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  1. #1
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    Predefinito Elezioni presidenziali in Egitto del 2023

    Tra il 10 e il 12 di dicembre, nel corso di tre giorni, si voterà in Egitto per eleggere il presidente del paese. Il risultato sarà annunciato dopo qualche giorno, il 18 dicembre, ma nessuno si aspetta grosse sorprese: il presidente uscente Abdel Fattah al Sisi, che ha preso il potere nel 2013 con un colpo di stato militare e da allora ha governato con metodi autoritari, vincerà un terzo mandato dopo una campagna elettorale determinata da irregolarità e intimidazioni nei confronti degli oppositori.

    Le elezioni si sarebbero dovute tenere ad aprile del 2024, ma qualche mese fa al Sisi ha deciso di anticiparle a dicembre: non è stata data nessuna spiegazione ufficiale per questa decisione, ma un’interpretazione piuttosto comune è che al Sisi voglia cercare di ottenere una nuove legittimazione politica prima di mettere in atto le dure misure di austerità e svalutazione della moneta che sono necessarie per far fronte alla gravissima crisi economica che sta attraversando il paese.

    È impossibile capire di che tipo di legittimità popolare goda davvero al Sisi: in Egitto non esistono sondaggi affidabili sul gradimento dei leader. Un indicatore piuttosto notevole, però, è il costante calo dell’affluenza alle elezioni: nel 2014, alle prime elezioni presidenziali dopo il colpo di stato, votò il 47 per cento degli egiziani e al Sisi ottenne il 97 per cento delle preferenze. Nel 2018 votò il 41 per cento e al Sisi ottenne sempre il 97 per cento. Ma da allora, e man mano che la crisi economica si aggravava, l’affluenza al voto è sempre andata calando: alle ultime elezioni che si sono tenute, quelle del 2020 per il parlamento, ha votato appena il 28 per cento degli oltre 63 milioni di aventi diritto (hanno vinto comunque partiti favorevoli ad al Sisi).

    Questo calo dell’affluenza è particolarmente notevole per un paese come l’Egitto, dove in teoria tutti i cittadini sarebbero legalmente obbligati a votare, e se non lo fanno rischiano una multa piuttosto elevata: per questo molti vedono nel rifiuto di votare un tentativo di protesta silenzioso.

    Abdel Fattah al Sisi ha 69 anni ed è un ex ufficiale dell’esercito che divenne ministro della Difesa e comandante delle forze armate nel 2011, e che nel 2013 guidò un colpo di stato contro Mohammed Morsi, il primo e unico presidente democraticamente eletto della storia dell’Egitto. Dopo aver preso il potere, al Sisi ha trasformato l’Egitto in una dittatura militare che è ritenuta più dura e oppressiva di quella dello storico dittatore egiziano Hosni Mubarak, che governò il paese tra il 1981 e il 2011. Oggi in Egitto la stampa libera non esiste e l’opposizione sia politica sia civile è repressa con estrema durezza.

    I suoi dieci anni di governo sono stati caratterizzati da una situazione economica in peggioramento continuo: dal 2015 a oggi il numero delle persone in condizione di povertà è passato dal 28 al 33 per cento. La situazione dell’economia egiziana è andata ulteriormente peggiorando di recente: l’inflazione è ai massimi storici, mentre la sterlina egiziana ha perso metà del suo valore nell’ultimo anno e finora quest’anno è stata la moneta con l’andamento peggiore a livello mondiale. La maggior parte degli analisti ritiene che per cercare di risollevare l’economia il governo egiziano sarà costretto a chiedere onerosi prestiti al Fondo Monetario Internazionale e a svalutare la sterlina, con grosse conseguenze per la popolazione.

    Nel frattempo, in questi anni il governo ha avviato magniloquenti progetti infrastrutturali, come la costruzione di una nuova capitale amministrativa estremamente sfarzosa.

    Al Sisi non avrebbe potuto candidarsi alle elezioni di quest’anno perché aveva già raggiunto il limite dei due mandati previsto dalla Costituzione, ma nel 2019 ha fatto approvare un referendum costituzionale che gli consentirà di rimanere al potere fino al 2030.

    Alle elezioni presidenziali di quest’anno nessuno degli altri candidati è una vera minaccia per il regime, anzi: si ritiene che alcuni di loro si siano presentati alle elezioni più che altro per dare la falsa impressione che il voto sia libero e plurale, e che al Sisi abbia degli avversari.

