti – cinema, musica, arti performative e visive – che possa essere apprezzato anche da persone non necessariamente “studiate” sicuramente mancava. Pensare che improvvisamente, dalla mattina alla sera, quel posto non ci sia è stato un momento di smarrimento per molti di noi».

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