Il patron di Erg Edoardo Garrone scatta nella corsa alla presidenza di Confindustria e va direttamente al voto finale di designazione del 4 aprile. Al momento è l’unico già ammesso alla votazione dei 182 membri del Consiglio Generale per succedere a Carlo Bonomi e se la vedrà probabilmente con il modenese Emanuele Orsini.
I saggi hanno certificato che l’imprenditore genovese, già vicepresidente di Confindustria e con una lunga militanza nei Giovani della confederazione, è l’unico in possesso del 20% dei voti assembleari (circa 180 associati su oltre 800 che nell’assemblea eleggono a giugno il presidente ratificando di solito la designazione del Consiglio). Questo gli permette di essere direttamente ammesso al voto finale.
Gli altri tre candidati, i vicepresidenti di Confindustria Emanuele Orsini e Alberto Marenghi e il presidente di Federacciai Antonio Gozzi, dovranno invece passare il vaglio dei saggi che certificheranno il gradimento del sistema e che verranno ammessi alla “finale” con Garrone solo se supereranno almeno il 20% dei voti assembleari. Traguardo che al momento solo Orsini, proprietario di due aziende che operano nel settore del legno e dell’alimentare (Sistem Costruzioni e Tino Prosciutti) e che fatturano in tutto un centinaio di milioni, ha a portata di mano. Mentre Marenghi e Gozzi saranno costretti quasi sicuramente al passo indietro andando ad alleanze, potendo così aspirare soltanto a una vicepresidenza (anche se non è detto, perché gli impegni raccolti da Marenghi, il candidato sponsorizzato da Bonomi, sono molto più “volatili” degli altri e di difficile portabilità).
A orientare il bilancino per il post-Bonomi saranno però principalmente i programmi perché le firme (48 Orsini e 44 Garrone) sono soltanto indicazione di sostegno e non indicazione di voto, anche perché in Confindustria vige il segreto dell’urna. Garrone in questo momento ha sfruttato l’effetto sorpresa che può far da traino specialmente sugli indecisi e su chi non si è ancora esposto (in primis il Veneto che conta oltre 20 voti in Consiglio), anche perché Orsini è in pole position grazie a una campagna elettorale iniziata da molti mesi che gli ha permesso di farsi conoscere e apprezzare nel sistema delle territoriali.
Nonostante gli annunci e gli endorsement, i giochi si faranno fino alla mattina del 4 aprile per riuscire a ottenere la maggioranza assoluta dei 92 voti (al lordo del seggio ancora vacante da assegnare a Federlegno e quelli da regolarizzare per contributi non pagati come nel caso di Confindustria Udine, Unindustria Napoli e Sicindustria) ed essere designato presidente.
Nell’alzare il velo sui risultati delle lettere/firme ricevute per le autocandidature Mariella Enoc, Andrea Moltrasio, Ilaria Vescovi (i saggi che compongono la commissione di designazione) hanno anche sottolineato «l’importanza di mantenere e qualificare l’indipendenza del confronto elettorale interno», stigmatizzando le interferenze esterne al processo di designazione. Proibiti anche gli endorsement vari dei 182 consiglieri fuori dalle sedi confindustriali.
Riscadenzato poi il programma delle audizioni dei saggi sul territorio. Si comincia a Torino (23 febbraio presso l’Unione Industriali), poi 24 febbraio a Bologna (Confindustria Emilia-Romagna), 28-29 febbraio a Roma (Confindustria in viale dell’Astronomia), 1 marzo a Milano (in Assolombarda), 8 marzo di nuovo a Milano (in Federchimica), 9 marzo a Padova (Confindustria Veneto Est) e 11 marzo a Napoli (Unione Industriali).
Nel frattempo, prima del 21 marzo, i quattro candidati verranno ascoltati dagli associati in riunioni ad hoc al Nord, al Centro e al Sud sui rispettivi programmi per il futuro di Confindustria. Quello che si è perso di vista in questa prima fase del processo elettorale giocata soprattutto con colpi bassi e strategie comunicative in cui ancora una volta a farne le spese è stata, come amano definirla gli iscritti, la “casa comune confindustriale”, già in piena crisi di rappresentatività. (riproduzione riservata)
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