    I candidati sono quattro: al Sisi, che si è presentato come un indipendente pur avendo il sostegno implicito di numerosi partiti; il liberale Abdel Sanad Yamama del partito Wafd, che è una storica formazione politica egiziana ormai priva di sostegno popolare; Hazem Omar del Partito Popolare Repubblicano, che è ritenuto un alleato di al Sisi; e Farid Zahran del Partito Social Democratico, anche lui è ritenuto piuttosto vicino ad al Sisi.

    L’unico candidato che avrebbe potuto minacciare il potere di al Sisi, l’ex giornalista e parlamentare Ahmed Tantawi, non potrà partecipare alle elezioni.

    Tantawi si era candidato ad aprile di quest’anno promettendo riforme e la fine della dittatura di al Sisi, e la sua campagna elettorale aveva suscitato un certo entusiasmo tra la popolazione (sempre difficile da misurare, in assenza di sondaggi affidabili). Nessuno pensava che nel contesto autoritario della politica egiziana Tantawi potesse davvero vincere, ma quanto meno la sua candidatura rappresentava un’alternativa che avrebbe potuto aprire qualche spazio di dibattito e contestazione.

    Nei mesi successivi le forze di sicurezza egiziane hanno perseguitato Tantawi e i suoi collaboratori con estrema durezza. Decine di persone sono state arrestate con accuse risibili: in alcuni casi dopo essersi registrate come sostenitrici della campagna elettorale, in altri per aver banalmente messo “like” alla pagina Facebook del candidato.

    Per potersi candidare alle elezioni, Tantawi avrebbe dovuto ottenere il sostegno esplicito di 20 parlamentari in carica oppure ottenere 25 mila firme a suo sostegno da almeno 15 dei 27 governatorati (cioè regioni) dello stato egiziano. Tantawi aveva deciso di raccogliere le 25 mila firme – perché ottenere l’endorsement dei parlamentari sarebbe stato un segno di sottomissione al regime – ma gli è stato impossibile. Gli apparati dello stato egiziano lo hanno ostacolato a ogni passo, rifiutandosi di validare le firme e opponendo problemi burocratici alla loro raccolta.

    A questo si sono aggiunte le intimidazioni: spesso i comizi di Tantawi sono stati interrotti da picchiatori in abiti civili, che probabilmente erano affiliati alle forze di sicurezza. Il cellulare e le comunicazioni di Tantawi sono stati messi sotto sorveglianza con un software di produzione israeliana.

    Alla fine Tantawi è riuscito a ottenere soltanto 14 mila firme delle 25 mila necessarie, e a ottobre è stato costretto a ritirarsi dalle elezioni. La Commissione elettorale egiziana, poco dopo, ha annunciato di non aver rilevato nessuna irregolarità. A novembre Tantawi è stato messo sotto processo dalla giustizia egiziana con l’accusa di aver «fatto circolare documenti relativi all’elezione senza l’autorizzazione ufficiale».

    https://www.ilpost.it/2023/12/10/ele...gitto-al-sisi/

  2. #2
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    Predefinito Re: Elezioni presidenziali in Egitto del 2023

    Insomma.....rimpiangerete il faraone.
    "Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia"


    IL DISPUTATOR CORTESE

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  3. #3
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    Predefinito Re: Elezioni presidenziali in Egitto del 2023

    Nessuna novità dalle elezioni presidenziali egiziane, che come ampiamente pronosticato alla vigilia porteranno a una schiacciante vittoria del presidente in carica Abdel-Fattah al-Sisi. I dati preliminari, in attesa che siano ufficializzati il 18 dicembre, parlano di una maggioranza che oscilla fra l’85 ed il 95 per cento dei votanti, lasciando agli altri tre contendenti poco più delle briciole.

    In alcune roccaforti al-Sisi ha raggiunto anche il 98 per cento dei consensi, dimostrando come queste elezioni non siano altro che un referendum plebiscitario sulla sua presidenza. Al potere dal 2014, l’ex generale ha preso il controllo dell’Egitto con un colpo di stato organizzato per rovesciare Mohamed Morsi, il primo presidente eletto nella storia egiziana.

    Dopo le primavere arabe del 2011 l’Egitto, sulla falsariga di Tunisia e Libia, aveva cacciato il presidente Hosni Mubarak, al potere dal 1981, quindi le prime elezioni avevano visto il trionfo del candidato dei Fratelli Musulmani, che avevano scelto una linea “intransigente” per guidare il grande paese arabo.

