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Il sogno di un alpino
Mi ricordo ventenne
soldatino di leva,
coi compagni accampato
nei boschi a Marilleva.
Gli zaini affardellati,
ignota la pigrizia,
la compagnia provava
una guerra fittizia:
l’invasore marrano
alte cime espugnava
poi si celava al piano,
furtivo nelle mappe
del nostro capitano.
Con armi e salmerie
in fila scorrevamo
per pacifiche vie,
tra valli in una terra
di feroci contese
che dopo un’aspra guerra
cambiarono il Paese.
La fatica dei passi
con monotona voce
minacciava sconquassi
sotto il peso già atroce.
M’immaginavo amico
del Marte che sbaraglia
folgorar il nemico:
morderà la mitraglia!
Oppure tremebondo
per la Morte sul loco
lepre fuggir dal mondo
col renitente cuoco.
Amleto in Danimarca
ispira chi t’ascolta:
onta è fuggir la Parca
e non pugnar stavolta?…
Dubbi che il cuor non regge,
lunghe marce, scarponi,
ci mutarono in gregge
di giovani caproni.
Offensivi all’olfatto
del vicino fratello
nemmeno i più riottosi
scansarono il ruscello.
Per me volli accettare
l’invito ad una doccia
che il rivo par urlare
mentre dall’alto sboccia.
Immaginai del gelo
patito avrei lo sbrego,
ma chi se non un giovane
può dire: «Me ne frego».
Titubai. Infine entrai
nel fiotto d’acqua ghiaccia
che tramutò in un fatto
la tonante minaccia.
Su di me s’affilavan
le lame dei coltelli,
alzando dei lapilli
che quindi via balzavan,
forieri di sfracelli;
squillavan come strilli
di scolaresche al Po.
Selvaggi, voi e ribelli
anch’io vi seguirò.
Panico mi sentii,
in vorticoso vol
sul corso del gran fiume,
riflesso periferico
del misterioso lume
che giunge stratosferico
dall’energia del sol;
brandello d’un color
su di una tela immensa
che non si vive appieno
se troppo la si pensa,
scambiando senza freno
la rabbia con l’amor.
Mi parve di sentir,
mondandomi lo sporco,
volare il mondo figlio
di una fata e d’un orco
con ciò che è senza appiglio
e che altri riesce a unir.
Mai scorderò quel volo,
da solo meditavo
mentre tornavo al campo,
finché mi farà schiavo
colei che non dà scampo,
spegnendo a un cenno il cuore
scioglierà il bisogno
di mescere l’umore
con la magia di un sogno.
Sino alle mie estreme ore
la gioia ed il dolore
non metteran la noia
tra i fili del destino
che pur se il peggio ingoia
in sé terrà l’alpino.