
Originariamente Scritto da
scomunista
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Il profeta Ezechiele diceva che le colpe dei padri non possono ricadere sui figli, anche se la Bibbia sul tema è ambigua e arriva perfino a parlare di figli massacrati per l’iniquità dei padri (Isaia) e di Dio che punisce le colpe dei padri nei figli fino alla terza generazione (Esodo). Senza perdersi in dispute teologiche, valga per tutti il detto in voga fin dai tempi di Omero, per cui il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero. Traduzione: per quanti sforzi possiamo fare per distinguerci dai genitori, e finanche per andarci contro, c’è qualcosa di loro che resterà per sempre in noi.
Chissà cosa pensa a riguardo Paola Faggioni, la terribile, nel senso che incute timore, giudice per le indagini preliminari di Genova che ha firmato l’ordinanza di arresti domiciliari a Giovanni Toti e ha finora rifiutato più o meno tutte le richieste di revoca delle misure di interdizione dispensate agli indagati della grande inchiesta, spesso corredando i propri dinieghi con dissertazioni moralistiche degne di un Savonarola. La domanda non è casuale, perché Libero ha scoperto i nobili natali della giudice. Nulla di disdicevole di per sé, per carità; solo una coincidenza curiosa che val la pena di portare a conoscenza di tutti, visto che la signora gestisce un caso di portata nazionale e, probabilmente, nel giro di poche settimane dovrà decidere se il presidente della Liguria, benché indagato, possa tornare al suo lavoro.
Si dà il caso che la Faggioni a Genova fosse qualcuno da molto prima dell’inchiesta, appartenendo a una famiglia in vista. La madre, Maria Rosa Biggi, è stata consigliera comunale a Genova dal 2002 al 2012, regnante la sindaca dem Marta Vincenzi, prima sugli scranni della Margherita e poi su quelli del Pd.
La donna non ha più la tessera dalla fine della sua seconda legislatura ma ancora il fuoco della politica arde nel suo cuore e, malgrado gli anni e l’esperienza, prevale su ogni prudenza.
La sua passione è tale che l’ha portata a sostenere proprio nei giorni scorsi la candidata dem all’Europarlamento Patrizia Toia, precipitandosi a salutarla e a farsi immortalare con lei quando questa ha fatto tappa a Genova nel suo tour elettorale.
Non è reato, è evidente; e neppure peccato. Però forse la comparsata potrebbe essere giudicata, da chi non è un tifoso della sinistra, un tantino inopportuna. I maligni infatti sostengono che l’inchiesta che ha messo nel mirino Toti sia alquanto politicizzata, tanti teoremi e poca sostanza accusatoria. Più passano i giorni, più avanza anche il sospetto che il governatore sia stato arrestato nel tentativo di bloccare l’attività della Regione, che il centrodestra ha scippato alla sinistra nel 2015, e che venga mantenuto ai domiciliari nella speranza che si dimetta per ritrovare la libertà e consenta ai progressisti di rigiocarsela in un voto anticipato e macchiato da infamia giudiziaria. C’è perfino, aggirandosi nei corridoi della Procura, chi non si fa remore a parlare di una sorta di baratto paventato dagli inquirenti. La revoca della custodia a Toti sarebbe facile cosa, basterebbe che il suddetto rassegnasse le dimissioni. Pare di capire infatti che i pm non vogliano dare parere favorevole alla libertà se prima non avranno ottenuto lo scalpo del governatore.
Certo, il gip Faggioni, se volesse, potrebbe ribaltare il tavolo e firmare l’atto che consentirebbe al suddetto di uscire di casa. Del resto, gli arresti sono stati dallo stesso magistrato giustificati con il pericolo che il presidente possa reiterare il reato di corruzione elettorale; tuttavia, siccome tra oggi e domani si vota, con lunedì il rischio dovrebbe essere stato scongiurato, a meno che non si voglia tenere chiuso in casa Toti fino all’autunno 2025, data di scadenza della legislatura. Tutto è possibile, anche se la prospettiva francamente appare alquanto esagerata.