    Abdel-Fattah al-Sisi era stato scelto da Morsi come ministro della Difesa, ma ben presto erano iniziate le proteste contro il suo governo. Nel 2014, dopo molti mesi di incertezza, l’esercito egiziano guidato da al-Sisi aveva deposto Morsi mettendolo agli arresti. Subito dopo, i Fratelli Musulmani erano stati dichiarati illegali e oggi sono considerati da Il Cairo alla stregua di una formazione terroristica.

    Dal 2014 il generale al-Sisi aveva dominato la scena politica egiziana trionfando con una maggioranza bulgara alle elezioni del 2018: il suo governo non si è distinto per una grande apertura alle opposizioni, che sono spesso limitate nella loro azione democratica. Basti pensare che l’unico candidato “temibile” si è ritirato perché molti suoi collaboratori sono stati arrestati dai servizi segreti egiziani.

    Durante una conferenza stampa Ahmed al Tantawi, rappresentante del centrosinistra, ha denunciato le continue intimidazioni delle forze dell’ordine, ma alla fine ha dovuto rinunciare a correre alla presidenza. Un’altra candidata che poteva avere qualche chance, Gameela Ismail, ex volto pubblico della televisione di stato, si è ritirata perché non ha trovato nessun finanziatore che sostenesse la sua campagna.

    Così alla fine soltanto tre candidati sono scesi in campo per affrontare al-Sisi: il socialdemocratico Farid Zahran, il segretario del Partito repubblicano Hazem Omar e il campione dei liberali Abdel-Sanad Yamama. Tre politici con scarsissimo seguito elettorale, praticamente sconosciuti al di fuori dal loro collegio. Omar può contare soltanto nell’appoggio elettorale di una parte dei cittadini di Alessandria d’Egitto, mentre Farid Zahran pesca nella buona società che guarda a sinistra, ma difficilmente uno di questi candidati supererà il 3 per cento dei voti.

    Le elezioni sono state anticipate di alcuni mesi perché si sarebbero dovute tenere nella prossima primavera. A volerlo è stato al-Sisi, perché consapevole che in questo momento il suo indice di gradimento è al massimo. Il leader egiziano si è ritagliato un posto d’onore anche al tavolo delle trattative per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, una situazione che sta preoccupando profondamente il popolo egiziano. La fragile economia de Il Cairo salterebbe in aria se dovesse accogliere i profughi palestinesi e questa grande situazione di incertezza mette a rischio il turismo, una delle più importanti fonti di introito per l’Egitto, seconda soltanto alle entrate per i diritti del Canale di Suez.

    Inoltre, dal gennaio 2024 l’Egitto entrerà a far parte del gruppo BRICS – un raggruppamento delle economie emergenti – composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa e questo può cambiare gli equilibri geopolitici del Nord Africa e del Medio oriente. Insieme a Il Cairo, entreranno in questo nuovo gruppo anche Etiopia, Argentina, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Al-Sisi ha scelto di aderire per trovare una via d’uscita alla difficile situazione economica che sta attraversando il Paese, con Pechino che ha promesso nuovi e sostanziosi investimenti. In contemporanea, l’Egitto ha mantenuto ben saldo il rapporto sia con l’Unione europea sia con gli Stati Uniti, che considerano al-Sisi un interlocutore privilegiato per le trattative di pace in Medio oriente.

    Per l’Egitto, in particolare, i rapporti con gli Usa sono indispensabili per cercare di ottenere un nuovo prestito dal Fondo monetario internazionale, che sta ritardando l’arrivo delle risorse promesse nel 2022 in quanto rimprovera a Il Cairo di non aver attuato le necessarie riforme economiche e finanziarie per ristrutturare l’enorme debito pubblico.

    L’organizzazione economica continua a sostenere che la Sterlina egiziana sia sopravvalutata, nonostante la doppia svalutazione del 2021 e del 2022. In effetti la moneta egiziana ha pochissimo appeal internazionale e fatica a mantenersi sul mercato del cambio. Il Fondo monetario internazionale chiede una nuova svalutazione così da sbloccare la prima tranche da 3 miliardi di dollari di prestito, denaro che comunque non è sufficiente a sostenere la spesa pubblica egiziana, anche a causa del conflitto nella Striscia di Gaza. Per questo motivo l’Unione europea sta trattando un finanziamento di circa 9 miliardi di euro, fondamentale per sostenere le esangui casse egiziane. Un equilibrio fragile e delicato, che al-Sisi vuole guidare con il consueto pugno di ferro.

    https://lavialibera.it/it-schede-162...isi_democrazia

  4. #4
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    Predefinito Re: Elezioni presidenziali in Egitto del 2023

