Il fenomeno TERF:

Per TERF (Trans Exclusionary Radical Feminism) si intende quel pensiero femminista che esclude le donne
trans, transgender, transex e T dalle dinamiche politiche femministe. Inoltre, è diffuso nel pensiero TERF,
che si radica storicamente nel femminismo U.S.A. degli anni ’70 e ’80, che le donne trans siano uomini che
“scimmiottano” le donne cisgender e che siano uno strumento del patriarcato per “eliminare” il genere
donna dalla società. Uno dei testi base per il pensiero TERF è The Transsexual Empire di Janice Raymond,
che si definiva "femminista radicale". In questo testo si immagina un futuro distopico dove non esistano più
le “donne nate donne”1, sostituite da “donne transessuali”, individuate come più influenzabili e malleabili.
A tale proposito si legge nell’articolo scientifico “Donne si nasce? Questione transessuale e femminismo
della differenza negli Stati Uniti” di Giacomo Viggiani che “l’autrice (Raymond ndr.) immagina un futuro
distopico dove le donne-nate-donne sono state annientate dagli agenti del potere patriarcale e poi sostituite
dalle donne transessuali, molto più docili e malleabili. Attraverso questa finzione letteraria, Raymond
sviluppa una critica al transessualismo, strumentale a motivare la loro esclusione dalla categoria ‘donne’ e
dunque dagli spazi separatisti2”. Il pensiero separatista afferisce a un gruppo di femministe che “separano”
i generi (da loro individuati come internazionalmente solo due), auspicando nella creazione di spazi sociali
dove le persone da loro giudicate come “uomini” siano escluse. Le TERF considerano, dunque, le persone
trans “MtF” come uomini a tutti gli effetti, mentre raramente si esprimono su persone “FtM” o per
qualsiasi altra persona che non si riconosca nel binarismo di genere.
A tal proposito, Viggiani prosegue: “Secondo questa autrice, le donne transessuali non possono essere
considerate realmente women-identified-women, perché sono donne “costruite” in base a un’idea maschile
di donna. In questo senso le donne transessuali rappresentano un pastiche di donna, ovvero la donna
secondo il potere patriarcale, di cui d’altronde il potere medico che le “crea” non è che una manifestazione.
Per questo motivo, esse non possiedono una propria soggettività e devono essere invece intese quali agenti
del potere patriarcale travestiti da donne per meglio infiltrarsi nel movimento femminista3”. Le femministe
TERF, inoltre, non si riconoscono in questo nome, ridefinendosi, piuttosto, come donne che vogliono
liberare altre donne dall'oppressione dove la “realtà biologica femminile” è un aspetto determinante per
l’oppressione delle donne.





Il fenomeno SWERF:

