È un fenomeno che inquieta e, ormai, si staglia con una certa nettezza nell’assetto del potere. Si prende a prestito una bandiera immacolata (diciamo: la lotta alla mafia o la cooperazione internazionale), si inizia un’operazione fiancheggiatrice delle istituzioni nazionali o internazionali incaricate di occuparsene, si sollecita l’ambizione alla pubblicità e alla visibilità degli interessati (magistrati e funzionari pubblici in primo luogo), si crea un bel premio o una serie di manifestazioni con cui fidelizzare questo pittoresco mondo di carrieristi, si legittima così la propria presenza, si passa all’incasso dalla politica con fondi, sussidi, deleghe e via seguitando. In mezzo il ruolo, troppe volte opaco, di un certo giornalismo che prende per mano il mercato del consenso e opera da vera e propria cerniera tra gli uni e gli altri.
Vittime predestinate, e spesso consapevoli, i politici di turno che abbagliati dall’idea di indossare le vesti del militante antimafia o del cooperante zelante o dell’assistente commosso di emarginati elargiscono prebende pubbliche e cooptano per le proprie liste gli epigoni consegnati loro da questo congegno infernale. La storia del paese, e soprattutto di una certa sinistra vocata al commuoversi, pullula di biografie più o meno nobili che certo non possono giustificare mistificazioni e ruberie di vario genere. In questo acquitrino, ovviamente, nessuna battaglia può giungere all’epilogo e nessuna vittoria può essere proclamata perché mondi solo in apparenza diversi si sostengono l’uno con l’altro e, al primo cenno di critica o di dissenso, rispondono all’unisono contro l’apostata, l’aggressore, l’infedele.
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