    Un ennesimo successo delle rivoluzioni di questa minchia.
    Chiedendo scusa alla minchia per averla citata a sproposito.
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    Predefinito Re: Elezioni presidenziali in Egitto del 2023

    Lunedì la commissione elettorale egiziana ha annunciato che il presidente uscente Abdel Fattah al Sisi ha vinto le elezioni presidenziali che si sono svolte nel paese tra il 10 e il 12 di dicembre. La rielezione di al Sisi non è stata una sorpresa per nessuno ed era ampiamente prevista: le opposizioni avevano definito il voto una «farsa». Al Sisi ha 69 anni e governa l’Egitto in modo autoritario dal 2013, quando prese il potere con un colpo di stato militare. Durante i suoi due mandati da presidente ha trasformato il paese in un regime autoritario, ritenuto ancora più duro e oppressivo di quello di Hosni Mubarak, che governò tra il 1981 e il 2011.

    Le elezioni presidenziali in Egitto si sarebbero dovute tenere nell’aprile del 2024, ma al Sisi aveva deciso di anticiparle a dicembre, probabilmente per cercare di ottenere una nuova legittimazione popolare prima di mettere in atto le dure misure di austerità e svalutazione della moneta necessarie per far fronte alla gravissima crisi economica che sta attraversando il paese. Di fatto, il presidente uscente era l’unico candidato che aveva possibilità di essere eletto: la campagna elettorale era stata condizionata da molte irregolarità e ripetute intimidazioni nei confronti degli oppositori.

    Alla fine, secondo la commissione elettorale egiziana, al Sisi ha ottenuto l’89,6 per cento dei voti. L’unico degli altri tre candidati che avrebbe potuto contendergli la vittoria era l’ex giornalista e parlamentare Ahmed Tantawi, che però aveva subito molte intimidazioni e alla fine non era riuscito a trovare abbastanza firme per candidarsi.

    Abdel Fattah al Sisi è un ex ufficiale dell’esercito. Nel 2011 divenne ministro della Difesa e comandante delle forze armate dell’Egitto, e due anni dopo guidò un colpo di stato contro Mohammed Morsi, il primo e unico presidente democraticamente eletto della storia del paese. Da quando è stato eletto presidente ha eroso progressivamente i diritti e le libertà delle persone: in Egitto la stampa libera non esiste e l’opposizione sia politica sia civile è repressa con estrema durezza.

    I suoi dieci anni di governo sono stati caratterizzati da un peggioramento costante della situazione economica: dal 2015 a oggi il numero delle persone in condizione di povertà è passato dal 28 al 33 per cento. Oggi l’inflazione è ai massimi storici e nell’ultimo anno la sterlina egiziana ha perso metà del suo valore. La maggior parte degli analisti ritiene che per cercare di risollevare l’economia il governo egiziano sarà costretto a chiedere onerosi prestiti al Fondo Monetario Internazionale e a svalutare la sterlina, con conseguenze rilevanti per la popolazione.

    Nel frattempo, il governo egiziano ha avviato magniloquenti progetti infrastrutturali, come la costruzione di una nuova capitale amministrativa estremamente sfarzosa.

    Al Sisi non avrebbe potuto candidarsi alle elezioni di quest’anno perché aveva già raggiunto il limite dei due mandati previsto dalla Costituzione: nel 2019 tuttavia aveva fatto approvare un referendum costituzionale che gli consentiva di rimanere al potere fino al 2030.

    Nel 2014, alle prime elezioni presidenziali dopo il colpo di stato, votò il 47 per cento degli egiziani e al Sisi ottenne il 97 per cento delle preferenze (questo e tutti gli altri dati elettorali dell’era di al Sisi vanno presi con le molle e interpretati all’interno di un regime autoritario e senza possibilità per l’opposizione di competere davvero). Nel 2018 votò il 41 per cento e al Sisi ottenne sempre il 97 per cento. Con l’aggravamento della crisi economica l’affluenza al voto è sempre andata calando e alle ultime elezioni parlamentari, quelle del 2020, aveva votato appena il 28 per cento degli oltre 63 milioni di aventi diritto (e avevano vinto comunque partiti favorevoli ad al Sisi). A queste elezioni però l’affluenza è stata molto più alta, e secondo la commissione elettorale ha raggiunto il 66,8 per cento. È comunque un dato basso se si tiene conto che, almeno in teoria, in Egitto tutti i cittadini sarebbero legalmente obbligati a votare, e se non lo fanno rischiano una multa piuttosto elevata.

    https://www.ilpost.it/2023/12/18/al-...to-presidente/

 

 

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