SWERF è l’acronimo di “Sex Worker Exclusionary Radical Feminist”. Indica quel femminismo che critica e nega
che le donne - in particolare le “donne nate donne” - impegnate in qualsiasi forma di prostituzione volontaria
debbano essere incluse tra le femministe e nella lotta per l’uguaglianza. Il pensiero SWERF nega, inoltre,
l’esistenza di donne libere nella scelta di prostituirsi, individuando quella prostituzione dove una donna riceve
denaro da un uomo come uno strumento del patriarcato.
Il dibattito all’interno del movimento femminista sul tema della “prostituzione o sex work” ha inizio nei primi
anni ’70 negli Stai Uniti. Come ci ricorda Giulia Selmi del Centro Studi Interdisciplinari di Genere
dell’Università di Torino “[…] l'analisi della prostituzione elaborata dal pensiero femminista abolizionista ha
sostenuto la necessità di fare un bilancio sempre negativo di questo fenomeno. Queste argomentazioni, però,
prendono come unità di analisi "le donne" come categoria essenziale, omogenea al suo interno, non scalfita
dalle innumerevoli variabili geografiche, culturali, religiose, relazionali, erotiche, fisiche ed economiche che
nel nella prassi quotidiana contribuiscono a definire le diverse e concrete esperienze delle donne in carne e
ossa. Sicuramente essa esclude quelle donne che lavorano volontariamente nel commercio del sesso e le
narrazioni alternative che fanno di questa esperienza” 4.
Il rischio che parlare di femminismo non sentendosi una persona femminista o non venendo riconosciuta
come tale è sempre dietro l’angolo. Per questo si propone una riflessione della ricercatrice e professore
dell’Università di Torino, ritiratasi, Franca Balsamo del CIRSDe. Una riflessione per dare alcuni spunti per un
pensiero sensibile al femminismo sex work includent:
Una delle ridefinizioni più controverse e più simbolicamente significative, particolarmente nella attualità italiana, è quella
che emerge nella discussione rispetto ai soggetti di transazioni economiche nell'ambito della sfera sessuale. La questione
prostituzione/sex-work è stata fin dagli anni Ottanta e novanta al centro del dibattito femminista contemporaneo, ancor
più forse di quanto non lo sia in tempi più recenti. Due sono i contributi che qui si confrontano con la complessità del
fenomeno del "traffico di sesso". Vittime di prostituzione in un sistema di potere patriarcale o lavoratrici del sesso? Giulia
Selmi in "Prostituzione o sex-work? Riflessioni femministe in bilico tra violenza e agency” ricostruisce questo dibattito tra
femministe abolizioniste che vedono nella prostituzione una forma di violenza tutta interna al patriarcato e le femmin iste
che, ridefinendo la prostituzione come sex-work, la sottraggono al campo della violenza per ricondurla a quello della libertà
di autodeterminazione e dei diritti del lavoro. È emblematica in questo dibattito la tensione tra violenza e agency nella
percezione delle donne come "vittime" o come "attrici" sociali consapevoli di scelte e strategie.
Come è noto, per le abolizioniste "la prostituzione non possiede un 'valore' al di fuori delle disuguaglianze di genere in cu i
si esercita", non si può essere sex-worker senza diventare automaticamente sex object del cliente e del patriarcato. La
vendita di servizi sessuali aliena le donne dalla loro sessualità e dal loro io più profondo e quindi ciò che viene venduto in
uno scambio di sesso per denaro è la loro stessa umanità.
E rispetto alla spinosa questione del consenso o agency delle donne che vi sono coinvolte, le abolizioniste negano la
possibilità di esercitare una scelta vera e propria e il consenso viene letto come una strategia retorica funzionale al
mantenimento di un ordine di genere diseguale.
[…]
Il movimento per i diritti delle prostitute opera una riscrittura della prostituzione come sex work. L'orientamento diventa
allora quello dell'autodeterminazione sessuale, della libertà di utilizzo della sessualità al di fuori dei percorsi tracciati
dall'ordine patriarcale (il matrimonio, la monogamia, eccetera). Questa riscrittura sottrae la prostituzione dal terreno della
morale o della violenza e la inscrive nell'universo simbolico del lavoro, come una forza produttiva vitale e "un servizio per
la società". L'avversione del femminismo per la prostituzione contribuirebbe a mantenere tutte le donne in una posizione
di minore potere, mentre la solidarietà tra donne diverse potrebbe innescare un processo di liberazione per le donne tutte.5
Per le SWERF la solidarietà tra donne diverse, metaforicamente così indicate da Balsamo, è inconcepibile e le
loro battaglie vertono verso l’abolizione mondiale della prostituzione (femminile). Nei dibattiti interni alle
femministe il pensiero SWERF si sta rinvigorendo, dove non raramente si colpevolizzano le donne che
scelgono liberamente di riappropriarsi del proprio corpo per disporne liberamente secondo il proprio
desiderio



Arcigay cosa ne pensa?
Considerando i valori fondanti di Arcigay – e del movimento LGBTQI in generale – qual è la posizione di
Arcigay nei confronti del fenomeno TERF e del fenomeno SWERF? A oggi non è ravvisabile una linea precisa
che tratti questi fenomeni.

https://www.arcigay.it/wp-content/uploads/2017/12/allegato-K-Proposta-TERF-e-SWERF.pdf